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La scuola che vorrei

E’ da poco iniziato un nuovo anno scolastico che per me potrebbe anche essere l’ultimo di servizio, ma è questa una circostanza che non sminuisce certo il mio interesse per la scuola e per l’importanza dell’istruzione, ciò che è stato da sempre l’obiettivo principale della mia vita. L’inizio della mia attività di docente risale a quasi quarant’anni fa, ed in questo lungo periodo la scuola è cambiata, molto cambiata rispetto a prima; e se alcuni di questi mutamenti possono considerarsi positivi, per la maggior parte di essi, purtroppo, non si può dire altrettanto. Va anzi riconosciuto che i vari interventi legislativi che si sono succeduti dagli anni ’70 dello scorso secolo in poi non hanno fatto altro che aumentare le pastoie burocratiche, i progetti inutili, gli impegni sempre crescenti dei docenti e non hanno avuto, se non limitatamente, effetti concreti sulla sostanza dell’insegnamento.
Nello spazio di un blog è fortemente sconsigliato introdurre troppi argomenti, perché il post assumerebbe dimensioni eccessive e non lo leggerebbe nessuno, vista la frenetica rapidità con cui si “consuma” oggi la pagina scritta, quando la si consuma. Mi limiterò quindi a parlare degli aspetti più macroscopici e più assurdi della scuola attuale, quelli che vorrei cambiare, se potessi; ma siccome non ho questo potere, non mi resta che lamentarmi di quel che non va bene, convinto come sono che anche la semplice denuncia, che pur non cambia nulla, sia comunque utile ad esprimere un disagio che non è soltanto mio, ma di molti altri colleghi.
Sul piano legislativo la legge 107/2015 ha introdotto delle novità che, se sul momento sembravano accettabili perché non le si erano valutate abbastanza nelle loro conseguenze, sono poi risultate fallimentari e persino dannose. Quella che mi viene in mente per prima, perché mi tocca direttamente in quanto insegno nel triennio conclusivo di un Liceo, è la famigerata alternanza scuola-lavoro, una trovata che nella realtà dei fatti si è rivelata un’autentica buffonata: sappiamo di studenti mandati a piantare alberi in giardino, a sorvegliare animali o spediti negli autogrill delle autostrade a preparare caffè e panini. Oltre che inutile e dannosa perché fa perdere ai ragazzi delle giornate di studio, questa pratica è anche incostituzionale a mio avviso, perché fa lavorare dei minori senza stipendio e si qualifica quindi come sfruttamento del lavoro minorile. Va anche aggiunto, come ho detto fin dall’inizio, che l’esperienza di lavoro durante gli studi secondari può essere giustificata senz’altro per gli istituti professionali ed in parte tecnici, ma non ha alcun motivo di sussistere nei Licei, dove si fanno studi culturali e teorici che nulla hanno a che vedere con le fabbriche, l’agricoltura e gli autogrill delle autostrade. Questa alternanza produce inoltre, com’è ovvio, danni gravi alla didattica, perché non è possibile farla svolgere tutta al di fuori dell’orario di lezione, ed in ogni caso rappresenta un impegno in più che sottrae energie a degli adolescenti che già hanno molte distrazioni e che riservano allo studio solo una parte del loro tempo. La prima cosa che vorrei nella scuola come la intendo io sarebbe quindi l’abolizione immediata, almeno per i licei, di questa pratica inutile e antididattica.
Un’altra innovazione della legge 107 che si è rivelata fallimentare è stata l’introduzione di un “bonus” di merito per i docenti, che avrebbe dovuto premiare gli insegnanti migliori. Io salutai con entusiasmo questa novità, ma mi sono dovuto ben presto ricredere per diversi motivi, di cui dirò qui solo il principale, cioè che lo spirito della legge, almeno come l’avevo intesa io forse sbagliando, è stato totalmente vanificato: nelle varie scuole infatti, vista la difficoltà ed i rischi che presentava una “classifica” di merito dei docenti, si è preferito premiare non coloro che sono veramente gli insegnanti migliori, cioè i più preparati nelle loro materie e con la didattica più efficace, ma coloro che organizzano progetti, viaggi d’istruzione, incontri e conferenze o altre attività, persone cioè che possono anche svolgere compiti utili per la scuola ma che non sempre possiedono quelli che dovrebbero essere i meriti più rilevanti e riconosciuti nella nostra professione. Eppure, se vi fosse stata la volontà, non sarebbe stato difficile individuare, mediante le testimonianze di genitori, studenti ed ex studenti soprattutto, quelli che sono i professori più bravi e formativi, quelli che lasciano un’impronta indelebile nell’animo dei ragazzi, docenti che tutti (o quasi) abbiamo avuto e dei quali ci ricordiamo anche a decenni di distanza. E invece le cose sono andate diversamente. Perciò, visti i risultati, preferirei che questo premio “fantasma” fosse abolito anziché distribuito con le modalità esposte sopra.
Già prima della legge 107, da molti anni direi, la burocratizzazione del nostro lavoro e la presenza di attività diverse dalla normale attività didattica hanno raggiunto livelli molto elevati: se consideriamo infatti il tempo impiegato in riunioni dalla dubbia utilità e quello sottratto alla didattica da viaggi d’istruzione, scambi culturali, spettacoli vari, lezioni, conferenze e incontri con persone esterne alla scuola, gare sportive, “olimpiadi” di questa o di quella disciplina e altre simili iniziative, vediamo che non possiamo più disporre del tempo necessario per un’azione didattica veramente efficace. A ciò si aggiungono le varie assemblee studentesche, residuati degli anni ’70 ancora in vigore ma per lo più occasione di vagabondaggio a uso dei nullafacenti, la cui utilità è ormai fortemente dubbia. Nella scuola che io vorrei, e nella quale ho creduto fin dall’inizio della mia carriera, queste iniziative si ridurrebbero al minimo, a quelle veramente utili, mentre dovrebbero essere ormai aboliti, perché non più consoni ai tempi attuali, i famosi decreti delegati del 1974 (vecchi di 43 anni), quelli appunto che istituirono le assemblee studentesche ed i consigli di classe con la partecipazione di studenti e genitori. Questi organi collegiali (cioè i consigli di classe) possono avere ancora una certa validità, ma hanno avuto ed hanno ancora la responsabilità di avere introdotto l’invadenza dei genitori nella gestione della scuola. Ecco, questa è un’altra caratteristica della scuola attuale che vedrei volentieri ridotta o eliminata: la presenza cioè di genitori fastidiosi e petulanti, che fanno i sindacalisti dei figli e pretendono di condizionare i metodi di insegnamento e di valutazione dei docenti. Ai tempi miei tutto questo non esisteva, nessuno ardiva contestare i professori, e se un alunno prendeva un brutto voto doveva rimboccarsi le maniche e cercare di rimediare, senza scuse o giustificazioni; oggi, se avviene la stessa cosa, sono i docenti a dover giustificare quel voto che hanno dato, dinanzi a padri e madri incapaci di collaborare con loro per la formazione dei loro figli, pronti a difenderli e scusarli per ogni mancanza e capaci persino di chiedere lo spostamento in altre classi dei docenti meno graditi o giudicati più severi. Raramente, infatti, i professori vengono contestati perché inaffidabili o impreparati (ve ne sono pochi, ma qualcuno c’è), ma quasi sempre perché, a detta dei genitori, pretendono troppo dai loro poveri figli, costretti per qualche ora a distrarsi dai videogiochi e dai social per aprire un libro cartaceo o per svolgere qualche esercizio.
In tutti questi anni il nostro mestiere di docenti e di educatori è profondamente cambiato, in modo tale da smorzare molto in noi l’entusiasmo iniziale per l’insegnamento, anche perché raramente i veri meriti culturali e didattici vengono riconosciuti; anzi, proprio perché i professori che lavorano seriamente chiedono anche agli studenti di fare la loro parte, è molto facile che siano proprio loro ad essere maggiormente contestati o comunque non gratificati da nessuno. Da tempo ho questa sensazione spiacevole ogni giorno che entro a scuola, ma poi, quando arrivo in classe e vedo i miei alunni lì ancora pronti ad ascoltarmi, mi dimentico in quelle ore di tutto ciò che mi rattrista e mi dedico con la solita passione al mio lavoro. Quando però esco di classe quel senso di insoddisfazione ritorna, e lo stesso avviene anche a molti miei colleghi che si trovano in situazioni analoghe alla mia. E forse chi sta in alto, chi promette ad ogni cambio di governo di riformare la scuola e poi crea sotanto confusione e malumore, dovrebbe tenere conto di questo stato d’animo dei docenti, sempre più diffuso nel nostro Paese; ma se ciò non è avvenuto finora, dubito molto che possa avvenire in futuro e temo purtroppo di non vedere mai la rifondazione di una scuola seria, più professionale e meno burocratica, “ancorché avessi a vivere molto”, come diceva il buon Guicciardini.

