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Sulla libertà di stampa e di espressione

E’ noto a tutti che la nostra Costituzione, tra i suoi principi fondamentali che regolano la vita democratica del Paese, garantisce la libertà di informazione a mezzo stampa ed in genere la libertà di opinione e di espressione (art.21). Non credo che vi sia alcun individuo, tranne chi preferisca apertamente la dittatura, che non condivida questi principi; in assoluto, infatti, essi sono indiscutibili, mentre è opinabile e criticabile, a mio giudizio, il modo in cui vengono messi in pratica nella realtà effettuale.
Parliamo anzitutto della libertà di stampa, che oggi coinvolge non soltanto le pubblicazioni cartacee ma anche i cosiddetti mass-media, comprendendo tra questi anche il web ed i cosiddetti “social” che non esistevano al momento in cui fu redatta la Costituzione, altrimenti gli estensori li avrebbero regolati meglio di quanto non si verifichi con l’anarchia attuale. In sé il principio costituzionale è sacrosanto, e ad esso si appellano i giornalisti ogni qual volta qualcuno critica le loro modalità di espressione, ribadendo il diritto dei cittadini ad essere informati. A questo punto sorge il dubbio: siamo certi che i cittadini siano informati in modo onesto e imparziale? Se veramente questa fosse la nobile finalità delle testate giornalistiche e televisive, allora gli organi a ciò preposti dovrebbero essere del tutto oggettivi e mirare soltanto all’accertamento della verità dei fatti. Ma purtroppo constatiamo ogni giorno che così non è, perché non sono soltanto i giornali di partito ad essere faziosi (e del resto sono gli unici ad averne diritto), ma anche gli altri, che non informano il pubblico secondo la verità ma secondo il loro punto di vista, le loro simpatie per questo o per quel soggetto politico. Allora mi chiedo: se un cittadino vuole conoscere oggettivamente e senza condizionamenti la realtà politica attuale, cosa deve fare? Probabilmente è costretto a leggere giornali stranieri per sapere come vanno le cose in Italia, perché dei nostri non c’è da fidarsi. Gli organi di informazione, a quanto io ogni giorno debbo constatare, stravolgono la verità a seconda delle proprie simpatie ideologiche, al punto che uno stesso avvenimento, letto in due quotidiani diversi, non pare neanche il medesimo. Tanto per fare un solo esempio, prendiamo il caso di “Repubblica”, uno dei quotidiani di maggior diffusione nel nostro Paese. Nessuno dovrebbe più leggere questo giornale, perché non ha mai rappresentato oggettivamente la verità, ma ha sempre agito nell’interesse del suo editore (Debenedetti) e dell’orientamento sinistroide dei suoi direttori, editorialisti e articolisti vari: per un ventennio ha continuamente infamato Berlusconi in qualunque iniziativa prendesse, rinfocolando il clima di odio creatosi in quegli anni e sostenendo pesantemente la feroce persecuzione giudiziaria che si era scatenata contro di lui; adesso, poi, ha iniziato a criticare pesantemente il governo ed in particolare il ministro Salvini, mostrando un carattere buonista ed evangelico (sull’accoglienza degli stranieri) che non ha certo manifestato verso gli avversari politici. Un altro esempio di vergognosa faziosità è “Il fatto quotidiano” ed il suo direttore Marco Travaglio, ormai asservito all’incompetenza del Movimento Cinque stelle e implacabile calunniatore di tutti gli altri.
