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Lo Stato e i cittadini

Il rapporto tra i cittadini e l’organizzazione statale ha fatto versare, fin dall’antica Grecia, i proverbiali fiumi d’inchiostro, perché tutti ne hanno discusso: filosofi, scrittori, sociologi, psicologi ecc., in ogni nazione e in ogni tempo. Nel periodo attuale il problema è sempre vivo e operante in tutto il mondo, a seconda della storia di ciascun Paese e del regime che vi detiene il potere; ma io ritengo che sotto questo profilo l’Italia sia un unicum, o quasi, all’interno dell’Europa, perché tra cittadini e potere politico esiste una distanza, una diffidenza, talvolta persino un’avversione che non si riscontra altrove. In Germania, in Francia, in Inghilterra esiste sì la critica, a volte anche aspra, contro il governo ed i suoi membri, ma c’è comunque un rapporto di reciproca legittimazione tra lo Stato ed il popolo: si può giudicare inadeguato questo o quel politico, ma non le istituzioni statali nella loro essenza, che vengono concepite come necessarie e indispensabili per la vita stessa dei cittadini.
Da noi no. Da noi spesso lo Stato è visto come un nemico dei cittadini: da combattere da parte della criminalità organizzata, alla quale certe popolazioni si affidano più volentieri che alle istituzioni statali; da ingannare da parte di coloro che evadono le tasse e antepongono il proprio vantaggio a quello comune; da criticare sempre e comunque, come vediamo dalla forte avversione che c’è ovunque verso i politici, sempre accusati di essere ladri, disonesti e incapaci qualunque sia il partito o la fazione a cui appartengono. L’antipolitica, così forte da noi come in nessun altro Paese, dimostra in modo lampante l’esistenza di un divario, di un abisso incolmabile tra le persone comuni e gli uomini (e le donne) delle istituzioni.
Quale può essere la ragione di questo insanabile conflitto? Alcuni sostengono che può dipendere in parte dalla nostra storia: essendo stati dominati per secoli da potenze straniere che venivano qua per sfruttarci e derubarci, ciò ha determinato negli italiani un senso di insofferenza per il potere, qualunque esso sia. Personalmente però credo poco a questa motivazione, visto che l’unità d’Italia data da 160 anni a questa parte, un tempo più che sufficiente per cambiare la mentalità delle persone; sarà quindi da vedere se la responsabilità di questo contrasto non dipenda da altro. Si fa presto a dire che gli italiani non hanno il senso dello Stato e pensano al proprio esclusivo piccolo e ignobile interesse personale; ma se questo è vero, non credo che la colpa sia tutta loro, bensì che vada ricercata anche in chi detiene il potere e non se ne mostra degno. Anche De Gasperi, Nenni, Andreotti, Berlinguer ecc., politici della cosiddetta “prima Repubblica”, venivano criticati, ma non credo si potesse dire che fossero incompetenti e incapaci. Si può dire lo stesso di quelli di oggi? Io non avrei mai creduto, fino a una ventina di anni fa, di dover rimpiangere i politici di allora, ma oggi sono costretto a ricredermi, se osservo la vacuità intellettuale di chi ci governa in questo momento.
Ritornando al problema centrale che ho affacciato all’inizio, intendo dire questo: sarà anche vero che gli italiani non hanno il senso dello Stato, ma siamo certi che sia tutta colpa loro? Se lo Stato non si fida dei suoi cittadini e li tratta in modo indegno, come si può pretendere che costoro a loro volta si fidino dello Stato? Gli esempi di ciò che dico sono molti, ma mi limiterò a due. Il primo riguarda lo strapotere della burocrazia, che in Italia è molto più forte e opprimente che in ogni altro paese europeo: in Inghilterra per aprire un negozio bastano pochi giorni, da noi occorrono mesi e anni; in Germania lo Stato finanzia le famiglie bisognose e i soldi arrivano subito nei conti correnti, da noi – quando lo Stato deve dare qualcosa – ci vogliono carte, permessi e concessioni che fanno passare tempi biblici; in altre nazioni, persino in Spagna ed in Grecia che ho potuto visitare personalmente, le opere pubbliche vengono realizzate in poco tempo, da noi vengono spesi miliardi per costruire edifici e opere che poi, per le pastoie burocratiche, restano abbandonate a se stesse per anni o addirittura per sempre. Ma da cosa dipende la burocrazia se non da una totale mancanza di fiducia dello Stato verso i cittadini? Se per darti un permesso ti chiedono decine di carte e di certificati, è perchè lo Stato presume a priori che tu sia un disonesto e che tu voglia avvantaggiarti procurandoti privilegi che altri non hanno e che danneggiano la comunità; e certamente qualche volta questo può essere vero, ma imporre a tutti lo stesso regime significa tagliare le gambe a tutti e ritardare gravemente lo sviluppo sociale ed economico del Paese.
Il secondo esempio riguarda la vicenda attuale del coronavirus, in seguito alla quale siamo stati messi tutti agli arresti domiciliari da un Presidente del Consiglio non eletto da nessuno, con multe e denunce a chiunque osa uscire di casa. A tal proposito si sono riscontrati anche eventi grotteschi di vera ignobile violenza dello Stato contro cittadini inermi, come quei due poveri genitori che ritornavano a Grosseto da Pisa dove avevano sottoposto ad una visita la figlia malata di leucemia e si sono visti multare di 500 euro dalla Polizia Stradale (lo sottolineo!), che non ha creduto alla loro autocertificazione. Quando succedono episodi del genere, quando le cosiddette “forze dell’ordine” tanto esaltate dalla televisione anziché proteggere i cittadini li perseguitano, e anziché arrestare i veri criminali se la prendono con chi fa una passeggiata da solo sulla spiaggia senza contagiare nessuno, non si può pretendere che il cittadino si fidi dello Stato o che lo consideri suo amico. Quando si è oppressi da imposizioni che arrivano dall’alto, da uno stato di polizia che non spende una parola a persuaderti del proprio operato ma te lo impone con la minaccia delle multe e della galera, non può esserci spazio per la fiducia e la simpatia. In altri paesi l’isolamento volto a ridurre il contagio è stato solo consigliato ai cittadini, o comunque non imposto in modo sovietico-cinese come da noi: in Germania e in Inghilterra, tanto per citare due paesi democratici e civili dell’Europa, le persone possono uscire, andare nei parchi e passeggiare, purché non si creino pericolosi assembramenti. Le forze dell’ordine, che sorvegliano, intervengono invitando i cittadini a un certo comportamento, non trattandoli come fossero criminali, che è proprio quello che accade da noi. Anche i carcerati hanno diritto all’ora d’aria, noi no. E allora non chiediamoci più perché da noi carabinieri e polizia ispirino terrore e avversione anziché fiducia, e perché lo Stato non ispiri benevolenza ma antipatia, quando non addirittura indifferenza, che è peggio ancora.