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L’analfabetismo funzionale in Italia

Una recente indagine del settimanale “Espresso” ha messo in luce come in Italia il 28% circa della popolazione, soprattutto le fasce oltre i 55 anni e quelle dai 18 ai 30, sia formata da analfabeti funzionali, persone cioè che sanno leggere, scrivere e compiere elementari operazioni matematiche, ma non sanno comprendere quel che leggono, né comporre un periodo sintatticamente armonico in italiano corretto, né andare al di là delle tabelline o delle più semplici tra le quattro operazioni matematiche di base. Le diverse fasce di età dei cosiddetti “low skilled” (cioè con scarse abilità) hanno diverse motivazioni. Per i più anziani gioca un ruolo importante la lunga permanenza nel mondo del lavoro, che ha fatto sì che le cognizioni apprese a scuola a suo tempo si siano negli anni ridotte sino a diventare molto scarse; ed in effetti questo fenomeno, che sarebbe preferibile definire “analfabetismo di ritorno”, si può constatare ogni giorno nella vita quotidiana, quando vediamo persone diplomate e laureate, che svolgono con successo professioni di rilievo sociale (medici specialisti, avvocati, ingegneri ecc.) ma che non sanno più quasi nulla di storia, di geografia, di scienze ecc., proprio perché si sono specializzate nel loro ristretto ambito di competenza trascurando tutto il resto. Per la fascia dei giovani, invece, influiscono certamente gli strumenti informatici e l’uso indiscriminato di internet (per risolvere qualsiasi dubbio) e delle calcolatrici automatiche, che hanno atrofizzato la memoria e le capacità logico-intuitive degli individui, ormai abituati a trovare facilmente tutto ciò che cercano senza dover ragionare, intuire o dedurre alcunché. Ovviamente sul fenomeno influisce anche il grado d’istruzione della famiglia di origine e l’abitudine alla lettura, che nel nostro Paese risulta molto bassa rispetto ad altre realtà: molte persone, una volta terminati gli studi, si astengono religiosamente dall’aprire un libro di storia o di scienze (che ricordano loro i sudati anni della scuola), ed in oltre il 50% delle abitazioni si calcola che non vi siano affatto libri, o comunque, nel migliore dei casi, non ve ne siano più di 25.
Il fenomeno è molto preoccupante e scoraggiante soprattutto per noi che siamo docenti e che tentiamo con ogni mezzo di trasmettere cognizioni e abilità che dovrebbero restare immoti per il resto della vita dello studente; ma è un’impresa sempre più difficile, soprattutto perché i nostri giovani, come ho scritto in altri post, apprendono velocemente ma altrettanto rapidamente dimenticano quanto appreso, tanto che spesso, se rivolgiamo alle classi una domanda su argomenti svolti qualche mese prima, otteniamo in cambio un silenzio glaciale. Di questa situazione incresciosa, che è l’antesignana dell’analfabetismo funzionale e di quello di ritorno, io individuo due cause. La prima, come dicevo sopra, è il diffondersi incontrollato della tecnologia e dei mezzi multimediali, che producono sulla mente umana lo stesso effetto che produrrebbe sul corpo un laccio che tenesse legato un braccio per trent’anni: una volta liberato, il braccio non saprebbe più muoversi, e questo appunto accade alla memoria dei nostri giovani, facoltà ormai risecchita e svalutata in tutta la sua rilevanza. La seconda causa è il progressivo deterioramento degli studi nella scuola primaria, dovuto soprattutto alla pedagogia di origine sessantottina che ha eliminato proprio quei contenuti e quegli esercizi che consentivano un apprendimento permanente delle strutture di base dell’italiano e della matematica (temi, riassunti, poesie a memoria, studio della grammatica, calcoli matematici senza calcolatrice ecc.). Si è trattato di un vero e proprio cataclisma, perché se a scuola non si studiano più l’analisi logica e del periodo non si possono apprendere le strutture della lingua che consentiranno poi al’adulto non solo di leggere ma di capire ciò che legge, e non solo di scrivere ma di comporre con proprietà ed eleganza; se non si fanno più temi e riassunti, ma progetti fatui e di scarsa ricaduta sulla cultura degli studenti, non si impara mai a padroneggiare la propria lingua. E a questo riguardo mi riservo di spezzare una lancia anche a favore dello studio delle poesie a memoria, oggi aborrito dai “moderni” pedagogisti, perché l’esercizio mnemonico è utile per tenere in allenamento quella facoltà, oltre al fatto che ricordare, ad esempio, cento versi di Dante può essere anche culturalmente un vantaggio ed un metodo per conoscere il ritmo compositivo, la struttura linguistica ed il significato di quel testo.
L’unico parziale rimedio a questa situazione sarebbe quello di tornare ad una scuola pre-68, come dico io, riproponendo gli esercizi e gli studi che facevamo noi mezzo secolo fa e che ci hanno consentito, sia pur con tutti i limiti, di non diventare analfabeti funzionali. Occorrerebbe poi che tutti coloro che, cessati gli studi, entrano nel mondo del lavoro, conservassero interesse ed amore per la cultura, anziché dedicarsi solo al loro ristretto ambito professionale. Che ci sarebbe di male se medici, avvocati o ingegneri riprendessero in mano, ogni tanto, i libri di latino, di storia, di scienze ecc. e cercassero di non perdere totalmente quel patrimonio di conoscenze che si sono formati negli anni della giovinezza? Se facessimo loro questa domanda risponderebbero che in effetti non ci sarebbe nulla di male; ma ben pochi lo fanno, anche perché il peso della cultura, nel nostro paese, si sta riducendo sempre più. Però gli effetti di questo analfabetismo funzionale e di ritorno si sentono e si vedono: giornalisti della tv che sbagliano ad usare i congiuntivi o anche a pronunciare correttamente le parole, politici che confondono l’Argentina con il Venezuela o che dicono “Romolo e Remolo” o altre perle simili, e via dicendo. Per non parlare delle persone comuni che scrivono sui social come Facebook: c’è da inorridire a constatare non solo come non vi sia alcuna cura dell’ortografia e della punteggiatura, ma come manchi del tutto la capacità di comprendere quanto letto e di conseguenza di argomentare. Mancando questa capacità, molte persone si sfogano attaccando violentemente chi la pensa diversamente da loro ricoprendolo di insulti; ma questi insulti e queste parolacce non derivano soltanto dall’istinto di violenza residente in ciascuno di noi e malamente represso, ma anche dall’ignoranza di chi non sa capire ciò che legge e non sa parlare e scrivere in modo corretto e persuasivo. Così, non avendo altro metodo di esprimersi a motivo del proprio analfabetismo funzionale, si serve dell’insulto e del turpiloquio credendo di esprimere più efficacemente ciò che crede di dover dire.
Una conseguenza lacerante di questa ignoranza così diffusa, di questo analfabetismo, è la facilità con cui le persone credono a determinate idee propagate via internet o tv e vi aderiscono senza ragionarvi sopra, proprio perché non hanno la capacità di ragionare. Così, quando si avvicinano le elezioni politiche, partiti e uomini politici fanno a gara a trovare gli slogan più rozzi e più beceri, perché sono quelli che più fanno presa sulla massa di ignoranti che s’ingrossa ogni anno di più. Verrebbe da chiedersi, a questo punto, se sia legittimo concedere a tutti il diritto di voto e se sia giusto che i voti contino tutti ugualmente, senza riguardo alla cultura e all’effettiva coscienza politica dei votanti. Ma questo è un altro argomento, che mi porterebbe lontano; perciò preferisco fermarmi qui.

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Le tre “perle” del ministro Fedeli