A mio parere, pertanto, in Italia non esiste più la libertà di stampa, ma l’anarchia di stampa: ciascuno può dire quel che vuole sui giornali ed in TV, senza risparmiare all’avversario insulti ed accuse infamanti, adulterando e falsando la verità a suo vantaggio. Diciamo quindi che l’art.21 della Costituzione non è più rispettato ma piegato ai più disgustosi interessi di parte. E qui sorge un’altra questione: la libertà di ciascuno (di stampa, di espressione o di altro) deve essere infinita e incontrollata oppure devono esistere dei limiti? Io che sono uno studioso del mondo classico e spesso mi rifaccio a quel che i Greci ed i Romani sostenevano nella loro saggezza, ho sempre creduto che la libertà sia un bene prezioso ma non possa essere priva di regole com’è oggi, quando l’insulto e la diffamazione sui giornali e le tv sono diventate purtroppo evidenze quotidiane. La critica è una cosa, l’insulto è un’altra; la satira è una cosa, la diffamazione è un’altra. Quel che avviene oggi, invece, è che certe persone, con la scusa della libertà di stampa o della licenza da sempre concessa alla satira, ne approfittano per varcare ampiamente i limiti della cortesia e del buon gusto, offendendo palesemente e diffamando gli avversari senza che nessuno intervenga a porre limiti. Io ritengo invece che la stampa e la TV dovrebbero essere limitate da organi di controllo che, senza annullare o vanificare la libertà di critica, evitino però che si trascinino nel fango certe persone che poi, anche se riabilitate o assolte in sede giudiziaria, conservano purtroppo per tutta la loro vita quel marchio d’infamia. Ricordiamoci cosa è successo dopo il cosiddetto periodo di “Tangentopoli”: un’intera classe politica è stata spazzata via da un accanimento giudiziario senza precedenti, che ha finito per gettare il bambino con l’acqua sporca, porre cioè sulla gogna mediatica persone innocenti e che comunque, come politici, oggi si fanno rimpiangere perché erano molto più degni e competenti di quelli di adesso.
Un’altra cosa voglio dire riguardo alla libertà di esprimere il proprio pensiero durante i cortei e le manifestazioni. Anche qui si è travalicato di gran lunga il limite della decenza e della più elementare educazione. Tra i moltissimi esempi che potrei citare ne riferisco soltanto uno, quello che ha riguardato una recente manifestazione contro il “decreto Salvini”, quando il Ministro degli Interni è stato oggetto delle più triviali offese e delle più violente minacce, come quella di appenderlo a testa in giù a piazzale Loreto, rievocando un fatto storico che non fu certo una gloria ma un grande obbrobbrio per chi lo mise in atto, e che quindi sarebbe meglio non riesumare. C’è da chiedersi se questa può essere chiamata “libertà di espressione” o se non è piuttosto un volgare attacco personale dettato dall’odio politico innestato da quotidiani come “Repubblica” o TV come “Rai3”; e c’è da chiedersi anche come si possa tollerare l’insulto e la diffamazione nei confronti di un Ministro della Repubblica senza che quelle persone che si sono rese colpevoli di un vero e proprio reato vengano minimamente indagate e processate, come sarebbe giusto in uno Stato moderno e civile. Perché, mi chiedo io, se per la strada io insulto una persona qualsiasi posso essere da quella denunciato e debbo affrontare un processo ed invece è consentito insultare impunemente un Ministro? Non ha forse un Ministro almeno la dignità di qualsiasi altra persona? Possibile che nel nostro Paese non si riesca mai ad evitare gli eccessi ed esercitare i propri diritti nei limiti della cortesia e del buon senso? Lo squallore attuale, voluto ed aizzato soprattutto da certa stampa ideologizzata, ha fatto sì che, dai tempi del ’68 in poi, si sia sempre confusa la libertas con la licentia e che ciascuno si senta in diritto di compiere atti che in qualsiasi altro paese civile sarebbero vietati e puniti. Purtroppo questo è l’ambiente in cui siamo costretti a vivere, in un Paese cioè dove l’inciviltà, la maleducazione e la violenza verbale (e talvolta anche fisica) hanno preso il posto della cortesia e della civile convivenza. Complimenti vivissimi.

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In attesa degli scrutini

Tra pochi giorni si terranno in tutte le nostre scuole gli scrutini conclusivi dell’anno scolastico, che per me saranno gli ultimi della carriera ma non diversi da quelli precedenti, perché fino all’ultimo continuo a ritenere validi i principi in cui ho creduto fin da quando ho cominciato ad insegnare. Il primo di essi, perché fondamentale, è quello di applicare ovunque criteri di giustizia ed equità verso gli studenti, che debbono essere trattati tutti allo stesso modo, senza favoritismi né penalizzazioni, secondo la bella definizione di Cicerone, il quale afferma che la giustizia consiste essenzialmente nel “dare a ciascuno il suo”. Questo principio comporta l’attribuzione di voti positivi e lusinghieri per chi ha raggiunto totalmente o parzialmente gli obiettivi didattici stabiliti all’inizio dell’anno scolastico, ma per la stessa ragione esso determina anche l’attribuzione di votazioni basse – e quindi il debito formativo o la non promozione nei casi più gravi – per chi questi obiettivi non ha conseguito, quali che ne siano state le cause. Così dovrebbe funzionare la valutazione conclusiva per ciascun studente, ma purtroppo molto spesso non è così: per una serie di cause di varia origine molto spesso le scuole riducono al minimo, o addirittura eliminano totalmente dai quadri valutativi di fine anno i casi di insuccesso scolastico, garantendo promozioni immeritate a persone che non hanno né le conoscenze né le competenze adeguate per affrontare gli studi nella classe successiva o per sostenere l’esame di Stato.
