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La società degli eccessi

Molto tempo fa scrissi su questo blog un articolo che parlava della teoria del “giusto mezzo” di aristotelica memoria, in cui constatavo quanto fosse difficile mantenere il giusto equilibrio tra pulsioni e sentimenti opposti. Secondo il pensiero dei saggi antichi, tra cui mi viene in mente soprattutto l’Orazio delle Satire, la virtù non è altro che una condizione morale intermedia tra due vizi opposti, come l’avarizia e la prodigalità, l’irascibilità e l’ignavia, la passionalità e l’apatia ecc. Questo saggio principio del giusto mezzo è evidentemente un’utopia, un sogno irrealizzabile perché ancor oggi, dopo tanti secoli di civiltà, di letteratura, di filosofia, di scienza, non siamo capaci di trovare un punto di equilibrio tra tendenze e pensieri opposti che caratterizzano la diversità tra le persone, i gruppi, le culture, le posizioni sociali ecc. Da qui nasce tutta una serie di etichettature insultanti su chiunque la pensi diversamente: così chi non è di sinistra è automaticamente “fascista”, chi non è di destra è “comunista”, chi sostiene la famiglia tradizionale è “omofobo”, chi si preoccupa dell’eccessivo numero di migranti che arrivano sulle nostre coste è “razzista”, e via dicendo con questi stereotipi manichei che vedono soltanto gli estremi, mai le vie di mezzo. Nessuno ha spiegato chiaramente a queste persone, a quanto pare, che non esistono solo il bianco ed il nero, ma anche varie sfumature di grigio.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a grandi cambiamenti del costume e del sentire comune, eventi che hanno colto di sorpresa chi, come il sottoscritto, era abituato ad un sistema etico diverso da quello attuale, al quale fa fatica ad adeguarsi; meno forte è stato invece l’impatto per i giovani, nati quando già molte cose erano cambiate e molte delle convinzioni precedenti erano state messe in soffitta. Questi cambiamenti, comunque, non sono stati indolori, perché i “progressisti” sostenitori delle nuove idee non si sono limitati a cercare il loro spazio, ma si sono scagliati violentemente contro i “conservatori” cercando di chiudere loro la bocca ed impedire loro di esprimere i propri punti di vista. Questo modo di agire è analogo a quello dei Cristiani dei primi secoli durante l’Impero romano, che all’inizio subirono persecuzioni ma poi, una volta “sdoganati” (come di dice oggi) da Costantino e vittoriosi con Teodosio, diventarono essi stessi persecutori delle altre religioni: costruirono le chiese sopra le rovine dei templi pagani perché si perdessero del tutto le tracce del paganesimo; abbatterono i simboli degli dèi come avvenne nella celebre controversia tra Simmaco e Ambrogio per la statua della Vittoria; si lasciarono prendere da un delirio fanatico che portò a cieca e bestiale violenza, come fu quella che provocò la morte della scienziata Ipazia. La stessa cosa, sebbene con toni e metodi diversi, è avvenuta oggi nel nostro Paese.
Prendiamo ad esempio alcune categorie di “diversi” prima discriminati e poi invece celebrati e favoriti rispetto ai cittadini comuni. Nella scuola c’è stato giustamente fin dal 1977 l’inserimento dei portatori di handicap, che ora si amano definire “diversamente abili”. La cosa di per sé è sacrosanta, intendiamoci, ma doveva essere fatta con criterio, non provocando ingiustizie e discriminazioni nei confronti dei normodotati e dei superdotati, i quali sono oggi totalmente trascurati e mortificati nelle nostre scuole. Inserire i “diversamente abili” non avrebbe dovuto significare trascurare gli altri o abbandonarli a se stessi, come talvolta è accaduto; se è giusto infatti che un bambino “diverso” sia messo in classe con gli altri, è però altrettanto giusto che gli altri bambini possano seguire le lezioni e svolgere regolarmente i loro programmi, ciò che risulta molto difficile quando in classe c’è qualcuno che urla di continuo, picchia i compagni o si rotola per terra. In questi casi occorrerebbe la presenza continua (che spesso non c’è) di personale apposito e preparato per simili evenienze, che evitasse ad una intera classe di restare indietro con i programmi o di subire vessazioni continue, cosa che purtroppo accade. Allo stesso modo non mi pare affatto giusto che i portatori di handicap all’esame di Stato svolgano prove apposite ma poi abbiano lo stesso sistema valutativo degli altri conseguendo persino valutazioni più alte, senza che sui tabelloni appaia alcuna distinzione. Non parliamo poi dei cosiddetti BES o DSA, che spesso utilizzano queste loro caratteristiche, più o meno certificate, per ottenere promozioni immeritate.
