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La competizione tra gli studenti

Nonostante tutte le leggi e le norme egualitarie che si sono succedute negli ultimi quarant’anni, che tendono a proteggere i più deboli e ad evitare la competitività tra gli studenti, spiace constatare che anche oggi per molti di loro la scuola è una “gara” a chi ottiene i migliori risultati, o meglio i migliori voti, senza tener conto dell’effettivo livello di conoscenze e competenze che c’è dietro le valutazioni. L’attaccamento al voto, spesso ritenuto l’unico traguardo per cui valga la pena studiare, è fortissimo nella nostra scuola ed accomuna studenti e genitori. E francamente da questi ultimi, dato che sono in un’età più matura dei loro figli, ci si attenderebbe una disamina più obiettiva dell’attività didattica, che tenesse conto anche della qualità delle conoscenze trasmesse dai docenti ai loro figli e non solo dei numeri con cui vengono valutate le loro prestazioni. E’ significativo, a tal proposito, il colloquio scuola-famiglia, che normalmente viene tenuto una volta a quadrimestre: in teoria i genitori sembrano disposti ad apprezzare maggiormente i docenti che s’impegnano e che offrono un livello qualitativo elevato di insegnamento ma poi, dopo qualche divagazione o discorsetto generale, la lingua batte sempre sullo stesso punto: “Ma che voti ha mio figlio?”, “Potrà rimediare?” “Ce la farà a fine anno?”. “Sa, lui (o lei) sarebbe contento di vedersi gratificato con un buon voto, perché studia tanto…”, e altre amenità del genere. Questo è ciò che interessa veramente i genitori, non altro; e che ciò sia vero si evince con chiarezza dal fatto che le proteste dei familiari degli studenti contro i docenti non sono quasi mai rivolte contro quelli poco preparati nelle loro discipline o didatticamente inefficaci, ma contro coloro che giustamente assegnano anche voti bassi, perché non è garantendo a tutti la sufficienza che si crea una scuola efficiente; anzi, così facendo si danneggiano gravemente gli studenti stessi, perché li si illude di avere qualità e conoscenze che non hanno e li si predispone a gravi delusioni nel momento in cui il prosieguo degli studi o il mondo del lavoro li metteranno di fronte alla dura realtà.
Il mito del bel voto, d’altro canto, è comprensibile in una società materialista e superficiale come quella di oggi, dove le apparenze contano molto più della sostanza: poiché infatti ciò che appare all’esterno di un curriculum scolastico sono i voti, è chiaro che sono questi ad assumere l’importanza maggiore sia per gli studenti, che con i buoni voti si sentono gratificati ed in pace con la loro coscienza, sia per i genitori che possono così tenere alto il prestigio della famiglia e vantarsi con amici e parenti di avere un figlio o una figlia “bravi”. L’aspetto più negativo della cosa, in sé già abbastanza squallida, è però il fatto che molti studenti, imbeccati dall’ambizione dei genitori, non vogliono soltanto avere buoni voti, ma averli in ogni caso migliori di quelli dei compagni e delle compagne, percependo ancora la scuola non come un luogo dove ciascuno riceve una propria formazione da utilizzare nella vita, ma come un’arena dove si gareggia a chi arriva primo, a chi è più bravo, dove la soddisfazione personale per la propria prestazione è tanto maggiore quanto i propri risultati sono migliori di quelli altrui. Sotto questo profilo bisogna dire che ben poco è cambiato rispetto ai tempi miei, perché anche allora c’era competitività tra i ragazzi, fomentata purtroppo dagli insegnanti stessi che proponevano addirittura “gare” di grammatica, matematica, storia ecc., gare a cui ricordo di aver partecipato anch’io alla scuola elementare e media. Ma quegli insegnanti non avevano colpa, perché allora si pensava che fosse giusto così. Poi arrivò il Sessantotto e fece di tutto per eliminare questa competitività, anche se lo fece in modo errato, cioè con l’egualitarismo assurdo del “sei politico”. Ma il problema non fu mai superato, se è vero che ancor oggi, a distanza di tanti anni, riemerge questo meccanismo perverso che collega l’autostima personale dello studente ai voti ottenuti ed al confronto con i compagni. E anche qui la colpa è spesso dei genitori, i quali non si accontentano dei buoni voti, ma pretendono anche che i loro figli siano “i primi della classe”, senza sapere che spesso accade che i primi a scuola diventino poi gli ultimi (o quasi) nella vita.
La mentalità competitiva è fortemente deleteria, perché da chi è affetto da questa patologia la cultura stessa non viene più considerata un arricchimento personale, bensì uno dei vari strumenti per prevalere sugli altri, per riaffermare la propria personalità a danno altrui. Con questi presupposti non si arriva mai a valutare a fondo l’importanza delle conoscenze personali, le quali debbono concorrere a formare una personalità libera, un pensiero autonomo, non persone che vivranno sempre con la sindrome dei concorrenti dei quiz televisivi. Ognuno deve studiare per sé, per quello che la cultura rappresenta a livello personale, non per il voto alto o per il primo posto nella classe. A che servirà un’alta valutazione all’esame di Stato, dico per fare un esempio, se dietro quel voto ci sarà il nulla, come avviene in quelle scuole dove i voti alti ed altissimi vengono regalati a chi non li merita solo per far fare bella figura all’Istituto e ai docenti?
Il problema potrebbe essere superato se si affrontasse lo studio con una forma mentis analoga a quella con cui si affrontano certe gare sportive. Nelle discipline a carattere individuale (penso all’atletica leggera) ogni atleta scende in pista per migliorare se stesso, per raggiungere sempre obiettivi più alti, a prescindere dagli altri concorrenti. Così almeno dovrebbe essere; altrimenti un atleta che si sia qualificato per la gara olimpica dei 100 metri piani avendo raggiunto a malapena il limite stabilito, con quale spirito andrebbe a gareggiare sapendo che a quella gara partecipa il primatista mondiale Usain Bolt ed altri campioni? Se l’unico scopo della partecipazione alle Olimpiadi fosse quello di vincere la gara, allora il nostro atleta dovrebbe starsene a casa, perché non ha oggettivamente nessuna probabilità di battere Bolt e gli altri fuoriclasse. Eppure gareggia ugualmente, perché la sola partecipazione è per lui un grande onore, e soprattutto perché vuole migliorare se stesso, pur sapendo che difficilmente andrà oltre le batterie dei 100 metri piani. Lo stesso spirito dovrebbero avere gli studenti, e soprattutto le studentesse che sono più aggredite dei maschi da questo virus della competitività: frequentare una scuola è come fare una gara sì, ma con se stessi, non con i compagni. Ogni conoscenza acquisita in più, ogni miglioramento del proprio metodo di studio, ogni problema superato sono traguardi importanti, che dovrebbero gratificare e aumentare l’autostima, perché è con il sacrificio quotidiano che ciascuno costruisce il proprio bagaglio di conoscenze e competenze da utilizzare poi nella vita futura. L’invidia e la malevolenza contro la compagna che ha preso un mezzo voto in più all’interrogazione non portano alcun vantaggio; finiscono anzi per svalutare totalmente l’azione didattica e l’apprendimento stesso, perché chi studia solo per il voto, senza provare interesse ed amore per ciò che studia, è destinato a non apprezzare nulla, a dimenticarsi tutto o quasi e a vivere in uno stato di perenne insoddisfazione. Qualche volta essere egoisti, pensare a se stessi e non guardare cosa fanno gli altri può essere di aiuto; e poiché la nostra società è fortemente competitiva, non lasciarsi prendere da questo meccanismo – almeno negli anni della scuola – può essere un valido sistema per rivendicare a se stessi la propria libertà morale.

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I colloqui scuola-famiglia: cos’è cambiato?

Mi ricordo che molto tempo fa, i primi miei anni di insegnamento, il rapporto con i genitori degli alunni era diverso da oggi, soprattutto perché erano diversi loro: molto più obiettivi di adesso, non facevano se non raramente gli avvocati difensori dei figli, ma cercavano di collaborare con il docente affinché l’azione educativa andasse a buon fine, almeno nella maggior parte dei casi. Ma ciò che me li fa preferire rispetto a quelli di adesso è il fatto che a quei tempi (parlo di circa 30 anni fa, più o meno) i genitori erano in grado di valutare la professionalità e la validità didattica degli insegnanti dei propri figli, e ciò si manifestava tanto in una critica anche aspra verso i docenti mediocri quanto in una giusta gratificazione di coloro che sapevano ben svolgere la loro professione, con entusiasmo e competenza. E ciò avveniva non perché le famiglie di un tempo fossero più acculturate di quelle attuali, ma in virtù di una diversa concezione della scuola, che non doveva essere un parcheggio quinquennale per ragazzi svogliati e demotivati, ma una palestra di vita, in grado di fornire una formazione ed un metodo di studio e di autonomo ragionamento che servisse poi per la vita. Chi di noi continua a ricevere riconoscimenti, anche a distanza di tanti anni, da parte di ex alunni adesso diventati a loro volta genitori, comprende ciò che voglio dire.
Nel periodo attuale, come spesso ho constatato in questo blog, la scuola è profondamente cambiata, ha assunto i caratteri di un’azienda da collocarsi sul mercato come una qualunque ditta produttrice di automobili o di merendine; quindi è l’esteriorità, la facciata che è passata in primo piano, la forma al posto della sostanza. Oggi le scuole considerate più moderne e più in “vogue” sono quelle dove si svolgono molte attività parascolastiche come gite, settimane bianche, progetti vari ecc., e dove alla fine dell’anno scolastico si distribuiscono voti alti e si fanno registrare promozioni di massa, necessarie perché altrimenti si offusca l’immagine della scuola “efficiente” e moderna, con il rischio che le iscrizioni diminuiscano se si fanno le cose con la necessaria equità. Così l’attività didattica vera e propria, che dovrebbe essere il cardine ed il vanto di ogni istituzione scolastica, passa in secondo piano, ed anzi viene vista quasi come un ostacolo allo svolgimento di tante elette e avveniristiche attività. Ciò corrisponde, del resto, all’imbarbarimento sempre più visibile nella società di oggi, dove trionfano l’ignoranza, l’approssimazione, la volgarità: basta accendere la tv per rendersi conto che la cultura, attualmente, è considerata quasi un orpello inutile in un mondo dove vigono soltanto le leggi dell’economia e del mercato, un passatempo per i disadattati che non si sanno adeguare ai tempi che vivono.
Così, per tornare all’argomento iniziale, è profondamente mutata anche la mentalità dei genitori che vengono a conferire con i docenti dei loro figli. Anche in questo ambito l’esteriorità svolge ormai il ruolo principale: a poche persone interessa la professionalità, la competenza e la preparazione del docente, ciò che è fondamentale è che il figlio o la figlia abbiano buoni voti e che quindi sia possibile per i loro familiari mantenere alto all’esterno il “decoro” della famiglia; altrettanto importante è che gli studenti non vengano gravati da un soverchio carico di studi perché devono avere il tempo necessario per fare sport, uscire con gli amici e soprattutto per sprecare tante ore sui social network o sui videogiochi, altrimenti rischiano di essere esclusi dal gruppo e non essere più quindi “al passo coi tempi”. I docenti che subiscono critiche e contestazioni, quindi, non sono quelli che lavorano poco e male (non numerosi in realtà, ma qualcuno c’è sempre, in ogni scuola) ma quelli che non sono disposti a regalare voti alti a chi non li merita e coloro che richiedono agli alunni un impegno costante, necessario per abituarsi ad entrare veramente nella vita da adulti, quando il mondo dorato degli ozi giovanili finirà ed i ragazzi si troveranno di fronte una realtà diversa da quella attuale.
Io sono reduce da un intero pomeriggio (cinque ore) trascorso nei colloqui con i genitori dei miei alunni, quindi colgo l’occasione per notare ciò che vedo e puntualizzare le differenze con i primi lontani anni della mia esperienza professionale. Ciò che per loro conta in modo quasi esclusivo, come sopra detto, sono i voti ottenuti dai figli: se questi sono buoni, se ne compiacciono e si mostrano orgogliosi dei risultati raggiunti, ma ben di rado ne attribuiscono il merito anche al professore; se sono mediocri, si preoccupano generalmente non di trovare il modo di migliorarli, ma chiedono con trepidazione se il figlio “ce la farà” al termine dell’anno scolastico, una domanda cui oltretutto nessun professore può rispondere, perché la decisione circa l’esito dello scrutinio finale è collegiale, di tutto il Consiglio di classe, e non dei singoli docenti. Se poi l’andamento didattico è proprio negativo, allora viene addotta una serie di giustificazioni che escludono quasi sempre le cause vere dell’insuccesso scolastico, ossia la mancanza di impegno oppure di capacità o attitudini per quel particolare indirizzo di studi: la colpa è dell’emotività, del timore che il ragazzo ha dell’insegnante (così la colpa viene scaricata su quest’ultimo), di situazioni familiari, problemi di salute e chi e ha più ne metta. E’ rarissimo il caso che un genitore riconosca le responsabilità del figlio nei suoi insuccessi; la colpa è sempre della scuola e dei professori, che avrebbero preso in odio un ragazzo (chissà perché poi?), lo avrebbero disamorato e demotivato allo studio provocandone poi la bocciatura, vista ancora come una gravissima disgrazia, una vera e propria catastrofe. Una visione delle cose, questa, che si spiega con le dinamiche della società attuale, basata sull’esteriorità e sul falso ideale del successo a tutti i costi, per cui l’idea dell’insuccesso scolastico appare come qualcosa di insostenibile, di vergognoso, di disonorevole. Questo pregiudizio impedisce quindi la giusta disamina della situazione, che sarebbe invece il pensiero opposto: se un alunno riporta continui insuccessi significa che non è adatto per quel percorso di studi, quindi farebbe bene a cambiare e sceglierne un altro più consono alle sue attitudini; oppure, in caso di non ammissione alla classe successiva, ciò dovrebbe costituire un punto di partenza per ricostruire in forma più proficua il proprio curriculum di studi. Ma quasi mai questi principi vengono compresi ed attuati, e così il dialogo tra docenti e genitori si trasforma spesso in una lamentosa nenia dove si fa di tutto per giustificare lo svogliato e l’incapace e dove si perde completamente la giusta immagine della realtà scolastica e delle vere funzioni dell’istituzione educativa.

