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Ha vinto il no, ha perso l’Italia

Per coerenza con la mia professione di docente, come ebbi a dire in un recente post, mi sono astenuto da qualunque commento sul referendum istituzionale – qui sul blog come a scuola – per non condizionare i miei studenti, perché cioè votassero in piena libertà di coscienza. Ora però che i risultati sono noti sento la necessità di esprimere la mia opinione in proposito, che riflette uno stato d’animo molto triste e soprattutto preoccupato: accertata infatti (come previsto) la vittoria del no e quindi il rifiuto della riforma costituzionale, gli scenari che ci presenta il futuro sono piuttosto incerti ed anche minacciosi, visto che andare subito alle elezioni non sembra possibile, così come è molto improbabile un nuovo incarico a Matteo Renzi o ad altri del suo partito. Eppure, al di fuori di queste due soluzioni, non sembrano profilarsene altre, anche perché l’attuale maggioranza di governo sembra l’unica possibile. C’è poi il problema della legge di bilancio, per approvare la quale sarebbe stato opportuno avere un governo nel pieno delle sue funzioni, e quello della legge elettorale, che dev’essere cambiata al più presto per evitare pericolose avventure che potrebbero portarci veramente alla catastrofe.
La mia amarezza dopo il referendum non è dovuta soltanto alla vittoria del no ed al rifiuto del cambiamento che la maggior parte dei cittadini ha dimostrato alle urne, sebbene anch’esso sia indicativo di un aspetto degli italiani nel quale non mi riconosco: l’attaccamento morboso ad una vecchia costituzione che, se andava bene 70 anni fa quando fu scritta, non va più bene adesso, quando tutta la società è cambiata e non ci sono più, oggettivamente, i pericoli di una dittatura rossa o nera che c’erano a quei tempi. Abbiamo dimostrato di essere un popolo vecchio, conservatore, attaccato alle tradizioni come ad una badante, che non ha avuto il coraggio di innovare, una volta che si è presentata l’unica occasione possibile per snellire le istituzioni, diminuire il numero dei parlamentari, eliminare il bicameralismo paritario che è un’anomalia solo italiana. Si è preferito lasciare tutto com’è, con l’assurda lentezza di una macchina elefantiaca com’è il Parlamento, con i costi della politica più alti d’Europa e con lo strapotere delle regioni che si mettono di mezzo ogni volta che lo Stato intende realizzare qualcosa. Mi dispiace che abbia prevalso l’odio e il risentimento contro il governo, non le buone ragioni per opporsi, che non c’erano. Tutto ciò è molto triste.
Ma ciò che mi crea più amarezza, come dicevo, non è tanto la vittoria del no quanto il constatare che le persone, in grande maggioranza, non votano per convinzione e con cognizione di causa, ma seguono le indicazioni dei partiti; e che gli stessi partiti non prendono queste posizioni per spirito critico nei riguardi di una riforma, che conoscono poco o che hanno giudicato male, ma semplicemente per odio verso chi governa, accusato di tutte le peggiori nefandezze. Premetto che non è mia specifica volontà difendere il governo Renzi, perché chi mi conosce sa che non sono mai stato della sua parte politica; ma non mi sento di approvare i giudizi espressi da certi leaders (s fa per dire!) che lo hanno accusato di ogni colpa ed hanno visto dietro alla riforma chissà quali oscuri progetti e trame nere. E’ stato detto che con la riforma ci sarebbe stato l'”uomo solo al comando”. Ma dov’era scritto questo? Quando mai la riforma aumentava i poteri del presidente del Consiglio? E’ stato detto che ci rendeva sudditi dell’Europa ed in particolare della Germania; ma questo si è già verificato da anni, almeno dallo sciagurato governo Monti, e non mi pare che Renzi sia stato asservito ai diktat europei più di altri suoi predecessori. Purtroppo, come ho scritto in un altro post di poco precedente a questo, in Italia c’è sempre stata un’avversione preconcetta contro chiunque governa, chiunque abbia il potere: lo si è visto bene con Berlusconi, perseguitato dalle magistrature politicizzate per costringerlo a dimettersi, con accuse del tutto surrettizie e palesemente false come quelle del processo Ruby; e adesso lo si è visto allo stesso modo con Renzi, accusato di tutte le peggiori nefandezze dai politici avversari e dai pennivendoli del “Fatto quotidiano”, un giornale tenuto in vita solo dall’odio e dalle menzogne che quotidianamente pubblica. Questa diffidenza diffusa verso chi governa (forse derivata dai tempi delle dominazioni straniere), questo odio che alimenta la pianta velenosa dell’antipolitica, questa perniciosa dietrologia che vuol vedere sempre, in ogni atto dei governi, inganni e macchinazioni contro i cittadini, è quello che ha vinto veramente il referendum; ed io credo che, se al posto di Renzi ci fosse stato un altro Presidente del Consiglio, con un riforma del tutto diversa, l’esito del voto sarebbe stato lo stesso.