Altra categoria di “diversi,” un tempo ingiustamente derisi e discriminati, sono gli omosessuali, i cosiddetti gay: anche in questo caso si è passati da un estremo all’altro, come fecero gli antichi cristiani. Prima trovarsi in quella condizione significava essere perseguitati e doversi nascondere alla vista del mondo, oggi invece è l’esatto contrario: essere gay è considerato quasi un privilegio, uno status di superiorità nei confronti delle altre persone, un onore addirittura. Prima chi fosse gay non avrebbe mai potuto essere ammesso alla televisione di Stato, oggi un giornalista dichiaratamente omosessuale, che si è unito civilmente con un uomo, conduce una trasmissione quotidiana e nessuno trova da ridire, tutti accettano la cosa come normale. Ma a questo, visto il repentino cambiamento del sentire comune, ci si potrebbe anche adattare; il problema è che non ci si limita a riconoscere diritti prima negati, ma si cerca addirittura di conculcare e reprimere chi osa dissentire da questo andazzo e difende la famiglia tradizionale, l’unica naturale, quella formata da un uomo e una donna: con la scusa della cosiddetta “omofobia”, non ci si può permettere di disapprovare le unioni gay o l’adozione di bambini da parte loro, altrimenti si rischia il linciaggio morale. Io stesso sono stato escluso da Facebook tre volte per un mese ciascuna solo per essermi detto a favore della famiglia naturale e contrario alle buffonesche e ridicole esibizioni dei cosiddetti “gay pride”. Non solo: esistono disegni di legge che, se approvati, vanificano la libertà di opinione sancita dall’art.21 della nostra Costituzione, sempre con la solita scusa dell'”omofobia”, un termine oltretutto usato male perché, nelle sue origini greche, significa semplicemente “paura dell’uguale”. Si reintroduce in pratica il reato di opinione tipico delle dittature per chiunque dissenta dal pensiero unico imposto a forza da tv, giornali e social.
Lo stesso dissennato passaggio da un estremo all’altro si è registrato a proposito degli stranieri che vivono nel nostro paese e soprattutto dei migranti che arrivano con i barconi e attraverso frontiere assurdamente aperte e non più controllate. Qualche decennio fa, diciamo il vero, non c’era molta simpatia per i cosiddetti “negri”, per gli asiatici ed anche, sul piano religioso, per i musulmani; oggi invece chiunque si oppone a questi arrivi incontrollati, a questa crescente presenza di stranieri dal futuro incertissimo perché il lavoro manca persino per gli italiani, è bollato immediatamente come “razzista” e si porta questo marchio d’infamia dovunque vada. Io ho sempre sostenuto che il razzismo vero è qualcosa di diverso, è la concezione tipica dei regimi nazista e fascista secondo cui la razza ariana (o bianca) sarebbe ontologicamente superiore alle altre; ma chi si mostra preoccupato per la presenza di stranieri che spacciano, rapinano, stuprano e delinquono in generale, o che bivaccano trasformando i nostri quartieri in immondezzai, non lo fa perché si ritiene superiore a costoro, ma perché la nostra sicurezza è minacciata in casa nostra, perché questo buonismo del “politicamente corretto” oggi da tanti sostenuto non risolve i problemi ma li aggrava. Io personalmente non ho nulla contro gli stranieri che lavorano onestamente da noi, anzi vorrei che ce ne fossero di più in certi settori; ma questo non può significare accogliere tutti indistintamente senza poi poter dare un futuro a queste persone, con il rischio evidente che aumentino la criminalità e il degrado. Anche in questo caso, anziché ragionare e cercare la saggia via del giusto mezzo, ci si lascia andare ad uno scontro feroce sui social ed in politica, ad una sciocca contrapposizione tra “buonisti” e “razzisti”. La decisione migliore sarebbe quella di ragionare, di investire del problema tutta l’Europa e trovare una soluzione accettabile per tutti. Cacciare via tutti o accogliere tutti non sono soluzioni proponibili, sono due posizioni estreme che, proprio per questo loro carattere, non portano da nessuna parte. Purtroppo la saggezza degli antichi adesso è dimenticata, a parte coloro che, sbagliando gravemente a mio giudizio, strumentalizzano poeti e scrittori greci e romani per trovarvi un appoggio alle loro idee su questioni di attualità.

