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Tanto rumore per… poco

A me francamente sembra che l’arresto del terrorista rosso Battisti in Bolivia e la sua estradizione in Italia abbiano fatto troppo rumore, al punto che oltre metà dei telegiornali nazionali sono stati dedicati a questo avvenimento. Perché troppo rumore? Anzitutto perché il nostro governo ha gonfiato l’evento attribuendosene l’esclusivo merito, quando invece la causa della cattura è da imputare totalmente al cambiamento del clima politico nei paesi dell’America latina dove questo signore si era rifugiato, il che evidentemente gli ha fatto mancare ad un bel momento le protezioni di cui godeva in precedenza; quindi il suo arresto sarebbe avvenuto a prescindere da quale fosse stato il colore del governo italiano, che ne ha fatto invece un simbolo della sua tanto esaltata quanto inconsistente efficienza. Ma c’è un secondo motivo per cui la cosa è stata volutamente sopravvalutata, il fatto cioè che Battisti è solo uno dei tanti terroristi che sono sfuggiti alla giustizia e quindi il suo arresto, pur importante che sia, non risolve certo il problema generale della scarsa capacità dei nostri governi, ed in generale di tutti quelli delle cosiddette “democrazie”, di punire adeguatamente i nemici dello Stato.
Come già pensava Platone, e dopo lui tanti altri grandi filosofi, lo Stato è un concetto assoluto, è l’insieme di tutti i cittadini e di tutte le istituzioni che li rappresentano: per tutti gli uomini e le donne esso dovrebbe essere quindi qualcosa di sacro, di intoccabile, e chi si pone volutamente contro di esso e tenta di distruggerlo non dovrebbe ricevere nessuna pietà, nessuna comprensione, nessun beneficio di sorta. Per questo, pur augurandomi che l’assassino Battisti finisca i suoi tristi giorni in galera, non mi spiego perché altri terroristi rifugiatisi all’estero siano tuttora liberi e non vengano ricercati e perseguiti come è stato fatto per lui; il rischio concreto di questo clima creatosi in questi giorni, infatti, è che si cerchi di dare in pasto all’opinione pubblica un parziale successo per nascondere tutti gli altri insuccessi che lo Stato, nella sua debolezza e nel suo buonismo, ha incassato nella lotta con il terrorismo degli anni di piombo. La mia opinione in proposito, in effetti, è sempre stata quella di pensare che chi si è vantato di aver sconfitto il terrorismo ha detto colossali bugie per ingannare i cittadini sconvolti dal fenomeno: in realtà il terrorismo, specie quello di estrema sinistra, è imploso da solo quando i suoi capi si sono accorti dell’inutilità di una lotta armata che non avrebbe mai potuto raggiungere gli scopi previsti. Non è stato sconfitto dallo Stato, che si è mostrato sempre imbelle e incapace di affrontare il problema in modo veramente efficace.