Io ho votato convintamente SI’, e non me ne pento affatto. E credo anche che la vittoria del sì avrebbe fatto bene al Paese, perché avrebbe consentito ad un governo che, sia pur tra gli errori, ha fatto anche cose buone, di proseguire il proprio cammino fino alla scadenza naturale della legislatura. Adesso invece cosa si profila? Un avvenire nebuloso e incerto, con le forze estremiste e conservatrici che invocano le elezioni perché pensano di vincerle, e forse le cose potrebbero veramente andare così. Tra queste forze il vincitore più probabile è senz’altro il Movimento Cinque Stelle, che con il solito spirito disfattista ed eversivo ha fin dall’inizio sostenuto il no, non perché non approvasse la riforma (che probabilmente non conosce nemmeno) ma solo e unicamente per contestare il governo e continuare a distruggere senza saper costruire nulla. Questo è il mio timore più grande, che dovrebbe togliere il sonno a tutte le persone serie ed assennate: che cioè, se non viene adeguatamente cambiata la legge elettorale, alle prossime elezioni possa prevalere la demagogia dell’antipolitica, cioè Grillo e i suoi seguaci, un’accozzaglia di incapaci che credono che con la rete internet si possa governare uno Stato ma che non hanno la minima idea e la minima esperienza di vera politica. La vittoria di questi avventurieri incolti e senza scrupoli, violenti nel linguaggio e nel comportamento, del tutto ignari di cosa sia la democrazia, incapaci non solo di amministrare (vedi il caso Roma) ma persino di fare qualche proposta concreta, questo è il vero pericolo per il nostro Paese. Quando manca la cultura, e non solo quella politica, quando si discute con le urla e gli insulti, quando si dice sempre no pregiudizialmente e non si vuol collaborare con nessuno, quando si ostenta un’onestà e una dirittura morale che non esistono, siamo veramente al di fuori di ogni credibilità e da ciò dovrebbe nascere la disapprovazione dei cittadini, non l’ammirazione che molti hanno per questo movimento qualunquista e pateticamente demagogico. Non voglia il Cielo che l’Italia cada in questo baratro, al cui confronto le invasioni barbariche del Medioevo erano oro colato.