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Fare i conti con il passato

L’Italia è l’unico Paese europeo che io conosca che non ha ancora fatto i conti con il suo passato, non ha cioè ancora consegnato alla storia epoche ed eventi ormai trascorsi da molte decine di anni, e che si richiama continuamente al passato fondando su di esso, anziché sul presente e sul futuro, il proprio dibattito politico. I richiami continui e quotidiani al fascismo, alla resistenza, al presunto risorgere dei fantasmi del passato dimostra che non siamo un paese veramente libero e democratico, ma ancora prigioniero della faziosità e della partigianeria di chi, incapace di confrontarsi con l’avversario sulla base della normale dialettica, ricorre all’insulto ed all’applicazione di etichette infamanti, quasi che così facendo potesse nascondere i propri errori e la propria inadeguatezza nel fare proposte concrete e nel risolvere veramente i problemi.
Se facciamo una breve panoramica su altri paesi europei non troviamo nulla di simile. In Germania, ad esempio, i gruppi neonazisti esistono e vengono giustamente monitorati e condannati; ma non credo che un esponente di un partito di centro-sinistra ricorra all’infamante etichetta di “nazista” nei confronti di un avversario politico del centro-destra, perché giustamente distingue tra il fanatismo di pochi esaltati e la massa di moderati che, pur richiamandosi a principi e valori di destra, nulla ha a che vedere con gli estremisti. In Grecia, dove io sono stato più volte e ho potuto parlare con molte persone e conoscere la mentalità generale, il funesto regime dei cosiddetti “Colonnelli” viene giustamente condannato, ma vi è piena consapevolezza ch’esso appartiene alla storia e quindi nessuno accusa gli avversari di essere partigiani dei colonnelli. In Russia, dove il nuovo partito comunista ha più del 20 per cento dei consensi e forse vorrebbe ricostruire l’URSS in qualche sua nuova forma, non viene in mente a nessuno di accusare costoro di essere “leninisti” o complici delle nefandezze di Stalin. Il passato è passato, appartiene alla storia; va quindi conosciuto e studiato, ma non risuscitato eternamente nel presente per fondarvi sopra il dibattito ideologico.
In Italia, purtroppo, non si sono ancora fatti i conti con la storia e si continua a tirare fuori il fascismo ogni volta che qualcuno esprime un pensiero diverso da quello radical-chic e “politicamente corretto” che, a causa della supremazia culturale lasciata alla sinistra da decenni, domina in televisione, sulla carta stampata e nei centri di cultura del Paese come le Università. Ancora oggi nel 2019 la sinistra riesuma dal cimitero della storia il fascismo per bollare coloro che non aderiscono alla sua impostazione ideologica. Sei contro l’immigrazione incontrollata e pericolosa? Sei fascista. Sei contro le teorie gender e l’utero in affitto? Sei fascista. Ti permetti di far notare la sudditanza italiana ai diktat della Merkel e dei banchieri di Bruxelles? Sei fascista. E così si va avanti, qualunque cosa tu dica o pensi in maniera diversa dal pensiero unico radical-chic, che domina incontrastato anche quando ci sono governi di centro-destra. La riesumazione del fascismo, movimento politico concluso nel 1945, cioè ben 74 anni fa, si avvale anche di un altro canale di diffamazione e di demonizzazione dell’avversario: quello di generalizzare ed applicare a tutta una parte politica ciò che rappresenta una parte infinitesimale di essa. Sappiamo che anche da noi, come in Germania, esistono gruppi di esaltati nostalgici che fanno il saluto romano o inneggiano al Duce. Sì, purtroppo queste persone esistono, ma si tratta di gruppuscoli isolati e numericamente limitati, che non possono rappresentare alcun pericolo per una democrazia solida e radicata in Italia da oltre 70 anni, perché non hanno né il numero né la forza per far paura ad alcuno; eppure la sinistra strumentalizza l’esistenza di questi piccoli gruppi per lanciare fango sui milioni di persone che votano per la Lega o per Fratelli d’Italia, partiti accusati di connivenza, se non di complicità, con costoro. Si finisce quindi per sostenere che i milioni di persone che non votano a sinistra sono tutti fascisti, o almeno tacitamente disposti a strizzare l’occhiolino ai violenti. Sarebbe come dire che tutti i sostenitori di una squadra di calcio sono ultras violenti e pericolosi solo perché esistono alcuni fanatici che vanno allo stadio per far violenza e non per seguire l’incontro di calcio, o che tutti gli uomini sono assassini solo perché qualcuno di essi (forse uno su centomila) ha ucciso la moglie.
E allora viene da chiedersi: perché solo in Italia esiste questo sciacallaggio mediatico che ogni giorno applica etichette infamanti agli avversari, riesumando eventi ed ideologie ormai sepolte da decenni? Perché il fascismo è sempre presente sulla bocca di certi esponenti politici? Non si rendono conto costoro che dare del “fascista” a qualcuno oggi nel 2019 è come dargli del “garibaldino” o del “carbonaro”? Il passato va consegnato alla storia, va conosciuto e interpretato ma non strumentalizzato per affrontare il dibattito politico attuale, che deve fondarsi sul presente e sul futuro. Ma poiché io non me la sento di dire che tutti gli “intellettuali” di sinistra che ancor oggi parlano di pericolo fascista siano degli idioti (come invece loro dicono senza pudore dei loro oppositori) la risposta deve essere un’altra: che cioè le ideologie ed i sistemi di pensiero, qualunque essi siano, hanno bisogno di un “nemico” per poter sopravvivere, per poter giustificare i propri errori e la propria inconsistenza. La sinistra in Italia ha commesso infiniti errori dal 1945 e soprattutto dal ’68 ad oggi, si è rivelata incapace di governare il Paese e di dare ai problemi risposte concrete; ha abbandonato le proprie fondamenta per trasformarsi in una “lobby” di pseudo-intellettuali ricchi e totalmente distanti dalla base proletaria da cui era partita; ha dovuto sopportare di essere stata abbandonata dalle masse lavoratrici che adesso votano Lega o Cinque stelle. Di fronte a questo totale fallimento l’ideologia marxista (o quel che rimane di essa) non trova di meglio che dissotterrare il fascismo e tenerlo ancora forzatamente in vita con iniezioni di menzogne e di forzature, per poter sopravvivere ed autogiustificarsi attraverso la millantata necessità di difendersi da un fantomatico pericolo che nella realtà non esiste più da oltre 70 anni, se non nella forma folcloristica di pochi esaltati che non possono far paura a nessuno. Le ideologie sono dure a morire e farebbero di tutto per sopravvivere anche quando la storia le ha sconfitte, come è avvenuto con il comunismo. Incapaci di soccombere alla realtà oggettiva, essi gridano ancora “al lupo, al lupo!” per nascondere il loro totale ed irreversibile fallimento.