Il perché di questa affermazione è semplice: se lo Stato avesse compreso fino in fondo il fenomeno, se avesse valutato la gravità dei fatti compiuti – primo tra tutti l’eccidio di Aldo Moro e della sua scorta – non avrebbe mai, e dico mai,consentito che gli assassini responsabili di quel massacro uscissero di galera. Se si fosse seguito il criterio indicato da Platone e da tutti coloro che hanno scritto di filosofia politica si sarebbe dovuto applicare la pena di morte, perché chi attenta alla vita dello Stato e uccide alcuni suoi rappresentanti e servitori è come se avesse ucciso tutti i cittadini, e non merita di vivere; prova ne è il fatto che chiunque avesse compiuto un atto simile fino a pochi decenni fa, quando il buonismo dei regimi democratici non si era ancora affermato, sarebbe finito sulla forca; e questo non per crudeltà, ma perché lo Stato ha il diritto di difendersi e di comminare punizioni che distolgano altri criminali da proseguire su quella strada. Perciò io non mi vergogno a dire che, quando ci fu il rapimento e l’uccisione di Moro, io invocai la pena di morte per i terroristi, condividendo il pensiero della maggior parte dei cittadini pur se gli organi ufficiali tentavano di nascondere questo sentimento popolare. D’altro canto, dovendosi accettare che ormai nel mondo occidentale la pena di morte è stata abolita, sarebbe però stato conforme ai più elementari principi di giustizia che quegli assassini restassero in galera per tutta la vita, senza vedere più la luce del sole fino alla fine della loro sciagurata esistenza. Invece gente come la Balzerani (tanto per fare un nome) hanno fatto pochi anni di prigione, oltretutto trattati in guanti bianchi, e poi sono usciti fuori; oggi sono tutti liberi, si permettono di avere profili facebook, di scrivere libri, di andare a fare conferenze e parlare degli omicidi che hanno commesso come se fossero eventi normali, giustificati dalla loro ideologia e dal clima politico che si respirava in quegli anni. Benché del loro pentimento non interessi nulla a nessuno, va anche aggiunto che nessuno di loro si è veramente pentito di quel che ha fatto. Il buonismo rivoltante e scandaloso di una falsa democrazia, che ha fatto sì che assassini confessi e mai pentiti siano liberi alla faccia delle famiglie delle loro vittime e dello Stato da loro offeso e colpito, è una vera e pesante sconfitta, altro che vittoria sul terrorismo! La vera vittoria sarebbe stata quella di far sparire quelle belve dalla faccia della terra, solo questo avrebbe reso giustizia agli innocenti massacrati ed ai loro congiunti.
Uno Stato che non si sa difendere, che perdona l’imperdonabile, che si vanta di meriti che non ha è uno Stato fallito, la cui debolezza provoca dolore e frustrazione nei cittadini, è uno stato che non vale nulla, che tenta goffamente di nascondere sotto principi evangelici la propria inefficienza. Per questo io non ho particolarmente gioito per l’arresto di Battisti, che deve pagare sì per quel che ha fatto, ma che rischia di pagare anche per tutti gli altri che sono sfuggiti alla giustizia e che sono liberi in modo assolutamente ingiusto e scandaloso. Se questo governo volesse fare veramente qualcosa contro il terrorismo, che non va mai perdonato neppure dopo 40 anni, dovrebbe rimettere in galera, e tenerceli a vita a pane ed acqua, tutti i terroristi di tutti i colori che sono in libertà nel nostro Paese e che vivono indisturbati facendosi beffe delle loro vittime. Questo sarebbe veramente un atto di giustizia, un segno di efficienza in mezzo a tante vanterie buffonesche alle quali le persone assennate non dovrebbero mai credere.

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Importanti anniversari

Ricorrono quest’anno due importanti anniversari a cifra tonda: i 50 anni dal “mitico” ’68 ed i 40 anni dal sequestro ed assassinio dell’onorevole Aldo Moro e dei cinque uomini della sua scorta. La televisione fa un gran parlare in questi giorni dei due eventi sopra citati, in particolare del secondo, per il quale sono previste apposite trasmissioni e persino una “fiction” su Moro visto soprattutto come docente, oltre che come uomo politico. Che eventi del genere, così importanti per la vita del nostro Paese, vengano ricordati è senz’altro giusto: e non solo perché restino nella memoria di chi c’era a quei tempi, come il sottoscritto, ma anche perché siano adeguatamente conosciuti da chi allora non c’era, quei giovani di oggi che molti accusano di essere qualunquisti e disinteressati alla storia ed alla cultura. In effetti c’è bisogno di una giusta informazione su quei tragici eventi, perché in un Paese civile la memoria storica non va mai trascurata, onde evitare che i ragazzi di oggi diventino tutti come quel tale che io sentii qualche anno fa (e giuro che il fatto è vero!) che, interrogato su chi mai fosse stato Aldo Moro, rispose che probabilmente si trattava di Lele Mora, quello che arruolava le aspiranti veline.