Non mi è mai capitato, finora, di esprimere giudizi sull’attuale ministro dell’istruzione, la senatrice Valeria Fedeli. Ho letto su di lei commenti negativi soprattutto dal punto di vista personale, dato che in molti le hanno rinfacciato il fatto di non essere laureata: ed anche a me pare strano che un ministro dell’istruzione e dell’università manchi di questo titolo, ma lo ritengo comunque il male minore, considerato che le decisioni prese in ambito scuola dipendono anche da altri Ministeri (vedi quello dell’Economia soprattutto) ed anche perché, se ci fosse il buon senso e la volontà di far bene, forse lo si potrebbe fare anche senza laurea. Ultimamente però le esternazioni del ministro (io continuo ad usare il termine al maschile, l’unico corretto secondo la lingua italiana, anche perché “ministra” fa pensare alla minestra) sono state numerose ed anche inopportune: ne citerò una sola, quando cioè ha detto che gli insegnanti dovrebbero avere uno stipendio doppio di quello che hanno. A nulla servono le buone parole se non c’è la possibilità di realizzare quanto si dice; dire una cosa simile e poi non farne di nulla lascia a noi docenti la sottile sensazione di essere presi in giro, sensazione che del resto abbiamo provato tante altre volte in questi ultimi anni. Da noi si pretende sempre di più e ci si concede sempre di meno, almeno dal lato economico. Ma lasciamo perdere questo problema, perché non è questo l’argomento che mi prometto di trattare in questo post, dedicato invece a tre proposte sulla scuola superiore che mi sembrano allucinanti. Forse la loro paternità risale a funzionari o pedagogisti della peggiore specie che vogliono mettere le mani sull’istruzione senza intendersene né punto né poco; sta di fatto però che il ministro le ha approvate ed anche lanciate attraverso la stampa ed i social.
La prima è la famigerata idea di ridurre la scuola secondaria superiore a quattro anni in luogo degli attuali cinque. A me una proposta del genere pare un’idiozia vera e propria: se i docenti universitari si lamentano della preparazione dei nostri studenti in italiano, matematica, lingue straniere ecc., preparazione che deriva da un percorso di studi di cinque anni, come può una mente sana pensare che in quattro anni si potrebbe fare di meglio? Io me lo chiedo, perché trovo la cosa talmente assurda da non dover neanche essere presa in considerazione. Per fare un paragone, una decisione in tal senso sarebbe simile a quella di chi pretendesse di costringere un treno che accumula sempre ritardo non solo ad annullarlo, ma ad arrivare a destinazione un’ora prima; oppure quella di chedere all’autore di un libro scientifico, che a fatica riesce a trasmettere il suo contenuto in trecento pagine, di contenere le stesse cose in duecento. Chiaramente tutto peggiorerebbe vistosamente: se non bastano cinque anni per formare bene i nostri giovani, come si può pensare di ottenere risultati migliori togliendo un anno? Caso mai ne andrebbe aggiunto uno, non tolto. E poi un provvedimento del genere non avrebbe alcun vantaggio pratico. A cosa servirebbe uscire da scuola un anno prima? Sarebbe utile se non esistesse il problema della disoccupazione e tutti i giovani, dopo il diploma o la laurea, trovassero immediatamente lavoro; ma siccome così non è, l’unico risultato che si otterrebbe è quello di aumentare la disoccupazione già intollerabile oggi con il percorso quinquennale. Mi si viene a dire che in altri paesi d’Europa il diploma si prende a 18 anni; ma, a parte il fatto che sono molti e forse di più quelli dove si prende a 19, perché dobbiamo sempre scimmiottare gli stranieri? Consideriamo poi che il livello culturale dei diplomati francesi, inglesi, tedeschi o altri è molto inferiore a quello dei nostri studenti; all’estero si specializzano in due o tre materie e non sanno nulla delle altre, e si diplomano per lo più con i test a crocette, un metodo nozionistico che non evidenzia nessuna qualità apprenditiva ed espositiva degli studenti. Il ministro ed i suoi funzionari dicano piuttosto la verità: che cioè l’eliminazione di un anno di studi servirebbe allo Stato per risparmiare soldi (si perderebbero circa il 20% delle cattedre) e per fare dei giovani dei perfetti soldatini che non sanno ragionare con la propria testa e sono proni, come tanti piccoli computer, ad obbedire ai diktat dei grandi poteri economici e del “politically correct”.
La seconda proposta, legata alla prima, è quella di portare l’obbligo scolastico a 18 anni, anche qui scimmiottando altri paesi europei. Se realizzata, questa sarebbe una rovina totale delle nostre scuole, sempre più infestate da persone che vengono a scaldare il banco e non hanno alcun interesse per lo studio né per altro che non sia giocare con il telefonino e disturbare le lezioni impedendo anche ai volenterosi di apprendere. Perché, dico io, costringere chi non è portato allo studio, chi non ha interesse per la cultura, a stare a scuola per forza? E’ una violenza vera e propria ed un inutile tormento per chi starebbe meglio in un’officina o nei campi, dove il suo apporto al bene pubblico sarebbe certamente maggiore. Dove è scritto che tutti debbono diplomarsi e laurearsi? Ci sono persone molto intelligenti e sensibili, magari capaci di svolgere bene un qualunque lavoro artigianale o commerciale, che però non hanno alcun desiderio di studiare né alcun interesse. Prché obbligarli? In vista di quale vantaggio? Io, per parte mia, limiterei l’obbligo alla terza media, com’era molti anni fa; ottenuta la licenza media, poi, ciascuno dovrebbe poter scegliere liberamente se proseguire negli studi (ed in tal caso andrebbe incoraggiato ed aiutato, come prescrive la nostra Costituzione) oppure se entrare immediatemente nel mondo del lavoro. Ad un paese non servono solo medici, ingegneri e avvocati, ma anche operai, artigiani, idraulici ecc.
La terza proposta, la più sconvolgente e demenziale di sempre, è quella di permettere agli studenti l’uso degli smartphone in classe, un’idiozia che non si potrebbe trovare neanche nei film di Stanlio e Ollio, se i cellulari fossero esistiti ai loro tempi. A parte il fatto che la fiducia ministeriale negli strumenti digitali è assurda ed eccessiva in ogni caso, perché smartphone, tablet, lim ecc. sono solo mezzi accessori, non possono sostituire il cervello umano: se uno studente è incapace e svogliato, tale rimane anche con questi aggeggi elettronici, non diventa certo un genio grazie ad essi. La cosa più evidente, comunque, e che tutti sanno né alcuno può negare, è che permettere agli studenti di usare lo smartphone in classe significa perdere completamente la loro attenzione (già scarsa prima) e la loro partecipazione alle lezioni, perché, mentre farebbero finta di seguire la lezione con lo strumento elettronico, in realtà si trastullerebbero, come fanno purtroppo già adesso nelle ore libere dalla scuola, girovagando su whatsapp su facebook, su twitter, ask e altre amenità del genere. Veramente il ministro ed i suoi collaboratori credono che i nostri ragazzi, nativi digitali e capaci di perdere quasi tutto il loro tempo in questi trastulli, ad un tratto diventerebbero tutti seri e diligenti ed userebbero il telefonino per andare sui siti didattici? Chi pensa una cosa simile o è sciocco del tutto o è comunque ingenuo, e probabilmente non ha mai messo piede in una scuola. La realtà è ben diversa: l’uso degli smartphone da parte degli studenti è una vera e propria catastrofe anche quando non lo usano nelle ore scolastiche, perché perdono sui social molto tempo che viene sottratto allo studio ed anche perché copiano sistematicamente la traduzione delle versioni di latino e di greco (e questo è un punto dolente di cui dovrebbe occuuparsi chi di dovere). Permettere loro di usarlo anche durante le lezioni significa distruggere quel poco di autentico e non virtuale che ancora c’è rimasto nella vita dei giovani, annullare tutti i nostri sforzi per far ragionare i ragazzi autonomamente e per distrarli, almeno un po’, da questo mondo falso in cui spesso vivono. Perciò io dico fin da ora che, per quanto mi rimane da stare a scuola, non obbedirò mai ad una decisione del genere, e nelle mie ore lo smartphone continuerà ad essere assolutamente proibito. Se avrò problemi per questo, li affronterò come ho fatto sempre nella mia vita, perché ritengo che l’obbedienza non sia sempre una virtù, specie quando gli ordini sono idioti e pericolosi.

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Un esame da cambiare, anzi da abolire