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Antigone e la Sea Watch

Ho sempre sostenuto, e non è certo questa la prima volta, che io sono contrario all’attualizzazione forzata dei classici, l’abitudine cioè di registi, giornalisti, politici e intellettuali vari di interpretare in chiave moderna dei testi antichi che erano stati scritti o allestiti per il pubblico di allora, con il pensiero e la mentalità di quei tempi. Ho polemizzato spesso, proprio per questo motivo, con i registi delle opere liriche che rappresentano il Duca di Mantova del “Rigoletto” verdiano che arriva in scena a bordo di uno scooter, con quelli che negli anni ’70 rappresentavano il Prometeo di Eschilo adombrando nella figura tirannica di Zeus il presidente degli Stati Uniti, con i filologi classici che hanno fatto dire ad autori antichi ciò che ai loro tempi non esisteva e non se ne aveva il minimo sentore: una somma sciocchezza, a questo proposito, è stato l’atteggiamento di alcuni storici marxisti che hanno voluto trovare forzatamente in poeti come Lucrezio i germi della “lotta di classe” ed altre idiozie di questo tipo che ora non voglio ripetere. Chi fosse interessato può leggere i post dei mesi precedenti.
Quello che mi preme puntualizzare adesso è una vicenda di stretta attualità, quella della nave “Sea Watch” e dell'”eroina” sua capitana, che ha infranto volutamente in modo gravissimo le leggi del nostro Paese per portare da noi dei migranti che non abbiamo assolutamente il dovere di accogliere. L’ONG che ha salvato i migranti è tedesca, la nave è olandese, la capitana è tedesca, sono partiti dalla Libia… e cosa c’entra l’Italia in tutto ciò? La logica sarebbe stata quella di portare le persone a Tunisi, porto sicuro e più vicino, oppure in Germania o in Olanda, non in Italia. Dal comportamento della capitana, che ha forzato il blocco mostrando il più rivoltante disprezzo per l’Italia e le sue leggi, si ricava che dietro tutto ciò c’è un business, uno squallido commercio fondato sulla pelle dei migranti, e che in questo commercio sono implicate sia le ONG che alcuni trafficanti del nostro Paese; altrimenti non si spiegherebbe perché tutti o quasi coloro che fuggono dall’Africa vengono portati in Italia, quando ci sono in Europa altri 27 paesi che hanno lo stesso nostro dovere di accoglierli, ammesso che questo dovere esista. Quindi l’umanità e la volontà di salvare vite umane è solo un pretesto, una copertura facilmente individuabile che nasconde qualcosa di peggio ed in particolare, da parte della signorina capitana della nave, la scarsa considerazione per l’Italia che da sempre hanno avuto i tedeschi, che l’hanno considerata una terra di conquista popolata da una razza inferiore alla loro. Su questo piano la signorina ha in comune qualcosa con Hitler, benché le manchino i baffetti.
Eppure, nonostante i fatti gravissimi a cui abbiamo assistito, la sinistra italiana non ha perso occasione per attaccare il governo ed in particolare Salvini, arrivando addirittura a giustificare e sostenere l’illegalità ed il comportamento criminale della capitana. Ma lasciando stare il tema generale, quello che mi interessa in questa sede è che molte persone di quell’area politica, compresi docenti universitari di chiara fama (che ovviamente, per potersi dare arie da intellettuali, sono tutti di sinistra), hanno tirato in ballo testi classici per avvalorare il loro buonismo, ed in particolare l’Antigone di Sofocle, rappresentata ad Atene verso il 440 a.C. Penso che la vicenda sia nota, quindi non sto a ripeterla nei particolari: riassumo solo il dato centrale, il fatto cioè che Antigone, figlia di Edipo re di Tebe, disobbedisce al divieto proclamato dal nuovo re Creonte di seppellire Polinice, fratello di Antigone caduto in guerra; e aggiungo che il divieto era grave perché per la coscienza dei Greci lasciare insepolto un cadavere era uno spregio irreparabile a lui ed alla sua famiglia. I nostri bravi intellettuali hanno preso spunto dalla vicenda di Antigone per dichiarare che alle leggi ingiuste non bisogna obbedire e quindi – rivolta la vicenda al caso presente – avrebbe fatto bene la capitana a sbeffeggiare in tal modo il governo italiano e tutto il Paese. Io ribadisco che un uso tale dei classici è demenziale, e denota anche una scarsa conoscenza della tragedia greca: se è vero infatti che noi moderni, in base al nostro substrato etico-sociale, siamo portati a dare ragione ad Antigone che vuol seppellire il fratello e dice di essere nata per amare e non per odiare, è altrettanto vero che i Greci antichi, ai quali era destinata l’opera di Sofocle, non la pensavano esattamente così. Io, quando in tante classi ho parlato a lungo di questa tragedia ed ho sollecitato in proposito il dibattito con gli studenti, ho fatto loro presente che per gli antichi Greci le leggi dello Stato rappresentate da Creonte non erano affatto meno importanti di quelle familiari o umanitarie sostenute da Antigone; e non credo proprio che Pericle, che con ogni probabilità assistette alla rappresentazione, avrebbe tollerato che una nave spartana o comunque straniera entrasse senza permesso al Pireo e cercasse di uccidere militari ateniesi come ha fatto la signorina comandante. Se costoro mettono avanti l’Antigone, che è un’opera scritta per “quel” tempo e per “quel” pubblico, e non può essere attualizzata in questo senso perverso adattandola al buonismo attuale, io potrei contrapporre loro il Critone di Platone, dove Socrate dice che le Leggi dello Stato vanno comunque obbedite, anche a costo della vita; se non vanno bene si possono cambiare, ma finché ci sono vanno rispettate. Questo è uno dei capisaldi della democrazia come sistema politico, che evidentemente Zingaretti, Del Rio, Fratoianni, la Boldrini e la loro ghenga non hanno ancora compreso.
C’è poi da aggiungere un’altra cosa, che vale anche per chi ha tirato fuori in questa vicenda, come al solito, le leggi razziali del 1938, i campi di concentramento, la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti ecc. Costoro dicono che tutto ciò a quei tempi era legale, ma che è stato giusto e sacrosanto opporvisi e rovesciare quei regimi, ai quali io aggiungo volentieri anche quello di Stalin e le atrocità degli altri regimi comunisti, di cui la nostra sinistra si dimentica spesso. Certo che fu giusto disobbedire a quelle leggi e rovesciare quei regimi; ma si trattava di provvedimenti razzisti e ispirati ad una violenza omicida, emanati da regimi totalitari; ma oggi viviamo in democrazia, le leggi attuali sono state approvate da un Parlamento regolarmente eletto e non da un dittatore pazzo criminale come Hitler, così come quelle contro la sepoltura di Polinice rifiutate da Antigone erano state emanate da un tiranno sanguinario. Quindi non ha senso paragonare la disobbedienza civile di Antigone o di chi combatté il nazismo con l’azione sprezzante e sbruffona di una capitana che non ha mostrato altro che la propria inciviltà e la propria sottomissione a interessi economici che speculano sui migranti mascherandosi da salvatori di vite. Una persona spregevole che ha compiuto un atto spregevole che offende tutti gli italiani, perché dimostra come gli stranieri si facciano imnpunemente beffe di noi e abbiano di noi una considerazione pari a zero. Se un fatto del genere fosse accaduto in un porto tedesco, il capitano che avesse osato trasgredire le loro leggi sarebbe stato in galera (non ai domiciliari!) per un bel pezzo. Cerchiamo quindi di essere grati a chi, pur con tutti i suoi errori, sta cercando di restituire all’Italia il ruolo che le spetta all’interno della comunità internazionale.