Che la tv si occupi di questi eventi è più che giusto, ripeto; ma lo dovrebbe fare in modo adeguato, cosa che non mi sembra stia facendo in questo momento: il sequestro ed il barbaro assassinio di Moro e della sua scorta viene presentato, almeno a quanto ho sentito finora, quasi come un normale fatto di cronaca, per quanto grave e singolare. Non si parla dell’inadeguata reazione dello Stato a quell’evento, né del fatto che i vigliacchi assassini delle Brigate Rosse, dopo pochi anni di carcere-villeggiatura, adesso siano liberi e si permettano persino di scrivere libri e partecipare a dibattiti televisivi. Per questo io, essendo stato testimone di quegli eventi e avendo respirato l’aria che allora si respirava, sento la necessità di esprimere la mia opinione in proposito.
Comincio anzitutto con il dire che il terrorismo rosso degli anni ’70, che provocò tante vittime innocenti, ha la sua prima radice nel movimento del ’68 e nelle farneticazioni dell’epoca, quando l’ondata di protesta contro “il sistema” favoleggiava di rivoluzioni proletarie e ne auspicava la realizzazione, benché gli studenti e gli intellettuali dell’epoca fossero in realtà lontanissimi dal vero proletariato, il quale li snobbava e li condannava alla stessa stregua di quelli dell’estrema destra. Il ’68 fu un movimento di figli di papà e di ideologi di professione che facevano dell’utopia il loro vangelo e della violenza il loro credo. Ovviamente non tutti i sessantottini esercitarono lo stesso tipo di violenza: molti si limitavano a lanciare bottiglie molotov contro la polizia alle manifestazioni (e Pasolini li condannava, pur essendo un intellettuale di sinistra), altri occupavano le facoltà universitarie impedendo il regolare svolgimento delle lezioni e calpestando così i diritti di chi voleva studiare, altri ancora si davano a pestaggi contro gli avversari politici, i famosi “fascisti” ch’essi vedevano dappertutto (bastava esprimere un’idea non perfettamente collimante con quella dei gruppi della sinistra extraparlamentare e si era definiti “fascisti”, anche se si era iscritti al PCI). Accadde però che dalle teorizzazioni della rivoluzione proletaria, della lotta di classe e di altre idiozie di questo genere qualcuno passò alla pratica, s’illuse cioè che la lotta armata fosse il metodo giusto per realizzare quelle idee e quelle teorie che venivano continuamente espresse ed esaltate sulla stampa e nelle aule universitarie. Nacque così il terrorismo, i terribili anni di piombo che insanguinarono il nostro Paese, e di ciò il ’68 ed i suoi teoreti sono i principali ed anzi unici responsabili. E’ chiaro infatti che se si continua per anni a teorizzare la violenza e l’eliminazione fisica dei “nemici”, poi c’è qualcuno che prende sul serio questi bei precetti e passa all’uso delle armi. Questa catastrofica conseguenza si aggiunge alle altre sciagure provocate dalla diffusione delle idee sessantottine, come la distruzione del principio dell’autorità, il “sei politico” nella scuola che ha fatto laureare tanti analfabeti, la perdita dei valori familiari e sociali che prima costituivano la base ideologica della vita sociale del Paese.
Tornando al rapimento ed all’assassinio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta, confesso che all’epoca io rimasi sgomento, e l’evento smorzò per sempre la mia gioia per la laurea conseguita il giorno prima del fatto, cioè il 15 marzo del 1978. Sul momento la mia reazione fu di una tale rabbia e sdegno che ritenni necessaria una risposta dello Stato pari a quella dei brigatisti: se costoro avevano dichiarato guerra allo Stato e ne avevano ucciso uno dei principali rappresentanti, mi sembrava giusto che a ciò si rispondesse con la stessa moneta, facendo cioè giudicare i brigatisti da tribunali militari e applicando il codice di guerra, che prevedeva anche la pena di morte. Quella sarebbe stata l’unica risposta adeguata, non il buonismo che già cominciava a manifestarsi sotto il nome di un falso concetto di democrazia, o almeno così allora pensavo. Poi, con il tempo, i responsabili del delitto Moro caddero nelle mani della giustizia e furono processati, ma gli organismi statali si vantarono (e si vantano ancora adesso) di aver vinto con i propri meriti la lotta al terrorismo, mentre la realtà è ben diversa: il terrorismo politico in Italia, che ha avuto molte riprese negli anni successivi, si può dire che è finito perché è imploso da sé, perché i protagonisti di quegli anni di piombo si sono resi conto dell’assurdità della loro lotta e dell’impossibilità di condurla a termine, non certo per opera dello Stato, che ha fatto ben poco, non è stato capace neanche di infliggere una giusta pena a quegli assassini.