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Il teatrino del Parlamento

In questi giorni tiene banco, alla TV e negli altri mezzi di informazione, la riforma del Senato in corso di approvazione. Nel dibattito politico riemergono ogni giorno polemiche a non finire, alimentate soprattutto da chi non vuole le riforme e preferisce lasciare tutto così com’è, alla faccia della millantata volontà di ridurre la spesa pubblica ed i costi della politica. A me la riforma che dovrebbe darci un nuovo Senato sembra buona, sebbene non perfetta, perché se approvata consentirà di ridurre da 315 a 100 il numero dei senatori con un evidente risparmio per le casse dello Stato, ed inoltre snellirà di molto l’iter parlamentare delle leggi, che spesso si trascinano mesi ed anni tra le due Camere: basta infatti che una delle due cambi una virgola del testo approvato dall’altra e l’iter deve praticamente ricominciare daccapo. Ci sono leggi parcheggiate in parlamento da anni proprio a causa del cosiddetto “bicameralismo perfetto”, un sistema non più attuale e non in linea con il dinamismo che la società moderna richiede. Quando fu stilata la nostra Costituzione (1946/47) l’Italia usciva da una dittatura e da una guerra, ed era perciò necessario il bilanciamento dei poteri affinché non si tornasse ad una qualunque forma di totalitarismo; ma oggi la democrazia è un fatto consolidato e condiviso da tutto il mondo occidentale, non esiste più il muro di Berlino e la contrapposizione est-ovest, ed è quindi naturale e necessario che la carta costituzionale venga adattata ai tempi attuali. Una costituzione, come ogni altro documento, viene redatta in base alla società ed alla mentalità vigenti in quel periodo; ma a distanza di 70 anni ogni legge, anche la prima legge dello Stato che è appunto la Costituzione, deve essere cambiata, perché non è il Vangelo. Ma purtroppo c’è chi non comprende questo principio fondamentale e si affanna nella strenua difesa dell’esistente; fa anzi specie il fatto che a questa schiera di conservatori appartengano anche formazioni di sinistra (v. Sel e altre formazioni) che un tempo erano chiamate progressiste! E’ proprio vero che la forma mentis politica è totalmente cambiata e che gli stessi concetti di “destra” e di “sinistra” hanno oggi ben poco significato.
Di fronte alla prospettiva di snellire l’apparato statale e di risparmiare soldi pubblici, tutti dovrebbero essere d’accordo. E invece no! Le polemiche infuriano più che mai da parte delle opposizioni, che sbraitano sostenendo che i cittadini vengono privati del diritto di eleggere i senatori, come se questo fosse il principale desiderio delle persone comuni, le quali vorrebbero piuttosto che la politica fosse più concludente e meno litigiosa, vorrebbero veder migliorare la propria vita, e ciò interesserebbe loro molto di più che l’esprimere un voto qualsiasi. Io, per parte mia, avrei fatto ancora di più: avrei istituito un sistema monocamerale di 500 deputati (come l’antica “Boulé” della democratica Atene del V° secolo a.C.) abolendo del tutto il senato e dimezzando così bruscamente (da circa 1000 a 500) il numero dei parlamentari. A parole tutti sono d’accordo con questa possibile risparmio di risorse pubbliche, ma nella pratica si oppongono fingendosi paladini della libertà e della democrazia.
Ciò che più mi avvilisce è assistere al vergognoso spettacolo che i nostri parlamentari stanno dando in questi giorni, proprio durante la discussione sulla riforma del Senato. Particolarmente bizzarra è l’accusa di totalitarismo e di “regime” rivolta a questo governo, la stessa che anni fa veniva lanciata contro il governo Berlusconi. Se la regola principale della democrazia in tutti gli aspetti della vita civile (anche nella scuola) è quella secondo cui la maggioranza vince e la minoranza deve adeguarsi alle decisioni (almeno fin quando non diventa essa stessa maggioranza) non si vede cosa ci sia di scandaloso o di “dittatoriale” nel fatto che vengano approvate leggi e riforme con i voti dei partiti di governo, che formano appunto la maggioranza parlamentare. Se si dovesse attendere il momento in cui tutte le forze politiche fossero concordi su di un provvedimento qualsiasi, tale momento non arriverebbe mai e la società non farebbe mai un passo avanti, perché è impossibile mettere tutti d’accordo, soprattutto coloro che giocano a mettere i bastoni fra le ruote e a dire sempre di no a tutto ed a tutti, in nome di un’onestà e una dirittura morale che è tutta da dimostrare.