Adesso che gli esami di Stato sono terminati e che tutte le scuole superiori hanno pubblicato i risultati, dove spiccano come tante perle rare voti alti ed altissimi, mi pare giunto il momento di fare una riflessione conclusiva su questo rito di fine anno scolastico che tiene impegnati molti di noi fino a circa il 10 di luglio, mentre gli altri colleghi più fortunati, non gravati da questo impegno, sono già in vacanza da quasi un mese.
Nella mia carriera ho partecipato agli esami di Stato (prima detti di maturità) in tutti i ruoli: membro esterno, membro interno e presidente. Con questa pluriennale esperienza mi sono fatto un’idea ben precisa, che consiste nel ritenere che l’esame, così com’è, sia diventato un’inutile farsa e che quindi vada profondamente cambiato, oppure abolito del tutto. Questa seconda soluzione sarebbe la migliore, se non altro perché parificherebbe la condizione dei docenti, alcuni dei quali lavorano adesso circa un mese più di altri, ed inoltre consentirebbe allo Stato di risparmiare un bel po’ di soldi (si parla di 150 milioni di euro all’anno) ottenendo in pratica lo stesso risultato: se infatti i Consigli di classe che effettuano gli scrutini stabilissero direttamente, senza esame, il voto conclusivo di ogni alunno, non credo ch’esso rispecchierebbe di meno il valore didattico dei singoli studenti, né sarebbe più generoso con loro di quanto non lo siano le commissioni d’esame attuali, che già sono generosissime. In pratica, non credo che avremmo voti più alti di adesso, quando già sono altissimi e molto al di là della reale preparazione dei ragazzi; e nemmeno ci sarebbero più bocciature, visto che già con l’esame di adesso non boccia più nessuno. I presidenti di commissione, forse intimoriti dallo spauracchio dei ricorsi al Tar, si presentano alle scuole esplicitando fin dalla riunione preliminare la volontà di promuovere tutti, indipendentemente dalla preparazione effettiva. Non dico che ciò accada sempre, ma nella maggior parte dei casi sì.
Nella mia lunga esperienza scolastica, prima come studente e poi come professore, ho assistito a due riforme degli esami di maturità, ed in entrambi i casi l’attribuzione dei voti ha subito un’inflazione a due cifre, come quella dell’economia italiana degli anni ’80. Con la riforma del 1969 i voti andavano da 36 a 60; i primi anni, diciamo fino al 1974-75, il 48 era già un voto alto ed i 60 erano rarissimi, poi ci fu invece un allargamento tale che negli anni ’90 il medesimo 48 era diventato un votino mediocre ed i 60 si contavano a bizzeffe. La stessa cosa è avvenuta con la riforma del 1999 che ha introdotto l’esame di Stato com’è adesso con i voti da 60 a 100: se nei primi anni i 100 erano rarissimi e dati solo nei casi di effettiva eccellenza in tutte le materie – come in effetti dovrebbe essere – oggi al contrario in ogni classe c’è almeno un 100, ed in alcune ce ne sono anche quattro, cinque o più. Basta che un alunno sia considerato “bravo”, abbia una buona ammissione e faccia un buon esame per avere assicurato il voto massimo, senza pensare che ci sono anche altre valutazioni (da 90 a 98 ad es.) che sono già molto alte e rendono pienamente giustizia a chi ha avuto un buon rendimento scolastico, magari con qualche cedimento in una o due materie. Invece no: il 100 è diventata una necessità assoluta, una pretesa vera e propria di ogni scuola, che con quei voti deve farsi pubblicità all’esterno, come del resto è naturale in questo clima economicistico e aziendalistico in cui si è voluto collocare il sistema dell’istruzione.
Esame da modificare quindi? Certo, anzi addirittura da abolire se deve continuare come adesso. Dico anzi che, avendo fatto esperienza di entrambe le tipologie, io preferivo di gran lunga l’esame precedente, quello in vigore dal 1969 al 1998, per un motivo specifico, perché cioè c’era una sostanziale parità tra il giudizio di ammissione del Consiglio di classe e le prove d’esame. Allora, almeno formalmente, non c’erano voti ma giudizi, e la normativa stessa invitava le commissioni a prestare particolare attenzione nei casi in cui gli esiti dell’esame si discostassero molto dai giudizi della scuola; così le commissioni stesse (quasi tutte esterne con un solo membro interno) tendevano a uniformare le due componenti, favorite appunto dal fatto che i giudizi sostituivano il voto numerico, che era soltanto quello finale da 36 a 60. E’ vero che l’esame si svolgeva unicamente su due materie scritte e due orali, ma era molto più serio di adesso: le due materie del colloquio orale, ad esempio, avevano a disposizione quasi mezz’ora per ciascuna, e c’era modo quindi di rendersi conto di qual era la reale preparazione dello studente. Adesso, quando i candidati debbono portare quasi tutte le materie del loro corso, in virtù di ciò l’esame sembra più severo ma non lo è affatto, in quanto i singoli commissari pretendono di giudicarli con una sola domanda o con due al massimo per ogni disciplina, perché il colloquio generalmente non viene fatto durare più di un’ora. Molto spesso, quindi, il giudizio che danno i commissari esterni è del tutto arbitrario, perché basato su un’impressione ricavata in pochi minuti e condizionata anche dall’atteggiamento dello studente: chi si presenta al colloquio con fare spavaldo, ad esempio, o fa lo spiritoso, o si è vestito in modo non gradito, rischia di essere fortemente penalizzato, anche se preparato più di altri. Ciò comporta inevitabilmente l’emissione di voti errati, o per difetto o per eccesso, e non corrispondenti al reale valore didattico dello studente; la buona o cattiva sorte quindi gioca un ruolo fondamentale ed a volte avviene che, con questi giudizi sommari, alunni bravi o addirittura brillanti per cinque anni abbiano ricevuto nelle singole prove (e di conseguenza nel voto finale) valutazioni più basse di altri molto meno capaci ed impegnati. Si dirà che così è sempre stato e che tutti gli esami sono un terno al lotto. E’ vero, ma fino ad un certo punto, perché l’esame precedente dava maggior valore ai giudizi di presentazione della scuola, mentre adesso il cosiddetto “credito” dell’alunno arriva al massimo a 25 punti su 100, e quindi il 75% del voto finale, una percentuale altissima, è dovuta alle prove d’esame dove i giudizi e le valutazioni conseguenti sono frutto di impressioni momentanee ricavate da tre o quattro minuti di colloquio o sulla valutazione di prove scritte dove ognuno adotta criteri diversi: un tema di italiano, ad esempio, per il commissario interno che conosce lo studente da anni può valere 10; per quello esterno invece, che legge per la prima volta quell’unica prova, può valere 6 o 14. Difficile allora mettersi d’accordo: si cerca un compromesso, ma non sempre lo si trova, con conseguenti liti e malumori tra i commissari. Ed alla fine, pur in presenza di commissioni molto generose, ci sono sempre ragazzi che restano delusi, alunni che magari hanno avuto un voto come 85/100, una buona valutazione, ma che si confrontano con altri che magari, pur avendo avuto per cinque anni un rendimento inferiore al loro, all’esame hanno preso di più.
Cosa fare allora? La decisione migliore, come dicevo sopra, sarebbe di abolire del tutto questo esame-burletta e sostituirlo con un voto finale attribuito dal Consiglio di classe sulla base dell’andamento didattico di tutti e cinque gli anni del percorso scolastico. Se invece, come temo, si vuole continuare a spendere soldi ed energie in questa farsa, occorrerebbe subito fare una cosa per rendersi meno ridicoli: far derivare il voto finale al 50 per cento dalle prove d’esame e per il restante 50 per cento dal giudizio della scuola. Ogni Consiglio di Classe, in base alla media finale ma tenendo conto dei risultati dell’ultimo triennio (o quinquennio) di studi, dovrebbe attribuire allo studente un voto conclusivo in cinquantesimi (ad es. 40/50); a sua volta la commissione d’esame dovrebbe avere a disposizione gli altri 50 punti, e così formare il voto conclusivo. Credo che in tal modo si avrebbero esiti più conformi a principi di lealtà e di giustizia, e molti studenti, pur avendo ricevuto un voto che rispecchia o anche supera la loro preparazione reale, non si lamenterebbero nel vedere dei loro compagni che, grazie a due o tre domande più facili o ad un’impressione migliore data alla commissione, finiscono per fare una figura migliore della loro. Cicerone diceva che la giustizia, somma virtù, consiste nel “dare a ciascuno il suo”; se i nostri politici e poi i dirigenti e i docenti facessero proprio questo principio, forse nella nostra scuola le cose andrebbero un po’ meglio.

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Sul comportamento di alcuni docenti