Oggi, a quarant’anni da quell’evento, anch’io ho parzialmente cambiato idea e non sostengo più la pena di morte per i brigatisti, che ne avrebbe fatto delle vittime e degli “eroi” che forse altri avrebbero cercato di imitare; ritengo però che chi ha commesso delitti così orrendi, ha ucciso barbaramente persone innocenti e ha tentato un’insurrezione armata contro lo Stato non avrebbe mai più dovuto recuperare la libertà. Quegli assassini sarebbero dovuti restare in carcere per tutta la vita, senza nessun conforto né alleviamento della pena, ridotti ad una condizione che avrebbe dovuto farli pentire non solo delle loro azioni, ma anche della loro sciagurata venuta al mondo. Trovo infatti intollerabile che chi si è macchiato di colpe come quelle dei brigatisti sia oggi libero, sia rientrato in società come se nulla fosse accaduto e si permetta persino di avere una vita sociale: una di costoro, Barbara Balzerani, ha un profilo facebook, tanti “amici” che la sostengono e la lodano per ciò che ha fatto, e talvolta se ne esce con battute come quella di qualche tempo fa, quando disse che oggi “va di moda fare le vittime”, riferendosi ai parenti degli agenti uccisi da lei e dai suoi compari. Queste persone, se tali si possono chiamare, avrebbero dovuto scomparire dalla vista degli altri e condannati ad una maledizione perpetua, ad essere esclusi dal mondo come lebbrosi. E quando finalmente la loro vita perversa fosse finita nel fondo di una cella, nessuno avrebbe dovuto saperlo e di loro non dovrebbe restare memoria alcuna.

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Il blog di un professore ha dei limiti?

Oggi 12 febbraio questo mio blog compie quattro anni, essendo stato inaugurato nello stesso giorno del 2012. In questo periodo ho pubblicato oltre 190 articoli (o post come si dice oggi), che hanno riguardato massimamente il settore di mia competenza (cioè quello della scuola) e che più raramente hanno trattato altre tematiche di tipo politico, sociale o letterario. Ho intenzione a breve di compilare un elenco degli articoli e degli argomenti affrontati, in modo da rendere per i lettori più agevole il reperimento delle pagine più interessanti o più corrispondenti agli interessi di ciascuno. Per quanto mi riguarda, non nascondo che tenere un blog e aggiornarlo con cadenza più o meno settimanale mi costa fatica, perché di tempo ne ho poco; il lavoro scolastico, infatti, diventa ogni anno più pesante (non so perché ma è così) e anche l’età comincia ad avanzare. Pur tuttavia continuo a osservare questo mio impegno straordinario, anzitutto perché sento la necessità di far conoscere alle persone del mio settore, ma anche ad altri, quelle che sono le mie idee e le mie opinioni; in secondo luogo, tengo il blog perché sono convinto che l’esperienza di un docente che insegna da 36 anni può servire a chi comincia adesso questa professione ed a quanti, a qualsiasi titolo, hanno a che fare con il mondo della scuola. Ricavo questa convinzione dal fatto che continuo a ricevere lettere, al mio indirizzo e-mail privato che ho indicato sul blog, di colleghi, genitori e studenti che mi chiedono pareri e consigli. Quello che invece mi rammarica, come vado ripetendo da quando ho iniziato questa attività, è il fatto che al numero piuttosto elevato di visite giornaliere che il blog riceve non corrisponda un adeguato numero di commenti, i quali, se pubblicati e corredati di risposta, potrebbero essere utili a più persone. Accade invece, purtroppo, che di fronte ad una media di circa 150 visite al giorno, il numero dei commenti sia molto esiguo, tanto che a volte passano settimane senza riceverne alcuno. Probabilmente molte persone preferiscono limitarsi a leggere senza scrivere nulla, perché non amano mettersi in gioco e sostenere le proprie idee.
