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Violenza a scuola: ricerca delle responsabilità

I recenti fatti di cronaca, corredati da disgustosi filmati come quello che abbiamo visto riferito ad un istituto di Lucca, ci inducono ad una serie di osservazioni circa i ripetuti episodi di violenza accaduti nella scuola a danno di alcuni insegnanti, insultati e persino picchiati da alunni delinquenti e da genitori irresponsabili. La pletora delle discussioni in televisione e sui giornali non aiuta molto a comprendere le radici del problema, anche perché tra le opinioni espresse continuano ancor oggi ad essere prevalenti quelle dei buonisti nostrani – dai pedagogisti, razza maledetta, ai preti – che addossano a tutti la colpa di quanto accade tranne che a coloro che sono i veri colpevoli, cioè questi teppisti che purtroppo continuano ancora ad esser presenti in gran numero e ad inquinare la scuola e la società. Il libertarismo eccessivo ha prodotto questi risultati, unito alla quasi certezza di rimanere impuniti: se infatti il Consiglio di Istituto di quella scuola ha confermato la bocciatura di tre di quei delinquenti (il Consiglio di Classe ne aveva chieste cinque), sicuramente poi i genitori faranno ricorso al TAR e otterranno la revoca del provvedimento. Non sarebbe certo né la prima né l’ultima volta che questo succede, a causa dell’esagerato garantismo che esiste in Italia, dove non è più lecito prendere alcun provvedimento disciplinare contro chicchessia senza la minaccia del ricorso e del conseguente ribaltamento della situazione.
Una volta accertate le precise responsabilità di quanto avvenuto, la soluzione sarebbe estremamente semplice: bocciatura ed espulsione da tutte le scuole d’Italia per gli studenti, denuncia penale e condanna ad alcuni anni di reclusione (senza condizionale né sconti di pena) per i genitori, senza alcuna facoltà di presentare appello né ricorso. In questo modo gli episodi di violenza finirebbero subito e definitivamente, ma nessuno da noi si assumerebbe l’incarico di procedere in questo senso, perché il buonismo, il “benaltrismo”, il garantismo ormai imperano in ogni campo della vita sociale, ed anch’io in altri post ho avuto occasione di ricordarlo. E’ inutile che qui mi ripeta: in questo post, infatti, non mi ripropongo di individuare la responsabilità di quanto avviene, che appartiene esclusivamente a chi mette in atto simili comportamenti, ma di ricercare le cause per le quali siamo arrivati alla situazione attuale, quella cioè per la quale i docenti non hanno più non dico il riconoscimento della loro professionalità (quello è finito da tempo) ma neanche la certezza della propria incolumità fisica.
So di ripetermi per l’ennesima volta, ma io sono certo che la “prima radice” di quanto avviene oggi in certe scuole sia da ricercare nel ’68 e nella distruzione del principio di autorità e di disciplina che c’era prima di quel movimento e delle sue farneticazioni: fu allora che nacque l’eccessiva familiarità tra professori e alunni (io ebbi al liceo un docente di matematica che ci obbligava a dargli del tu!), idiozie come il “sei politico” e le promozioni di massa, perché allora si usava dire che bocciare era “fascista”. Anche se sono passati 50 anni, il seme della rovina fu gettato allora e la mala pianta è cresciuta a dismisura nel corso dei decenni successivi, coadiuvata da leggi irresponsabili e provvedimenti ministeriali tutti a vantaggio degli studenti e a danno dei docenti. Si parte con i decreti delegati del ’74 che fecero entrare i genitori nella gestione della scuola, per proseguire con le leggi del ’77 che cambiarono i programmi ed inserirono progetti e attività diversi dalla normale attività curriculare, per arrivare al famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Luigi Berlinguer (non a caso proveniente dalla parte politica che aveva fatto il ’68), con il quale la disciplina nella scuola veniva praticamente abolita, perché punire uno studente indisciplinato diventava di fatto complicato a causa di lacci e lacciuoli legali, oltre alla facoltà dei genitori di mettere bocca in tutte le decisioni prese a scuola e di poter fare ricorso contro ogni provvedimento. Neanche i governi di centro-destra hanno mai modificato alcunché, perché al buonismo sessantottino e delle teorie pedagogiche da esso derivato si unì la mentalità aziendalistica di chi non dava alcun rilievo alla disciplina e ragionava solo in base agli interessi di mercato, per cui quel che contava era soltanto l’immagine esterna di una scuola sul territorio e quel che di sconveniente vi accadeva doveva di fatto esser nascosto, proprio per evitare danni all’immagine stessa e subire magari un calo di iscrizioni: una scuola che boccia o che sanziona chi sbaglia non è appetibile, si sa, e si preferisce iscriversi altrove. Per questo motivo molti Dirigenti scolastici (non dico tutti, ovviamente) si sono subito adeguati a questo andazzo, e si sono preoccupati solo di curare l’immagine del proprio Istituto sul territorio, svalutando il lavoro didattico che non si vede all’esterno e dando invece impulso a progetti e attività visibili sul territorio. A questi dirigenti, ovviamente, conviene insabbiare tutto ciò che di sconveniente o di compromettente avviene nella loro scuola, ed evitare quindi di prendere provvedimenti sanzionatori contro chiunque, che con il buonismo attuale ovunque diffuso non gioverebbero certamente al loro buon nome.