A questo punto penso sia chiaro a chi mi riferisco: ai grillini, a quell’armata Brancaleone che si chiama “Movimento 5 stelle”, formata da persone che non hanno alcuna competenza di politica, di economia, di problemi sociali ecc., ed il cui unico scopo è quello di ostacolare gli altri, bloccare qualsiasi cambiamento del Paese, opporsi sempre a tutto in modo violento e scomposto senza mai saper produrre nulla di veramente costruttivo. In due anni di legislatura cosa hanno fatto costoro se non urlare, insultare, salire sul tetto della Camera dei deputati ed altre pagliacciate degne di quel buffone di Grillo, il loro signore e padrone? Mai una proposta concreta, se non quella demenziale del reddito di cittadinanza, per cui lo Stato dovrebbe pagare milioni di persone per non far nulla. Bel modo di rilanciare il lavoro e la produzione, starsene a casa sul divano e aspettare la manna dal cielo! Meglio non parlarne. E oltretutto questa schiera di poveracci incompetenti, quasi senza rendersene conto, assume talvolta posizioni che sanno di un revanscismo sinistroide della peggiore specie, come il pacifismo sognatore che pretende di fermare i terroristi dell’ISIS con le buone parole, l’opposizione alla TAV in pieno accordo con i centri sociali dell’ultrasinistra, il giustizialismo feroce e altre belle pensate di questo tipo. Ma la cosa più buffa di questi giorni è stata la reazione stizzosa e isterica di una senatrice del Movimento Cinque Stalle (io lo chiamo così) per dei gestacci osceni rivolti nei suoi confronti da senatori filogovernativi. A parte il fatto che le provocazioni continue dei grillini portano necessariamente a delle forme di reazione, non intendo con ciò giustificare il comportamento di quei signori che si sono rivolti in tal modo alla collega dimostrando di non essere certo dei galantuomini; ma ciò che mi indigna è vedere i parlamentari pentastellati reagire con violenza e chiedere pene esemplari per i colpevoli, quando sono stati proprio loro, da quando purtroppo siedono in Parlamento, ad usare espressioni volgari e offensive nei confronti degli avversari. E’ proprio vero quel che dice il proverbio, cioè che il bue dà del cornuto all’asino. Sentire una persona come la Taverna, repellente anche solo a vedersi e che sa esprimere soltanto ingiurie e turpiloquio, lamentarsi della volgarità altrui fa semplicemente sorridere, e fa anche pensare al livello infimo a cui è oggi arrivata la politica italiana.

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Libertà di espressione o cattivo gusto?

I recenti avvenimenti di Parigi hanno riempito tutti noi di sgomento e di esecrazione, oltre che di pietà per le vittime innocenti del terrorismo. Ma dal mio punto di vista non mi sembra giusto dire che sia stata colpita la Francia o l’Europa in senso lato; ciò che è stato attaccato è piuttosto un giornale che pubblicava vignette satiriche, del cui contenuto specifico non sono informato ma che non si limitavano certo ad una bonaria ironia, sconfinando spesso nel dileggio e nella ridicolizzazione di determinate ideologie e religioni. Ora, il nostro mondo occidentale ci ha abituato a credere, fin da quando siamo nati, che esistono la libertà di espressione e di stampa, e che esse sono intoccabili perché rientrano nella sfera più ampia della democrazia, altro concetto talmente diffuso nei Paesi occidentali da non essere più messo in discussione da alcuno. Quel che ci dimentichiamo troppo spesso è che esistono altre culture ed altre mentalità diverse dalla nostra, per le quali una vignetta satirica può rappresentare un intollerabile sacrilegio e la democrazia stessa non è l’unica forma di governo possibile. Questa profonda differenza antropologica tra popoli e culture diverse può spiegare, anche se certo non giustificare, quello che è successo: ciò che per noi comporta un bonario sorriso, o al massimo un impotente moto di indignazione, per altre culture può determinare la reazione che tutto il mondo ha potuto vedere.