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Osservazioni sul bullismo

Si fa un gran parlare, in questi ultimi tempi, del problema del bullismo a scuola ed altrove, con grande interesse dei mezzi di informazione di massa, i quali reclutano a tale scopo pedagogisti, psicologi, sociologi ecc. Il fenomeno è ben noto a ciascuno, perché molti di noi, da studenti o da militari, hanno dovuto subire prese in giro, esclusioni da certi gruppi e persino angherie più o meno gravi da parte dei compagni di scuola o dei cosiddetti “nonni” nelle caserme, cioè i commilitoni più anziani per servizio. Quando io ho svolto il servizio militare di leva (che ai miei tempi era obbligatorio) in aeronautica, le nuove reclute erano chiamate “missili” e molto spesso subivano dei soprusi che comunque, almeno nel mio caso, non erano particolarmente gravi ma erano più che altro scherzi compiuti in amicizia. E’ comunque chiaro che il fenomeno del bullismo è venuto alla ribalta adesso perché ne parla molto la televisione e perché il ministero tenta di affrontarlo con appositi provvedimenti, ma in realtà è sempre esistito. Limitandoci all’ambiente scolastico debbo dire che ai tempi miei il fenomeno era ancor più grave e marcato di adesso. Chiunque fosse per qualunque motivo diverso dagli altri veniva colpito dagli scherzi e dalle derisioni dei compagni: bastava che un ragazzo avesse gli occhiali ed era subito “quattrocchi”; se era un po’ grassoccio gli epiteti si sprecavano e qualcuno, come avvenne ad un ragazzo della mia classe delle medie, veniva definito simpaticamente, con un’elegante espressione francese “beaucoup de viande”; se era magro, era chiamato “stecco”, se alto “giraffa” e così via. Anche la violenza fisica non mancava, anzi ce n’era molta più di oggi. Quante volte, specialmente quando frequentavo la scuola media, ho sentito dire la frase “t’aspetto fuori”, ed altrettante ho assistito a veri e propri incontri di pugilato all’uscita dalla scuola! Casi di ragazzini deboli angariati e anche picchiati dai più grandi ce n’erano a iosa anche quaranta o cinquanta anni fa, solo che nessuno ne parlava, e neanche i genitori si preoccupavano di intervenire a difesa del loro figlio perseguitato. Questo stato di cose era considerato normale e ciascuno doveva abituarsi a difendersi da solo; altrimenti, se aveva paura o non reagiva, era considerato un vigliacco, un “mezzo uomo” per non dire peggio. L’ambiente studentesco era violento e caratterizzato da una specie di selezione naturale alla Darwin, dove solo i più forti sopravvivevano incolumi. Il problema era ancor più grave di oggi, soltanto che non faceva notizia. Tutto qui.
Con ciò non voglio sottovalutare il problema del bullismo attuale, che è comunque un fatto grave anche perché presenta due notevoli differenze con quello dei decenni passati. La prima è che attualmente è venuto alla luce anche il bullismo al femminile, di cui prima non si aveva quasi percezione; oggi le ragazze, che spesso nelle scuole sono più dominatrici e più determinate dei maschi, hanno preso dall’altro sesso tutti i peggiori difetti, e così avviene non di rado che alcune di loro si coalizzino per perseguitare una compagna che appare diversa o perché più debole o addirittura perché ritenuta più bella delle altre, e contro di lei scatta quindi la gelosia e l’invidia del gruppo. Il bullismo al femminile è più subdolo di quello maschile, perché raramente ricorre alla violenza fisica ma si manifesta per lo più nell’isolamento e nella ridicolizzazione della vittima, tanto da provocarle complessi di inferiorità e disagi esistenziali anche gravi.
La seconda novità del bullismo attuale è che fa uso dei nuovi strumenti comunicativi come i social network, tanto da trasformarsi in “cyberbullismo”, come si è soliti definirlo con questo brutto neologismo. Le conseguenze di questo fenomeno moderno sono più gravi di quelle che si avevano in passato, perché i bulli attuali sono soliti trasferire sulla rete immagini, video o anche semplici commenti che vengono visti e conosciuti da un numero ben maggiore di persone rispetto a prima, con il risultato di ingigantire il senso di disagio e di vergogna che la vittima prova. A volte, addirittura, vengono perpetrati persino ignobili ricatti, nel senso che la vittima viene minacciata, se non soggiace a compiere determinati atti, di veder rendere pubblica qualche sua immagine (o video) di cui può vergognarsi e che magari gli è stata strappata contro la sua volontà. Se prima si veniva messi alla berlina di fronte a pochi compagni, adesso centinaia o migliaia di persone possono assistere a questa gogna mediatica, e ciò aumenta a dismisura il senso di disagio, di fallimento, di disistima personale che prova chi è colpito da questi eventi, tanto che in certi casi si è arrivati persino al suicidio da parte di ragazzi o ragazze colpiti da questo tipo di bullismo. E’ chiaro quindi che da parte delle autorità dovrebbero essere presi provvedimenti severi e fortemente punitivi contro i criminali (perché tali sono) che compiono questi atti, e sarebbe anche giunto il momento, a mio parere, che le pagine dei social network fossero controllate e non fosse permesso a chiunque di scrivere e pubblicare ciò che vuole, perché questo malinteso senso della libertà induce a danneggiare gravemente l’autostima e la personalità di alcuni individui, che possono pagarne per tutta la vita le conseguenze. Sarebbe l’ora di limitare la libertà assoluta che sussiste su internet, dove ognuno dice e pubblica ciò che vuole. Questa non è libertà, è anarchia della peggiore specie.
L’intervento coercitivo e punitivo, che dovrebbe arrivare senza timori alla perdita dell’anno scolastico per chi compie questi atti all’interno della scuola, mi pare l’unica valida risposta a questi comportamenti; soltanto che poi arrivano i genitori a difesa dei figli, fanno ricorso e magari lo vincono perché il garantismo che domina in Italia rende praticamente impossibile l’azione educativa che, se vuol essere efficace, deve necessariamente passare anche attraverso le punizioni. In alternativa c’è l’indifferenza, che cioè il perseguitato (ovviamente se la violenza non è di tipo fisico) non dia alcuna importanza a ciò che viene detto o scritto su di lui finché i persecutori non si stancano. E’ quello che dicevano a noi i nostri genitori: “Se ti prendono in giro fai finta di nulla e ridici anche tu, perché se te la prendi dai loro soddisfazione e non la smettono mai.” Ma  se questo ragionamento poteva valere ai nostri tempi, non oggi, quando i giovani sono molto più sensibili e fragili emotivamente di quanto non eravamo noi. Oggi c’è il rischio che certe ferite non si rimarginino più e che i danni provocati all’autostima personale diventino permanenti, proprio perché viviamo in una società dove l’apparire conta più dell’essere, dove l’immagine esterna supera spesso i sentimenti ed i valori interiori della persona.

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A chi interessa la serietà degli studi?

Si è concluso da pochi giorni il periodo dedicato alle iscrizioni scolastiche per il prossimo anno 2016/17, ed è tempo di fare un primo bilancio della situazione, anche se qualche lieve cambiamento potrà avvenire di qui a luglio. Per quanto riguarda la mia scuola, che comprende vari corsi liceali, continua purtroppo il trend negativo già evidenziatosi negli anni passati: continua il calo del liceo classico, che ormai viene scelto solo da pochissimi eroi votati a questo tipo di sacrificio, ma anche il nostro liceo scientifico ha subito una durissima battuta d’arresto, con un calo di oltre il 40 per cento rispetto agli iscritti dello scorso anno. Non ho ancora i dati degli altri corsi del nostro istituto (linguistico e delle scienze umane), per cui mi limiterò a riferirmi ai primi due indirizzi sopra menzionati.
C’è da dire anzitutto che nel nostro bacino d’utenza si è verificato, proprio negli anni 2002 e seguenti, un certo calo delle nascite, ed è certamente questo uno dei motivi della nostra débacle. Facendo però una ricerca presso le scuole medie del territorio ci siamo resi conto che questa marcata flessione non si spiega soltanto con ragioni demografiche; è invece risultato chiaro che molti alunni che quest’anno si iscrivevano alla scuola superiore, specie quelle dei Comuni confinanti con altre province o altri distretti scolastici, hanno preferito istituti diversi dal nostro, magari anche molto più distanti e che non offrivano certo di più dal punto di vista didattico, logistico o tecnologico.
E’ quindi lecito chiedersi il perché di queste scelte, che ci penalizzano come scuola e ci addolorano individualmente per l’impegno che ciascuno di noi dedica al proprio lavoro. In tempi di vacche magre, purtroppo, c’è il rischio che cominci una guerra di tutti contro tutti, nella quale ciascuno accusa la propria scuola, i colleghi, il dirigente o altro che sia di essere responsabile del fallimento; si arriva cioè, quasi sempre, ad un rimpallo di responsabilità e ad una serie di proposte spesso inattuabili ed assurde che si sentono in sala insegnanti e nelle riunioni collegiali. C’è chi dice che bisogna fare tutto con il computer e i tablet, come se questi aggeggi fossero una manna del cielo e potessero sostituirsi alle capacità ed all’impegno degli studenti; chi sostiene di inserire nuovi corsi di studio o materie nuove come specchietto per le allodole; chi addirittura, in modo ancor più banale e semplicistico, propone di alzare i voti a tutti e non bocciare più nessuno, e altre perle di questo tipo.
Riflettendo sui nostri magri risultati in fatto di iscrizioni, io non ho potuto fare a meno di collegare il fenomeno della migrazione di studenti del nostro territorio verso altri lidi ad un evento accaduto qualche mese fa. Il centro di studi chiamato “Eduscopio”, che fa capo alla fondazione Agnelli di Torino (sito web: http://www.eduscopio.it) si è assunto il compito di monitorare, in tutta Italia, il livello qualitativo di ogni istituto di istruzione superiore facendo riferimento ai risultati ottenuti dagli studenti nei primi due anni di studi universitari. Ebbene, dall’indagine effettuata in questo stesso anno scolastico, risulta che i Licei della nostra città sono i primi per qualità dell’insegnamento e per livello di preparazione degli studenti non solo nel distretto di appartenenza, ma anche nella nostra provincia ed in quelle limitrofe. La notizia, quando è stata resa nota, ci ha gratificati e resi orgogliosi del nostro lavoro, che a quanto pare dà risultati brillanti e ci qualifica come scuola di eccellenza. Il dato di Eduscopio è stato pubblicizzato anche sui giornali locali come un vanto della nostra istituzione scolastica.
In realtà però, proprio nell’anno in cui ci è stato dato questo importante riconoscimento, abbiamo avuto il più marcato calo di iscrizioni. Da questo dato quindi, senza bisogno di ricorrere a sofismi e sillogismi, si può trarre la seguente conclusione: che la qualità degli studi non interessa più quasi a nessuno, anzi è un deterrente per chi deve iscriversi ad una scuola, per gli studenti ed i loro genitori. Certamente una scuola di eccellenza è una scuola che pretende impegno e serietà dagli alunni, come in effetti accade nei nostri licei; non c’è quindi da stupirsi se in una società dove predomina l’ignoranza e la superficialità, dove i giovani sono sempre più svogliati e imbambolati da Facebook e da Whatsapp, dove i genitori non si preoccupano più della preparazione dei loro figli ma mirano soltanto al voto e al “pezzo di carta”, siano ben pochi coloro che accettano di fare dei sacrifici per la cultura, la quale, com’è noto, “non si mangia” (come un raffinato politico ebbe a dire) ed è ritenuta inutile per aver successo in società e per fare quattrini in abbondanza. Oggi la serietà degli studi non è più un elemento positivo gradito a studenti e famiglie, ma un incomodo fastidio che costringe magari a rinunciare a qualche vacanza o qualche uscita con gli amici; i genitori, poi, non vogliono certamente che i loro figli stiano troppo tempo sui libri, ché si rovinano la salute. E per cosa poi? Per studiare latino, greco, matematica o scienze? E a che servono questi inutili residuati di un vecchio mondo? Tanto c’è Wikipedia, nel caso in cui a qualcuno, una volta nella vita, venisse qualche dubbio. Oggi per far soldi e successo ci vuole ben altro, e di questo ci accorgiamo ogni volta che accendiamo la televisione e osserviamo la la società intorno a noi; quindi la scuola deve essere leggera, facile, con voti alti distribuiti a pioggia senza che ad essi corrisponda nessuna reale preparazione. Così gli studenti, atterriti dalla prospettiva di dover aprire un libro, migrano verso scuole dalla fama più attraente della nostra, scuole dove si studia poco e si hanno grandi risultati in termini di valutazioni, e dove i docenti sono tutti amiconi dei ragazzi e passano come loro il tempo su facebook e su whatsapp. E poi ci meravigliamo dell’analfabetismo di ritorno e della barbarie in cui siamo caduti? Se Attila e Odoacre tornassero oggi in vita, sarebbero certamente dei raffinati intellettuali.