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Il senso della misura, da Aristotele ad oggi

Una delle teorie di Aristotele che molti di coloro che l’hanno studiato ricordano è quella del giusto mezzo, espressa nella sua più famosa opera morale, l’Etica Nicomachea. Secondo questo principio la virtù umana altro non è che il punto di equilibro tra due opposti errori, l’uno dei quali pecca per difetto e l’altro per eccesso: così la virtù del coraggio, ad esempio, si ottiene evitando i due estremi della viltà e della temerarietà, quella della moderata irascibilità risulta da un bilanciamento tra l’indolenza e l’eccessiva iracondia, e così via. Si tratta ovviamente di un equilibrio difficile, che lo stesso Aristotele riconosce come tale, giacché non è agevole praticare quella che i Greci chiamavano mesòtes ed i Romani medietas o mediocritas, il raggiungimento cioè del giusto mezzo tra due opposti ovviamente erronei. Di questa teoria, filosofica ma non troppo perché conclamata anche dal buon senso comune, si fecero portatori altri grandi ingegni dell’Antichità, come ad esempio Orazio, il quale ne fa uno dei principi fondamentali del suo insegnamento morale, tanto da usare una locuzione che può sembrare ossimorica, aurea mediocritas, con la quale vuol affermare che la scelta di vita fondata sul giusto mezzo è la migliore, è appunto “aurea” proprio perché mediocre, in quanto al saggio non giova né l’estrema povertà né l’estrema ricchezza, non ha da vivere né in un tugurio né in una reggia, così come non dev’essere mai troppo supponente, né mai troppo angosciato.
Nelle società moderne e nei rapporti umani questo principio raramente è stato seguito e si è molto spesso oscillato tra i due opposti estremi, errando ora per difetto ora per eccesso; ed il modo di vivere attuale non fa eccezione a questo deragliamento dal principio secondo cui in medio stat virtus, anzi è caduto ancor di più nell’errore, tanto da perdere di vista quei valori che, dall’essere osservati con troppo rigore, hanno poi finito per essere trascurati del tutto. Prendiamone due dei più comuni, che tutti possono comprendere: la patria e la famiglia. Per il primo dei due, fino a non molti decenni fa, si poteva anche sacrificare la vita (si pensi al periodo risorgimentale, ad esempio); oggi esso non ha più considerazione alcuna, tanto che chi dovesse dire, per caso, “io amo la patria”, oppure “mi sento italiano, non europeo”, sarebbe guardato come un animale raro e considerato come un vecchio residuato di un mondo che non esiste più. Il secondo concetto ha subito una ancor più radicale trasformazione: fino all’epoca dei nostri genitori, ad esempio, la famiglia era un concetto sacro e inviolabile, il matrimonio era visto come necessario e irrinunciabile nella vita di una persona, e indissolubile; adesso sono pochissime le coppie che decidono di sposarsi, e se lo fanno si separano in gran numero dando vita a quelle congreghe ibride chiamate “famiglie allargate”, che non si sa bene cosa siano. Non è forse questo un abbandono totale del principio aristotelico? Prima i coniugi restavano comunque insieme in nome dell’unità della famiglia e dei figli, tollerando anche situazioni intollerabili; adesso si separano anche perché, magari, lei vuole andare in vacanza al mare e lui in montagna. Non sarebbe più equo adottare una via mediana tra questi due estremi francamente poco condivisibili?