In molti casi, in conseguenza di quanto detto, i docenti a scuola sono indifesi, perché c’è il rischio fondato che le loro note o richieste di provvedimenti verso gli studenti restino lettera morta e lascino ovunque il tempo che trovano. Eppure, nonostante ciò, io penso che una delle cause di quanto oggi avviene risalga anche ai docenti stessi, per due ragioni fondamentali. La prima è che siamo noi stessi, molto spesso, a colpevolizzarci quando accade qualcosa di spiacevole: ho sentito molti colleghi, in questi anni, dare la colpa a se stessi degli insuccessi formativi di alcuni loro allievi, senza pensare che il masochismo non ha mai portato nulla di buono a nessuno e di fatto, se lo studente non si impegna o non ha le capacità per seguire un certo corso di studi, non è abbassando la guardia o dando a se stessi la colpa che quello studente maturerà o avrà risultati migliori. La seconda ragione è che molti colleghi sono deboli caratterialmente e non riescono a farsi rispettare dagli alunni; ed in conseguenza di ciò, procedendo per gradi, si arriva da parte di certuni al dileggio ed alla mancanza di rispetto verso l’insegnante, che in certi casi può assumere anche dimensioni macroscopiche come ciò che è avvenuto a Lucca ed in altre località. L’autorevolezza (non l’autoritarismo) è un carattere essenziale che ogni docente dovrebbe possedere, e ciascuno di noi dovrebbe evitare di dare confidenza agli alunni, pretendere il rispetto dei ruoli e reagire con decisione ad ogni violazione del codice comportamentale. C’è chi riesce a farlo e chi no, come dimostra il fatto che gli stessi studenti, delle medesime classi, si comportano in maniera diversa a seconda del docente che hanno di fronte, ne rispettano alcuni e ne sbeffeggiano altri. Quindi sta anche a noi, soprattutto a noi, mettere le carte in tavola fin dal primo giorno di scuola e stabilire limite e compiti reciproci; altrimenti non possiamo lamentarci se nella massa viene fuori qualcuno che approfitta vigliaccamente della libertà concessagli per superare i limiti e scadere in comportamenti vergognosi. Se la legge non ci difende occorre che ci difendiamo da soli, finché è possibile, con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, anche quelli coercitivi e “repressivi”, poco curando ciò che potrebbero dire studenti e genitori. Chi pecora si fa lupo la mangia, dice il proverbio: e finché ci saranno professori “pecore” ci saranno sempre anche studenti “lupi”, da tenere a bada anche col bastone, se necessario, prima che siano loro a darcelo in testa, e non solo metaforicamente.

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Il dilagare della violenza

Viviamo un periodo piuttosto preoccupante, a quanto sentiamo dalle cronache, un periodo in cui la violenza – materiale e verbale – ha raggiunto livelli intollerabili per una nazione civile. La simpatica vignetta qui apposta si riferisce al mondo della scuola, dove sono di recente aumentati di molto gli episodi di violenza nei confronti dei docenti: un alunno ha sfregiato il volto di una professoressa con una coltellata, un altro ha colpito con un pugno un’altra insegnante, un altro ancora ha riempito di insulti e bestemmie il suo professore perché gli aveva fatto cadere a terra il cellulare, senza poi contare le violenze dei genitori che hanno colpito sia docenti che dirigenti e vicari. Ma perché siamo arrivati a questo punto? Le ragioni principali di questa barbarie emergente le ho enunciate nei post che precedono questo, e sono quelle in cui ho sempre creduto: perdita di autorevolezza della classe docente dovuta alle farneticazioni del “mitico” ’68 ed alle leggi che ne sono derivate, dal 1977 al 2000 con il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Berlinguer, perdita dei valori fondamentali della nostra società come quello della famiglia, profondamente mutata negli ultimi decenni e gravata da un disarmante buonismo che fa sì che i figli abbiano sempre ragione nei confronti dei loro insegnanti. Ma non è tutto: la civiltà di internet e dei social, che ha dato strada a tutti i peggiori istinti delle persone, ha fatto in modo che l’insulto, la violenza verbale, l’odio apertamente espresso siano diventati normali e consueti nella nostra vita di tutti i giorni, mentre la cortesia ed il rispetto sembrano diventate categorie vecchie e superate, retaggio di una civiltà al tramonto. Così la rozzezza, l’incultura, la volgarità sono entrate a pieno titolo nella nostra vita, tramite anche il bell’esempio che dà la TV