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La scuola come optional

Quando io ero studente, purtroppo moltissimi anni fa, i miei genitori mi dicevano che la scuola “era il mio lavoro”, e perciò in esso dovevo impegnarmi al massimo, senza discussioni; e tra i doveri che io ed i miei compagni avevamo, oltre ovviamente a quello dello studio vi era anche quello di rispettare puntualmente, ogni giorno, la frequenza scolastica, essendo le assenze ammesse soltanto in caso di malattia reale ed accertata. Non che questa prescrizione fosse osservata da tutti, perché anche allora c’era chi marinava la scuola; ma questa era comunque considerata una grave trasgressione, e chi la faceva agiva a suo rischio e pericolo, falsificando per lo più la firma dei genitori sulla giustificazione, e se veniva scoperto erano grossi guai. Io personalmente non ho mai saltato le lezioni, ed avrò fatto sì e no dieci assenze in cinque anni di liceo, e soltanto se la febbre mi era salita ad almeno 38, altrimenti andavo lo stesso. Mi ricordo che una mattina (era il mercoledì delle ceneri, il giorno dopo l’ultimo di carnevale) mia madre, reduce dal “veglione” a teatro (così allora si chiamava) assieme a mio padre, non si svegliò al mattino e quuindi omise di svegliare anche me;  ed io allora, disperato perché avrei perduto il pullman e la mattinata scolastica, costrinsi mio padre, assonnato anche lui e imprecante, ad accompagnarmi con l’auto per più di venti chilometri, quanto distava la scuola da casa mia.
Che il sentire comune di oggi sia molto diverso da quello di allora è cosa pacifica; ma non avrei creduto, quando cominciai ad insegnare, che la mentalità che c’era allora sarebbe mutata sino a diventarne l’esatto contrario. Io insegno in un Liceo Classico, una scuola dove i ragazzi vengono già con l’intenzione di applicarsi e di ottemperare seriamente ai loro impegni, almeno nella maggior parte dei casi; eppure la frequenza a scuola, per alcuni, sembra diventata un optional, nel senso che il numero delle assenze è di molto cresciuto rispetto a qualche decennio fa. Adesso vi è una casistica molto vasta di motivi atti a procurare assenze degli studenti: leggeri problemi di salute (basta un raffreddore o un po’ di tosse), esami della patente di guida (che quei cafoni delle scuole-guida fissano sempre al mattino, infischiandosene del fatto che i ragazzi debbono andare a scuola), la preparazione di feste o altri eventi, dover accompagnare amici o parenti, mancato funzionamento della sveglia, viaggi con la famiglia e via dicendo. A proposito di quest’ultima motivazione, è interessante osservare come sia cambiata profondamente la mentalità non solo dei giovani, ma anche dei loro genitori: un tempo nessuno si sognava di fare viaggi o settimane bianche in periodo scolastico, perché l’importanza della scuola nella vita di un giovane era tale da non autorizzare interruzioni della frequenza per siffatti motivi; adesso invece le famiglie organizzano viaggi e vacanze sulla neve e si portano dietro i figli senza interessarsi minimamente del fatto ch’essi perdono una settimana o più di lezione. Ciò non può che significare una sola cosa: che l’istruzione e la cultura hanno perduto inevitabilmente quell’importanza e quella considerazione che potevano vantare in passato, e che oggi quel che conta è la vacanza e lo svago, mentre la scuola deve limitarsi a fornire il “pezzo di carta” ottenuto a qualsiasi prezzo, e possibilmente con buoni voti per poter far fare ai genitori bella figura con i parenti e gli amici. La superficialità di questo nostro tempo si vede anche da questo, dal fatto cioè che la forma supera largamente la sostanza.
Occorre riconoscere che, tra i vari ministri che si sono succeduti negli ultimi anni, soltanto la Gelmini ha tentato di porre un freno a questo vergognoso fenomeno delle assenze degli studenti, che spesso, in alcuni istituti, raggiungono livelli incompatibili con l’obbligo di frequenza da sempre esistente nella scuola, anche perché ai motivi prima addotti vanno aggiunte anche le assenze cosiddette “strategiche”, quelle che si verificano per evitare interrogazioni o particolari impegni. Così qualche anno fa fu emanata una norma per cui, se uno studente superava il limite del 25% di assenze (circa 50 in un anno scolastico) veniva bocciato o non ammesso all’esame di Stato. Questa norma, sacrosanta secondo me, è stata però subito aggirata con il sistema tipicamente italiano del “fatta la legge, trovato l’inganno”; se infatti lo studente adduce certificati medici (veri o fasulli) che giustificano le sue assenze, la norma non vale più. Così i soliti furbetti, con l’aiuto di medici disonesti, riescono a farla franca anche con un numero di assenze ben superiore al limite prefissato; ed anch’io, come presidente di commissione, mi sono trovato una volta a dover esaminare (e promuovere) uno di questi vagabondi che aveva collezionato più di 60 assenze, ed oltretutto era perfettamente in salute.
Purtroppo così vanno le cose, e nulla mi toglie dalla testa che tutto ciò avviene perché della scuola, attualmente, importa poco a tutti, a cominciare dai ministri e dai politici vari, di tutti gli schieramenti. Ci sarebbe poi da dire che anche alcuni docenti forniscono ai loro alunni un esempio non proprio encomiabile, visto che spesso si danno malati o prendono permessi per motivi futili o se ne vanno in vacanza durante il periodo scolastico prendendo ferie e facendosi sostituire dai colleghi, cosa che il sottoscritto non ha mai fatto pur avendone lo stesso diritto degli altri. Dipende da come tutti noi, docenti e studenti, intendiamo il nostro lavoro: per alcuni è un dovere, per altri è un optional.

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Il primo giorno di scuola (per i professori)

Ecco, ci risiamo! Per la trentacinquesima volta (se non vado errato) mi trovo ad iniziare un nuovo anno scolastico, che per me purtroppo sarà uno degli ultimi, dato che tra non molto, mio malgrado, dovrò lasciare il lavoro e ritirarmi in pensione. Comunque, finché quel tragico evento non accadrà, io continuo a provare una strana emozione ogni volta che inizia un nuovo anno, un entusiasmo che sempre si rinnova, e mi accingo a svolgere il mio compito con l’attesa di conoscere una nuova classe e con una serie di progetti e di buoni propositi per la didattica che non so se potrò poi effettivamente realizzare.
Quando ricominciano le lezioni, tuttavia, non tutti hanno la medesima disposizione d’animo: alcuni di noi sembrano animati da un forte vigore intellettuale, sono forse più emozionati dei loro studenti al momento di riprendere un’attività dalla quale si sentono realizzati, mentre altri – al contrario – sembrano soffrire della cosiddetta “sindrome da rientro”, un’espressione che di solito viene riferita al momento in cui le persone, tornando dalle ferie, ricominciano la routine quotidiana ed il loro consueto lavoro. In sala insegnanti si vedono a volte facce scure e annoiate, di colleghi che avrebbero volentieri gradito un prolungamento delle già lunghe vacanze estive, e che obiettivamente faticano a rimettersi in moto, come automobili che siano rimaste ferme in garage per molti anni. Poi, dopo aver rotto il ghiaccio, riacquistano il consueto ritmo lavorativo, ma all’inizio sembrano un po’… arrugginiti, proprio come gli studenti che per tre mesi di chiusura delle scuole non hanno fatto nulla e quindi stentano a riprendere il ritmo dello studio. In fondo anche gli insegnanti sono persone come le altre, e non tutti hanno lo stesso modo di porsi di fronte alla loro professione. E pensare che da quest’anno dovremmo essere valutati singolarmente, una novità prevista dalla riforma cosiddetta della “Buona Scuola” su cui mi riprometto di ritornare più di una volta su questo blog.
Comunque, a parte le disposizioni d’animo individuali, ci sono obiettive difficoltà da superare il primo giorno di scuola, per noi docenti. La prima è che a volte ci ritroviamo – bontà di chi compila l’orario – ad avere due ore di lezione in una classe che già conosciamo dagli anni precedenti; e siccome gli studenti, com’è noto, il primo giorno portano a scuola soltanto il diario e una penna (quando va bene) non sappiamo come passare queste due ore. Stare senza far nulla non si può, ma non si può neanche cominciare così, ex abrupto, il nuovo programma, anche perché i ragazzi, dopo tutta un’estate di torpore e tutti presi a raccontarsi come hanno passato le vacanze, non ti ascolterebbero. Riusciamo a cavarcela, allora, parlando del programma da svolgere quest’anno, delle novità della riforma, dell’esame di Stato per le classi quinte, o al massimo facciamo un ripasso del programma dell’anno precedente, durante il quale il docente tenta di coinvolgere i ragazzi e farli parlare sui vari argomenti, ma molto spesso si ritrova ad arringare da solo una folla poco attenta e con il pensiero ancora rivolto al mare o alla discoteca. L’importante, comunque, è che trascorrano quelle due ore, e bene o male, con fatica, arriviamo al traguardo. Poi c’è un altro problema: che a forza di parlare per quattro ore il primo giorno di scuola, dato che i ragazzi partecipano poco o nulla come si è detto, la voce comincia ad affievolirsi e la gola a bruciare; ed è certo che questa non è una sensazione piacevole, che tutti gli anni immancabilmente si manifesta all’inizio delle lezioni proprio perché anche noi non siamo più abituati a sforzare in questo modo le corde vocali.
Un’altra cosa che i docenti fanno il primo giorno di scuola è controllare il proprio orario per i giorni o la settimana seguenti, storcendo spesso la bocca quando si accorgono che debbono fare qualche ora in più rispetto ad altri colleghi; ed è questa un’operazione che ripetono anche quando verrà loro comunicato quello definitivo, atteso da tutti con apprensione e a volte con terrore. Io, a sconto dei miei peccati, ho avuto per molti anni l’incarico di compilare l’orario delle lezioni nel mio Liceo, e soltanto quest’anno, con molto gaudio, me ne sono finalmente liberato; si tratta infatti di un compito sommamente ingrato, che viene descritto con grande efficacia anche nel libro di Domenico Starnone Ex cattedra, che ho piacevolmente letto anni fa. All’inizio, quando ancora l’orario non è stato compilato, i colleghi si rivolgono allo sventurato che ha questo incarico con affabilità e gentilezza, chiedendo per favore e “se possibile” (sic!) di avere magari il sabato libero, o di non entrare alla prima ora o altre richieste di questo genere; per di più, tutti riconoscono che questo incarico è molto difficile a causa degli incastri che si debbono compiere per sistemare i docenti che insegnano anche in altre scuole, per le esigenze didattiche ecc. All’inizio, quindi, vi è gran cortesia e comprensione nei confronti di chi compila l’orario; ma quando poi viene reso noto e qualcuno si accorge che i suoi “desiderata” non hanno potuto trovare accoglimento per l’oggettiva impossibilità di accontentare le richieste di tutti, allora scoppiano le proteste, i malumori, i vittimismi, le basse insinuazioni secondo cui ci sarebbero dei colleghi “favoriti” ai quali viene sistemato l’orario secondo i loro capricci ed altri “ghettizzati” che verrebbero puniti e trascurati dall’imperdonabile perfidia del compilatore. A me è successo tutti gli anni, senza eccezione, di essermi impegnato per giornate e settimane intere nel tentativo di scontare meglio possibile questa condanna, senza favorire nessuno ma tenendo conto solo di alcune situazioni personali che obiettivamente meritavano attenzione, e di essermi sentito accusare di favoritismi inesistenti, tanto che qualche collega è arrivato persino a togliermi il saluto perché magari entrava due volte alla settimana alla prima ora o perché usciva all’ultima. Una situazione allucinante, causa di uno stress dal quale non ci si libera per mesi, ma che dimostra la sostanziale immaturità di chi intende il proprio lavoro più come un “optional” che come un dovere da svolgere nei tempi e negli orari stabiliti. Ci sono colleghi che non riescono a rendersi conto del fatto che l’orario di ciascuno è subordinato alle opportunità didattiche della scuola e che dovrebbe essere compilato tenendo conto più delle esigenze degli studenti che di quelle dei professori; del resto tutti sanno, ma fingono di non saperlo, che neanche il giorno libero si può scegliere, e che anzi esso è una consuetudine delle scuole, non un diritto acquisito da nessuno. Da qui si può ben comprendere la differenza tra la teoria e la pratica, tra le situazioni di diritto e quelle di fatto: a parole tutti riconoscono i dati di fatto che ho enunciato qui sopra, ma poi pretendono che siano soddisfatte le loro aspirazioni personali, non sempre confortate da problemi reali e degni di essere presi in considerazione. Forse una vera riforma della scuola andrebbe realizzata cercando di cambiare la mentalità di molte persone: degli studenti svogliati e presuntuosi a cui sembra tutto dovuto, dei genitori sindacalisti dei figli, ma anche di certi insegnanti, i quali hanno scelto una professione molto importante e gratificante ma anche difficile e delicata, dove si è continuamente osservati e dove occorre dare sempre buona prova di sé, se vogliamo che i nostri studenti ci stimino e ci prendano a modello per la loro formazione culturale ed umana.