Se vogliamo ribadire la convinzione secondo cui le società moderne non riescono a trovare un razionale punto di equilibrio tra idee e comportamenti tra loro opposti ed ugualmente esagerati, gli esempi non mancano di certo, anzi ce ne sono fin troppi: basta confrontare due epoche distanti tra loro due o tre generazioni, diciamo dagli anni ’50 del secolo XX al primo decennio del XXI. In ogni campo della vita individuale e sociale si è passati, in tanti casi, dall’eccessivo proibizionismo di un tempo all’eccessivo permissivismo di oggi, con una trasformazione del costume e delle abitudini addirittura strabiliante ed un tempo imprevedibile. Pensiamo anzitutto ai rapporti umani: un campo di discussione vastissimo, che se affrontato nella totalità rischierebbe di farci perdere il filo del discorso, ed è quindi bene limitarlo a due ambiti, quello della famiglia e quello della scuola. In un tempo non troppo lontano l’autorità dei genitori e degli anziani della famiglia era assolutamente incontestabile e spesso dura a sopportarsi da parte dei giovani, i quali non potevano neppure pensare di ribellarsi alla dittatura domestica: ne ho fatto esperienza io stesso, che ben ricordo come fosse per me impensabile oppormi a mio padre, contestarlo o respingere un suo consiglio o un suo ordine preciso, pena l’isolamento all’interno della famiglia, la reclusione in casa senza poter uscire, quando addirittura non si arrivava (e posso assicurare che vi si arrivava spesso) alle punizioni corporali anche pesanti. Che i ragazzi fossero picchiati dai genitori o altri familiari era cosa normale ai miei tempi, né v’era da sperare che qualcuno accorresse in nostro soccorso; oggi invece, se un genitore si azzarda a dare una sberla al figlio (molto spesso meritata) costui chiama il “telefono azzurro” e c’è da vedersi arrivare i carabinieri a casa o anche, in qualche caso, vedersi privati della patria potestà. Ora io non voglio dire assolutamente che si debbano picchiare i figli, per carità, anzi è bene che questa barbara usanza sia da tutti condannata; vorrei solo sottolineare come il costume sia cambiato, al punto che i figli, già all’età di otto anni, fanno ciò che vogliono e non obbediscono affatto ai genitori, spesso mandati a quel paese, come si suol dire, a male parole. Ecco quindi che il giusto mezzo, una certa autorevolezza dei genitori ed una relativa libertà per i figli, non esisteva prima a causa di un eccessivo autoritarismo e non esiste adesso a causa di un altrettanto pernicioso permissivismo. Non voglio allungare troppo il post e quindi accenno solo alla scuola, dove più o meno è accaduta la stessa cosa: prima imperava l’autoritarismo degli insegnanti che i poveri studenti dovevano subire senza fiatare per non incorrere in gravi punizioni; oggi, dopo la “rivoluzione” del ’68 e altre belle perle come lo “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Berlinguer, gli studenti possono scorrazzare a loro piacimento, fare di tutto fuorché il loro dovere, insultare perfino i loro docenti o il preside e non succede nulla. Questo per fortuna nella mia scuola non accade, perché abbiamo studenti corretti e disciplinati; ma ci sono istituti dove il professore passa il suo tempo non a fare lezione, ma a cercare di evitare che i ragazzi demoliscano l’edificio o si facciano del male tra loro.
In questi nostri infelici tempi la moderazione, la medietas dei Romani, il principio del giusto mezzo di aristotelica memoria non ha più alcun valore, ovunque si è scivolati da un estremo all’altro, anche per quanto attiene a molti aspetti della vita sociale. Anche qui gli esempi sarebbero infiniti, per cui ne prendo in considerazione soltanto due. Il primo è la giustizia, passata da un’eccessiva severità ad un lassismo che lascia sgomenti tutti noi, ma soprattutto le vittime della criminalità. Una volta abolita la pena di morte, in vigore durante il fascismo, si è passati alla richiesta dell’abolizione dell’ergastolo, alle varie amnistie per buona condotta e altro, ai vari permessi e semilibertà concessi ai detenuti, agli arresti domiciliari in luogo di quelli in carcere, a leggi che hanno continuamente diminuito e persino abolito le pene per certi reati; così, da una giustizia fin troppo severa siamo passati al lassismo più totale, che vediamo operante nel momento in cui i giudici, basandosi peraltro su leggi esistenti, rimettono in libertà dopo pochi giorni gli autori di gravissimi reati contro il patrimonio e anche contro la persona, tanto da invogliare persino i criminali stranieri a venire a delinquere in Italia, dove – si sa – si è pressoché sicuri di farla franca. Da questo punto di vista io vorrei mettermi nei panni delle vittime della criminalità, di coloro che si sono semplicemente difesi dalle aggressioni o dalle rapine e rischiano di essere condannati loro al posto dei delinquenti. Come potrebbero queste persone avere fiducia nella giustizia e nello Stato?