Senza entrare nel merito dei fatti, che non intendo commentare perché altri più autorevoli di me l’hanno fatto e lo stanno ancora facendo nei talk-show televisivi, vorrei spostare leggermente il problema e parlare della cosiddetta libertà di espressione, cercando di intenderla nel modo più appropriato. Io sono convinto che debba esistere un ben preciso limite alla satira e al dileggio dei politici, delle persone di spettacolo o di altri personaggi pubblici; fare satira, in altri termini, non può e non deve significare libertà di insulto e di diffamazione, come purtroppo da tanto avviene nel nostro Paese, dove si tende a confondere questi due concetti ben distinti. I nostri giornali cosiddetti “satirici”, i siti web, le tramissioni televisive hanno ormai superato ogni limite, tanto da ricorrere all’insulto pesante contro l’avversario, rivelando così l’inciviltà e la faziosità che ancora alberga in molti giornalisti, opinionisti, politici o altro che sia. Con la scusa della satira oggi si può dire di tutto, usare le espressioni più volgari e offensive, invadere perfino la vita privata delle persone fino a scendere nei particolari più sconvenienti; e tutto ciò in nome di una presunta “libertà”, che per questi soggetti s’identifica nella licenza più completa di dire di tutto, senza il minimo rispetto per l’essere altrui. E se qualcuno si azzarda, come adesso faccio io, a invocare un limite al malcostume attuale, viene subito accusato di voler reintrodurre la “censura”, la quale non c’entra nulla, perché se è giusto che esista la libertà di espressione, lo stesso diritto all’esistenza ce l’ha anche la dignità umana e l’onorabilità di tutti noi. Anche i parlamentari non fanno eccezione a questo comportamento indegno quando inscenano vergognose gazzarre e si rivolgono agli avversari come non farebbero neppure i popolani più volgari e analfabeti: ne è fulgido esempio l’atteggiamento dei deputati del cosiddetto Movimento “Cinque Stelle”, i quali, come il buffone genovese che è loro capo e padrone, utilizzano un linguaggio da osteria, senza peraltro riuscire con ciò a mascherare la loro totale inconsistenza culturale ed umana.
La mia convinzione è che la satira ed il linguaggio televisivo dovrebbero avere un ben preciso limite, il cui rispetto dovrebbe essere garantito da un organismo di controllo dotato del potere di sanzionare, arrivando anche al licenziamento e alla denuncia penale, coloro che impiegano l’insulto e la volgarità come normale linguaggio quotidiano. Certe vignette dei giornali non sono affatto “satiriche”, ma veri e propri vilipendi delle persone e delle istituzioni (compreso il Presidente della Repubblica, insultato pesantemente dagli scherani di Grillo), che in un paese civile non vanno tollerati. Io stesso mi sono chiesto, e spesso, perché coloro che sono colpiti da questo modo spregevole di fare critica politica non abbiano reagito con querele contro i loro denigratori; ma forse ciò è accaduto perché se certe persone, come l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi, avessero dovuto querelare tutti coloro che li hanno volgarmente offesi e infamati, di azioni giudiziarie ne avrebbero accumulate a migliaia.
Non è accettabile che la libertà di parola e di espressione vengano continuamente confuse con la licenza di insulto e di diffamazione: questa è una pessima interpretazione della democrazia, di cui sono responsabili in primo luogo il movimento del ’68 (con i suoi slogan demenziali come il “vietato vietare”a) e poi la politica libertarista dei radicali ed in genere della sinistra nostrana, per la quale il rispetto delle regole di vita civile e delle idee altrui è sempre stato un concetto piuttosto difficile da digerire. Ciò che invece tutti dovrebbero imparare è che rispettare gli avversari, senza insulti e pesante sarcasmo camuffato da satira, è il miglior emblema della democrazia e del pluralismo. Gli antichi Romani, che sciocchi non erano affatto, avevano un controllo ben preciso della libertà di espressione e distinguevano nettamente tra “libertas”, la condizione cioè del cittadino libero e non soggetto ad altri, e “licentia”, l’anarchia cioè di chi ritiene di poter dire e fare tutto ciò che vuole calpestando i diritti altrui. Se riusciremo a ristabilire questa distinzione, anche ricorrendo a mezzi coercitivi quando necessari, avremo recuperato veramente una condizione di persone veramente libere.