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I difetti della classe docente

In questi ultimi tempi mi pare che il comportamento di molti colleghi, che hanno boicottato (inutilmente) l’approvazione della riforma della scuola, abbia messo a nudo le magagne, i difetti e le frustrazioni che da molto tempo caratterizzano la mia categoria, quella degli insegnanti di ogni ordine e grado. Dal computo vanno però esclusi i docenti universitari, i quali pure, nonostante gli evidenti privilegi di cui godono, si lamentano abbastanza e non sono mai contenti di nulla; ma sulla casta degli accademici preferisco sorvolare, anche per non attirarmi addosso varie proteste e forse anche qualche querela.

Torniamo quindi ai docenti di scuola primaria e secondaria, che hanno scatenato un putiferio contro la riforma Renzi-Giannini senza neanche conoscerla bene, dando ancora una volta dimostrazione del loro più cupo pessimismo, una caratteristica questa che è un po’ comune a tutto il popolo italiano, ma che nella categoria degli insegnanti alberga ancor più che nelle altre. Sulla riforma sono state dette cose assurde, che non sono scritte da nessuna parte e che nessuno ha mai neppure lontanamente pensato: che cioè questa legge distruggerebbe la scuola pubblica a vantaggio di quella privata (lo si dice da 20 anni e anche più, con tutti i governi), che non esisterà più la libertà d’insegnamento, che noi docenti diventeremo schiavi dei presidi, che la scuola stessa è morta per sempre ed altre amenità di questo tipo. Ci manca solo l’invasione delle cavallette e poi siamo al completo, se stiamo a sentire queste Cassandre e questi Calcanti che sanno profetizzare soltanto sciagure.

Il pessimismo cosmico, la pretesa di conoscere il futuro (cosa di cui già gli antichi dubitavano) ed il vederlo tutto nero e senza speranza è quindi il primo dei difetti caratteristici della nostra classe docente. A questo ne è legato a doppio filo un altro, anch’esso molto diffuso: il lamentarsi continuamente, il piangersi addosso, il non essere mai contenti di nulla. Si comincia con le lamentele riguardanti lo stipendio, e qui siamo tutti d’accordo sul fatto che gli insegnanti italiani sono pagati poco rispetto ai colleghi europei, che non lavorano certo più di noi; è però anche vero che quando abbiamo scelto questo mestiere sapevamo già che non saremmo mai diventati ricchi, e quindi evidentemente, se abbiamo preso la decisione di insegnare, ci avrà spinto qualche altro motivo anche più nobile del semplice accumulo di denaro, altrimenti avremmo seguito altre strade. Io personalmente non mi sono mai lamentato dello stipendio perché ritengo che il denaro nella vita non sia tutto e che quando si ha a sufficienza ciò che serve per condurre una vita dignitosa, si può anche rinunciare al sovrappiù in cambio di un po’ più di tempo libero e della possibilità di leggersi in pace un libro o farsi una passeggiata quando lo riteniamo opportuno. Il lavoro non deve impegnare tutta la vita, ed è inutile secondo me guadagnare molto quando non si ha la libertà di vivere la propria vita come si vuole. E comunque le lamentele dei docenti non riguardano solo lo stipendio, ma anche il lavoro stesso: certi colleghi, ad esempio, si dicono stanchi morti dopo aver fatto tre ore di lezione o dopo aver corretto un pacco di compiti. Quando li sento lamentare io penso tra me e me: cosa direbbero se dovessero stare in una fabbrica per otto ore al giorno, con solo trenta giorni di ferie all’anno?

Ma il difetto più grande e inguaribile di molti docenti (non dico tutti) è la presunzione, il credere cioè di essere perfetti e di non dover essere non dico giudicati, ma neanche valutati da nessuno. Nonostante le manifestazioni di una modestia spesso finta, noi docenti siamo tra le persone più orgogliose e supponenti che si possano immaginare. Lo vediamo chiaramente anche in occasione delle nostre riunioni di dipartimento, dove nessuno di noi è disposto ad accettare critiche né suggerimenti da parte dei colleghi, perché ciascuno è fermamente convinto di essere bravissimo e di non aver bisogno di consigli da nessuno. Se un docente del triennio, ricevuta una classe dal collega del biennio, si azzarda a esprimere un dubbio sulla preparazione dei ragazzi o sul metodo di lavoro del collega stesso, apriti cielo e spalancati terra! Costoro sono insindacabili, fanno sempre tutto bene e nel modo migliore, guai a mettere in dubbio anche un solo minimo aspetto del programma svolto negli anni precedenti. Ed è proprio questa presunzione che ha provocato un’alzata di scudi ogni volta che un ministro qualsiasi (che sia Berlinguer, la Moratti, la Gelmini o la Giannini) abbia appena affacciato l’ipotesi di una valutazione del nostro lavoro; ed io penso che sia proprio questa la ragione principale delle proteste contro la recente riforma, il fatto cioè che i docenti si considerano intoccabili, insindacabili, e spesso sono proprio i più scadenti quelli più accesi nella protesta. Io personalmente non temo nulla da un’eventuale valutazione del mio lavoro; e se dovessero scoprire in me e nel mio modo di essere e di insegnare dei difetti o delle mancanze, io cercherei di emendarmi e di superare le difficoltà, non m’indignerei certamente solo perché qualcuno si permette di esprimere un giudizio sul mio operato.

Va anche detto che molti di noi docenti – e credo più gli uomini che le donne – si sentono ingabbiati in questo lavoro, non sufficientemente considerati a livello umano e sociale, e cercano così un riscatto tentando di emergere in ogni modo; e anche questo è un fattore che può spiegare la presunzione di cui parlavo sopra. Faccio un esempio che riguarda anche me personalmente. Io e molti altri docenti di liceo avevamo in realtà, negli anni della nostra giovinezza, l’aspirazione a fare i ricercatori, a percorrere la carriera universitaria; ora, essendo stati esclusi da questa prospettiva per varie cause che non sto qui a dire, abbiamo ripiegato sulla scuola considerandola però non abbastanza gratificante per quella che è la nostra personalità di studiosi. Così alcuni di noi, come il sottoscritto, hanno continuato a fare attività di ricerca e a pubblicare saggi e libri, spesso anche con più zelo dei colleghi universitari, trovandovi un’adeguata gratificazione; altri invece, che si sono ritrovati a fare gli insegnanti dopo aver dovuto rinunciare a più alte aspirazioni, esprimono questa loro insoddisfazione tentando di raggiungere posizioni di preminenza o di rilievo all’interno dell’istituzione scolastica, autocelebrandosi o comunque mettendosi in evidenza con atteggiamenti non sempre giustificabili, come la tendenza a prevaricare i colleghi o a mettersi in conflitto con il Dirigente o altre componenti dell’organizzazione scolastica. Le frustrazioni private e personali, purtroppo, sono spesso causa di comportamenti scorretti sia verso i colleghi che verso gli alunni, i quali perciò diventano vittime della megalomania altrui. Non che i ragazzi ed i genitori non abbiano le loro colpe, per carità! Ne hanno molte di certo, ma anche noi docenti ne abbiamo, ed io credo che una buona dose di modestia, di equilibrio e di autocritica non farebbe male neppure a noi, dato che – come è noto – non ha fatto mai male a nessuno.

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Perché dico no alle gite scolastiche

Primavera: è tempo di gite scolastiche, o meglio, come le chiamano adesso per nasconderne il carattere ludico, di “viaggi di istruzione”. In ogni scuola gli alunni sono trepidanti e ansiosi di partire, perché per loro la “gita” rappresenta un momento di assoluta libertà, non solo dagli impegni scolastici ma anche dalla sorveglianza dei genitori; invece i poveri docenti che, nonostante le enormi responsabilità che si assumono, hanno deciso di accompagnare gli alunni nel viaggio, si sentono anch’essi in preda all’ansia, ma per un altro motivo: il timore cioè che durante il viaggio accada qualcosa di spiacevole a causa del comportamento degli studenti. E’ ben noto infatti, ed è inutile nascondercelo, che non basta l’aver cambiato nome alle gite scolastiche per eliminare o ridurre i rischi ad esse connessi o per limitare il coinvolgimento dei docenti, i quali, secondo le norme esistenti, portano tutta intera sulle loro spalle, per 24 ore su 24, la responsabilità civile e penale di quanto può succedere. Per i ragazzi invece la gita è un’occasione di “sballo”, nella quale la trasgressione, carattere genetico dei giovani di tutte le generazioni, diventa la normalità: durante il giorno si visitano i musei, le pinacoteche, i monumenti ecc., e certo nessuno si rifiuta di rendere omaggio a quello che è il contenuto culturale di queste iniziative. Ma la notte? Gli studenti ovviamente vogliono uscire dall’albergo che li ospita, frequentare “pubs”, birrerie e discoteche, e spesso i docenti si sottopongono di buon grado a questo supplizio di doverli accompagnare in questi luoghi famigerati, con la promessa di tornare in albergo ad una certa ora. Solo che spesso gli studenti, anche dopo l’ora del ritiro, escono di nuovo di nascosto agli insegnanti che, poveretti, avranno almeno il diritto di dormire qualche ora. O no? E spesso in queste uscite clandestine fanno uso di alcool o peggio, e si espongono anche a pericoli, perché si trovano in città che non conoscono e a contatto con persone di cui non sanno le vere intenzioni. Ma anche coloro che restano in albergo possono provocare problemi con i gestori per il troppo rumore che fanno, o esporsi anche lì a pericoli magari saltando sui cornicioni per passare da una camera all’altra dopo il “coprifuoco” all’ora stabilita. E di tutto ciò le conseguenze, a volte anche drammatiche, ricadono sui docenti accompagnatori, non difesi né sostenuti da nessuno, né dalla legge (che è tutta contro di loro), né tantomeno dai genitori degli alunni, che molto spesso, quando vengono a conoscenza delle malefatte compiute in gita dai loro figli, si affannano a difenderli, a dire che sono stati trascinati dai cattivi compagni e che, se pur hanno combinato qualche pasticcio, non è poi così grave da meritare una punizione; qualcuno anzi si spinge persino a dire che se gli studenti, durante il viaggio, si sono comportati male, la colpa è dei professori che non li hanno sorvegliati abbastanza, come se spettasse a costoro, e non alla famiglia, trasmettere ai ragazzi i più elementari princìpi della correttezza e dell’educazione.
Per questi motivi, ma soprattutto per la gravissima responsabilità civile e penale che i docenti si assumono quando accompagnano le gite, io ho deciso ormai da molti anni di non parteciparvi a nessun titolo, fatta eccezione per qualche uscita giornaliera che non comporti il pernottamento fuori sede, che pure è sufficiente per visitare luoghi di interesse artistico e culturale di cui il nostro Paese è ricco in ogni sua parte. Mi sembrerebbe anzi opportuno, considerati i problemi che ne derivano, che tutte le scuole abolissero i cosiddetti “viaggi di istruzione”, almeno fino a quando gli studenti non si mostrino maturi e consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. Va anche detto, del resto, che la “gita” scolastica non ha più la funzione che aveva molti anni fa, quando costituiva per un giovane forse l’unica occasione per uscire dal paesello in cui abitualmente viveva; oggi, al contrario, i giovani hanno tante possibilità di viaggiare, con le famiglie e con gli amici, e non c’è quindi alcun bisogno che le scuole si accollino questi oneri e queste responsabilità che possono condurre i docenti anche a trovarsi in seri guai giudiziari. Se gli studenti vogliono viaggiare senza controlli e senza regole, lo facciano da soli, si prendano del tutto le loro responsabilità senza coinvolgere altre persone che già hanno abbastanza problemi per conto loro. Abolire le “gite”, inoltre, sarebbe un atto di coraggio e di protesta dei docenti assai più efficace dello sciopero, diventato ormai uno strumento di lotta obsoleto e, nel nostro caso specifico, inutile.