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Europa e indipendenza nazionale

Da un po’ di tempo si sono diffusi nel linguaggio politico nuovi termini che prima non conoscevamo. Ad esempio, “populista”, che un tempo aveva valore positivo come simbolo di colui o coloro che tenevano al benessere del popolo, oggi si è trasformato in un sinonimo di “demagogico”, indica cioè colui o coloro che si acquistano il favore popolare con promesse elettorali allettanti, come il famoso “reddito di cittadinanza” adatto al Paese dei Balocchi di collodiana memoria. Ma oltre a questo ne circolano altri non meno soggetti ad essere impiegati con accezione negativa come “sovranista”, che nelle intenzioni di chi l’ha coniato dovrebbe designare colui che sostiene in modo pervicace e un po’ ottuso l’indipendenza decisionale del suo Paese all’interno di un organismo sovranazionale. La parola deve essere di recentissima introduzione, perché nel vocabolario della lingua italiana dello Zingarelli del 2009 ancora non è compresa. Non ho le edizioni successive e quindi non so se negli ultimi anni sia stata riconosciuta come facente parte effettiva della lingua italiana; vedo però che alla TV e nei social il suo impiego è in costante aumento.
A prima vista il termine “sovranista”, a chi come me crede nell’indipendenza nazionale e nell’identità culturale del nostro Paese, non sembra affatto offensivo né sconveniente: è bene, a mio parere, che ogni stato si differenzi dagli altri e prenda liberamente le proprie decisioni politiche, economiche ecc. Non è forse vero che l’Italia ha lottato per secoli contro le dominazioni straniere per raggiungere l’indipendenza e la libertà dei propri cittadini? Non è forse vero che l’Italia ha oltre la metà del patrimonio culturale mondiale e che quindi non può essere, sotto questo piano, inferiore a nessun altro? Perché allora dovremmo vergognarci del nostro sovranismo, cioè che ci sia qualcuno – anche a livello politico – che vorrebbe affermare l’importanza del nostro Paese a livello internazionale e poter prendere liberamente le decisioni che riguardano i nostri cittadini? Dobbiamo e dovremo sempre obbedire ai diktat di stranieri che ovviamente fanno il loro interesse e non il nostro?
La situazione in cui versa l’Italia oggi a livello internazionale non è degna di un Paese civile e culturalmente avanzato come il nostro dovrebbe essere. Dopo l’entrata nella Comunità Europea e soprattutto nella moneta unica il nostro governo può decidere autonomamente poco o nulla. Siamo soggetti ai ricatti della finanza internazionale (soprattutto tedesca e francese) che mortificano qualunque nostra iniziativa con le loro norme restrittive o con altri sistemi coercitivi: basta che un governo italiano non sia gradito alla cricca dei finanzieri di Bruxelles e subito aumenta il cosiddetto “spread”, che fino a pochi anni fa nessuno neanche conosceva, costringendoci con la minaccia dell’aumento degli interessi pagati sul debito a ritornare a più miti consigli. Le norme europee strozzano la produzione italiana imponendoci addirittura quote precise sul latte, sulla frutta, su tutto ciò che riusciamo ad ottenere con il nostro lavoro. Questa non è indipendenza, è soggezione vera e propria, è il ritorno della dominazione straniera sull’Italia; non utilizza più l’occupazione militare e la repressione come accadeva nei secoli passati, ma l’effetto ottenuto è qualcosa di simile, perché non siamo più liberi di autodeterminarci e di controllare la nostra economia, cosa non più possibile anche perché non abbiamo più una moneta nazionale. Se i protagonisti del Risorgimento come Cavour, Garibaldi o Mazzini vivessero oggi si indignerebbero forse più che ai loro tempi per lo stato di soggezione in cui versa il nostro Paese, ma forse comprenderebbero che non vale la pena sacrificarsi per vedere poi che il loro impegno ed il loro sacrificio vanno a finire nel nulla.
Il nostro Paese ha perso dignità e credito internazionale non solo per i ricatti dei potentati economici stranieri, ma anche perché siamo diventati la pattumiera d’Europa: gli immigrati sbarcano qui ed i cosiddetti “partners” europei non solo non aiutano l’Italia, ma sono pronti a criticarci ed offenderci quando finalmente il ministro Salvini cerca di far comprendere a tutti che il problema dell’immigrazione non può essere solo italiano. Io mi chiedo con che coraggio i francesi hanno la faccia di criticare l’Italia sul problema dell’immigrazione quando loro hanno respinto ai confini di Ventimiglia con mezzi violenti migliaia di persone che tentavano di passare la frontiera, comprese donne e bambini. Con quale coraggio vengono a criticare noi quando sono loro che, con la dissennata politica di quell’incapace di Sarkozy, hanno provocato l’attuale situazione esplosiva della Libia ed il conseguente aumento esponenziale di coloro che cercano rifugio in Europa? E adesso i disumani saremmo noi che in questi anni, grazie a ministri incompetenti ed ad un falso buonismo, abbiamo accolto oltre 700.000 immigrati? Pensino loro a fare il proprio dovere di accoglienza, perché il loro agire (dei francesi ma anche di tanti altri paesi europei) è stato sordo e ipocrita da questo punto di vista: a parole hanno riconosciuto che il problema deve ricadere su tutti, ma di fatto hanno continuato a chiudere le frontiere ed a lasciare l’Italia da sola a dover accogliere e sistemare migliaia di profughi e di clandestini.
E noi cosa abbiamo fatto? Per molti anni abbiamo continuato a protestare debolmente e a subire l’ipocrisia altrui senza saper reagire come la nostra dignità nazionale, se si credesse ancora in questo principio, avrebbe dovuto suggerirci di fare. Siamo stati come l’asino che china il capo nei confronti di chi gli pone sulla schiena un carico troppo pesante, senza dimostrare quell’orgoglio nazionale che invece gli altri paesi europei hanno mantenuto, e con ragione. Ci siamo fatti imporre diktat e umiliazioni da tutti, siamo stati trattati come lo scemo del paese. Era quindi l’ora che qualcuno rialzasse finalmente la testa e facesse capire ai signori di Parigi e di Berlino che l’Italia non è più disposta a fare la serva degli altri ed essere la pattumiera d’Europa. Quando l’esecrato ministro Salvini dice “prima gli Italiani” dice una cosa giusta e sacrosanta, perché così fanno tutti gli altri paesi e quindi anche noi, come gli altri, ne abbiamo diritto. Forse la Francia, la Germania o l’Inghilterra mettono gli immigrati al di sopra dei loro cittadini? A me non sembra proprio, a giudicare dal fatto che da anni hanno lasciato sola l’Italia ad affrontare questo enorme problema. E poiché anche noi abbiamo (o almeno dovremmo avere) un orgoglio nazionale, è giusto che ci riprendiamo la nostra autonomia decisionale e che indirizziamo i barconi e le navi anche verso quei paesi che finora hanno fatto la politica dello struzzo. E’ del resto chiaro ed evidente che, con la situazione economica che abbiamo, non possiamo essere in grado, da soli, di accogliere milioni di persone, che quindi debbono essere dirottate altrove. L’immigrazione, con buona pace dei buonisti di sinistra e clericali, crea grossi problemi che non possiamo ignorare, come l’aumento della criminalità e del degrado che affligge le nostre città, e mi sembra chiaro che i cittadini italiani abbiano diritto a vivere in luoghi puliti e sicuri. Sul piano dell’accoglienza noi abbiamo fatto già tanto, troppo oserei dire se consideriamo che tanti immigrati di colore continuano ad essere ospitati e mantenuti negli alberghi mentre tanti italiani vivono con 500 euro di pensione al mese. Questa è una situazione paradossale che non può trovare giustificazione, ed è pura follia (se non idiozia) paragonare l’immigrazione attuale a quella italiana dello scorso secolo, perché ai nostri emigrati nessuno dava da mangiare e dormire negli alberghi, ma erano costretti a lavorare duramente, sfruttati e malpagati, per poter sopravvivere. Chi afferma una cosa del genere è ignorante oppure, ancor peggio, è in malafede.
Io penso che l’Europa, se intesa come comunità di Stati indipendenti e sovrani, liberi ciascuno di prendere le proprie decisioni senza dover subire diktat e ricatti dagli altri, sarebbe una realtà utile ed anche necessaria; ma tale non è nelle condizioni attuali, quando i paesi economicamente più forti sottomettono gli altri ai loro voleri. Troppo sono state sacrificate l’indipendenza e l’autonomia nazionali, tanto da impedire ai singoli stati – a meno che non agiscano con la forza come ha fatto l’Ungheria – di salvaguardare e difendere i propri confini. E’ stato un errore grave, a mio parere, abolire le frontiere e le dogane, tanto che oggi i singoli cittadini possono passare indisturbati e senza nessun controllo da un paese all’altro. Questo favorisce indubbiamente la criminalità, perché permette il trasporto di armi, droga e quant’altro, ed impedisce ai singoli stati di controllare chi entra e chi esce. In nome della comunità, che di per sé non è cosa sbagliata, si è esagerato nell’uniformare tutto e nel creare questo enorme pasticcio che è la comunità europea di oggi, dove i più forti schiacciano i più deboli perché questi ultimi non hanno più né confini ben precisi, né un’economia autonoma e funzionale al proprio benessere, né una moneta da poter adattare alle esigenze nazionali. Siamo in balìa di chi ci getta addosso tutti i doveri, primo tra tutti quello dell’accoglienza degli immigrati, e ci nega i nostri diritti. E’ quindi l’ora di farsi sentire a Bruxelles e di battere i pugni sul tavolo, facendo comprendere a tutti che siamo stanchi di fare i pulcinella e di essere trattati da figli di un dio minore.