Quali sono quindi le cause di questi comportamenti scorretti da parte dei consigli di classe, che spesso promuovono cani e porci mettendo sullo stesso piano – e attribuendo loro gli stessi voti – chi si è impegnato veramente ed ha ottenuto con le proprie forze la sufficienza e chi invece ha mostrato un’applicazione scarsa e discontinua oppure non possiede le attitudini e le capacità per seguire il percorso formativo scelto? In certi casi il buonismo verso gli studenti scaturisce da residui ideologici di un lontano passato, il “mitico” ’68, quando la promozione era d’obbligo perché bocciare era “fascista”; in altri casi tale comportamento deriva da un malinteso senso di benevolenza verso gli alunni i quali, poverini, soffrirebbero troppo se si vedessero bocciati o anche solo gravati di qualche debito, e così l’amore paterno (e più spesso materno!) dei docenti si traduce in promozioni del tutto immeritate. Poi ci sono ragioni di opportunità: se in una scuola ci sono troppe bocciature c’è il rischio, secondo l’opinione comune, che gli studenti non vi si iscrivano più, perché si sa che oggi tutti vogliono ottenere il massimo utile con il minimo sforzo, e ciò comporta la minaccia di una riduzione delle classi e dei posti di lavoro; gli insuccessi scolastici quindi danneggerebbero l’immagine esterna dell’istituto, che oggi, con la diffusione del concetto di scuola-azienda, è diventata molto più importante della qualità didattica e formativa, cui ben pochi ancora credono. Ci sono poi anche motivazioni più meschine e inconfessabili, da cui purtroppo alcuni colleghi sono condizionati: una di esse è il timore della reazione di studenti e genitori di fronte ad una bocciatura, per cui risulta molto più conveniente dare la sufficienza a tutti e restare quindi in pace con tutte le altre componenti scolastiche. In certi casi, addirittura, l’attribuzione di voti sufficienti agli studenti deriva dalla consapevolezza di certi insegnanti di aver lavorato poco e male durante l’anno scolastico, per cui è meglio non sollevare problemi e far tutti contenti, oppure anche dall’indolenza di certe persone che limitano così il proprio impegno lavorativo, perché assegnando buoni voti a tutti non sono costretti a tenere corsi integrativi e prove di recupero del debito.
Questa è la triste realtà, purtroppo, per cui gli scrutini si riducono spesso ad una farsa dove sembra di trovarsi al mercato delle vacche e dove si gioca continuamente al rialzo, nel senso che i docenti fanno a gara ad aumentare i propri voti per far raggiungere agli studenti medie e crediti di alto livello, nella falsa convinzione che la scuola migliore e più formativa sia quella che ha il maggior numero di successi scolastici. E invece spesso, a mio parere, è vero l’esatto contrario, perché la scuola migliore è quella che garantisce la miglior formazione e applica la giusta selezione tra gli studenti, perché se non c’è selezione non c’è neanche qualità. Oserei anzi dire, soprattutto a beneficio dei buonisti ideologici e di quelli che agiscono per “umanità”, che la promozione immeritata non va affatto nell’interesse dello studente, non lo aiuta affatto ma anzi, al contrario, lo danneggia,e per due motivi: primo, perché lo illude di avere conoscenze e competenze che non ha e lo costringe ad una serie di insuccessi ed umiliazioni che subirà l’anno seguente, perché ammesso a frequentare una classe per la quale non ha la necessaria preparazione; secondo perché, da un punto di vista sociale, le promozioni di massa finiscono per favorire i ricchi ed i potenti, che hanno tutta una serie di relazioni sociali tali per cui, appena il figlio ha ottenuto il diploma o la laurea, trovano il modo di sistemarlo in posizioni redditizie e di grande responsabilità, mentre i figli di coloro che stanno nelle classi sociali inferiori avranno in mano soltanto un inutile pezzo di carta. Mettendo tutti alla pari, chi se ne avvantaggia è chi è già favorito dalla scala sociale; e questo dovrebbero meditare i demagoghi di origine sessantottina, che con l’idiozia dei “sei politico” credevano di avvantaggiare i proletari, mentre in realtà facevano tutto il contrario. Chi agisce così, inoltre, va anche contro la nostra Costituzione, la quale dice che “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Appunto, i capaci e i meritevoli,non tutti senza distinzione.