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La pagella per i prof.

Augusto Cavadi, filosofo e docente di liceo con un’anzianità di 40 anni, ha pubblicato di recente (il 16 ottobre) un articolo su “Repubblica”, sezione di Palermo, in cui prende parte al dibattito, molto attuale, circa la tanto discussa valutazione delle scuole e dei docenti. La sua proposta, apparentemente provocatoria, mi pare invece attuabile più di altre e soprattutto molto concreta: poiché infatti egli ritiene che ogni docente debba fare carriera in base al merito e non all’anzianità, e che nessuno possa arrivare in cattedra se non per meriti accertati e non tramite sanatorie, avanza la proposta di compilare una “pagella” per ciascun docente in ogni scuola, allo scopo di distinguere i professori veramente preparati e impegnati nel loro lavoro da coloro che avrebbero dovuto scegliere un altro mestiere. Consiglia pertanto di formare commissioni costituite da un docente del consiglio di classe, un rappresentante del personale ATA, un genitore e tre studenti, o meglio tre ex-studenti, che abbiano lasciato la scuola di appartenenza da non più di tre anni. A questi studenti andrebbero rivolte una serie di domande che porterebbero, in base alle risposte, ad assegnare dei voti ai professori e stilarne quindi la pagella. Le domande suddette potrebbero essere, ad esempio: “Il tuo prof. era puntuale a lezione?” “spiegava in modo appassionato o svogliato?”, “faceva monologhi eruditi o si faceva capire bene dagli alunni e li coinvolgeva nella spiegazione?”, “utilizzava bene l’ora a disposizione?”, “era veloce nella revisione dei compiti scritti?”, “sapeva instaurare un buon rapporto con la classe, in modo da evitare sia l’instaurazione di un clima di terrore sia il lassismo e l’indisciplina?”. Secondo Cavadi le risposte più attendibili le fornirebbero gli studenti usciti dalla scuola da non meno di un anno (perché in caso contrario potrebbero avere ancora simpatie o risentimenti verso alcuni docenti), e da non più di tre, perché un tempo troppo lungo potrebbe offuscarne la memoria.
Debbo dire che fino ad ora non conoscevo se non di nome il prof. Cavadi, ma il suo articolo mi trova sostanzialmente d’accordo, tranne che sulla composizione della commissione per la pagella ai professori: non vedo infatti cosa c’entri in essa la partecipazione del personale ATA, che, con tutto il rispetto, non ha certo la competenza per giudicare il lavoro dei docenti. Io vedrei volentieri in questa commissione, oltre al genitore ed agli ex studenti, anche il dirigente scolastico e un docente anziano della scuola che appartenga al medesimo ambito disciplinare del docente da valutare. Chi infatti meglio del Dirigente e dei colleghi anziani può giudicare l’effettivo valore di ogni docente della scuola, che essi conoscono certamente per esperienza? Sono invece d’accordissimo nell’affidare questo compito agli ex-studenti e non agli studenti in corso, perché questi ultimi hanno sì la capacità, ma non la maturità necessaria per giudicare oggettivamente i loro insegnanti. Mi spiego: i ragazzi sanno benissimo chi dei loro professori è più o meno efficace didatticamente, ma sono condizionati dalle valutazioni loro assegnate, alle quali tengono moltissimo: se quindi dovessero dare un parere sui loro insegnanti, non favorirebbero i migliori, ma quelli che danno loro i voti più alti e che li fanno studiare di meno. E non mi si dica che non è vero, perché tutti abbiamo avuto 15-17 anni, e tutti ci saremmo comportati così; una volta usciti dalla scuola, invece, le cose cambiano e lo studente, quando è ormai giunto all’università o nel mondo del lavoro, si rende conto che i docenti didatticamente più validi erano proprio quelli che assegnavano voti bassi e facevano studiare di più, perché solo così si crea la preparazione e la formazione culturale della persona umana. Basta parlare con un ex studente e ci accorgiamo subito che non ha alcuna stima per quei professori che assegnavano voti sufficienti per principio, perché di quelle materie, non essendo stato costretto a studiarle, non ricorda nulla; apprezza invece proprio quei professori che, con la minaccia del voto negativo, costringevano gli alunni a studiare, perché solo così si riesce ad imparare qualcosa.
E’ certo comunque, al di là della proposta di Cavadi, che la valutazione dei docenti andrebbe effettivamente realizzata, perché è profondamente ingiusto e nocivo per l’intera comunità nazionale il fatto che continuino a restare in cattedra persone incompetenti o peggio demotivate, giacché è palese che il primo che deve dimostrare entuasiasmo ed interesse per le proprie discipline è proprio il professore, altrimenti non si può pretendere che gli studenti, che sono in età adolescenziale e quindi estremamente fragili, studino con impegno e volontà. A parer mio, tanto per dirne una, non si dovrebbe permettere ai docenti di esercitare altre attività lavorative (studi legali, professionali ecc.), ma dovrebbero dedicarsi totalmente all’insegnamento, perché è una professione che, se fatta bene, assorbe talmente tante energie da non lasciare spazio ad altro. Ed è una vera e propria catastrofe, secondo me, anche l’intenzione del governo di assumere 150.000 precari senza sottoporli ad un concorso serio e selettivo che ne accerti la reale disposizione all’insegnamento e l’oggettiva preparazione nelle loro discipline. Le immissioni in ruolo “ope legis”, cioè le sanatorie, non esistono in altri ambiti: chi assumerebbe un chirurgo o un pilota di aerei senza un preventivo accertamento delle sue capacità? Alle sanatorie si è fatto invece ricorso – purtroppo – nella scuola italiana molto spesso, a partire dagli anni ’70, e ciò ha provocato disastri inenarrabili, mettendo in cattedra persone assolutamente inadatte a questa professione, che è sì stancante, usurante e difficile, ma anche fondamentale per ogni Paese che voglia definirsi moderno e civile, e non meno importante di quella del chirurgo o del pilota.

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Osservazioni sugli esami di Stato 3. Dalla parte degli studenti

Ho già dimostrato, nel primo post di questa “trilogia” sugli esami di Stato della scuola superiore, che l’impegno degli studenti è gravoso, dovendo essi essere preparati sui programmi dell’intero anno scolastico conclusivo in quasi tutte le materie del loro corso. Questa formula d’esame, inaugurata nel 1999 dall’allora ministro Berlinguer, non è affatto semplice, ed i risultati spesso positivi non debbono ingannare chi non è addentro alla questione. Qui però desidero affrontare un altro argomento, collegato ai primi due, e cioè: come vivono gli studenti questa prova che debbono affrontare? Vi si avvicinano nel modo corretto oppure compiono degli errori di prospettiva piuttosto gravi?
Ovviamente la risposta a quest’ultimo interrogativo è sì, e vediamo perché. Il primo e più diffuso errore degli studenti, a ciò abituati da un andazzo facilone che esiste nel nostro Paese dai tempi del ’68, è quello di pensare che la promozione sia cosa certa e scontata. Non è così: la commissione d’esame, per promuovere un alunno, deve avere comunque degli appigli, dati dalle prove scritte o da quelle orali; se questi punti di forza non ci sono, se cioè vengono fallite sia le prove scritte che il colloquio, la bocciatura è nella logica delle cose, è probabile e del tutto corrispondente alle leggi vigenti. Anzi, è più facile adesso che con il vecchio esame, perché allora veniva fatto un bilancio al 50 per cento (o quasi) tra i risultati ottenuti nel corso degli studi e quelli delle prove d’esame, per cui uno studente, se pur aveva avuto qualche esito positivo in precedenza, poteva salvarsi; ma oggi il voto finale è dato da una pura somma di voti, in cui il credito scolastico (che rappresenta appunto l’andamento dei tre anni precedenti) conta solo per il 25 per cento; se quindi tale punteggio, sommato a quello delle prove scritte ed orali d’esame, non raggiunge i 60 centesimi, lo studente è bocciato e non c’è nulla da aggiungere o da rimarcare.
Un altro diffusissimo errore degli studenti è quello di sottovalutare l’esame e non prepararlo nel modo dovuto. Alcuni di loro pensano che sia sufficiente conoscere il proprio argomento iniziale (la cosiddetta “tesina”), che è invece sempre meno valutata dalle commissioni attuali. La tesina non ha alcuna influenza sulle prove scritte, mentre al colloquio le sono riservati, di norma, i primi dieci minuti, dopo di che si passa alle domande specifiche su tutte le materie. Molti studenti, appunto, non prendono in considerazione questo dato di fatto e si presentano all’esame con una preparazione raffazzonata e spesso superficiale, senza tener presente che debbono portare il programma di un intero anno scolastico di quasi tutte le materie del loro corso. Che questo sia un atteggiamento molto comune si nota anche dal fatto che mentre noi, che pure (lo ripeto) avevamo un esame molto più semplice e basato su due sole materie scritte e due orali, passavamo pomeriggi e notti a studiare e spesso non frequentavamo più la scuola nel mese di giugno proprio per prepararci, gli studenti attuali vengono a scuola fino all’ultimo giorno (anche per organizzare festicciole e perdere tempo) e si fanno vedere di pomeriggio in giro per i luoghi di divertimento, come se l’esame non ci fosse o non toccasse proprio a loro.
Il terzo e gravissimo errore di studenti e genitori è quello di non avere un’esatta consapevolezza della propria preparazione. Molti si illudono di essere preparati, di sapere tutto, di fare bella figura, e invece poi subiscono all’esame un’amara delusione. Certe persone, anche durante l’anno scolastico, sono convinte di essere brillanti e di avere capacità che in realtà non hanno; ed in questo campo specifico i genitori sono peggiori degli studenti, perché molti di loro credono erroneamente che il loro figlio sia un genio, un Einstein in miniatura, salvo poi scoprire a loro spese che non è così. Questo accade anche perché i genitori proiettano sui figli le loro frustrazioni, pretendono di veder raggiunti da loro i traguardi ch’essi non sono stati capaci di raggiungere nella vita, e finiscono per sopravvalutarli; perciò, se poi i risultati non sono quelli sperati, ne consegue una forte delusione e una colpevolizzazione dei professori, che diventano così il capro espiatorio. La colpa è sempre dei professori, specie dei membri interni che non hanno sostenuto abbastanza il povero studente. E non si rendono conto, invece, che spesso non c’era nulla da sostenere, che di fronte a prove miserevoli non c’è nessuno che possa falsare la realtà di fatto.
In conclusione, alla fine dell’esame non c’è nessuno che sia contento del voto ricevuto, perché tutti erano convinti, nella loro presunzione, di meritare di più. Questo riguarda purtroppo anche i più bravi, quelli che se ne escono con valutazioni alte, perché poi fanno i confronti con i compagni e ciascuno presume di essere più bravo degli altri, per cui il voto gli sta sempre stretto. Oltretutto c’è una falsa convinzione che gira per le scuole: che cioè lo studente bravo, che ha avuto sempre buoni risultati, debba prendere per forza il massimo dei voti, 100 centesimi. Ed invece non è così: i 100 centesimi, cioè il massimo, vanno attribuiti soltanto alle eccellenze vere e proprie, ai casi di bravura eccezionale, e non genericamente a tutti quelli che hanno avuto un buon rendimento; anche voti come 98, 96, 94, 90 e persino 85 sono alti e denotano un merito individuale di indubbio rispetto, per cui chi li ottiene dovrebbe comunque essere soddisfatto. Ed invece non è così: tutti avrebbero voluto di più, tutti (genitori e studenti, ugualmente presuntuosi) pensavano di meritare di più. E la colpa del mancato risultato di chi è? Non dello studente, che ha fallito delle prove scritte o ha detto sciocchezze varie all’orale. No. La colpa è sempre dei professori, brutti e cattivi, che non vogliono aiutare i poveri ragazzi e pretendono perfino che lo studente sappia commentare un testo o sapere quando è iniziata la prima guerra mondiale. Cosa importa conoscere queste bazzecole? Tanto c’è internet, dove si trova tutto; la scuola può andare a farsi benedire.