Comunque, dopo quattro anni di blog, ho pensato quest’oggi ad esprimere anche un altro problema che da tempo mi affligge, cioè le limitazioni che un’attività di questo tipo deve necessariamente avere quando il titolare è un professore. Noi docenti, si sa, siamo anche e soprattutto educatori, e quindi dobbiamo stare attenti a ciò che diciamo agli studenti, soprattutto in classe ma anche in un blog personale, dato che gli studenti stessi o i loro genitori possono benissimo leggerlo, anzi lo fanno molto spesso. Da ciò deriva che, se qualcuno di noi ha delle convinzioni diverse da quello che è il sentire ed il pensiero comune propinatoci dalla tv e dai giornali, se cioè le nostre idee vanno contro il cosiddetto “politicamente corretto” (traduco un’espressione anglosassone di larga diffusione), non lo possiamo esprimere senza venir meno alla nostra funzione di educatori e di formatori della gioventù. Ammettiamo, ad esempio, che qualcuno di noi sia favorevole alla pena di morte, o sia contrario all’accoglienza indiscriminata degli immigrati che vengono sistemati negli alberghi a 4 stelle mentre molti italiani dormono in macchina e negli scantinati, o sia contrario ai matrimoni e alle adozioni gay, visto che di quello si parla oggi più che di qualsiasi altra questione. Uno di noi che la pensasse così sarebbe in pratica costretto a tacere, a non esprimere pubblicamente queste sue idee, perché in caso contrario sarebbe tacciato di oscurantismo, fascismo, razzismo, bieco cinismo, bestiale malvagità e chi ne ha più ne metta, e il disprezzo nei suoi confronti sarebbe ancor maggiore di quello da riservare ad altri cittadini, perché noi siamo educatori e dobbiamo sempre e comunque rispettare le idee prevalenti che ci vengono imposte da quella che altrove ho chiamato “la nuova religione laica” dei diritti civili, siamo tenuti a trasmettere ai giovani ideali di buonismo, di accoglienza, di libertarismo e di libertinismo, anche se non ci crediamo. A me questa sembra una grave limitazione della libertà di opinione e della personalità di ciascuno di noi, in nome di un’etica preconcetta, voluta da certe lobbies e imposta a tutti dai mass media in modo coercitivo. Nei secoli passati chi si opponeva al pensiero comune veniva frustato in piazza, torturato o mandato al rogo dal tribunale dell’Inquisizione; adesso lo si punisce più sottilmente attraverso una condanna morale e un’emarginazione di fatto dal contesto sociale, ma il disprezzo che il dissidente riceve è lo stesso, e se si tratta di un docente è ancora maggiore. Di questo sono consapevole ed ho voluto qui esprimerlo… ma ho parlato in generale, per carità, non vorrei che si pensasse che il problema mi riguardi personalmente.

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Avere un blog: i pro e i contro

In questi giorni il mio blog, inaugurato nel febbraio del 2012, ha raggiunto il lusinghiero traguardo delle 50.000 visite. So che non è molto in confronto ai blog dei “vip” conosciuti a livello nazionale, che ragionano in termini di centinaia di migliaia di visitatori, ma per un semplice professore di liceo non mi par poco aver raggiunto un numero del genere. Ciò significa che gli argomenti di cui parlo, tra cui primeggiano ovviamente i problemi della scuola e le situazioni quotidiane in essa vissute, interessano a molte persone. E dato che pubblicare un libro di memorie, di racconti o di saggi è oggi diventata un’impresa disperata, anche e soprattutto a causa della crisi che investe l’editoria cartacea, ben venga questo strumento moderno, cioè internet, che consente di far conoscere agli altri il proprio pensiero.