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Una generazione tra due fuochi

Molte sono le osservazioni e le affermazioni che si fanno sui giovani di oggi, un argomento molto caro a politici ed opinionisti. C’è chi li denigra considerandoli qualunquisti e dediti soltanto al “carpe diem” ed al divertimento di bassa lega; chi sottolinea il fatto che non hanno ideali e pensano solo ai beni materiali; chi li definisce “bamboccioni” perché spesso vivono in famiglia fino a trent’anni e più, o li critica perché non sanno adattarsi ad accettare impieghi sottopagati o comunque non corrispondenti ai loro studi ed alle loro aspirazioni. Quel che spesso si dimentica chi emette questi giudizi è che le generazioni sono figlie del proprio tempo e della propria società, e che quindi, se i nostri ragazzi trovano difficoltà a realizzare i loro progetti, la colpa non è loro se non in piccola parte, perché sono le condizioni di vita attuali che li inducono a comportarsi nella maniera che vediamo.
Anzitutto va detto che anche noi, tre o quattro decenni fa, avevamo la legittima aspirazione di realizzarci nella vita lavorativa e sociale, ed anche allora chi era laureato non accettava di fare il facchino o la lavandaia; solo che quegli anni, se confrontati a quelli attuali, erano tempi d’oro, nel senso che l’orizzonte che si apriva di fronte a noi, pur dovendosi comunque “fare la gavetta”, era molto più ampio di quanto avviene oggi. Tanto per fare l’esempio personale, io mi laureai in Lettere Classiche nel 1978 e nel gennaio 1980, dopo aver svolto il servizio militare (che allora era obbligatorio) iniziai subito con le supplenze, e l’anno seguente ebbi subito un incarico annuale, che tenni sino alla vincita del concorso ed al passaggio in ruolo. Allora la scuola era in espansione e gli insegnanti mancavano, non come adesso, quando le graduatorie provinciali e di istituto sono lunghissime (specie nelle discipline letterarie) ed i posti disponibili sono sempre di meno. Lo stesso avveniva negli altri settori: i laureati in legge, medicina, ingegneria, biologia, farmacia e quant’altro dir si voglia potevano avere qualche difficoltà iniziale, ma poi si sistemavano in tempi più che ragionevoli. Oggi, per tutta una serie di motivi, tutto ciò non avviene più: la forte crisi economica ha aumentato di molto la disoccupazione, molte persone hanno addirittura perduto un lavoro che credevano stabile, ed in più ci si sono messe anche le nuove leggi sui pensionamenti che obbligano le persone a restare sul posto di lavoro fino a 65 anni e più. In queste condizioni, quando mai potrà avvenire un ricambio generazionale? E quando finalmente si creeranno posti di lavoro stabili per i nostri giovani?
Quella dei ragazzi che oggi escono dalle scuole e dalle università è una generazione anomala rispetto alle precedenti, che ha avuto un destino particolare e che resta sospesa, per così dire, tra due condizioni di vita diverse e opposte. I nostri giovani sono stati fortunati nella loro infanzia, perché dai loro genitori hanno avuto tutto (almeno in senso materiale), ed hanno dovuto faticare molto meno di noi per ottenere ciò che volevano: ai tempi miei nessuno o quasi aveva l’auto personale, ma dovevamo ricorrere, quando e come era possibile, alla gentile concessione dei genitori, i quali ci affidavano la macchina magari soltanto la domenica, e per pochi chilometri, visto che i soldi per la benzina o per divertirci erano quasi sempre contati. Oggi i ragazzi hanno tutto e subito: cellulari ultima moda, abiti firmati, moto ed auto nuove e personali tutte per loro, denaro in quantità da spendere come vogliono. Ovviamente non bisogna generalizzare, perché non tutte le famiglie hanno una disponibilità economica tale da soddisfare tutti i capricci dei loro figli; ma nella maggior parte dei casi è così. Questa vita da paese dei balocchi, però, finisce bruscamente quando i giovani, una volta diplomati o laureati, debbono inserirsi nel mondo del lavoro e procedere con le proprie gambe, cioè mantenersi da soli, un’esigenza che molti di loro sentono non meno di quanto la sentivamo noi. Allora tutto si complica e diventa angoscioso e difficilmente sopportabile; è infatti cosa molto dolorosa, come ben sappiamo, dover ridurre il proprio tenore di vita e tornare indietro, dover cioè misurare il denaro ed i beni materiali che prima, sotto l’ala protettiva dei genitori, erano abbondanti ed ottenuti senza fatica. Questa generazione, quindi, non è stata molto fortunata, se ben ci riflettiamo, perché ha avuto molto di più di quella precedente negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, ma è destinata ad avere meno di essa nella giovinezza e nella maturità. Non parliamo poi della vecchiaia, perché se già noi abbiamo ed avremo difficoltà per ottenere una pensione dignitosa, ai giovani di oggi c’è il rischio che la pensione non tocchi affatto, o che comunque debbano lavorare fino a 75 anni o più per averla. Una situazione non certo invidiabile, che dà a sufficienza ragione del fatto che molti ragazzi vivano ancora con i genitori fino ad età avanzate, e che altri rifiutino impieghi precari  e sottopagati. Francamente non è piacevole, dopo aver studiato – magari con buon profitto – per tanti anni, ritrovarsi a lavorare in un call-center a 500 euro al mese, e senza alcuna certezza sul futuro!
In seguito a questa situazione, di fronte ad uno Stato che non è capace di dare lavoro ai suoi cittadini, si verifica quindi un fenomeno molto spiacevole, almeno a mio giudizio: il fatto cioè che molti giovani, non riuscendo a trovare in Italia una sistemazione adeguata ai loro studi ed alle loro inclinazioni, si recano all’estero, determinando il fenomeno di un’emigrazione intellettuale che non ci fa onore come italiani ed avvantaggia i paesi esteri, che nulla hanno fatto per la formazione di queste persone ma che si avvantaggiano della loro forza-lavoro sfruttando la fatica altrui. Pensiamo ai tanti giovani ricercatori italiani che sono negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Germania, persino in Giappone. Questi paesi non hanno speso un centesimo per la loro istruzione e formazione, alla quale hanno provveduto i genitori e le strutture pubbliche dello Stato italiano; i profitti del loro lavoro e della loro attività scientifica, vanno però a ai paesi ospitanti, i quali si avvalgono della loro opera in cambio di uno stipendio certo più alto di quello che otterrebbero in Italia, ma che comunque ripaga solo in parte il contributo ch’essi offrono a chi non ha mai fatto nulla per loro. Moltissimi giovani poi, che non fanno i ricercatori ma debbono accontentarsi di occupazioni comuni (e talvolta persino degradanti), preferiscono comunque andare all’estero perché il lavoro si trova più facilmente ed è pagato più che in Italia, ma sono destinati a restare comunque insoddisfatti ed a contribuire ad un’economia che non è la loro, oltre che a vivere lontano dalle loro famiglie e dalla loro terra. E’ una condizione simile, per tanti versi, a quella che sopportavano i nostri emigranti della fine dell’800 o del primo ‘900; soltanto che allora si andava all’estero per non morire di fame, adesso ci si va per potersi permettere il cellulare ultima moda o l’abito firmato, al momento in cui i giovani si rendono conto di non poter per sempre chiedere queste cose ai genitori. Così le famiglie si dividono, i figli partono e si disperdono nel mondo, contribuendo a quella globalizzazione ed a quella dispersione culturale ed umana che oggi è da molti considerata un valore positivo, ma che per me invece è l’esatto contrario, convinto come sono che ciascun cittadino dovrebbe restare nel proprio Paese e contribuire alla crescita ed al benessere della sua patria, non andare ad arricchire gli stranieri, spesso presuntuosi ed arroganti nei confronti di chi viene da fuori e soprattutto dall’Italia. Ma la responsabilità di questo stato di cose non è dei giovani, se non nel senso ch’essi sono in certo modo viziati ed abituati ad avere tutto, tanto da non voler rinunciare a nulla. Pur tuttavia, se in certi casi questo può essere vero, lo è anche un altro principio, quello cioè secondo cui un Paese che non sa dare lavoro ai propri cittadini, e li costringe ad andare all’estero, è un Paese fallito, in cui è necessario un profondo mutamento delle coscienze e delle scelte politiche ed economiche.

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Ce lo chiede l’Europa? No, grazie!