Il professore, si sa, è una figura che dovrebbe ispirare fiducia agli studenti, essere per loro un modello di virtù, come diceva l’antico retore latino Quintiliano (I° secolo d.C.); o almeno, se non si pretende tanto, sarebbe auspicabile che non mostrasse cattive abitudini e che si comportasse in modo consono al suo ruolo di educatore. Ma da alcuni decenni, dopo le novità del “mitico” ’68, la figura del docente è andata progressivamente cambiando e la peculiarità della sua funzione si è costantemente annacquata fino a sparire del tutto, almeno in certi casi. Un tempo il professore era una persona distinta, vestito in modo adeguato alla sua funzione, che manteneva ben visibile la distinzione dei ruoli senza dare troppa confidenza ai propri alunni; e se aveva abitudini non proprio edificanti, cercava almeno di nasconderle durante le ore che passava a scuola, proprio per non dare ai giovani un esempio da non imitare.
Oggi purtroppo non sono molti i professori che mantengono la dovuta distinzione dei ruoli e un decoro comportamentale consono al compito di educatori che dovrebbero avere. Molto spesso assistiamo ad una familiarità eccessiva tra docenti e studenti, che si spinge ad eccessi come battute spiritose sconvenienti, scherzi di cattivo gusto, comunicazione di notizie sulla vita privata degli uni e degli altri, e così via. Dal mio punto di vista di docente rimasto a prima del ’68, io giudico sconveniente che un professore si interessi di ciò che i suoi studenti fanno al di fuori della scuola, a meno che non si tratti di problemi che incidono sul rendimento scolastico; ma in tal caso deve essere lo studente o la sua famiglia a comunicarli, non l’insegnante a fare il confidente privato o a intromettersi nella vita altrui. Nei rapporti personali il professore non deve essere arcigno o troppo severo, ma nemmeno fare l’amico dei suoi studenti, perché il suo ruolo non è quello; una certa distanza deve sempre rimanere tra l’uno e gli altri, anche per evitare che qualche alunno maleducato o poco perspicace (e ce ne sono sempre), avendo a che fare con un professore “amicone”, superi il limite e si senta autorizzato a prendersi libertà ed a mancargli di rispetto, cosa che puntualmente avviene in queste circostanze. E poi fa sorridere il fatto che alcuni colleghi si lamentino dell’indisciplina degli studenti nei loro confronti quando sono loro stessi che, concedendo troppa confidenza, li hanno di fatto indotti a quel comportamento. E va anche detto che i ragazzi, se sul momento possono accogliere con piacere il professore “amicone”, in un secondo tempo, quando saranno divenuti più maturi e responsabili, non avranno di lui un buon ricordo, ma l’avranno invece di quei docenti che sono stati veri formatori, che hanno veramente trasmesso qualcosa dal punto di vista culturale ed umano e che sono stati per i giovani un modello di vita, anche se sul momento sembravano eccessivamente “seriosi” e distaccati.
Confesso di avere una forma mentis non in linea con l’uso comune attuale, quando dilagano le amicizie su facebook tra docenti e studenti, le comunicazioni via cellulare di notizie che dovrebbero restare segrete tipo le decisioni prese agli scrutini o agli esami, gli incontri fuori della scuola che qualche volta, purtroppo, danno adito anche a voci non proprio onorevoli per gli uni e per gli altri. Ma ci sono anche altri aspetti del comportamento di certi professori che, sia pure non illeciti dal punto di vista strettamente legale, sono comunque sconvenienti e persino ridicoli. Se vogliamo fare qualche esempio, il primo che mi viene in mente è l’abbigliamento, il modo di presentarsi a scuola. Ormai non c’è più nessuno (neanche io) tra i docenti uomini che metta giacca e cravatta, e questo è comunemente accettato; ma vi sono colleghi che si pongono in maniera trasandata, con magliette scritte, jeans strappati alla maniera dei ragazzi e persino qualcuno, in estate, che si presenta con sandali e bermuda alle riunioni. E la stessa eccentricità si riscontra anche in alcune colleghe che, avendo magari passato la sessantina, si vestono ancora come ragazzine, con jeans o minigonne che le rendono ridicole perché assomigliano alla vecchia signora del trattato Sull’umorismo di Pirandello, imbellettate per cercare disperatamente di nascondere l’età che avanza. Anche in questo aspetto del loro comportamento molti docenti non sanno seguire la giusta via di mezzo di aristotelica memoria, che in questo caso consisterebbe nell’evitare del pari l’eccessiva eleganza (ormai non più apprezzata) ma anche l’altrettanto eccessiva sciatteria.
Oltre a questi che ho descritto, ci sono purtroppo comportamenti ancora peggiori che certi colleghi mettono in atto: battute di spirito sconvenienti e persino oscene pronunciate in presenza degli studenti, turpiloquio ormai diffuso anche nella nostra categoria, esternazione senza ritegno di vizi dannosi come il fumo di sigaretta e l’uso del cellulare eccessivo e maleducato. Si tratta di episodi gravi, che ogni dirigente scolastico dovrebbe censurare e ricorrere, se necessario, e provvedimenti disciplinari, perché farsi vedere dagli alunni a fumare o a usare il cellulare in classe costituisce una violazione del codice comportamentale che esiste in tutti gli edifici pubblici. Ciò è ancor più grave se consideriamo il ruolo di educatori che, nostro malgrado, tutti noi abbiamo; e come possiamo pretendere che gli studenti si comportino in modo corretto, che non fumino e non usino il cellulare in classe, quando sono alcuni di noi che fanno queste cose apertamente e spudoratamente? Io stesso ho visto colleghi giocare con il cellulare, ricevere e mandare messaggini durante le riunioni o gli esami, quando tra gli astanti erano presenti anche molti studenti, ai quali si ha il coraggio di chiedere di non fare quello che noi stessi facciamo. A tal proposito io credo di essere ormai un caso isolato, perché non solo non ho mai fumato in vita mia, ma sono uno dei rarissimi italiani a non usare il cellulare, dato che non voglio rendermi schiavo di un oggetto come purtroppo quasi tutti sono oggi diventati; e quanto al linguaggio, una brutta parola può scappare a tutti, ma occorre stare ben attenti a non farsi sentire dagli studenti, perché sarebbe un esempio pessimo, del quale io mi vergognerei a vita.
In base a ciò che ho detto in questo post, che molti considereranno retrogrado e bacchettone, mi rallegro vivamente di aver abbandonato da tempo l’idea di fare il Dirigente scolastico, perché se lo fossi diventato avrei certamente condotto una vita grama; non sopportando infatti certi comportamenti degli studenti – e dei docenti in ancora maggior misura – avrei preso una serie di provvedimenti restrittivi e disciplinari che mi avrebbero provocato certamente vertenze e denunce di ogni genere, con sindacati e giudici propensi ormai da decenni a dar ragione sempre ai sottoposti nei confronti dei loro superiori o datori di lavoro. Sotto questo ed altri profili ritengo che la posizione del Dirigente scolastico sia molto difficile e che occorra un carattere “diplomatico” per svolgerla al meglio. Si tratta di una qualità che io proprio non possiedo, incline come sono a dire in faccia agli altri ciò che non mi piace ed a prendere decisioni drastiche; è molto meglio quindi relazionarsi con gli studenti in classe nel modo che ritengo più opportuno e consono alla mia funzione, pur essendo consapevole dell’arretratezza ideologica che i “modernisti” troveranno in ciò che dico.

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Scrutini oltre i limiti della decenza

Questa vignetta mette bene in evidenza la modalità farsesca con cui si svolgono gli scrutini finali nelle classi del triennio conclusivo della nostra Scuola Media Superiore (o di secondo grado); e benché sia un po’ esagerata, così come sono tutte le vignette satiriche, essa dice in sostanza la verità. Parlare di scrutini oggi significa riferirsi a riunioni allucinanti in cui viene totalmente falsata la verità circa il reale valore culturale e la reale preparazione degli studenti, le cui valutazioni conclusive sono alterate pesantemente per far risaltare la presunta qualità della scuola di provenienza, dato che ormai si è diffusa la mentalità secondo cui più i voti sono alti e più qualificata è la scuola che li ha espressi. Io la penso esattamente al contrario, ma debbo constatare che la verità è quella raccontata dalla vignetta; e nel dire ciò non mi riferisco assolutamente a nessuna scuola in particolare, perché, tranne forse alcune lodevoli eccezioni che non conosco, dappertutto lo scrutinio finale è diventato ormai uno squallido gioco al rialzo dove tutto conta tranne l’immagine reale di ciascun studente.
Bisogna dire che la causa di questo “mercato delle vacche” che sono diventati gli scrutini finali, dove i docenti fanno a gara ad aumentare voti a dismisura e ad allontanarsi dalla verità e dalla giustizia, non risiede tanto nel buonismo naturale che pur molti ancora nutrono, né nelle farneticazioni sessantottine in cui purtroppo alcuni ancora credono, quanto nella sciagurata riforma degli esami di Stato del 1999, che ha inserito il cosiddetto “sistema dei crediti”. In base ad essa ogni studente, a partire dalla terza classe (cioè il primo anno del triennio conclusivo) riceve un numero di crediti corrispondente alla media dei suoi voti; ognuno quindi rientra in una fascia ristretta (ad es. la media dei voti compresa tra 7 e 8 dà 5 o 6 crediti nei primi due anni), entro la quale il Consiglio di Classe deve scegliere il punteggio da assegnare. In quasi tutti i casi, ormai, viene attribuito il punteggio più alto della fascia (in certe scuole basta avere 7,2 per prendere 6 crediti), ma a molti dirigenti e docenti ciò non basta: è necessario far raggiungere allo studente la fascia superiore, per potergli aumentare il punteggio del credito. Avviene così che a chi ha una media superiore alla metà della fascia (supponiamo 7,7) vengono arbitrariamente e senza alcun merito aumentati alcuni voti per poter raggiungere la fascia successiva, quella tra l’8 e il 9, che dà diritto a un punteggio tra 6 e 7, per cui gli vengono attribuiti 7 punti. Cosa comporta questo sistema? Due gravi ingiustizie. La prima è quella di falsare la realtà, perché se un ragazzo aveva la media del 7,7 vuol dire che era già presentato bene dai docenti, che sicuramente non gli avevano attribuito voti inferiori a quelli che meritava, perché nessuno vuole penalizzare gratuitamente gli studenti; aumentandogli i voti dunque gli vengono attribuite conoscenze e competenze che non possiede, e questo non può che essere iniquo e diseducativo. La seconda ingiustizia è quella di mettere alla pari (o quasi) studenti molto diversi per impegno e capacità; e ciò avviene regolarmente, perché l’alunno che aveva 7,7 di media e a cui sono stati aumentati i voti per raggiungere e superare la media dell’8 si trova ad avere lo stesso credito di chi già aveva raggiunto quella media con le sue forze, ed al quale i voti non vengono aumentati perché non si trova nella parte più alta della propria fascia. In pratica chi aveva 7,7 riceve lo stesso credito di chi aveva 8,2, al quale non viene regalato nulla perché formalmente “non ne ha bisogno”. Il risultato finale è che vengono aumentati i voti in modo scandaloso agli studenti più modesti, mentre le eccellenze, proprio perché raggiungono già da sé il massimo della valutazione, restano con i loro crediti; così la differenza finale del credito tra gli alunni eccellenti e quelli scadenti si riduce a poco, certamente molto meno di quella che sarebbe la realtà. Ed anche questo è profondamente diseducativo, perché chi s’impegna e studia con serietà e dedizione si vede messo alla pari, o quasi, con compagni e compagne che hanno avuto per cinque anni un andamento didattico molto inferiore al suo.
Questo scempio della giustizia e della serietà della valutazione, oltretutto, è incentivato anche da un’altra assurdità introdotta dall’ex ministro Gelmini, quella cioè secondo cui il voto di condotta (che adesso si chiama di comportamento) entra direttamente nella media finale dello studente. Avviene così sempre più di frequente che questo voto diventi il “jolly” dello scrutinio, nel senso che può essere aumentato a dismisura per raggiungere medie e fasce più alte. Tanto chi controlla? La commissione esterna, mentre può verificare la preparazione sulle discipline curiculari e quindi mettere in evidenza (almeno parzialmente) i voti “gonfiati”, non può accertare nulla riguardo a un 10 in comportamento, una volta che i membri interni avranno rassicurato i colleghi circa l’estrema correttezza, serietà, partecipazione attiva ecc. ecc. dello studente in questione. A mio giudizio, espresso anche altre volte su questo blog, valutare il comportamento come le discipline curriculari e farlo rientrare nella media dei voti è una vera e propria idiozia, perché il rendimento scolastico di un alunno è del tutto indipendente da come egli si comporta durante le ore di lezione e le altre occasioni di vita scolastica (le gite, ad esempio), ed inoltre ogni scuola adotta criteri diversi per la valutazione della condotta, ed è quindi un elemento, questo, estremamente variabile e da giudicare separatamente dagli altri voti.
Ogni anno, purtroppo, molti di noi si ritrovano con l’amaro in bocca, dopo aver partecipato a riunioni di scrutinio che aumentano il livello di stress fino alle stelle. In considerazione della mia età, quel che posso dire è che oggi la scuola è un qualcosa di profondamente diverso da quella in cui ho sempre creduto fin da quando, giovanissimo, decisi con tanto entusiasmo di dedicarmi a questo mestiere. Oggi, al termine della carriera, di quel “sacro furore” iniziale non è rimasto nulla, e la sensazione che provano quelli come me è di aver subìto un inganno, di trovarsi in una realtà alla quale mai avevano pensato e nella quale mai avrebbero immaginato di vivere.