Avere un blog è quindi una grande opportunità, che fino a pochi anni fa non esisteva; e questo rappresenta un indubbio vantaggio per chi, come il sottoscritto, sente l’impulso di far conoscere pubblicamente le proprie idee e le proprie convinzioni, pur non ricavandone ovviamente alcun guadagno materiale. E’ insito nella natura umana, come ben sottolineavano i nostri padri greci e romani, il desiderio di far conoscere se stessi, le proprie opinioni e le proprie qualità, perché ciò che si sa e si pensa non deve restare chiuso in noi stessi ma fatto conoscere a quante più persone possibile che ne siano interessate. Questa attività alimenta la discussione e lo scambio delle idee, utili a tutti coloro che riconoscono l’opportunità del dialogo civile e democratico; per questo io leggo molto spesso i blog degli altri, perché conoscere molti punti di vista, anche diversi dal proprio, serve comunque a riflettere e talvolta anche a ravvedersi su certe posizioni. E’ stato detto, e giustamente, che solo gli idioti non cambiano mai idea.
Però gestire un blog comporta anche impegni e inconvenienti, non dobbiamo dimenticarlo. Prima di tutto esso va “alimentato” con nuovi post abbastanza di frequente, altrimenti succede che i lettori se ne vanno e non tornano più. Esistono blog che vengono aggiornati, quando lo sono, poche volte l’anno, e così a poco a poco vengono dimenticati. Per questo io cerco di inserire un nuovo post, in media, una volta alla settimana, anche se a volte mi costa fatica trovare il tempo per scrivere qui e mi riduco a farlo a tarda notte, dopo aver corretto i compiti o essermi aggiornato sulle mie discipline di insegnamento. E poi c’è il problema dei commenti: quando i lettori ne mandano qualcuno a un articolo del mio blog, mi sento in dovere di rispondere, e anche questo porta via del tempo. Non capita raramente, poi, che nei commenti e nelle mail che ricevo si trovino anche spiacevoli critiche o addirittura insulti, da parte di chi non si riconosce in quello che ho scritto. Ciò non mi spaventa, perché da sempre sono abituato a dire apertamente ciò che penso, anche a costo di procurarmi risentimenti e inimicizie; mi è successo tante volte nella vita reale, può succedere dunque anche in quella virtuale. Per fortuna su internet c’è la possibilità di non pubblicare i commenti offensivi o volgari, e così faccio; ma il disappunto per il comportamento di certe persone, purtroppo, rimane.
Se il blog, come nel mio caso, è quello di un docente che deve avere anche funzione di educatore e di formatore, ciò comporta un altro problema, cioè che occorre stare attenti a ciò che si scrive per non rischiare di essere fraintesi o di far passare un messaggio che il pensiero comune oggi non accetta. Ammettiamo per assurdo che un professore che gestisce un blog sia favorevole alla pena di morte o contrario all’accoglimento di tutti questi extracomunitari che sbarcano ogni giorno sulle nostre coste: non può dirlo apertamente, perché sarebbe subito tacciato di essere forcaiolo o razzista, e questo è incompatibile con la funzione formativa dei giovani che sono affidati alle nostre cure. Pare strano, ma questa è una vera e propria limitazione della libertà di espressione, nel senso che l’opinione comunemente diffusa da giornali e tv non permette ad alcuno di schierarsi apertamente contro senza rischiare un linciaggio mediatico, e questo un docente non se lo può permettere. Quindi la sincerità di cui parlavo prima non può essere, in questo caso, applicata fino in fondo, e occorre sempre trovare compromessi. Lo stesso vale per le opinioni politiche, che un docente non dovrebbe manifestare apertamente con i suoi studenti, per non essere accusato di volerli indottrinare; pertanto ciò che è permesso a qualsiasi altro cittadino non lo è al professore, il quale deve sempre destreggiarsi in una visione generalista e approssimativa della realtà politica che ci circonda. E debbo confessare che a me questo non riesce del tutto, nel senso che non è difficile, a chi legga attentamente i post passati del mio blog, comprendere il mio punto di vista. E’ ben vero che oggigiorno le ideologie sembrano non esistere più, tanto che si fa fatica a distinguere ciò che è di destra da ciò che è di sinistra; ma per chi, come il sottoscritto, ha vissuto gli anni degli scontri e del terrorismo, questi concetti sono ancora vivi nella mente, e non è facile adattarsi al grigiore ed al consumismo che caratterizzano la società attuale.