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Nuovi barbari in Parlamento

Tutti noi, purtroppo, abbiamo visto in tv le vergognose scene svoltesi alla Camera dei deputati, dove la gazzarra scatenata dai deputati del “Movimento cinque stelle” ha fatto il giro del mondo e ha mostrato a tutti il livello di maleducazione, di volgarità e di barbarie vera e propria a cui i politici nostrani sono arrivati. Attila, al confronto, era un agnellino! L’esempio che viene dato ai cittadini, ed in particolare ai giovani che noi nella scuola stiamo faticosamente cercando di educare alla legalità ed alla tolleranza, è sotto gli occhi di tutti. In un paese civile, dove le leggi vengono rispettate, tutti coloro che si comportano così all’interno di un’istituzione, appartengano alla maggioranza o all’opposizione, sarebbero già stati sbattuti fuori dal Parlamento e inquisiti per i reati che hanno commesso. Si è perfino arrivati al vilipendio alle istituzioni, quando un deputato del M5S si è permesso perfino di dare del “boia” al Presidente della Repubblica. Come si possono tollerare simili comportamenti? Non c’è nessuno che reagisca, che faccia presente che in Italia c’è troppo garantismo, troppa impunità per chi commette reati di questo tipo? Tale è infatti l’agire di chi offende e diffama le istituzioni, a prescindere da chi le rappresenta. Per il suo passato comunista Napolitano non è simpatico neanche a me, e personalmente non l’avrei scelto per quell’incarico; ma una volta che è stato eletto, è dovere sacro di ogni cittadino rispettarlo per il ruolo che ricopre.
La verità è che Grillo ed i suoi si stanno accorgendo che chi li ha votati sta cambiando idea, perché tutti si sono resi conto che da un anno costoro stanno lì senza fare assolutamente nulla, ma sono capaci solo di urlare, insultare e dire di no sempre e comunque. La politica, ovunque nel mondo, è collaborazione, alleanza, compromesso con altri dalle diverse idee; costoro invece continuano a evitare il confronto con tutti, non collaborano con nessuno, rendendo totalmente inutili i voti di quei milioni di persone che hanno dato loro fiducia. L’urlo, l’insulto e il turpiloquio, oltre ad essere vergognosi di per sé, non cambiano nulla e finiscono per ritorcersi contro chi li usa, rendendo vani anche quegli argomenti che potrebbero essere condivisibili. Se conoscessero la storia, i cinque stelle saprebbero che solo con il dialogo pacato e civile si può ottenere di essere ascoltati; l’antipolitica, l’anarchia, la protesta fine a se stessa non hanno mai prodotto nulla di buono.

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Quale governo?

Sono passati quasi due mesi dalle elezioni politiche, e ancora siamo in alto mare per quanto riguarda la formazione di un governo. La cosa è spiacevole e dannosa, specie se consideriamo la situazione economica del Paese che non può più attendere, ed inoltre ci mette in cattiva luce con l’Europa e con il mondo. Certo, un risultato elettorale come quello cui abbiamo assistito non era prevedibile, specie per quel 25 per cento di qualunquisti che, per pura protesta e senza alcun progetto concreto, hanno dato il loro voto ad un’armata Brancaleone, a dei dilettanti allo sbaraglio che non hanno alcuna conoscenza della politica, né intendono prendersi alcuna responsabilità di fronte ai loro elettori. Perciò, forse tardivamente, molti italiani si sono accorti di avere sbagliato, perché la rabbia, le urla e gli insulti non conducono a nulla di positivo.