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La competizione tra gli studenti

Nonostante tutte le leggi e le norme egualitarie che si sono succedute negli ultimi quarant’anni, che tendono a proteggere i più deboli e ad evitare la competitività tra gli studenti, spiace constatare che anche oggi per molti di loro la scuola è una “gara” a chi ottiene i migliori risultati, o meglio i migliori voti, senza tener conto dell’effettivo livello di conoscenze e competenze che c’è dietro le valutazioni. L’attaccamento al voto, spesso ritenuto l’unico traguardo per cui valga la pena studiare, è fortissimo nella nostra scuola ed accomuna studenti e genitori. E francamente da questi ultimi, dato che sono in un’età più matura dei loro figli, ci si attenderebbe una disamina più obiettiva dell’attività didattica, che tenesse conto anche della qualità delle conoscenze trasmesse dai docenti ai loro figli e non solo dei numeri con cui vengono valutate le loro prestazioni. E’ significativo, a tal proposito, il colloquio scuola-famiglia, che normalmente viene tenuto una volta a quadrimestre: in teoria i genitori sembrano disposti ad apprezzare maggiormente i docenti che s’impegnano e che offrono un livello qualitativo elevato di insegnamento ma poi, dopo qualche divagazione o discorsetto generale, la lingua batte sempre sullo stesso punto: “Ma che voti ha mio figlio?”, “Potrà rimediare?” “Ce la farà a fine anno?”. “Sa, lui (o lei) sarebbe contento di vedersi gratificato con un buon voto, perché studia tanto…”, e altre amenità del genere. Questo è ciò che interessa veramente i genitori, non altro; e che ciò sia vero si evince con chiarezza dal fatto che le proteste dei familiari degli studenti contro i docenti non sono quasi mai rivolte contro quelli poco preparati nelle loro discipline o didatticamente inefficaci, ma contro coloro che giustamente assegnano anche voti bassi, perché non è garantendo a tutti la sufficienza che si crea una scuola efficiente; anzi, così facendo si danneggiano gravemente gli studenti stessi, perché li si illude di avere qualità e conoscenze che non hanno e li si predispone a gravi delusioni nel momento in cui il prosieguo degli studi o il mondo del lavoro li metteranno di fronte alla dura realtà.
Il mito del bel voto, d’altro canto, è comprensibile in una società materialista e superficiale come quella di oggi, dove le apparenze contano molto più della sostanza: poiché infatti ciò che appare all’esterno di un curriculum scolastico sono i voti, è chiaro che sono questi ad assumere l’importanza maggiore sia per gli studenti, che con i buoni voti si sentono gratificati ed in pace con la loro coscienza, sia per i genitori che possono così tenere alto il prestigio della famiglia e vantarsi con amici e parenti di avere un figlio o una figlia “bravi”. L’aspetto più negativo della cosa, in sé già abbastanza squallida, è però il fatto che molti studenti, imbeccati dall’ambizione dei genitori, non vogliono soltanto avere buoni voti, ma averli in ogni caso migliori di quelli dei compagni e delle compagne, percependo ancora la scuola non come un luogo dove ciascuno riceve una propria formazione da utilizzare nella vita, ma come un’arena dove si gareggia a chi arriva primo, a chi è più bravo, dove la soddisfazione personale per la propria prestazione è tanto maggiore quanto i propri risultati sono migliori di quelli altrui. Sotto questo profilo bisogna dire che ben poco è cambiato rispetto ai tempi miei, perché anche allora c’era competitività tra i ragazzi, fomentata purtroppo dagli insegnanti stessi che proponevano addirittura “gare” di grammatica, matematica, storia ecc., gare a cui ricordo di aver partecipato anch’io alla scuola elementare e media. Ma quegli insegnanti non avevano colpa, perché allora si pensava che fosse giusto così. Poi arrivò il Sessantotto e fece di tutto per eliminare questa competitività, anche se lo fece in modo errato, cioè con l’egualitarismo assurdo del “sei politico”. Ma il problema non fu mai superato, se è vero che ancor oggi, a distanza di tanti anni, riemerge questo meccanismo perverso che collega l’autostima personale dello studente ai voti ottenuti ed al confronto con i compagni. E anche qui la colpa è spesso dei genitori, i quali non si accontentano dei buoni voti, ma pretendono anche che i loro figli siano “i primi della classe”, senza sapere che spesso accade che i primi a scuola diventino poi gli ultimi (o quasi) nella vita.
La mentalità competitiva è fortemente deleteria, perché da chi è affetto da questa patologia la cultura stessa non viene più considerata un arricchimento personale, bensì uno dei vari strumenti per prevalere sugli altri, per riaffermare la propria personalità a danno altrui. Con questi presupposti non si arriva mai a valutare a fondo l’importanza delle conoscenze personali, le quali debbono concorrere a formare una personalità libera, un pensiero autonomo, non persone che vivranno sempre con la sindrome dei concorrenti dei quiz televisivi. Ognuno deve studiare per sé, per quello che la cultura rappresenta a livello personale, non per il voto alto o per il primo posto nella classe. A che servirà un’alta valutazione all’esame di Stato, dico per fare un esempio, se dietro quel voto ci sarà il nulla, come avviene in quelle scuole dove i voti alti ed altissimi vengono regalati a chi non li merita solo per far fare bella figura all’Istituto e ai docenti?
Il problema potrebbe essere superato se si affrontasse lo studio con una forma mentis analoga a quella con cui si affrontano certe gare sportive. Nelle discipline a carattere individuale (penso all’atletica leggera) ogni atleta scende in pista per migliorare se stesso, per raggiungere sempre obiettivi più alti, a prescindere dagli altri concorrenti. Così almeno dovrebbe essere; altrimenti un atleta che si sia qualificato per la gara olimpica dei 100 metri piani avendo raggiunto a malapena il limite stabilito, con quale spirito andrebbe a gareggiare sapendo che a quella gara partecipa il primatista mondiale Usain Bolt ed altri campioni? Se l’unico scopo della partecipazione alle Olimpiadi fosse quello di vincere la gara, allora il nostro atleta dovrebbe starsene a casa, perché non ha oggettivamente nessuna probabilità di battere Bolt e gli altri fuoriclasse. Eppure gareggia ugualmente, perché la sola partecipazione è per lui un grande onore, e soprattutto perché vuole migliorare se stesso, pur sapendo che difficilmente andrà oltre le batterie dei 100 metri piani. Lo stesso spirito dovrebbero avere gli studenti, e soprattutto le studentesse che sono più aggredite dei maschi da questo virus della competitività: frequentare una scuola è come fare una gara sì, ma con se stessi, non con i compagni. Ogni conoscenza acquisita in più, ogni miglioramento del proprio metodo di studio, ogni problema superato sono traguardi importanti, che dovrebbero gratificare e aumentare l’autostima, perché è con il sacrificio quotidiano che ciascuno costruisce il proprio bagaglio di conoscenze e competenze da utilizzare poi nella vita futura. L’invidia e la malevolenza contro la compagna che ha preso un mezzo voto in più all’interrogazione non portano alcun vantaggio; finiscono anzi per svalutare totalmente l’azione didattica e l’apprendimento stesso, perché chi studia solo per il voto, senza provare interesse ed amore per ciò che studia, è destinato a non apprezzare nulla, a dimenticarsi tutto o quasi e a vivere in uno stato di perenne insoddisfazione. Qualche volta essere egoisti, pensare a se stessi e non guardare cosa fanno gli altri può essere di aiuto; e poiché la nostra società è fortemente competitiva, non lasciarsi prendere da questo meccanismo – almeno negli anni della scuola – può essere un valido sistema per rivendicare a se stessi la propria libertà morale.

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I colloqui scuola-famiglia: cos’è cambiato?