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Tragedia greca e mass-media moderni. Strumenti di democrazia o di totalitarismo?

Come sa chiunque studi o abbia studiato letteratura greca, la tragedia nell’Atene del V° secolo a.C. non era affatto uno spettacolo come possiamo intenderlo oggi; era, al contrario, una sorta di scuola, di palestra formativa nella quale agli spettatori, di fatto obbligati ad assistere alle rappresentazioni, venivano inculcati alcuni valori comunitari da assorbire e rispettare: l’omaggio alla religione, l’obbedienza alle leggi, la necessità di combattere in difesa della patria, l’orgoglio di essere greci e non “barbari” e altri ancora. Mediante una vicenda mitologica, che tutti più o meno già conoscevano, gli autori dei testi e delle musiche intendevano così formare una mentalità diffusa, un pensiero omologante a cui tutti i cittadini dovevano attenersi. Si trattava, in altri termini, di un procedimento di tipo psicologico e sociale che mirava a consolidare la stabilità interna della città-stato (la polis). Con una simile omologazione del pensiero comune, poco importava se, in una forma di governo democratica, poteva esserci il dissenso: l’importante era che la maggioranza dei cittadini fosse unita nel credere e sostenere dei principi comuni e condivisi. Anzi, facendo leva sulla mentalità preponderante così ottenuta, diventava agevole etichettare come retrogrado o – al contrario- come pericoloso sovversivo (v. Euripide) colui che non si conformava al credo comune, che veniva osteggiato, emarginato e persino perseguitato. Così, nei sistemi democratici, si tutela il potere e chi, più o meno legittimamente, lo detiene.
Dopo venticinque secoli, nella nostra Italia moderna assistiamo ad un fenomeno per certi versi analogo a quello dell’antica Atene; solo che adesso, invece degli spettacoli teatrali messi in scena poche volte l’anno, si impiegano i moderni mezzi di informazione come il cinema, la televisione ed anche internet. Mediante questi micidiali strumenti che entrano in ogni casa (specie la TV) si tende a diffondere idee dominanti che, in uno spazio temporale neanche troppo lungo, si spargono in ogni direzione e condizionano a tal punto la mente dei cittadini da portarli direttamente all’alienazione ed all’omologazione del pensiero. Coloro invece che resistono a questo condizionamento ideologico, che pure ancora esistono, vengono ostracizzati come si faceva nell’Atene del V° secolo a.C., affibbiando loro etichette infamanti ed escludendoli di fatto dalla comunità sociale. E’ questa una forma di dittatura strisciante, la peggiore di tutte perché mira a omologare la mentalità comune ed a schiacciare il dissenso; ed il bello è che non ha bisogno del manganello, dell’olio di ricino o di spedire i dissidenti nei gulag della Siberia. Basta la televisione e qualche persona giusta nei posti di comando e nelle istituzioni.