dove litigi, insulti e parolacce sono all’ordine del giorno. Dalla violenza verbale poi, una volta perduti i freni della ragione e della civiltà, si passa facilmente a quella fisica, ed ecco quindi spiegati gli inaccettabili fenomeni criminali che sono avvenuti nelle scuole. E siccome siamo in una società buonista, una società che non vuol sentir parlare di provvedimenti e punizioni, la situazione è destinata a peggiorare; così tra breve, accettando il suggerimento del buon presidente americano Trump, dovremo andare a scuola armati per contrastare questi fenomeni. Ovviamente questa è una battuta, perché soltanto un idiota poteva avanzare quella proposta, e per me il soggetto è tale anche se è l’uomo più potente del mondo; però una soluzione va trovata, perché non si possono tollerare episodi simili. La mia proposta sarebbe semplice: bocciatura in tronco ed espulsione da tutte le scuole d’Italia, senza possibilità di appelli o ricorsi, per gli studenti che si rendono responsabili di tali comportamenti; denuncia penale obbligatoria per i genitori e condanna a tre-quattro anni di carcere senza condizionale né sconti di pena. Credo che agendo così il fenomeno finirebbe subito, perché contro chi usa la violenza come mezzo di interazione con altre persone porgere l’altra guancia non è certo un rimedio appropriato. E’ sconsolante dirlo, ma credo che soltanto le soluzioni di forza possano avere una qualche efficacia verso individui simili. Purtroppo, quando si sa per certo che si resterà impuniti, non si avrà alcun inmpulso o interesse ad astenersi dal fare il male.
Lo stesso ragionamento vale per la violenza politica, riesplosa pesantemente durante questa campagna elettorale. Lasciando stare le infamie e gli insulti scritti sui social e pronunciati da certi politici (ed in ciò i 5 stelle sono maestri!), voglio qui riferirmi alla violenza fisica, quella che si è manifestata durante gli ultimi cortei cosiddetti “antifascisti”. Il fatto curioso di questi eventi è che i suddetti cortei volevano protestare contro presunti rigurgiti di “fascismo”, mentre chi ha ferito gli agenti di polizia e devastato le città sono stati proprio gli antifascisti, i cosiddetti “antagonisti” (ma antagonisti di chi?), i giovani di estrema sinistra dei centri sociali. Del comportamento criminale di queste persone non mi stupisco, perché è dagli anni ’70, da quando frequentavo l’università, che sono abituato ad assistere alla violenza della sinistra extraparlamentare ed al terrorismo che è venuto da quella parte politica; ma adesso è imbarazzante, per gente come la Boldrini, Grasso, D’Alema e compagnia bella, parlare di “fascismo” (che non esiste più) e dover ammettere, perché non possono fare diversamente, che la violenza cieca e vigliacca che picchia i carabinieri a terra viene proprio dai figli di papà dei centri sociali e dalla loro parte politica, cioè la sinistra.
Da quanto di recente avvenuto mi pare evidente che il voler risuscitare ad ogni costo il fascismo, un movimento politico che appartiene ormai alla storia e che si è concluso nel 1945, sia un misero tentativo di allontanare l’opinione pubblica dai veri problemi del Paese che la sinistra non è riuscita né riuscirà mai a risolvere, oltre che la volontà di avere un “nemico” contro cui scagliarsi per poter nascondere le proprie contraddizioni. Se qualcuno fa violenza, sia di destra o di sinistra o di chicchessia, va punito pesantemente e basta, senza fare sconti a nessuno; ma fondare il dibattito politico, oggi nel 2018, sulla contrapposizione fascismo-antifascismo, è patetico e anacronistico. La storia non torna indietro, e negli ultimi 70 anni le società occidentali e le relazioni internazionali sono talmente cambiate da avere ben poco in comune con eventi e situazioni ormai vecchie quasi di un secolo. Gli altri paesi europei (Francia, Inghilterra, Germania) hanno ormai fatto i conti con il loro passato, il dibattito politico si fonda sul presente e sul futuro; ma da noi, purtroppo, i fantasmi del passato non vengono mandati in pensione perché fanno comodo ancora oggi a chi non ha altri argomenti se non tirare fuori il solito vecchio ritornello del “fascismo”. La violenza va combattuta ed eliminata da qualunque parte provenga: a questo pensino i signori politici, e ad affrontare i veri problemi del presente, senza attribuire ad altri etichette e marchi infamanti che appartengono ad un passato remoto e non hanno più alcuna ragione di esistere.

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