Il secondo esempio che vorrei fare è l’atteggiamento tenuto da importanti settori della società come i mezzi di informazione, la classe politica, ma anche spesso i singoli cittadini, nei confronti dei cosiddetti “diversi” (tanto per usare un termine invalso), quali possono essere ad esempio i portatori di handicap, gli omosessuali, gli immigrati e così via. Anche qui non si è stati in grado di mantenere il principio del giusto mezzo, ma si è passati da un estremo all’altro in pochi anni: fino a non molti decenni fa queste persone erano discriminate, derise, colpite da violenza fisica e psicologica, in una parola escluse dal contesto sociale. Ora, penso che nessuno di buon senso e dotato di umanità possa sostenere che questa forma mentis sia stata giusta, oserei anzi dire che è inaccettabile in una società civile. Il problema è però che adesso, nel tentativo di rimediare all’errore commesso, si è finiti spesso nell’eccesso opposto: gli immigrati, ad esempio, che prima venivano respinti, adesso vengono accolti e mantenuti a spese di tutti noi in numero elevatissimo e certamente insopportabile per un Paese che ha già tanti problemi, sia economici che di ordine pubblico. Io personalmente – e lo dico sapendo di attirarmi il disprezzo di molti dei buonisti nostrani – non ritengo giusto che si mantengano gli immigrati negli alberghi dando loro non solo vitto e alloggio gratis, ma persino denaro, telefonini e altro ancora, mentre tante famiglie italiane sono nell’indigenza. Non ce lo possiamo permettere più, ed è l’ora di pensare ad una diversa soluzione della questione. Lo stesso rovesciamento della mentalità comune è avvenuto, per riprendere il secondo esempio che facevo prima, con i cosiddetti “gay”: ingiustamente ghettizzati in passato, oggi vengono non solo difesi ma spesso anche osannati nei programmi televisivi, dove si lascia intendere ch’essi sarebbero addirittura, e non si sa perché, più meritevoli degli altri. Vi è poi una legge, attualmente giacente in Parlamento, che con la volontà di combattere l’omofobia (e fin qui si può essere d’accordo) trasforma addirittura in reato penale l’opinione di coloro che non amano i gay o che sono contrari alle loro unioni, vanificando anche il dettato costituzionale che sancisce la libertà di espressione.
Questi esempi, pochi in confronto a quanti se ne potrebbero addurre, dimostrano chiaramente quanto rapidi siano nel nostro mondo i cambiamenti di costume e di mentalità, che di per sé non sarebbero un male, intendiamoci; quel che è male invece, a mio giudizio, è il non saper trovare mai il giusto mezzo, un punto di equilibrio, così che, per reagire ad un eccesso, si cade inevitabilmente in quello opposto. Forse la verità è che l’uomo è imperfetto e che ogni generazione e ogni epoca ha le sue magagne, non esistono “tempi d’oro”, né sono mai esistiti. So di aver scoperto l’acqua calda, ma a volte anche ripetere delle ovvietà può essere utile e favorire una riflessione che non è mai fine a se stessa.

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Chi è il docente meritevole?

Dato che da tanto tempo, ma specialmente in questi ultimi mesi in seguito al progetto “La buona scuola” del Governo Renzi, si parla di premiare il merito nella scuola e individuare così i docenti più bravi e preparati, vorrei provare a definire le caratteristiche che un professore dovrebbe avere nella scuola di oggi, con gli studenti “nativi digitali” che ci troviamo dinanzi tutti i giorni. Mi proverò a fare questa analisi, che certamente molti non condivideranno, anche perché ho constatato che le visite al mio blog, purtroppo diminuite negli ultimi tempi, si concentrano molto sui post che riguardano la figura del docente, tipo il famoso “decalogo” di comportamento che qualche mese fa tentai di tratteggiare. Ovviamente le opinioni che esprimo sono strettamente personali, quindi criticabili e confutabili sotto ogni aspetto; ed essendo io un docente con 34 anni effettivi di insegnamento e prossimo (ahimé) alla pensione, presumo che certe mie convinzioni appaiano superate, non condivise certamente dai nipotini del ’68 di cui parlo nel post precedente a questo.
Il primo e fondamentale requisito di ogni docente deve essere, a mio giudizio, la conoscenza approfondita e quanto più possibile completa delle proprie discipline. Ciò comporta, ovviamente, anche la necessità di aggiornamento, perché i contenuti culturali variano nel tempo e vi sono sempre nuove acquisizioni e nuove scoperte. Non mi si dica, a tal riguardo, che le letterature classiche sono fisse e immutabili: non è vero affatto, perché su di esse vengono pubblicati continuamente nuovi saggi e studi, che il docente ha il dovere di procurarsi, leggere e farne uso durante le sue lezioni. Non trovo assolutamente condivisibile l’atteggiamento di coloro (e sono molti, purtroppo!) che magari si aggiornano e studiano finché sono precari; poi, una volta entrati nei ruoli, tirano i remi in barca e continuano per 30-35 anni a fare le stesse lezioni trite e ritrite e a ridire continuamente le stesse cose.