Le recenti vicende della Grecia toccano e preoccupano tutti noi, anche in vista di una possibile bancarotta di quel Paese che potrebbe comportare un grave peggioramento delle condizioni di vita e un danno per tutti, soprattutto per i Paesi creditori che potrebbero non vedersi restituire quanto dovuto. Certamente la politica dei vari governi greci, tra cui quello attuale di Tsipras, ha gravi colpe, dalla falsificazione del bilancio pubblico attuata per poter entrare nell’area euro alla mancata realizzazione di importanti riforme come quella della pensioni, che invece in Italia è stata fatta. Però, nonostante tutto ciò, quello che personalmente mi colpisce è la perdita di autodeterminazione e di indipendenza dei popoli e degli Stati che compongono la cosiddetta “unione europea”, i quali non sono più liberi di sganciarsi da una moneta unica che si è rivelata un fallimento o di liberarsi dai lacci economici e politici imposti dall’Unione per ritrovare la propria identità nazionale.
Si dirà che la Grecia ha un pesante debito pubblico e che non può andarsene senza ottemperare ai propri doveri verso gli altri partners europei; ma in realtà la dittatura delle banche e della finanza internazionale non tiene avvinto alla sua catena soltanto il Paese ellenico, ma anche l’Italia, che pure è in una situazione economica un po’ migliore. Anche noi in un certo senso abbiamo perduto la nostra identità e la nostra autodeterminazione, e per diversi rispetti. Anzitutto non abbiamo più una moneta nostra, e non possiamo quindi intervenire sul suo valore e sul cambio con le altre monete, il che ci lascia in balìa dei capricci dei finanzieri europei, i quali modulano il valore dell’euro nei confronti del dollaro in funzione degli interessi dei Paesi economicamente più forti (la Germania in primis) e non certo in favore delle nostre industrie e della nostra agricoltura. In secondo luogo, siamo soggetti ai diktat europei per quanto riguarda la produzione agricola e industriale, che non possiamo più controllare, tanto da ricevere persino ordini grotteschi e malsani come quello di dover produrre il formaggio con il latte in polvere o di dover limitare la produzione di vino per non intralciare gli interessi dei francesi; e l’elenco potrebbe continuare a lungo. La mentalità comunitaria, inoltre, dovrebbe essere intesa nel senso che i problemi di uno Stato dovrebbero essere fatti propri da tutta l’unione europea. E invece cosa succede? Che sono state abolite le frontiere (altro grave errore, secondo me), ma esse vengono prontamente ricostituite da Francia, Austria, Germania ecc. quando si tratta di accogliere le migliaia di immigrati che arrivano sulle nostre coste. L’Europa è senza frontiere quando conviene a lor signori tedeschi e francesi, ma quando c’è da accollarsi dei problemi allora la patata bollente viene lasciata alla sola Italia, il Paese più debole e meno velleitario di tutti, abituato fin dai tempi delle lotte tra Francia e Spagna a prendere le botte dagli stranieri senza reagire. E guai a parlare di orgoglio nazionale! Se va bene ti ridono dietro, altrimenti ti accusano anche di essere un nostalgico del famoso ventennio!
Io credo che sarebbe l’ora per il nostro Paese di far sentire fortemente la propria voce e di riprendersi la propria identità nazionale, finendola una buona volta di sottostare passivamente ai diktat della finanza franco-tedesca che fa i suoi interessi, non i nostri. E’ inconcepibile che un Paese come il nostro, con il più grande patrimonio artistico e culturale del mondo intero, la cui unità è stata raggiunta con tante lotte e tante vittime, debba ora inchinarsi servilmente agli stranieri e rinunciare alla propria autonomia decisionale. L’Europa unita sarebbe un’ottima cosa se fosse l’Europa dei popoli liberi e dell’autodeterminazione di ciascuno di essi, non quella dei banchieri e degli speculatori francesi e tedeschi, che giocano con l’economia degli stati più deboli imponendo a tutti le loro volontà. E se per essere liberi fosse necessario uscire dall’euro, perché non farlo? Per qual motivo la moneta unica deve essere una gabbia chiusa a doppia mandata nella quale, una volta entrati, non si possa più uscire? Anche questo fa parte della libertà dei singoli stati, poter contare su una moneta nazionale che costituisce parte della propria identità; e da questo punto di vista io ritengo che entrare nell’euro sia stato un errore e che abbiano fatto benissimo altri paesi, come l’Inghilterra e la Svizzera ad esempio, che ne sono rimasti fuori ed hanno conservato la propria moneta. Non mi sembra che le loro economie o il loro tenore di vita siano tanto inferiori ai nostri; e ciò dimostra che questa nostra entrata nell’euro, che ci ha impoveriti tutti almeno nei primi anni, non era poi una necessità assoluta come Prodi e compagnia bella ci hanno voluto far credere.

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Viaggio in Germania

Era da molto tempo che meditavo l’idea di recarmi in Germania, paese che non avevo mai visto; così, approfittando delle vacanze pasquali, ho deciso di effettuare un viaggio in Baviera, precisamente a Monaco, sulle Alpi bavaresi e sul lago di Costanza; ed in quest’ultima località l’interesse era costituito, oltre che dal magnifico specchio d’acqua diviso tra tre nazioni, anche dalla bellissima isola di Mainau, detta “Blumeninsel” perché ricca di splendide aiuole e prati fioriti.