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Genitori di ieri e di oggi

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Con evidente ironia e un po’ di esagerazione la vignetta mostra il radicale mutamento, nel corso degli ultimi decenni, dell’atteggiamento dei genitori nei riguardi dei loro figli da un lato e dei docenti dei loro figli dall’altro. Quando io andavo a scuola, primaria o secondaria che fosse, i miei genitori stavano sempre dalla parte dei professori, che andavano rispettati comunque in ragione della loro maggiore età e del loro ruolo di educatori; non solo, allora era molto forte anche il senso dell’autorità, per cui chi occupava un posto più elevato in una scala gerarchica andava sempre obbedito, anche se non era totalmente dalla parte della ragione. Così, se a scuola avevo un problema con qualche docente (e ne ho avuti anch’io, benché fossi diligente e studioso), per i miei genitori il professore aveva sempre ragione, ed ero io a dovermi sottomettere a chi stava più in alto di me: e se per caso io o un mio coetaneo avessimo preso un brutto voto o un provvedimento punitivo, il problema più grave era doverlo dire a casa, perché c’era il rischio concreto di vedersi dare il resto in famiglia, in forma di castighi di vario genere non esclusi quelli corporali.
Oggi, miracolosamente, tutto si rovesciato: se un alunno riceve un brutto voto, una nota disciplinare, un’osservazione da parte di un docente, ecco lì i genitori a fare i paladini, i sindacalisti del figlio. Arrivano subito, con aria minacciosa, e sono sempre pronti a scusare, a giustificare lo studente, anche quando è palesemente dalla parte del torto. Facciamo qualche esempio. L’alunno ha copiato il compito in classe, il professore ne ha le prove; ma il genitore ribatte: “Ma lei l’ha visto copiare? No? E allora non può far nulla.” Oppure: “Quella versione (ma guarda che coincidenza!) l’aveva fatta proprio la sera prima a lezione privata, perciò la ricordava.” E via di seguito con argomenti di questo tipo. Oppure si dà il caso che l’alunno abbia ricevuto una nota disciplinare per comportamento scorretto. Allora il genitore subito: “Ma è stato solo lui a fare questo o c’erano anche altri?”; “E’ sicuro lei che sia stato proprio mio figlio?”; “Perché non l’ha richiamato amichevolmente senza mettere la nota, che l’ha distrutto psicologicamente?”.
Oppure l’alunno ha preso un brutto voto. E il genitore allora: “Il compito che lei ha dato era troppo difficile”, oppure “Mio figlio studia tanto, perché non ha buoni voti?”, oppure: “L’anno scorso andava bene”, sottintendendo che, se quest’anno va male, la colpa è del professore che ha la classe adesso, mentre quelli degli anni precedenti sono insindacabili. Se poi in una classe ci sono molte insufficienze in una materia, allora non c’è dubbio alcuno, la colpa è dell’insegnante, è lui che ha fallito, non sa polarizzare l’interesse degli alunni, in una parola non sa fare il suo mestiere. A nessun genitore viene mai in mente che i risultati negativi potrebbero derivare dal poco impegno del figlio, dalla sua demotivazione allo studio o da reale mancanza di capacità mentali o attitudini per quel determinato corso di studi.
Nella mia scuola poi, che è un Liceo Classico, c’è un’altra accusa specifica lanciata dai genitori a noi docenti: di far studiare troppo i ragazzi, sobbarcarli di un eccessivo carico di lavoro. Anche qui mi viene in mente il paragone con quando io, tanti anni fa, frequentavo lo stesso liceo: i miei genitori, allora, erano ben contenti se avevo molto da studiare, perché sapevano (pur non essendo persone colte) che lo studio è formativo, che i cinque anni delle superiori non debbono essere un parcheggio ma un’autentica assimilazione di cultura, che non è mai troppa; anzi, si dispiacevano se qualche giorno avevo poco da fare e le vacanze, per loro, erano sempre troppo lunghe. Oggi è il contrario: la scuola è diventata, nella mentalità comune, una delle tante attività giovanili, da mettere più o meno sullo stesso piano della settimana bianca o dell’attività sportiva svolta dai ragazzi nel pomeriggio. La frequenza a scuola non è più un obbligo, tant’è che i genitori si portano spesso in viaggio i figli, durante il periodo scolastico, incuranti del fatto che li sottraggono per giorni e giorni alle lezioni. E noi docenti, per giunta, non dobbiamo far studiare troppo i teneri virgulti, perché altrimenti non hanno abbastanza tempo per andarsene in giro, per scambiarsi stupidaggini sui social network o per fare la meritata vacanza sulla neve. La cultura, che importa? Tanto c’è la vita che insegna, la scuola serve a poco. E poi, l’adolescenza viene una volta sola; perché rovinarla con lo studio?
Mi piacerebbe sapere chi e che cosa ha cambiato in questi decenni l’atteggiamento dei genitori, di cui si vedono tangibilmente le conseguenze: assistiamo infatti, oltre ad un sempre più difficile rapporto scuola-famiglia, ad una costante migrazione degli studenti verso scuole di bassa qualità, dove fioccano valutazioni stratosferiche ma la cultura è spesso un optional. In fondo è quello che vogliono: voti alti dei figli, per potersene vantare con gli amici, poco impegno allo studio e molto tempo libero per il divertimento, un altro degli idoli dei tempi moderni. Ma gli esiti di questa mentalità già si vedono in giro: ignoranza e maleducazione diffuse ovunque, persone che vivono in dipendenza dal cellulare, giovani che si rovinano con l’alcol o peggio ancora, e che hanno come modelli di vita le “veline” o i partecipanti al “Grande fratello”. Se questa è la civiltà attuale, sono felice di essere nato e di aver studiato in altri tempi.

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I social network e la scuola

Personalmente non sono mai stato contrario, di principio, alle nuove tecnologie: posso dire anzi di essere stato affascinato, ormai da molti anni, dallo straordinario mondo di internet, che in effetti ha rivoluzionato il nostro modo di apprendere, di comunicare (vedi l’importanza della posta elettronica), di svolgere studi e ricerche. Basti pensare che, quando ho scritto la mia storia della letteratura latina (dal titolo “Scientia Litterarum”, pubblicata a Napoli nel 2009 da Loffredo), ho scaricato da internet centinaia di pagine di testi latini e di traduzioni da collocare nell’antologia, e tutto in pochi minuti. Quanto tempo sarebbe occorso, e soprattutto quanti errori di battitura avrei compiuto, se avessi dovuto scrivere tutto a mano?
Però gli antichi Romani, che sciocchi non erano, dicevano: “ubi commoda, ibi et incommoda”, il che significa che dove ci sono dei vantaggi, lì ci sono anche inconvenienti. Il detto può applicarsi benissimo alla moderna rivoluzione della rete: accanto a indubbi aspetti positivi ve ne sono tanti altri negativi, che tutti sanno e che non è il caso qui di elencare. Ne rammento solo uno perché connesso con il mondo della scuola e molto influente su di esso: l’uso indiscriminato che i giovani di oggi fanno dei cosiddetti social network, cioè Facebook, Twitter, Ask, WhatsApp e altri ancora. Questi programmi consentono di mandarsi messaggi, scambiarsi foto, video e quant’altro in forma più o meno privata, poiché chi si intende un po’ di internet può anche entrarvi e scoprirne i contenuti, come ho già detto in un altro post dove condannavo la sciocca abitudine di certi studenti di sparlare della scuola e dei docenti credendo di restare nell’anonimato. Comunque, oltre a questo aspetto già di per sé negativo perché potrebbe portare persino a cause penali, ve ne sono altri ancor più deleteri dovuti soprattutto al fatto che i nostri alunni non fanno soltanto uso di questi strumenti, ma ne fanno abuso, nel senso che vi passano ore ed ore trascurando così sia lo studio sia tutte le altre occupazioni più utili e proficue cui dovrebbero dedicarsi. Il danno che ne riceve la loro preparazione scolastica è pesante, perché è chiaro che chi passa il pomeriggio su Facebook o su Twitter non ha più tempo di studiare, con le conseguenze prevedibili dal punto di vista dell’andamento didattico.
Il guaio più grave connesso a questi nuovi passatempi, tuttavia, non è neanche questo, perché si potrebbe obiettare che anche ai nostri tempi, quando Facebook e compagnia non esistevano, c’erano pur sempre gli svogliati e i fannulloni che, invece di studiare, se ne andavano a giocare a pallone, a carte o a chissà cos’altro. L’aspetto più deleterio è che le comunicazioni che avvengono mediante i social network sono basate sul nulla, nel senso che gli studenti, anziché affrontare in rete qualche argomento di rilievo (non dico scolastico, per carità, ma anche di attualità, di politica, di sport o di altro), sprecano il loro tempo a scambiarsi complimenti o insulti di bassissima lega, a farsi domande stupide e ridicole su Ask (che in inglese significa appunto “domandare”) come ad esempio “cos’hai nel frigorifero?” o “con chi usciresti?”, “cosa hai mangiato oggi?” ed altre molto più volgari che qui per decenza non posso riferire. In questa maniera la mente umana, già gravemente danneggiata dalla televisione, dalla musica rocchettara, da internet stesso e dagli altri mezzi di informazione attuali che forniscono messaggi già confezionati e non richiedono il ragionamento intuitivo e deduttivo autonomo, si atrofizza del tutto, come un braccio legato al corpo che non si muova più per lunghi anni. Non solo: i messaggi scambiati sui social network, per la loro stessa natura momentanea e del tutto inconsistente, vengono immediatamente dimenticati, tanto che se si chiedesse ad uno studente cosa ha scritto il giorno prima su Facebook non si ricorderebbe più nulla. Questa comunicazione “usa e getta” tipica della società attuale, dove tutto appare in forma visiva, scorre via sullo schermo e non viene mai sedimentato nella mente, si trasferisce poi anche sui contenuti delle discipline scolastiche, tanto che un alunno che ha risposto decentemente in una interrogazione svolta un determinato giorno non ricorda più nulla o quasi di quei contenuti se gli vengono chiesti nuovamente appena una settimana dopo. E’ questo il problema più grave che mi trovo ad affrontare io nella mia esperienza quotidiana di docente di Liceo: gli alunni non sono affatto più sciocchi di quanto eravamo noi negli anni ’70, sono anzi più perspicaci e ricettivi; ma con la stessa rapidità con cui imparano tendono poi a dimenticare in poco tempo tutto ciò che hanno appreso. E non credo affatto, come sostiene qualcuno, che questo dipenda da una cattiva organizzazione dello studio o al disinteresse per le materie scolastiche, perché mi accorgo che anche gli alunni volenterosi e motivati dimenticano allo stesso modo. La responsabilità di questo disastro vero e proprio, a mio avviso, è dei nuovi strumenti comunicativi tipici della società moderna, che non richiedono alcun ragionamento né riflessione critica, ma solo ricezione passiva di informazioni che si succedono con straordinaria rapidità e che la mente, proprio per questo, non riesce a immagazzinare e sedimentare. Il messaggio televisivo o informatico arriva in un momento e velocemente passa, subito sostituito dal successivo; diverso è invece il caso del libro di carta, nella lettura del quale ci si può fermare a riflettere ed eventualmente rileggere ciò che non si è compreso fino a farlo restare immobile nella nostra mente. Ecco il motivo per cui noi adulti (per non dire quasi anziani) che abbiamo vissuto la nostra giovinezza quando questi strumenti ancora non esistevano, e che ci basavamo soltanto sui libri, imparavamo molte meno cose ma le ricordavamo per sempre: io stesso, per fare un esempio personale, rammento ancora ciò che ho studiato alle elementari, con la mia eccezionale maestra di allora, oltre mezzo secolo fa. Per lo stesso motivo non dobbiamo stupirci se gli alunni che arrivano ai licei non sanno più le tabelline: non è che non abbiano le capacità di impararle, è che sono abituati da sempre a fare 7 X 6 con la calcolatrice, invece che con la loro mente.
Questa situazione già pesante è oggi ulteriormente aggravata da quei formidabili strumenti imbonitori e produttori di ignoranza che sono i social network, i quali danneggiano irreparabilmente i nostri studenti, senza che i genitori si rendano conto del pericolo. E poi si verifica che quando vengono a parlare con i professori, essi affermino ingenuamente che i loro figli passano il pomeriggio nelle loro camere a studiare, e che non ne comprendano quindi gli esiti scolastici piuttosto deludenti. Provino a controllare più da vicino i ragazzi, a calcolare quanto tempo passano sui libri e quanto su facebook o su twitter! Quando avranno compiuto questa ricerca, forse potranno dirimere i loro dubbi.