Ritengo quindi che la selezione nella scuola sia necessaria e vada nell’interesse degli studenti stessi e, più in generale, di un principio di giustizia ed equità che tutti dovremmo seguire. E mi fa specie che molti docenti, anche su Facebook o altri social, si lamentino di questa situazione e ne diano la colpa ai vari ministri in carica oppure, più perifericamente, ai loro Dirigenti scolastici, che impedirebbero le bocciature ed i debiti. Eh, no, cari colleghi, basta con lo scaricabarile! Se gli scrutini sono spesso una ridicola farsa la colpa è nostra, perché i ministri non sono presenti ai nostri consigli di classe, mentre il Dirigente è presente ma il suo voto conta per uno (vale doppio solo se due proposte hanno un numero pari di preferenze) e non può imporre la sua volontà a dieci docenti che possono benissimo metterlo in minoranza. Quindi smettiamola di dare la colpa agli altri per lavarci la coscienza! Se le cose vanno come vanno la colpa è nostra, inutile cercare di scrollarci da dosso le nostre responsabilità. Cominciamo ad assumercele, le responsabilità, ed a pensare che la promozione degli alunni non è un atto dovuto o un espediente per non avere fastidi, ma è il riconoscimento del raggiungimento di determinati obiettivi formativi. Chi non li ha raggiunti non ha diritto ad essere promosso, quali che ne siano state le motivazioni.

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Il teatrino del Parlamento

In questi giorni tiene banco, alla TV e negli altri mezzi di informazione, la riforma del Senato in corso di approvazione. Nel dibattito politico riemergono ogni giorno polemiche a non finire, alimentate soprattutto da chi non vuole le riforme e preferisce lasciare tutto così com’è, alla faccia della millantata volontà di ridurre la spesa pubblica ed i costi della politica. A me la riforma che dovrebbe darci un nuovo Senato sembra buona, sebbene non perfetta, perché se approvata consentirà di ridurre da 315 a 100 il numero dei senatori con un evidente risparmio per le casse dello Stato, ed inoltre snellirà di molto l’iter parlamentare delle leggi, che spesso si trascinano mesi ed anni tra le due Camere: basta infatti che una delle due cambi una virgola del testo approvato dall’altra e l’iter deve praticamente ricominciare daccapo. Ci sono leggi parcheggiate in parlamento da anni proprio a causa del cosiddetto “bicameralismo perfetto”, un sistema non più attuale e non in linea con il dinamismo che la società moderna richiede. Quando fu stilata la nostra Costituzione (1946/47) l’Italia usciva da una dittatura e da una guerra, ed era perciò necessario il bilanciamento dei poteri affinché non si tornasse ad una qualunque forma di totalitarismo; ma oggi la democrazia è un fatto consolidato e condiviso da tutto il mondo occidentale, non esiste più il muro di Berlino e la contrapposizione est-ovest, ed è quindi naturale e necessario che la carta costituzionale venga adattata ai tempi attuali. Una costituzione, come ogni altro documento, viene redatta in base alla società ed alla mentalità vigenti in quel periodo; ma a distanza di 70 anni ogni legge, anche la prima legge dello Stato che è appunto la Costituzione, deve essere cambiata, perché non è il Vangelo. Ma purtroppo c’è chi non comprende questo principio fondamentale e si affanna nella strenua difesa dell’esistente; fa anzi specie il fatto che a questa schiera di conservatori appartengano anche formazioni di sinistra (v. Sel e altre formazioni) che un tempo erano chiamate progressiste! E’ proprio vero che la forma mentis politica è totalmente cambiata e che gli stessi concetti di “destra” e di “sinistra” hanno oggi ben poco significato.