Il viaggio in auto è stato tranquillo e tutti gli obiettivi sono stati raggiunti; così io e mia moglie abbiamo potuto constatare la veridicità di quanto ci aspettavamo sulla bellezza dei luoghi e su ciò che proverbialmente si dice della Germania e dei tedeschi. In effetti, sia durante la permanenza a Monaco che durante gli spostamenti, ci siamo resi conto di come ciò che comunemente si pensa su quel Paese sia sostanzialmente vero: le città sono pulite, le persone disciplinate e attente al rispetto delle regole molto di più di quanto faremmo (e in effetti facciamo) noi italiani. Le file in ingresso ai musei ed alle pinacoteche sono rapide e regolari (nel senso che nessuno fa il furbo tentando di passare avanti), le persone a passeggio per le vie sono silenziose e corrette, gli automobilisti sono talmente gentili che, alla vista di un passaggio pedonale, si fermano anche se hanno soltanto il sospetto che tu voglia attraversare la strada, cosa che magari non hai in quel momento intenzione di fare. I limiti di velocità, inoltre, vengono rispettati alla lettera, anche quando manifestamente malposti: anche in Germania, per intenderci, ci sono strade ampie e diritte con assurdi limiti di 50 ed anche 30 Km orari, che i tedeschi osservano scrupolosamente, mentre da noi le cose vanno in maniera molto diversa. Su questo piano dobbiamo riconoscere che siamo dalla parte del torto, c’è poco da dire.
Nonostante ciò, debbo dire che i miei sentimenti verso i tedeschi non sono cambiati dopo questo viaggio; continuo infatti a non nutrire simpatia per quel senso di superiorità ch’essi mostrano nei confronti degli stranieri e soprattutto di noi italiani, verso cui hanno certamente poca considerazione. Per prima cosa ho dovuto constatare con dispetto che nell’albergo dove abbiamo alloggiato nessuno del personale sapeva una parola di italiano, tanto che ho dovuto arrangiarmi con quel poco di inglese che so, e che anch’essi non parlavano affatto bene; e a tal riguardo dico senza remore che trovo inconcepibile che in un hotel internazionale, che raccoglie ospiti da tutti i paesi dell’Unione Europea, non si parlino tutte le principali lingue di questo continente. In giro per Monaco e nei luoghi visitati (musei, chiese ecc.) tutto era scritto in tedesco e solo qualcosa in inglese; mancavano tutte le altre lingue, a dimostrazione del fatto che i tedeschi considerano la loro come unica lingua di comunicazione, nonostante che sostengano a parole l’unità europea e l’abolizione delle frontiere. Parlando poi con un cameriere che sapeva l’italiano, ci è stato detto che la Germania è giustamente il primo paese d’Europa perché è migliore degli altri: di fronte alla crisi economica internazionale, infatti, i tedeschi avrebbero preso oculate misure preventive che hanno impedito il verificarsi di ciò che è successo in altri paesi come il nostro. La realtà è che l’euro è stato voluto dai tedeschi a tutto vantaggio loro e della loro economia, mentre tutti gli altri sono stati impoveriti da questa moneta, che per noi si è rivelata un autentico capestro. Ma questo non lo dicono e non lo ammetteranno mai: loro sono superiori a tutti, sono “über alles” per dirla nella loro lingua.
In questi ultimi giorni c’è stata una forte polemica contro Berlusconi per quella sua affermazione secondo cui per i tedeschi i campi di concentramento nazisti non sarebbero esistiti. Non si può negare che la frase sia infelice ed in senso letterale falsa, perché anche in Germania i libri di storia parlano della seconda guerra mondiale, del regime hitleriano, dell’olocausto ecc.; contiene però un fondo di verità, nel senso che fino agli anni ’70 tutto questo in Germania era tabù, era escluso dai libri di storia e i tedeschi evitavano l’argomento, cercavano di rimuovere questa macchia orribile che gravava su di loro. E anche oggi, quando ormai i fatti sono noti, non mi risulta che in Germania ci si occupi molto del problema, né che ci sia per esso un autentico pentimento: durante la mia permanenza a Monaco, in effetti, non ho visto rammentare l’olocausto da nessuna parte, neanche nel maestoso “Deutsche Museum” che raccoglie infinite testimonianze di scienza, tecnica, lavorazione di materiali, aerei, navi, macchine di tutti i generi del passato e del presente. Perché i signori del “Museum” non si sono sentiti in dovere di mostrare ai visitatori come funzionavano i camion dentro ai quali venivano asfissiati gli ebrei o di far vedere come si produceva il micidiale “Zyklon B”, il gas con cui sono stati sterminati milioni di persone? L’occasione ci sarebbe stata, ma tutto è caduto nel dimenticatoio, e questo mi sembra un atto di disgustosa ipocrisia, il voler allontanare da sé, dal proprio popolo, un orrore del genere rimuovendolo, fingendo che non sia mai esistito. E’ vero che i tedeschi di oggi non hanno alcuna colpa, ma potrebbero e dovrebbero ancora sentirsi responsabili, come popolo, di quanto è accaduto, parlarne e non tacere, e soprattutto educare i giovani, per mezzo della storia, alla tolleranza ed alla fratellanza con gli altri popoli, anziché ostentare questo senso di superiorità che non mi sembra affatto giustificato. Ritengo quindi che l’affermazione di Berlusconi, certamente fuori luogo, abbia però una sua motivazione in quello che io stesso ho potuto vedere, e che le solite polemiche insultanti contro di lui dimostrino ancora una volta che non esiste ancora in Italia un dibattito politico sereno e fondato sul rispetto verso chi manifesta idee ed opinioni diverse dalle proprie.