Facendo qualche esempio, si può citare la massiccia campagna ideologica messa in atto dalla televisione, dai giornali e da ambiti istituzionali (v. la presidente della camera dei deputati Boldrini) a sostegno dei diritti dei gay e degli immigrati extracomunitari. Ormai non è più lecito ad un cittadino affermare la propria contrarietà ai matrimoni gay o agli sbarchi incontrollati degli africani sulle nostre coste senza essere marchiato a fuoco come retrogrado, xenofobo, razzista, oscurantista, fascista, nazista e chi ne ha più ne metta. E’ vero che nessuno impedisce materialmente di manifestare un’opinione, ma quando si crea ad arte una mentalità dominante, quando si aliena la mente dei cittadini mediante proclami televisivi o si fa passare per carità cristiana il buonismo dissennato, diventa inutile per chi la pensa diversamente tentare di modificare il pensiero vincente: si è costretti a mugugnare in disparte, a non manifestare le proprie idee per paura delle etichette infamanti, in pratica si viene neutralizzati con l’imposizione – non violenta ma ugualmente vincente – di un credo che cala dall’alto, da chi detiene il possesso della cultura ufficiale e della propaganda televisiva. Costoro, una volta che hanno visto fallita la rivoluzione proletaria che agognavano, ci impongono adesso una rivoluzione strisciante, occulta e mascherata da democrazia, e per questo ancor più pericolosa.
Faccio un altro esempio. Io sono convinto che se i cittadini, liberi da ogni condizionamento, potessero esprimere in piena coscienza e libertà ideologica il loro parere sul sistema giudiziario italiano, ne darebbero un pessimo giudizio, soprattutto per le leggi vergognose che permettono agli assassini di uscire di galera dopo poche settimane o pochi mesi. Sono anzi certo che la maggioranza, se potesse parlare in libertà, prenderebbe in considerazione anche il ripristino della pena di morte, almeno per i delitti più atroci ed efferati. Ma chi ha il coraggio oggi di esprimere un simile parere, dopo che da decenni assistiamo al prevalere di un buonismo incontrollato, imposto ossessivamente dai mezzi di informazione, che vorrebbe addirittura aprire le carceri e mandare fuori tutti i criminali? Si dice che le prigioni siano troppo affollate; ma se è così la soluzione non può essere che quella di costruire nuove carceri, non certo quella dell’amnistia che rimette in circolazione persone che si sono macchiate di reati per i quali è giusto che siano puniti. Ma anche questo non si può dire pubblicamente: se qualcuno oggi si dichiarasse a favore della pena di morte subirebbe un linciaggio mediatico dal quale non si risolleverebbe più e vedrebbe distrutta la propria personalità e la propria carriera.
A volte poi gli alfieri del buonismo e della rivoluzione strisciante non si accontentano della gogna mediatica, ma ricorrono all’autoritarismo imponendo con la forza le loro convinzioni e mettendo a tacere i dissidenti con la minaccia del processo e della galera. Alludo alle leggi che adesso, in pieno dispregio della Costituzione democratica, ripristinano il reato d’opinione, come quella sull’omofobia e l’altra sul negazionismo, la quale sanzionerà anche con il carcere chiunque non presti fede al cosiddetto olocausto, cioè lo sterminio degli ebrei perpetrato dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale. Poiché io ho sempre creduto nella nostra Costituzione e nella libertà di opinione ch’essa garantisce, trovo mostruosa una legge come questa. Come si può imporre ad una persona un’opinione che non ha ed impedirgli di esprimere le proprie idee? Simili metodi li usavano Hitler e Stalin, non i parlamenti delle moderne democrazie. Chi sa di essere dalla parte della verità può facilmente dimostrarla, nel caso dell’olocausto, fondandosi sulle numerose prove e nelle testimonianze che esistono a tal riguardo; non deve imporla con la forza minacciando il carcere contro chi non la condivide, perché così facendo presta il fianco proprio a chi cerca di trovare incrinature in quella verità. L’imposizione forzata di un’idea o un’opinione non può che far male anche a chi la impone, e soprattutto mina alla base i principi essenziali della libertà e della democrazia, accomunandosi proprio a quelle dittature che a parole sono da tutti condannate.

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