Di fronte alla prospettiva di snellire l’apparato statale e di risparmiare soldi pubblici, tutti dovrebbero essere d’accordo. E invece no! Le polemiche infuriano più che mai da parte delle opposizioni, che sbraitano sostenendo che i cittadini vengono privati del diritto di eleggere i senatori, come se questo fosse il principale desiderio delle persone comuni, le quali vorrebbero piuttosto che la politica fosse più concludente e meno litigiosa, vorrebbero veder migliorare la propria vita, e ciò interesserebbe loro molto di più che l’esprimere un voto qualsiasi. Io, per parte mia, avrei fatto ancora di più: avrei istituito un sistema monocamerale di 500 deputati (come l’antica “Boulé” della democratica Atene del V° secolo a.C.) abolendo del tutto il senato e dimezzando così bruscamente (da circa 1000 a 500) il numero dei parlamentari. A parole tutti sono d’accordo con questa possibile risparmio di risorse pubbliche, ma nella pratica si oppongono fingendosi paladini della libertà e della democrazia.
Ciò che più mi avvilisce è assistere al vergognoso spettacolo che i nostri parlamentari stanno dando in questi giorni, proprio durante la discussione sulla riforma del Senato. Particolarmente bizzarra è l’accusa di totalitarismo e di “regime” rivolta a questo governo, la stessa che anni fa veniva lanciata contro il governo Berlusconi. Se la regola principale della democrazia in tutti gli aspetti della vita civile (anche nella scuola) è quella secondo cui la maggioranza vince e la minoranza deve adeguarsi alle decisioni (almeno fin quando non diventa essa stessa maggioranza) non si vede cosa ci sia di scandaloso o di “dittatoriale” nel fatto che vengano approvate leggi e riforme con i voti dei partiti di governo, che formano appunto la maggioranza parlamentare. Se si dovesse attendere il momento in cui tutte le forze politiche fossero concordi su di un provvedimento qualsiasi, tale momento non arriverebbe mai e la società non farebbe mai un passo avanti, perché è impossibile mettere tutti d’accordo, soprattutto coloro che giocano a mettere i bastoni fra le ruote e a dire sempre di no a tutto ed a tutti, in nome di un’onestà e una dirittura morale che è tutta da dimostrare.
A questo punto penso sia chiaro a chi mi riferisco: ai grillini, a quell’armata Brancaleone che si chiama “Movimento 5 stelle”, formata da persone che non hanno alcuna competenza di politica, di economia, di problemi sociali ecc., ed il cui unico scopo è quello di ostacolare gli altri, bloccare qualsiasi cambiamento del Paese, opporsi sempre a tutto in modo violento e scomposto senza mai saper produrre nulla di veramente costruttivo. In due anni di legislatura cosa hanno fatto costoro se non urlare, insultare, salire sul tetto della Camera dei deputati ed altre pagliacciate degne di quel buffone di Grillo, il loro signore e padrone? Mai una proposta concreta, se non quella demenziale del reddito di cittadinanza, per cui lo Stato dovrebbe pagare milioni di persone per non far nulla. Bel modo di rilanciare il lavoro e la produzione, starsene a casa sul divano e aspettare la manna dal cielo! Meglio non parlarne. E oltretutto questa schiera di poveracci incompetenti, quasi senza rendersene conto, assume talvolta posizioni che sanno di un revanscismo sinistroide della peggiore specie, come il pacifismo sognatore che pretende di fermare i terroristi dell’ISIS con le buone parole, l’opposizione alla TAV in pieno accordo con i centri sociali dell’ultrasinistra, il giustizialismo feroce e altre belle pensate di questo tipo. Ma la cosa più buffa di questi giorni è stata la reazione stizzosa e isterica di una senatrice del Movimento Cinque Stalle (io lo chiamo così) per dei gestacci osceni rivolti nei suoi confronti da senatori filogovernativi. A parte il fatto che le provocazioni continue dei grillini portano necessariamente a delle forme di reazione, non intendo con ciò giustificare il comportamento di quei signori che si sono rivolti in tal modo alla collega dimostrando di non essere certo dei galantuomini; ma ciò che mi indigna è vedere i parlamentari pentastellati reagire con violenza e chiedere pene esemplari per i colpevoli, quando sono stati proprio loro, da quando purtroppo siedono in Parlamento, ad usare espressioni volgari e offensive nei confronti degli avversari. E’ proprio vero quel che dice il proverbio, cioè che il bue dà del cornuto all’asino. Sentire una persona come la Taverna, repellente anche solo a vedersi e che sa esprimere soltanto ingiurie e turpiloquio, lamentarsi della volgarità altrui fa semplicemente sorridere, e fa anche pensare al livello infimo a cui è oggi arrivata la politica italiana.