Rimangono in campo le altre due forze, il centrodestra ed il centrosinistra, più o meno con uguale consenso da parte dell’elettorato, salvo il fatto che una balorda legge elettorale (da cambiare subito!) concede il 55 per cento dei seggi a chi ha avuto solo il 29 per cento dei voti. Ma tant’è, c’è poco da fare in proposito. Ora però, se vogliamo seguire un ragionamento logico e nell’interesse del Paese, chi ha avuto la maggioranza (sia pur relativa) avrebbe l’obbligo di accordarsi con le altre forze per costituire un governo stabile ed in grado di varare quei provvedimenti di cui c’è tanto bisogno. Non c’è scelta: tolto di mezzo quel 25 per cento di avventurieri che non collaborano con nessuno, l’unica possibilità concreta e ammessa dai numeri (visto che la matematica non è un’opinione) è quella di un accordo tra i due maggiori partiti, cioè il PD ed il PDL. Tutti hanno capito che non c’è altro da fare, anche i bambini della scuola materna; gli unici che non lo hanno ancora compreso sono i falchi della sinistra tradizionale e postcomunista, a cominciare dal segretario del PD Bersani ed i suoi accoliti, irriducibile gruppo di “duri e puri” che mai verrebbero a patti col “nemico”. Così, per l’ostinazione di questi signori della sinistra, a due mesi quasi dalle elezioni non abbiamo ancora un governo e l’economia del Paese rischia di andare a rotoli, con conseguenze disastrose per tutti, anche per coloro, come i lavoratori del pubblico impiego, che finora si sono considerati al sicuro. Se questo accadrà, non resterà che individuare i colpevoli in coloro che, per odio ideologico, per chiusura mentale propria di un mondo ormai tramontato e per puri interessi di partito, non hanno voluto esperire l’unica soluzione possibile all’empasse attuale che ci fa canzonare da tutto il mondo. Eppure anche nel PD si sono levate voci di buon senso come quella di Renzi e di altri, che hanno cercato di far comprendere al segretario che di questo passo e con questa ostinazione non si andrà mai ad una soluzione; e per ricambio hanno ricevuto insulti da chi si ritiene infallibile, da chi pensa di avere il possesso assoluto della Verità e della Giustizia.
Io credo, piuttosto semplicemente, che questa assurda posizione di Bersani e C. derivi anzitutto dal timore di perdere voti e consensi all’interno del partito, in cui molte persone continuano ad odiare l’avversario e quindi male digerirebbero un accordo con il PDL e soprattutto con il suo presidente. Così i meschini interessi di partito e di conservazione delle poltrone prevalgono sulla logica e sul bene del Paese, di cui tutti si riempiono la bocca ma che nessuno vuole veramente. Eppure, mi viene da dire, un segretario di partito serio ed onesto avrebbe dovuto fare, come si dice oggi, “un passo indietro”, cioè dimettersi dopo la mancata vittoria alle elezioni; invece non solo Bersani non si muove, ma pretende addirittura di dominare e dirigere il partito come fosse un suo possesso, facendo dell’odio per il “nemico” di centrodestra il suo maggior argomento politico. Questo significa che, nonostante i vari nomi cambiati nel corso degli anni, quella parte del PD che fa capo a Bersani è ancora nostalgica di un’ideologia che la storia stessa ha dimostrato falsa e bugiarda.
E c’è anche un’altra cosa da dire, che riguarda una dichiarazione rilasciata ieri dallo stesso Bersani, il quale ha detto in sostanza di non poter governare con Brunetta o Gasparri, tanto per fare due nomi a caso. A parte il fatto che queste persone non sono né malfattori né affette da peste o malattie contagiose, ma poi, dico io, con quale autorità Bersani disprezza gli avversari quasi che lui fosse geneticamente superiore a loro? Io penso che anche questo sia un retaggio del passato, dei tempi dal ’68 in poi, quando i cosiddetti “intellettuali di sinistra” avevano (ed hanno ancora) la puzza sotto il naso, quella presunta superiorità umana e culturale che mai è stata dimostrata, ma che i radical-chic di oggi continuano impavidamente ad ostentare. A quanto pare Bersani ed i suoi considerano gli avversari come una razza inferiore con cui non avere contatti, così come i nobili di un tempo facevano con i contadini o i paesani, ai quali non rivolgevano nemmeno la parola. A me sembra che questo atteggiamento sia del tutto alieno dalla realtà attuale e si richiami a principi vecchi e ammuffiti come quello della lotta di classe, oggi improponibile perché non esistono più nemmeno le classi sociali di cui parlava il buon Marx. Ma non c’è da stupirsi: ormai siamo abituati alle contraddizioni ed alle buffonate dei politici, siamo – purtroppo – vaccinati contro tutte le fesserie di questo mondo.

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