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I colloqui scuola-famiglia

Sono reduce, da pochi giorni, da un chilometrico colloquio pomeridiano con i genitori dei miei alunni, che si è protratto dalle 15 alle 20 dello scorso mercoledì: considerato anche che al mattino dello stesso giorno avevo avuto cinque ore di lezione, è stata proprio una faticaccia, che io considero però un’occasione gradita, perché da quando insegno ho sempre curato con dedizione i rapporti con le famiglie degli studenti. Ritengo anzi che, rispetto ad altre riunioni ben più tediose e stressanti, questa sia decisamente più stimolante, perché parlare con i genitori degli studenti permette al docente di conoscere problemi e situazioni prima ignote, e quindi di rapportarsi in modo più proficuo con le proprie classi. I giudizi ed i suggerimenti dei genitori inoltre, quando non sono palesemente inopportuni, meritano attenzione, perché essi osservano il percorso formativo dei figli da un angolo visuale diverso dal nostro, e quindi la collaborazione tra scuola e famiglia, sotto questo aspetto, non può che far bene al nostro lavoro ed alla serenità dei ragazzi. Quando poi il docente, come il sottoscritto, è anche genitore ed ha quindi vissuto sulla propria pelle questa condizione, è ancor più facile che possa comprendere i problemi che gli vengono esposti, ed anche distinguere quelli veri da quelli fittizi o dilatati oltre il verosimile.
E’ curioso notare come i genitori assumano comportamenti diversi ed anche contrapposti quando vengono a conferire con il docente: ci sono quelli che parlano ininterrottamente e monopolizzano il colloquio ed anche quelli, all’inverso, che si mettono seduti e non spiccicano una parola aspettando che il professore dica tutto ciò che vogliono sentirsi dire; ci sono coloro che, sapendo che il loro figlio ha un buon andamento scolastico, vengono soltanto per la soddisfazione di sentirlo lodare dal professore, e coloro invece che stanno sul chi vive perché sono consapevoli delle carenze didattiche dei loro figli o di una condotta non proprio irreprensibile. Ci sono poi gli ansiosi che prendono su di sé, dandosi la colpa, qualunque osservazione non positiva che viene rivolta allo studente; ma anche, al contrario, i presuntuosi che come genitori si sentono perfetti e che attribuiscono gli insuccessi scolastici dei figli al carattere apprensivo di questi ultimi senza rendersi conto che sono proprio loro, con la pretesa che hanno di ricevere sempre buone notizie, a trasmettere ai figli stessi la loro ansia e ad essere una delle cause di questi insuccessi. Anche verso il docente ed il suo metodo di lavoro le posizioni dei genitori sono molto differenziate: ci sono quelli che ci incensano con frasi come “mi creda, professore, mia figlia è entusiasta di lei” o “mio figlio si trova benissimo con lei, lo stima moltissimo” e simili sviolinate non sempre sincere, e quelli, all’inverso, che pur di giustificare la loro prole, insinuano anche che se qualcosa è andato storto, significa che non c’è stata piena comunicazione, volendo con ciò farti capire che non hai spiegato bene gli argomenti del programma o che hai preteso troppo dai ragazzi. Questo vale specialmente per gli esiti dei compiti scritti di latino e greco, che purtroppo molto spesso lasciano a desiderare: a tal proposito certi genitori si affrettano a dirti: “sa, mio figlio l’ha trovato difficile”, il che significa, fuor di metafora, “professore, la colpa è sua!”
Comunque, a parte la variegata fauna con cui ci troviamo a relazionarci, io sono convinto dell’utilità dei colloqui, che anzi in certi casi, per studenti cioè che presentano oggettivamente dei problemi di vario tipo, dovrebbero avvenire con maggior frequenza. Dico questo perché sono consapevole che la conoscenza che noi abbiamo dei nostri alunni, che sono persone e che meritano quindi tutta l’attenzione possibile, è troppo limitata: parlare con i loro genitori dunque, venire a conoscenza di particolari aspetti della vita dello studente o delle difficoltà ch’egli può trovare anche nella vita familiare ed extrascolastica, è indispensabile. Ogni alunno, infatti, è diverso dall’altro, ed abbisogna quindi di un approccio personalizzato da parte del docente: può esserci quello che ha da esser spronato con la fermezza perché da lui si possa ottenere un adeguato impegno allo studio (che passa sempre per la stima ch’egli nutre per il suo professore), ci può essere invece un altro che tende alla perdita dell’autostima e che ha oggettivamente bisogno di essere incoraggiato e sostenuto psicologicamente, senza tuttavia che questo modifichi le valutazioni oggettive delle sue prestazioni scolastiche. Ecco perché io invito sempre i miei alunni a farmi conoscere i loro genitori, in quanto sono indispensabili per un corretto percorso formativo dei figli e possono fornire al docente un aiuto insostituibile. A condizione, però, che siano effettivamente obiettivi e collaborativi, il che, purtroppo, non sempre si verifica.

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L’angoscia di fine anno scolastico

E’ passato un altro anno scolastico (ahimé, anche un anno di vita!), e siamo giunti ancora una volta agli adempimenti conclusivi, scrutini ed esami di Stato. E puntuali, con queste operazioni, arrivano per il sottoscritto e per molti altri colleghi angosce e arrabbiature, provocate per lo più dal comportamento della maggior parte dei colleghi, sempre più inclini al pressappochismo e ad una forma di ostinato buonismo che, francamente, non si vede quale utilità possa avere per la scuola e per gli studenti stessi. Promuovere tutti o quasi, considerare la bocciatura come un’autentica sciagura che colpisce gli alunni e le loro famiglie peggio di un terremoto o una malattia mortale, aumentare sistematicamente le valutazioni a tutti come se ciò fosse un obbligo o una benemerenza, sono eventi che si verificano in ogni scrutinio, o quasi. E’ sconcertante l’incoerenza di certi docenti, che per tutto l’anno scolastico hanno ostentato severità e professionalità, si sono detti sempre favorevoli alla non promozione di certi alunni, e poi invece, misteriosamente, si presentano allo scrutinio con tutte sufficienze e caldeggiano la promozione proprio di coloro che fino a pochi giorni prima avevano asserito di voler bocciare. Di questi atteggiamenti si incolpano di solito i Dirigenti, ma spesso non è così: un Dirigente non può opporsi alla non promozione di un alunno se questo presenta diffuse e gravi insufficienze; sono i docenti che abdicano vergognosamente alla loro professionalità, senza curarsi della pessima figura che fanno di fronte ai colleghi ed agli stessi studenti, giudici più obiettivi di noi per quanto concerne la valutazione di ciascuno di loro.
Mi sono chiesto tante volte da cosa dipenda questo buonismo assurdo che vanifica l’azione educativa di un intero anno scolastico ed è causa di profonde ingiustizie, prima fra tutte quella di porre sullo stesso piano (con gli stessi voti e lo stesso credito) coloro che hanno raggiunto la sufficienza piena con uno studio serio e costante e coloro che invece si sono dati alla bella vita e non hanno mai meritato la promozione. Fino a qualche anno fa vedevo la causa principale del buonismo nel perdurare della nefasta ideologia sessantottina, dalla quale molti docenti erano stati contaminati benché spesso non direttamente (anche perché troppo giovani, nel ’68 e nei primi anni 70), e nel pedagogismo deteriore che ancor oggi mantiene pericolosi strascichi, come rivelano certe opinioni espresse anche sui blog scolastici dove si parla ancora di “scuola libertaria”, di lotta al cosiddetto “autoritarismo” (ma chi l’ha visto mai?) o di altre scemenze simili. Di recente però, con l’attenuarsi della politicizzazione e con il declino delle ideologie, è forse da supporre che le cause di questa sciatteria e di questo buonismo scolastico siano altre: un malinteso senso di paternità, ad esempio, o più spesso di maternità, che induce certi docenti a considerare i loro alunni quasi come fossero tutti loro figli, da coccolare e da viziare con ogni mezzo. Niente bocciature quindi, ché altrimenti i poveri figlioli ci restano male, subiscono un trauma psicologico irrimediabile. A me sembra che il trauma più grave che possa subire uno studente è l’essere costretto, con una promozione non meritata, a seguire un programma e dei contenuti per la cui comprensione non ha le basi, il che lo porterà l’anno successivo a sostenere una fatica superiore alle sue forze; a meno che non si comporti come l’anno precedente, convinto che in qualche modo continuerà a farla franca. Ma l’imperante buonismo deriva anche da ragioni meno nobili, che sono però molto presenti e condizionanti nella nostra scuola: la paura di perdere classi, ad esempio, con relativa diminuzione delle ore di servizio e quindi di posti di lavoro. Questa motivazione, benché inaccettabile, è però comprensibile da parti di docenti che potrebbero rischiare, l’anno successivo, di essere sbattuti a 100 km di distanza dalla loro sede. Ma a questa se ne aggiunge sovente un’altra ben più ignobile e meschina, il desiderio cioè di non avere fastidi da parte dei genitori, del Dirigente o di altri ancora: meglio promuovere tutti, così nessuno si lamenterà, nessuno protesterà per un insegnamento carente di chi non merita il posto che ricopre e lo stipendio che riceve, poiché si sa che i genitori, quando importunano i Dirigenti con le lamentele contro i docenti, non lo fanno se questi ultimi sono didatticamente inefficaci o impreparati nelle loro discipline, ma soltanto quando assegnano valutazioni basse. Si alzano quindi i voti a tutti, si largheggia con i 9 e i 10, così i genitori potranno vantarsi con gli amici della bravura dei loro figli e si dimenticheranno anche dei casi in cui i docenti di italiano compiono errori di ortografia o quelli di matematica non riescono a determinare l’esatto risultato degli esercizi.
Purtroppo questo succede nella scuola italiana, da moltissimi anni; ma se prima c’era la copertura ideologica, oggi ci sono ragioni molto meno confessabili. E’ triste questa situazione, che a me procura ogni anno angoscia e depressione, perché da sempre credo di avere il senso della giustizia e ritengo inammissibile porre sullo stesso piano studenti con capacità e rendimento totalmente diversi. Lo scrivo qui sul blog nella speranza che qualcuno che ha in mano le leve del potere lo legga e ne prenda coscienza. So che è ben difficile che qualcosa cambi, perché in oltre trent’anni di insegnamento ho sempre combattuto contro il buonismo ipocrita di certi colleghi, che mi hanno messo in minoranza nei consigli di classe e quindi costretto ad accettare le loro cialtronerie; ma la speranza, come si dice, è l’ultima a morire, e poi, se non otterrò alcun risultato, avrò almeno la soddisfazione di essermi sfogato.

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Ancora sul decalogo del docente

Lo scorso 9 agosto 2012, in mezzo alla calura estiva, ebbi l’idea di inserire qui sul blog un mio personale “decalogo” contenente le norme che, a mio giudizio, dovrebbe seguire un docente serio e responsabile della nostra scuola. Ho notato poi, osservando le statistiche relative al mio blog, che questo post ha ricevuto molte visite, seppure i commenti siano stati ancora pochi e di certo in numero minore di quanto io avrei auspicato. Riprendo perciò adesso l’argomento, nella speranza che interessi ai miei pochi lettori e ch’essi abbiano la volontà di intervenire con commenti e osservazioni, in modo da aprire una discussione costruttiva sull’argomento. Il mio scopo è quello di conoscere le opinioni dei colleghi sul tema da me proposto, senza pretendere di condizionare nessuno; su questa materia, infatti, ognuno ha le sue convinzioni ed il suo carattere personale, elementi questi che gli suggeriscono il comportamento da tenere.
Premetto il fatto che io sono un docente di una certa età, con una concezione della scuola che non corrisponde esattamente a quella prevalente dagli anni ’70 a questa parte, quando molti formalismi precedenti sono stati eliminati e dove sono cambiati anche vistosamente i rapporti tra le varie componenti dell’ambiente scolastico. Perciò, per quanto riconosca che alcuni cambiamenti siano stati opportuni, rimango ancora legato, anche per una certa riservatezza di carattere, a una visione dei ruoli e delle gerarchie piuttosto ben definita.
Passo a riassumere, con qualche modifica, i “comandamenti” che enunciai nel post del 9 agosto ispirandomi anche alla pedagogia di Quintiliano, che ancor oggi mi appare come una specchiata figura di maestro irreprensibile.