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Panem et circenses, ieri ed oggi

Il celebre poeta satirico latino Giovenale diceva (Satira X) che la plebe romana, inconsapevole delle angherie a cui era sottoposta da parte dei potenti e dei privilegiati, si accontentava di ricevere periodicamente elargizioni di grano (panem) e di poter assistere agli spettacoli del circo (circenses), che gli imperatori molto spesso concedevano ed in cui, in certi casi, si esibivano anche loro. Questi erano i mezzi essenziali, secondo Giovenale, con cui chi governava si conquistava il consenso della massa ignorante, la quale non sospettava neppure che ciò che riceveva era una miseria rispetto alle sconfinate ricchezze di pochi privilegiati. La locuzione, uno dei detti latini più famosi tra quelli tramandatisi fino ai nostri giorni, indica l’agire di coloro che, con poco dispendio di forze e di risorse, si guadagnano il favore delle masse e riescono a farne cessare le proteste e le rivolte. E’ la migliore forma di demagogia, giacché tutti a parole si mettono dalla parte del popolo e dei diseredati, ma chi promette di dargli qualcosa di concreto, magari anche senza poter mantenere, se ne acquista più rapidamente la simpatia.
Oggi la celebre locuzione latina potrebbe essere tradotta ed interpretata in vari modi. Il primo sostantivo (panem) si potrebbe individuare nella promessa di abolire certe tasse, le quali tuttavia, se pur cacciate dalla porta, rientrano dalla finestra (vedi l’IMU sulla prima casa, poi tornata col nuovo e rassicurante nome di TASI); oppure con i famosi 80 euro di Renzi, che hanno cambiato ben poco nelle abitudini e nelle spese degli italiani, sia perché concessi solo ad una parte dei cittadini sia perché largamente erosi dall’imposizione di altri balzelli. Ma l’attualizzazione più moderna, la più strampalata e demagogica, del “panem” di Giovenale è la proposta del cosiddetto “Movimento cinque stelle”, di recente ribadita e presentata addirittura come progetto di legge, quella cioè del “reddito di cittadinanza”. Si tratta di un progetto demenziale che solo ad un’armata Brancaleone come i grillini poteva venire in mente, un esempio di demagogia di bassissima lega che qualunque persona dotata di un po’ di raziocinio considera per quello che è, cioè l’ennesima buffonata di quel gruppo politico e del pulcinella che l’ha fondato. Nella situazione economica in cui si dibatte il nostro Paese, dove si troverebbero i tanti miliardi di euro che occorrerebbero per realizzare una baggianata del genere? Ma poi, ammesso e non concesso che la si possa fare, che cosa ne deriverebbe? La conseguenza più ovvia, che chi ha letto i classici greci e latini intuisce subito, è che il numero dei disoccupati, dei nullafacenti e dei fannulloni (sì, perché esistono anche persone che non hanno lavoro perché non lo vogliono, e stanno bene in poltrona) si dilaterebbe a dismisura: che interesse avrebbe, a quel punto, a trovare lavoro a 800 o anche a 1000 euro chi ne riceve 780 per non fare nulla? Caso mai lo cercherebbe al nero, in modo da aggiungere all’elargizione statale altri redditi su cui non pagare tasse. E poi, tanto per non allungare troppo questo post, siamo certi che sia legalmente e moralmente ammissibile pagare una persona per il solo fatto di essere cittadino? A mio parere si tratta di una bestialità che solo da quel gruppo di irresponsabili poteva venir fuori, sia perché è moralmente inaccettabile che qualcuno riceva un reddito senza lavorare, sia perché nessuno stato moderno, e tantomeno l’Italia (che è una repubblica fondata sul lavoro, come dice l’art.1 della Costituzione) può permettersi di dare un reddito ai nullafacenti. Il vecchio detto secondo cui l’ozio è il padre dei vizi mi sembra applicarsi bene a questo proposito, così come le sagge parole di tanti scrittori antichi, da Aristofane a Virgilio, da Platone a Cicerone, secondo i quali ciascun cittadino deve contribuire attivamente alla vita dello Stato con il proprio impegno e le proprie forze, non certo standosene sdraiato sul divano ad attendere la manna dei 780 euro al mese senza fare nulla! Questa, più che populismo di basso conio, è stupidità pura e semplice, dal momento che gli apostoli del Messia Grillo non si rendono conto che nessuna persona di buon senso potrà credere alle loro castronerie.