Mi ricordo che molto tempo fa, i primi miei anni di insegnamento, il rapporto con i genitori degli alunni era diverso da oggi, soprattutto perché erano diversi loro: molto più obiettivi di adesso, non facevano se non raramente gli avvocati difensori dei figli, ma cercavano di collaborare con il docente affinché l’azione educativa andasse a buon fine, almeno nella maggior parte dei casi. Ma ciò che me li fa preferire rispetto a quelli di adesso è il fatto che a quei tempi (parlo di circa 30 anni fa, più o meno) i genitori erano in grado di valutare la professionalità e la validità didattica degli insegnanti dei propri figli, e ciò si manifestava tanto in una critica anche aspra verso i docenti mediocri quanto in una giusta gratificazione di coloro che sapevano ben svolgere la loro professione, con entusiasmo e competenza. E ciò avveniva non perché le famiglie di un tempo fossero più acculturate di quelle attuali, ma in virtù di una diversa concezione della scuola, che non doveva essere un parcheggio quinquennale per ragazzi svogliati e demotivati, ma una palestra di vita, in grado di fornire una formazione ed un metodo di studio e di autonomo ragionamento che servisse poi per la vita. Chi di noi continua a ricevere riconoscimenti, anche a distanza di tanti anni, da parte di ex alunni adesso diventati a loro volta genitori, comprende ciò che voglio dire.
Nel periodo attuale, come spesso ho constatato in questo blog, la scuola è profondamente cambiata, ha assunto i caratteri di un’azienda da collocarsi sul mercato come una qualunque ditta produttrice di automobili o di merendine; quindi è l’esteriorità, la facciata che è passata in primo piano, la forma al posto della sostanza. Oggi le scuole considerate più moderne e più in “vogue” sono quelle dove si svolgono molte attività parascolastiche come gite, settimane bianche, progetti vari ecc., e dove alla fine dell’anno scolastico si distribuiscono voti alti e si fanno registrare promozioni di massa, necessarie perché altrimenti si offusca l’immagine della scuola “efficiente” e moderna, con il rischio che le iscrizioni diminuiscano se si fanno le cose con la necessaria equità. Così l’attività didattica vera e propria, che dovrebbe essere il cardine ed il vanto di ogni istituzione scolastica, passa in secondo piano, ed anzi viene vista quasi come un ostacolo allo svolgimento di tante elette e avveniristiche attività. Ciò corrisponde, del resto, all’imbarbarimento sempre più visibile nella società di oggi, dove trionfano l’ignoranza, l’approssimazione, la volgarità: basta accendere la tv per rendersi conto che la cultura, attualmente, è considerata quasi un orpello inutile in un mondo dove vigono soltanto le leggi dell’economia e del mercato, un passatempo per i disadattati che non si sanno adeguare ai tempi che vivono.
Così, per tornare all’argomento iniziale, è profondamente mutata anche la mentalità dei genitori che vengono a conferire con i docenti dei loro figli. Anche in questo ambito l’esteriorità svolge ormai il ruolo principale: a poche persone interessa la professionalità, la competenza e la preparazione del docente, ciò che è fondamentale è che il figlio o la figlia abbiano buoni voti e che quindi sia possibile per i loro familiari mantenere alto all’esterno il “decoro” della famiglia; altrettanto importante è che gli studenti non vengano gravati da un soverchio carico di studi perché devono avere il tempo necessario per fare sport, uscire con gli amici e soprattutto per sprecare tante ore sui social network o sui videogiochi, altrimenti rischiano di essere esclusi dal gruppo e non essere più quindi “al passo coi tempi”. I docenti che subiscono critiche e contestazioni, quindi, non sono quelli che lavorano poco e male (non numerosi in realtà, ma qualcuno c’è sempre, in ogni scuola) ma quelli che non sono disposti a regalare voti alti a chi non li merita e coloro che richiedono agli alunni un impegno costante, necessario per abituarsi ad entrare veramente nella vita da adulti, quando il mondo dorato degli ozi giovanili finirà ed i ragazzi si troveranno di fronte una realtà diversa da quella attuale.
Io sono reduce da un intero pomeriggio (cinque ore) trascorso nei colloqui con i genitori dei miei alunni, quindi colgo l’occasione per notare ciò che vedo e puntualizzare le differenze con i primi lontani anni della mia esperienza professionale. Ciò che per loro conta in modo quasi esclusivo, come sopra detto, sono i voti ottenuti dai figli: se questi sono buoni, se ne compiacciono e si mostrano orgogliosi dei risultati raggiunti, ma ben di rado ne attribuiscono il merito anche al professore; se sono mediocri, si preoccupano generalmente non di trovare il modo di migliorarli, ma chiedono con trepidazione se il figlio “ce la farà” al termine dell’anno scolastico, una domanda cui oltretutto nessun professore può rispondere, perché la decisione circa l’esito dello scrutinio finale è collegiale, di tutto il Consiglio di classe, e non dei singoli docenti. Se poi l’andamento didattico è proprio negativo, allora viene addotta una serie di giustificazioni che escludono quasi sempre le cause vere dell’insuccesso scolastico, ossia la mancanza di impegno oppure di capacità o attitudini per quel particolare indirizzo di studi: la colpa è dell’emotività, del timore che il ragazzo ha dell’insegnante (così la colpa viene scaricata su quest’ultimo), di situazioni familiari, problemi di salute e chi e ha più ne metta. E’ rarissimo il caso che un genitore riconosca le responsabilità del figlio nei suoi insuccessi; la colpa è sempre della scuola e dei professori, che avrebbero preso in odio un ragazzo (chissà perché poi?), lo avrebbero disamorato e demotivato allo studio provocandone poi la bocciatura, vista ancora come una gravissima disgrazia, una vera e propria catastrofe. Una visione delle cose, questa, che si spiega con le dinamiche della società attuale, basata sull’esteriorità e sul falso ideale del successo a tutti i costi, per cui l’idea dell’insuccesso scolastico appare come qualcosa di insostenibile, di vergognoso, di disonorevole. Questo pregiudizio impedisce quindi la giusta disamina della situazione, che sarebbe invece il pensiero opposto: se un alunno riporta continui insuccessi significa che non è adatto per quel percorso di studi, quindi farebbe bene a cambiare e sceglierne un altro più consono alle sue attitudini; oppure, in caso di non ammissione alla classe successiva, ciò dovrebbe costituire un punto di partenza per ricostruire in forma più proficua il proprio curriculum di studi. Ma quasi mai questi principi vengono compresi ed attuati, e così il dialogo tra docenti e genitori si trasforma spesso in una lamentosa nenia dove si fa di tutto per giustificare lo svogliato e l’incapace e dove si perde completamente la giusta immagine della realtà scolastica e delle vere funzioni dell’istituzione educativa.

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Il tempo-scuola in teoria ed in pratica