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La Germania non ha pagato abbastanza

Ricorre oggi 27 gennaio il giorno della memoria, il ricordo cioè dello sterminio degli ebrei nei campi di concentramento nazisti, oggi diventati luoghi di turismo. Due anni fa visitai il più tristemente famoso di questi campi, quello di Auschwitz-Birkenau, e debbo dire che l’impressione che si ricava da una simile esperienza è grande e sconvolgente. Una tristezza infinita prende il visitatore mentre si trova sul posto e all’uscita, uno sgomento che si materializza in una domanda che sovrasta tutte le altre: come è stato possibile tutto ciò? Come può essere accaduto che un popolo civile e progredito come quello tedesco, che aveva dato al mondo tante menti illuminate in ogni campo della cultura e dell’arte, si sia reso colpevole di un orrore di questo tipo? Uccidere migliaia di donne e bambini indifesi, con la più totale indifferenza, andava di pari passo con un genere di vita che, per altri aspetti, si può definire normale: il comandante di Auschwitz ad esempio, Rudolf Hoss (di cui ho letto di recente le memorie), ordinava ogni giorno l’esecuzione nelle camere a gas di migliaia di persone, non solo ebrei ma anche zingari, omosessuali, prigionieri di guerra, malati fisici e mentali ecc.; eppure, proprio nelle vicinanze del campo, aveva la sua casa dove i suoi bambini giocavano tranquilli in giardino e la sera lui, quando rincasava, li accarezzava e giocava con loro come qualunque altro padre fa coi propri figli. Sappiamo che le SS avevano dei cani che trattavano con grande cura e che lo stesso Hitler era vegetariano, perché sosteneva che non si dovessero uccidere gli animali.
Le enormi contraddizioni che sorgono da queste notizie restano inspiegabili, benché sia risaputo che la logica feroce della guerra può far compiere, anche a persone normali e non violente nella vita privata, le più orribili atrocità. Ci si può forse accontentare della giustificazione che i criminali nazisti e lo stesso Hoss davano a chi chiedeva loro il perché di tanto orrore, il fatto cioè ch’essi erano soldati e obbedivano a ordini superiori, come ogni militare è tenuto a fare? Hoss in persona dice di non aver approvato lo sterminio degli ebrei, ma di non essersi potuto ribellare a quegli ordini, perché sarebbe stato giustiziato ed un altro avrebbe comunque preso il posto suo. Ma tutto ciò non è sufficiente a spiegare ciò di cui ancora oggi ad Auschwitz resta il ricordo: dalle tonnellate di capelli tagliati alle prigioniere mandate alle camere a gas, conservati in un’enorme teca, ai forni crematori, alle baracche di legno di Birkenau, dove entrava l’acqua, il freddo, l’umidità e che per le spaventose condizioni igieniche potevano da sole provocare enormi sofferenze e morte alle persone, in unione ovviamente con il vitto pessimo e scarsissimo. Qui l’umanità è morta per sempre, e nulla si può cancellare: dopo la Shoah anche l’arte è morta, perché l’uomo ha perduto i suoi più autentici valori e si è dedicato unicamente o quasi alla ricerca del benessere materiale.
Ma ciò che più mi indigna di questa immane tragedia è che la Germania non ha pagato abbastanza per il male che ha arrecato all’umanità intera. A parte i pochi gerarchi catturati e impiccati a Norimberga, la maggior parte di loro se la sono cavata o fuggendo all’estero (specie in America Latina) oppure riprendendo la vita di prima in tutta tranquillità, senza che nessuno li andasse a cercare. E non mi riferisco solo ai capi delle SS o della Gestapo, ma a tutti i piccoli ufficiali, sottufficiali o semplici kapò (sia uomini che donne) che nessuno ha punito per le loro atrocità, spintesi molto spesso ben al di là degli ordini ricevuti. Si è permesso alla Germania di non rendere conto al mondo, come popolo e come nazione, di ciò che ha provocato, degli orrori di cui non sono responsabili sono Hitler, Himmler o Heydrich, ma tantissimi comuni cittadini, e anche coloro che, pur sapendo cosa stava avvenendo, hanno taciuto. Si è consentito ai tedeschi di riprendersi dalle rovine della guerra, di riunificarsi nel 1989, di diventare la prima potenza economica d’Europa che, con la gabbia dell’euro, sta stritolando le economie degli altri Paesi, compreso il nostro. E la Merkel non può cavarsela con qualche discorsetto commemorativo, rimuovendo dalla coscienza del suo popolo un passato di questo genere.
La Germania fu trattata anche troppo duramente col trattato di Versailles dopo la prima guerra mondiale, mentre tutto sommato se l’è cavata bene dopo la seconda, almeno dal punto di vista delle responsabilità individuali. E’ prevalsa la teoria, avallata dai vincitori stessi incapaci di gestire la loro vittoria, secondo cui la colpa di quanto accaduto non era di un popolo intero ma solo dei suoi capi, già condannati o morti suicidi o anche, in tanti casi, fuggiti all’estero. Ma così facendo le ferite sono rimaste e sono insanabili anche dopo 70 anni, mentre il mondo continua a porsi gli stessi interrogativi e la Germania, senza più fare i conti col suo tremendo passato, mette nuovamente il cappio al collo dell’Europa con la dittatura dell’euro e dei potentati finanziari, anche senza bisogno di carri armati e di campi di sterminio.

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