Il secondo termine della locuzione latina, cioè “circenses”, a differenza di “panem”, può tradursi oggi in una sola maniera: televisione. L’effetto che nell’antica Roma provocavano sul popolo i giochi del circo oggi lo si ottiene con la propaganda televisiva, che ha appunto la funzione di far credere alla gente ciò che non è vero,  tanto da tentare di far digerire proposte insensate come il “reddito di cittadinanza” e altre simili baggianate. Oggi tutto passa attraverso i “talk-show” televisivi, dove però il più delle volte, anziché assistere a gare oratorie che noi classicisti potremmo anche apprezzare, ci troviamo dinanzi alle più trite banalità spesso condite con una buona dose di squallido turpiloquio, arte in cui i nobili rappresentanti del “Movimento cinque stalle” (errore volontario) sono indiscussi maestri. Il popolo si pasce di televisione, e di quella è contento, al punto da entusiasmarsi anche dinanzi alle trasmissioni più stupide, insensate e demenziali, facendosi fare un lavaggio del cervello che avvantaggia sempre di più il consumismo, l’ignoranza e la maleducazione. Di questo sono ben consapevoli i detentori del potere politico ed economico e rincarano la dose di continuo; ed il bello è che questa loro operazione riesce sempre meglio, perché scende continuamente il numero delle teste pensanti e dei cervelli ancora in grado di funzionare.

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Riforme e ostruzionismo

Osservando ciò che sta accadendo sul fronte della politica in questi ultimi tempi, mi sembra che si debba dare atto a Renzi ed al suo governo di essere almeno un po’ diverso da tutti quelli che l’hanno preceduto, se non altro per la chiara volontà di cambiare qualcosa in questo Paese: mi riferisco alle riforme costituzionali ed alla legge elettorale, attualmente in discussione in Parlamento. Forse qualcuno dirà che ci sono altre priorità, come il problema della disoccupazione e quello del costo del lavoro, diventato ormai insostenibile a causa dell’esagerato carico fiscale che incombe sulle imprese; è infatti assurdo, a mio giudizio, che un’azienda debba pagare ogni mese 2500 euro o più per un operaio che ne riceve, al netto delle trattenute, appena 1200, uno stipendio del tutto inadeguato alle esigenze di vita attuali. Eppure anche le riforme istituzionali sono importanti, perché una diversa gestione del potere legislativo ad esempio, ottenibile con la fine del bicameralismo perfetto (un’anomalia soprattutto italiana) e la riduzione del numero dei parlamentari, oltre a far risparmiare soldi allo Stato consentirebbe anche di approvare e promulgare le leggi sul lavoro e sulle altre questioni importanti di ogni settore sociale in un tempo minore ed in modo più agevole. Quindi io stesso, che pure non mi sono mai riconosciuto nella parte politica da cui proviene Renzi ed il suo partito, apprezzo i suoi sforzi per realizzare finalmente delle riforme di cui il Paese ha bisogno e che si aspettano ormai da vent’anni o più.