1 – Il docente sia sempre preparato nelle sue discipline. Se si accorge di avere lacune corra subito a colmarle, onde evitare di ricevere disistima e disprezzo dagli alunni e dalle loro famiglie.
2 – Il docente sia sempre chiaro e comprensibile nello spiegare agli studenti gli argomenti del programma. Organizzi le verifiche in modo trasparente, senza tranelli o interrogazioni impreviste. Pretenda ciò che gli alunni possono dare, senza infierire su chi ha capacità limitate. Sia invece inflessibile con chi non si impegna nello studio.
3 – Il docente non dia mai confidenza agli alunni, perché il rispetto dei ruoli è imprescindibile per un buon rapporto educativo. Si ricordi che non è l’amico dei ragazzi, ma un educatore. Non s’interessi della vita privata dei ragazzi, a meno che non siano loro ad esporgli un problema che può incidere sull’andamento scolastico. Non tolleri dagli studenti alcuna mancanza di rispetto, come battute o scherzi nei suoi confronti, imitazioni o simili.
4 – Il docente deve pretendere assolutamente il rispetto da parte degli studenti, ma anche lui è tenuto a rispettare i ragazzi. Non usi mai nei loro confronti termini offensivi o umilianti, né ironie o sarcasmi che ne danneggerebbero l’autostima. Non faccia alcuna osservazione sull’aspetto fisico o sul modo di vestire degli alunni, a meno che non si superino i limiti della decenza.
5 – L’operato del docente deve essere ispirato a imparzialità e giustizia, definita da Cicerone come la virtù di colui che “dà a ciascuno il suo”. Non faccia alcuna distinzione nelle valutazioni, indipendentemente dalle simpatie personali.
6 – Il docente sia un modello di vita per i suoi alunni anche nel comportamento personale. Vesta in modo sobrio, evitando le stravaganze, la sciatteria e l’eccessiva eleganza. Non fumi e non usi il cellulare a scuola. Anche nella vita privata fuori della scuola cerchi di evitare comportamenti riprovevoli, perché per gli alunni il professore deve costituire un esempio da seguire, non limitato al ristretto ambiente scolastico.
7 – In sede di scrutinio finale il docente valuti con estrema imparzialità tutti gli studenti, senza considerare altro se non l’oggettivo rendimento e la preparazione raggiunta da ciascuno. Eviti inutili buonismi fortemente dannosi, perché promuovere chi non lo merita costituisce una grave ingiustizia nei confronti della società e soprattutto verso gli studenti che, dopo essersi impegnati seriamente, si vedono messi alla pari con gli incapaci ed i vagabondi.
8 – Nei rapporti con i colleghi il docente si mostri cordiale e disponibile, senza dare l’impressione di essere presuntuoso o di sentirsi superiore agli altri. Mantenga le necessarie distanze con il personale non docente, dato che, pur rispettando il lavoro di ciascuno, i ruoli restano comunque diversi e separati.
9 – Nei colloqui con i genitori il docente sia chiaro ed esprima chiaramente la situazione scolastica del figlio, senza indorare la pillola e senza dare vane illusioni. Sappia distinguere i problemi reali che i genitori esprimono dalle scuse penose che spesso essi adducono per coprire le mancanze o la svogliatezza dei figli.
10 – Il docente si mostri rispettoso verso il proprio Dirigente scolastico e cerchi di collaborare con lui per il buon andamento dell’istituzione scolastica. Non mostri atteggiamenti adulatori ma non alzi neanche inutili steccati.

Vediamo se qualcuno leggerà questo post e vorrà replicare. Mi piacerebbe anche conoscere l’opinione degli studenti, soprattutto per quei “comandamenti” che riguardano loro ed i loro rapporti con il docente.

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Genitori e figli

Di recente ho assegnato ad una mia classe, in un elaborato scritto, un brano dello scrittore greco Senofonte (V-IV secolo a.C.), il quale parlava dei sacrifici che i genitori compiono per allevare ed educare bene i propri figli. Un passo che mi ha particolarmente colpito è quello in cui l’Autore afferma che la madre porta dentro di sé quel fardello per tanto tempo e poi, dopo averlo partorito con dolore, lo alleva con amore e gli dedica tutte le cure possibili, senza però sapere se riceverà mai, per questa sua lunga fatica, alcuna riconoscenza.

Ed è così anche oggi: uomini e donne curano i propri figli con tutto l’amore possibile, concedendo loro tutto quel che chiedono anche quando non sarebbero d’accordo, dato che la società è impostata in un certo modo. Trovo pazzesco affidare un telefono cellulare a un bambino di sette anni; ma come negarglielo quando tutti i suoi amichetti ce l’hanno? Ne faresti un disadattato, un emarginato, un povero innocente additato al pubblico disprezzo. Così i genitori sono costretti, loro malgrado, ad adeguarsi, e questo per tutta la vita giovanile del figlio, dalla nascita fino alla sempre più tardive indipendenza economica. Così a 14 anni è obbligatorio tassativamente comprare loro il motorino o lo scooter, sostituito a 16 da uno più potente e a 18 dall’autovettura. A ciò si aggiunge ovviamente una buona quantità di denaro, non solo per mantenere auto, moto e altri beni vari (cellulari da ricaricare, capi firmati da comperare ecc.), ma anche per non fare brutta figura con gli amici che, guarda caso, hanno sempre le tasche piene, almeno gli amici dei miei figli.  E guai a dire che ai nostri tempi quel poco che avevamo ce lo dovevamo sudare, dopo una serie di rifiuti e di rinvii da parte dei nostri genitori; siamo considerati vecchi barbogi, residui miserevoli di un mondo che non esiste più.

Ma il bello (o il brutto piuttosto) di tutto ciò è appunto quello che diceva Senofonte, cioè che i genitori non ricevono alcuna gratitudine per quello che danno ai figli: tutto è dovuto, tutto fa parte del nostro dovere, non abbiamo diritto nemmeno a un “grazie”, perché oggi è scontato e ovvio che un figlio debba avere tutto, senza mai restituire nulla. E così noi, generazione nata negli anni ’50 o ’60 dello scorso secolo siamo, per dirla con gli amici napoletani, “cornuti e mazziati” perché le abbiamo buscate (e non solo in senso metaforico) dai nostri genitori, e adesso continuiamo a subire dai nostri figli, che spesso non s’immaginano neanche quanto impegno e quanta fatica costi a noi, sia materialmente che mentalmente, accettare questo stato di cose.

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La polemica sui voti

Lo scorso 14 agosto è apparso su Repubblica un articolo di una dirigente scolastica, M.Pia Veladiano, la quale, riprendendo un vecchio e abusato argomento, propone nuovamente di non assegnare agli alunni, come valutazione delle prove scritte ed orali, nessun voto inferiore al quattro, perché i voti bassi provocherebbero ansia e depressione negli studenti; a lei ha replicato, con una lettera sul medesimo quotidiano, il mio collega e amico Lodovico Guerrini, docente di materie letterarie, latino e greco al Liceo Classico “Piccolomini” di Siena, facendo notare che il problema non sta tanto nei numeri quanto nella necessità di ricondurre il voto alla sua giusta dimensione, la valutazione cioè della singola prova che, assieme a tutte le altre, determina il profilo didattico dell’alunno.

Inutile dire che io sono totalmente d’accordo con Guerrini, e non perché è un amico ma perché ha detto cose giuste. Aggiungo, come nota personale, che secondo me il buonismo di questi ultimi decenni, che ha la sua più lontana radice nell’ideologia sessantottina, ha provocato soltanto danni e ha fatto sì che uscissero dalle scuole e dalle università persone assolutamente impreparate; direi anzi che le promozioni di massa hanno sortito l’effetto contrario a quello che i baldi giovani del ’68 si proponevano, hanno cioè favorito le classi dominanti, perché una scuola che non seleziona apre la strada a chi, per fortuna o in virtù della famiglia, possiede più conoscenze e posizioni sociali più elevate. Con ciò non intendo affatto fare l’apologia della selezione eccessiva, perché anch’io cerco di non far perdere un anno ad un alunno quando intravedo in lui possibilità di recupero; intendo dire che la valutazione deve essere oggettiva, corrispondere in pieno alla prova effettuata, che può essere del tutto scarsa come può essere eccellente. Che voto assegnare a chi consegna un compito in bianco? Quattro? Ma questo sarebbe un falso colossale, perché il nulla (cioè il foglio bianco) non può trovarsi oltre un terzo della scala valutativa. Poiché i voti vanno da 1 a 10, è già molto se valutiamo con 2 un compito in bianco, che in realtà varrebbe 1 (non potendosi assegnare lo zero).

A me pare che questa proposta di non assegnare voti inferiori al quattro sia un modo come un altro per nascondersi dietro a un dito, come si dice con una frase piuttosto brutta. Sarebbe come se i medici, per non far allarmare un malato che ha la febbre, stabilissero che lo stato febbrile inizia a 39 gradi anziché 37: il malato avrebbe gli stessi sintomi, ma si sentirebbe falsamente sano. Una vera e propria truffa ai danni della persona, la stessa che avrebbe un alunno che si vede assegnare un quattro ma sa che la sua prestazione vale molto meno. A cosa servirebbe questa misura buonista se non a nascondere una realtà che sarebbe comunque sotto gli occhi di tutti? Con ciò, s’intenda bene, io come docente preferisco assegnare un 8 o un 9 piuttosto che un 3 o un 2; ma in certi casi è necessario, occorre cioè che lo studente, senza sentirsi rovinato con ciò, prenda coscienza della realtà. L’importante è non presentare alcuna situazione scolastica come irrimediabile, o peggio mettere in discussione le capacità intellettive. Anche un 2 o un 3 possono essere rimediati, e non c’è necessità di raggiungere per forza la media del 6: al docente basterà l’espressione della buona volontà, un tangibile progresso per soprassedere ad un 2 o un 3.

La questione è un’altra, a mio parere: che studenti e genitori, come ben sottolinea l’amico Guerrini nell’ultima parte della sua lettera, non comprendono l’esatto valore del voto, che non è un giudizio apodittico sulle capacità o la personalità dell’alunno, ma un semplice corrispondente di una singola prova. Accade spesso che uno studente capace e volenteroso sbagli una prova e prenda un voto basso; ma questo non cambia il giudizio del professore su di lui (o lei), nessuno mette in dubbio le buone qualità mostrate fino ad allora, e ad un compito valutato con un 3 può seguirne immediatamente uno valutato con 8, per me non ci sono difficoltà. Il problema è che i ragazzi spesso fanno del voto una questione di vita o di morte, legandolo alla propria autostima; ed è questo l’errore più grande, il perdere fiducia in se stessi o addirittura voler lasciare gli studi per questo motivo. E poi si dovrebbe finalmente comprendere che il voto non è tutto; ciò che è veramente importante è la preparazione e la formazione che una scuola riesce a dare ai propri alunni, al di là dei numeri e dei giudizi. Io, se fossi uno studente (magari!) preferirei un 6 che è il risultato di un apprendimento serio e durevole piuttosto che un 9 regalato con interessato buonismo, come accade in certe scuole, anche licei e falsi licei, che qui non voglio nominare. E i genitori? Spesso sono loro la causa principale dell’ansia dei figli, perché pretendono voti alti e solo di quelli si curano. Le valutazioni dei figli diventano spesso, per molti di loro, un motivo di vanto con gli amici nel caso che siano alte, ed un motivo di vergogna, quasi un insulto personale, se sono basse. Purtroppo i genitori di questo tipo oggi sono sempre di più, perché questa è la società dell’apparire e della superficie, ed il voto in effetti è ciò che appare alla vista, ciò che tutti vedono e giudicano. La vera cultura si forma e matura negli anni, non si lascia scorgere nell’immediato, né dagli alunni, né, in maggior grado, dai loro genitori.

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