Il secondo requisito, altrettanto importante, è saper comunicare le proprie conoscenze agli alunni, cercando di rendere la lezione chiara, comprensibile e possibilmente attraente. E’ questo un compito molto difficile per ogni docente, perché interessare certi alunni alle problematiche letterarie, filosofiche o scientifiche, oggi, è un’impresa spesso disperata: basti pensare che i ragazzi vivono la maggior parte del loro tempo fuori della scuola, dove sono bombardati da messaggi televisivi e informatici che vanno in direzione opposta a quanto apprendono a scuola, messaggi che esaltano il denaro, la ricchezza, il facile successo e illudono i giovani di poter raggiungere questi traguardi senza fatica. Pretendere che un ragazzo o una ragazza di oggi provino più piacere a leggere Omero o Dante che a stare su Facebook è vana illusione; ma almeno cerchiamo di ridurre le distanze, per quanto è in nostro potere. In futuro i nostri ragazzi, divenuti ex studenti, ci ringrazieranno; e di questo sono sicuro, avendone avuto già tante dimostrazioni.
Altro requisito importante è saper tenere la disciplina e attribuire le giuste valutazioni alle prove effettuate dagli studenti. Essere arcigni e provocare un clima di terrore in classe è assurdo e controproducente; ma è altrettanto assurdo che il docente faccia l'”amicone” degli studenti, ci giochi insieme, dia confidenza ecc. Chi si comporta così è un insegnante fallito, a mio giudizio, perché non si merita il rispetto degli alunni e quindi non lo ottiene. Nelle valutazioni è parimenti errato, secondo me, distribuire a pioggia voti bassi solo per farsi rispettare, perché il rispetto lo si ottiene in altro modo; ma è altrettanto deleterio, quasi criminale a mio avviso, il comportamento di quei docenti che largheggiano coi voti e che per principio non danno insufficienze, per non mortificare gli alunni o – più spesso – per non avere fastidi da presidi e genitori. Chi si comporta così rovina i giovani che gli sono affidati, i quali non s’impegnano affatto in quelle discipline dove sanno di avere la sufficienza garantita; poi, a molti anni di distanza, si rendono conto di non sapere nulla di quelle materie e rimpiangono i docenti che, anche con i brutti voti, li costringevano a studiare. A 25 o 30 anni si comprende l’importanza dello studio; a 15 spesso no, e se la sufficienza è sicura si preferisce fare altro che non perdere tempo sui libri.
Senza dire altre cose che si trovano nel “decalogo”, aggiungo qui che la logica aristotelica del giusto mezzo mi pare ancor oggi la migliore: che cioè, in altre parole, sia giusto tenere un comportamento intermedio tra due difetti opposti, come appunto sono l’eccessiva severità e l’eccessivo buonismo che purtroppo è ancora così diffuso. Questo modo di pensare e di essere, a mio avviso, dovrebbe applicarsi anche nel comportamento quotidiano del docente, che dovrebbe affidarsi al proprio buon senso, prima che alle norme scritte sui regolamenti. Nel far valere i propri diritti con i colleghi e i dirigenti scolastici, ad esempio, trovo ugualmente errato sia l’atteggiamento di chi si sottomette e subisce anche soprusi senza reagire sia quello dei ribelli ad ogni costo, coloro che stanno sempre sulle barricate, che sono sempre pronti a far polemiche su qualunque cosa. E trovo sensato e ragionevole applicare il giusto mezzo anche nella maniera di presentarsi, nelle abitudini quotidiane e persino nel modo di vestire: a me personalmente (mi potrei sbagliare, ma io la penso così) non piacciono né i colleghi che si presentano con affettata eleganza, sempre impeccabili in tailleur o giacca e cravatta, né coloro che vengono a scuola sciatti e persino sporchi talvolta, con magliette scritte, blue-jeans strappati, trasandati e magari con la sigaretta in bocca, altro bruttissimo vizio che i professori non dovrebbero mai avere. Purtroppo colleghi così conciati esistono ancora, persone cioè che non riconoscono la dignità e il decoro del luogo dove lavorano, che non è né una spiaggia né un vicolo da scaricatori di porto. Dispiace dover dire queste cose ancora oggi, ma purtroppo è così; e a mio avviso i Dirigenti non dovrebbero emanare soltanto le solite circolari sull’abbigliamento degli studenti, ma dovrebbero controllare anche quello di coloro che agli studenti debbono essere di esempio.

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