Ma ecco che, come sempre accade ogni volta che qualcuno ha dei buoni propositi e cerca di realizzarli, qualcun altro si diverte a mettere i bastoni tra le ruote, impedendo ogni cambiamento e rendendosi quindi interprete di un conservatorismo e di un immobilismo propri di una mentalità della quale una volta si accusava la destra e che veniva chiamata reazionaria. Mi riferisco al vergognoso ostruzionismo messo in atto, in Senato, dalle opposizioni ed in particolare dai seguaci del buffone Beppe Grillo, il cosiddetto “Movimento cinque stelle”, che io ho ribattezzato “Cinque stalle” osservando l’aspetto e l’eloquio di alcuni di loro come la Taverna o la Lombardi, tanto per citarne solo due. Costoro sono stati eletti e mandati in Parlamento da cittadini che si aspettavano un cambiamento dello status quo, che confidavano in loro per combattere la vecchia politica; ed invece quello che i grillini stanno facendo adesso è l’esatto contrario, perché stanno ostacolando con ogni mezzo (anche con la volgarità e l’insulto becero di cui si fanno vanto) proprio quel cambiamento del quale avrebbero dovuto farsi portatori. Con il loro ostruzionismo, con il loro dire sempre e comunque di no a tutto, con l’assenza di qualsiasi proposta sensata, costoro vogliono in realtà il mantenimento della situazione attuale, di un Senato che in pratica serve soltanto a complicare l’iter delle leggi ed a gettare sabbia nel motore del rinnovamento, la permanenza di quei privilegi e di quegli sprechi che dicevano di voler eliminare. Anche questo dimostra che le buffonate come quella dell’essere dalla parte dei cittadini ed il “Tutti a casa”, che i grillini sventolavano qualche tempo fa, erano enormi falsità, delle colossali bugie con le quali hanno ingannato milioni di italiani. In realtà essi si sono inseriti subito nel meccanismo della vecchia politica, tanto da volerne mantenere ad ogni costo i privilegi e le inefficienze. Lo dimostrarono anche quando, in occasione dell’elezione del Presidente della repubblica, sostennero addirittura Rodotà, un residuato bellico del vecchio regime e della sinistra più oltranzista e supponente. E anche adesso non vogliono la riforma o l’abolizione del Senato, che sarebbe una soluzione ancora migliore, perché hanno da mantenersi la poltrona. E poi i ladri sarebbero i partiti tradizionali!
La verità è che quando un movimento nasce dalla pura protesta, dalla cosiddetta antipolitica, riceve sì sul momento il consenso di tanti illusi qualunquisti (come io giudico chi ha votato Grillo) che fanno di ogni erba un fascio e gettano sui politici tutte le colpe possibili (piove, governo ladro!), ma poi i nodi vengono al pettine; perché non basta urlare e protestare, non basta dire sempre di no, qualcosa di logico e di realizzabile si deve pur proporre, si deve collaborare con qualcuno visto che, nonostante il malaugurato 25 per cento che hanno avuto alle elezioni, non possono certo decidere tutto da soli. Costoro si sono isolati, non hanno mai collaborato con nessuno né fatto una proposta concreta, e adesso si scagliano contro Renzi perché finalmente vuole cambiare qualcosa nelle istituzioni di questo Paese, modificare giustamente una Costituzione che andava benissimo nel 1948, ma che non è più adatta ai tempi ed alla società attuali. In parte vanno compresi, poveracci che non sono altro, perché sono stati presi alla sprovvista da un presidente del Consiglio diverso dagli altri, che non possono certo accusare di conservatorismo o di immobilità; per questo si trovano in difficoltà, perché la protesta fine a se stessa, oltre ad essere inconcludente, diventa addirittura assurda quando la controparte mostra di saper fare proposte concrete. Di qui il loro smarrimento, l’urlo impotente di chi sa di essere destinato a perdere sempre più consensi, come si è visto anche alle recenti elezioni europee, dove tuttavia una parte ancora consistente di italiani (il 21 per cento) ha continuato ad illudersi e a dare fiducia ad un’accozzaglia di sprovveduti guidata da un comico e da un “guru” impresentabile e sgradevole anche alla vista. Ma prima o poi questi elettori, pur poco lungimiranti quali sono, si renderanno conto della verità e così il grillismo finirà come finì nel ’48 l'”Uomo qualunque”, annegherà cioè nel proprio disfattismo e nella propria inconcludenza.

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