E’ cosa ben nota che l’anno scolastico, per veder riconosciuta la propria validità sul piano legale, deve avere una lunghezza non inferiore ai 200 giorni di lezione, una norma che tutte le regioni e tutte le scuola formalmente rispettano. Tuttavia, se andiamo a verificare nella pratica quanto di questo tempo viene effettivamente dedicato all’attività didattica, ci accorgiamo che la durata reale del tempo-scuola è molto inferiore a quanto potrebbe pensare chi non vive ogni giorno la realtà scolastica, in tutti i gradi di istruzione. Io insegno in un Liceo, ma sono certo che anche nella scuola primaria di primo grado (cioè la ex scuola elementare) e di secondo grado (la ex scuola media) le cose non vadano poi in modo tanto diverso. Alle superiori, però, c’è qualcosa in più che altrove, cioè la famigerata ed in molti casi inutile alternanza scuola-lavoro, che ci è piombata addosso come un fulmine improvviso ed ha sconvolto tutti i nostri piani didattici, venendosi ad assommare a tutte le altre attività extra- e parascolastiche che già c’erano in precedenza ed alle quali le scuole non vogliono rinunciare.
Lasciamo stare per ora l’alternanza scuola-lavoro, cui dedicherò presto un apposito post, e parliamo delle altre manifestazioni ed iniziative che comportano la sostituzione delle normali ore di lezione con altre attività. Ogni scuola si organizza in modo diverso, e quindi è difficile delineare un panorama che sia uguale per tutti; certo è che le attività para- ed extrascolastiche non vengono svolte ovunque in ugual misura, perché vi sono scuole che continuano a mettere al primo posto la normale attività didattica ed altre che invece, sulla base di convinzioni pedagogiche che si dicono avanzate (ma che a me sembrano invece superate) ritengono che l’ora di lezione non sia poi così importante, che un argomento di storia o di latino gli alunni possono impararlo anche da soli (ma lo faranno davvero?) mentre uno spettacolo teatrale, un film, una conferenza ed altre simili distrazioni deve essere la scuola ad offrirle e ad instaurare su di esse un proficuo dibattito o discussione. Sta di fatto che, chi più chi meno, tutte le scuole fanno “saltare” alle classi molte ore di attività didattica per i più svariati motivi. Si comincia con i viaggi di istruzione (le cosiddette “gite”) che per alunni e genitori sono irrinunciabili, ma che invece a mio parere si potrebbero benissimo evitare, perché molto spesso diventano occasione di “sballo” e di trasgressione per gli studenti e di gravi ed ansiogene responsabilità per i docenti; ed è questo un problema che si potrebbe risolvere se tutti facessero come il sottoscritto, rifiutandosi cioè tassativamente di accompagnare gli alunni in gita. E comunque non bastano i singoli viaggi con quattro, cinque o sei pernottamenti fuori sede: ci sono anche le cosiddette “visite guidate” di un giorno, le quali, pur essendo finalizzate a scopi culturali ed all’approfondimento di alcune discipline, comportano però la perdita delle lezioni di tutte le altre materie non coinvolte. Poi ci sono le attività sportive, che certamente sono funzionali ed utili per il programma di educazione fisica, ma che incidono anch’esse pesantemente sulla didattica: c’è la settimana bianca, che quasi tutte le scuole ormai svolgono mascherandola con eufemismi come “attività sportiva invernale” o simili; ci sono i tornei di pallavolo, di calcio, pallacanestro, atletica leggera, nuoto ecc., attività cui magari non partecipano intere classi, ma che comunque portano via dalle lezioni una parte consistente di alunni, ai quali sarà poi necessario presentare nuovamente gli argomenti trattati nei giorni in cui essi erano assenti per l’attività sportiva, con ulteriore dispendio di tempo.
A tutto ciò vanno aggiunte altre innumerevoli occasioni di forzata sospensione delle lezioni. Nelle classi del triennio conclusivo, ad esempio, viene svolta un’attività di orientamento universitario, che comporta numerose assenze dalle lezioni da parte degli studenti, impegnati a visitare sedi universitarie ed a sentir lezioni di cui comprendono poco o nulla. E’ un’attività, questa, che potrebbe svolgersi anche privatamente, grazie ad internet ed agli altri strumenti informativi, ma che invece si continua a fare come prima, con gruppi di alunni che si assentano da scuola anche per un’intera settimana. A ciò vanno aggiunte le numerose conferenze cui gli alunni, a classi intere oppure a gruppi, sono chiamati a partecipare; ed anche qui si va dagli interventi esterni provenienti dal territorio (ad es. conferenze di tipo sanitario, per la prevenzione delle dipendenze, per educazione sessuale, per educazione stradale, oppure informazione su attività degli enti pubblici, dei corpi militari, delle varie associazioni culturali ecc. ecc.) a quelli interni, organizzati cioè dalla scuola stessa (lezioni di docenti universitari talvolta meno utili di quanto ci aspetteremmo, test e prove comuni di alcune discipline ecc.). E non finisce qui: ci sono poi i vari spettacoli teatrali o concerti proposti da compagnie esterne ed accettati dalla scuola, progetti di vario genere che comportano la presenza degli studenti impiegati in attività di diverso tipo, gare, certamina  ed “olimpiadi” di particolari materie che coinvolgono gruppi di studenti, ed altro ancora. Per questo computo, poi, non vanno dimenticate le assenze di massa organizzate dagli studenti stessi: scioperi e manifestazioni, giornate di riposo al ritorno da un viaggio (abbiamo esempi di classi che ritornano alle cinque del pomeriggio da una gita ed il giorno dopo non vengono a scuola perché sono stanchi) e poi, da circa un ventennio, c’è anche la pagliacciata dei cosiddetti “100 giorni all’esame”, in base alla quale, in un lunedì di marzo, tutte le classi quinte sono assenti per celebrare questa nobile ricorrenza, che non ha nulla di ufficiale ed è stata inventata chissà da chi. Poi va considerato nel conto anche il rito autunnale delle proteste studentesche, che si realizza con l’occupazione della scuola oppure, più blandamente ma con uguale perdita di tempo, con le cosiddette “autogestioni”, anch’esse completamente al fuori della legge ma ormai tollerate da tutti.
Tutto questo, ovviamente, comporta una diminuzione del tempo-scuola che può anche superare il 20 per cento del totale e che provoca un danno ancor maggiore di quanto si potrebbe credere, perché la perdita delle normali lezioni non avviene tutta di seguito, ma con uno stillicidio che si protrae per tutto l’anno scolastico, tanto che spesso siamo costretti a ripetere argomenti già trattati perché gli studenti perdono il ritmo di studio con le numerose interruzioni e poi faticano molto a riprenderlo. E’ da quando ho cominciato ad insegnare che io combatto senza risultati questo stato di cose, perché quando ho osato protestare per le troppe ore di lezione perdute, c’è sempre stato qualche “progressista” pronto a sottolineare l’utilità formativa di tutte queste iniziative. Da parte mia, io non ho mai negato che le attività suddette abbiano (non sempre!) valore culturale, ma ciò non toglie che i programmi scolastici comunque ne soffrono, e quando le classi terminali giungono all’esame di Stato le domande che vengono loro rivolte non riguardano le conferenze cui hanno assistito o le gite in cui sono andati a beatamente a sciare o a divertirsi, ma i programmi curriculari. Mi rendo conto che questo è un argomento banale e forse anche retrogrado, ma è la verità. Di soluzioni al problema non se ne vogliono trovare perché a molti colleghi va bene che le cose continuino così. Io ho proposto più volte di situare queste attività nelle ore pomeridiane, evitando di togliere spazio alle varie materie in orario antimeridiano; ma la mia scuola, come molte altre, ha la maggioranza dei suoi studenti che sono pendolari, alcuni compiono anche viaggi piuttosto lunghi per raggiungere l’Istituto dalle loro abitazioni, ed è quindi difficile chiedere loro di trattenersi al pomeriggio. In certi casi questo è vero, in altri no: gli studenti delle quinte classi, ad esempio, sono già forniti quasi tutti di auto personale, e quindi potrebbero benissimo restare oltre l’orario antimeridiano. Con tutto ciò, si continua imperterriti a proporre di anno in anno sempre più attività extrascolastiche e ben pochi di noi si preoccupano del tempo-scuola che svanisce, quasi che la cosa non ci riguardasse. Io personalmente dovrei essere meno sensibile di tanti altri al problema, dato che probabilmente mi resta un solo anno prima di togliere il disturbo ed andare in pensione; ed invece mi preoccupo non per me, ma per gli studenti, perché temo che dei programmi svolti a metà o in modo frettoloso giovino poco alla loro formazione. Ed il bello è che continuo ad infervorarmi in una lotta contro i mulini a vento: lo conferma il fatto che sono più di trent’anni che dico le stesse cose e nessuno mi ascolta né si preoccupa della questione. E poi è noto qual è la regola principale della democrazia, quella della maggioranza che vince: ragion per cui, se i più hanno un’opinione e pochi ne hanno un’altra, questi ultimi hanno sicuramente torto e farebbero bene a starsene zitti.

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La legge e la paura

Nella sezione conclusiva delle Eumenidi, ultima delle tragedie della maestosa trilogia denominata Orestea, Eschilo fa dire alla dea Atena che nell’osservare la legge i cittadini debbono mantenere anche una certa dose di timore della legge stessa e delle sanzioni che ne derivano, perché “se si toglie il timore, quale cittadino sarà giusto?” Questo è il punto: la legge deve prevedere adeguate pene per chi non la rispetta, e queste pene debbono servire, oltre che a punire chi ha sbagliato, anche da deterrenti per coloro che potenzialmente potrebbero rendersi colpevoli degli stessi reati. Questo però, purtroppo, non succede più nei paesi democratici dell’Occidente e specialmente in Italia, dove vediamo che la sproporzione tra i reati commessi e le relative pene è allarmante, nel senso che le sanzioni sono spesso più gravi per chi si è reso responsabile di illegalità di minor conto rispetto a coloro che hanno compiuto gravi delitti. Se la legge non punisce adeguatamente, se il terrorista, l’assassino, il rapinatore ecc. escono di carcere dopo pochi mesi e c’è persino chi prende le loro difese, molti altri saranno indotti a comportarsi allo stesso modo, visto che il guadagno può esser molto ed il rischio è minimo; ed è questo il motivo per cui da molti paesi stranieri giungono da noi persone che si danno poi alla criminalità, poiché anche se scoperti hanno molte possibilità di cavarsela a buon mercato.
La mentalità del “se pò fà” (cioè “si può fare”, detto in romanesco) è oggi talmente diffusa che i nostri giovani e giovanissimi, quando commettono atti di bullismo e di violenza, molto spesso non si rendono nemmeno conto della gravità di ciò che hanno fatto, ma lo considerano naturale, quasi che fosse lecito picchiare le persone, rapinarle o addirittura provocarne la morte.
Quando accadono fatti di questo genere, cosa siamo capaci di fare per contrastarli o prevenirli? Chiediamocelo, perché una soluzione al problema va pur trovata. Di solito si organizzano dibattiti televisivi di alto livello, cui intervengono i soloni della sociologia, della psicologia, della politica, ma puntualmente finiscono per parlarsi addosso, per non saper suggerire nulla di concreto e per ripetere i soliti luoghi comuni in auge dal ’68 in poi: che questi giovani violenti sono tali perché abbandonati a se stessi, le famiglie sono assenti, la scuola non funziona (eh già! la colpa è sempre della scuola) e così, tutto sommato, coloro che si abbandonano a questi atti non sono criminali – come in realtà sono – ma povere vittime anch’essi della società maligna ed egoista. Così il delinquente finisce per essere compatito, compreso ed in qualche modo anche giustificato; si dice che ha bisogno di essere curato, aiutato, reinserito nella società ecc. ecc. Ed anche qui il buonismo di origine sessantottina si sposa perfettamente con l’ipocrisia clericale, dato che sono gli eredi ed i sostenitori di queste ideologie ad assumere queste posizioni. Ma alle vittime chi ci pensa? Chi si preoccupa di punire adeguatamente chi compie atti criminali, visto che per la legge la responsabilità civile e penale è individuale e non collettiva? Con quali mezzi lo Stato protegge i cittadini dalla violenza?
L’argomento è talmente vasto che non si può esaminare la casistica complessiva, perché altrimenti questo post diventerebbe un libro, non un articolo. Limitiamoci dunque a due aspetti del problema. Il primo è il cosiddetto “femminicidio”, sul quale, nonostante se ne parli a iosa, ben poco si è fatto da parte dello Stato. A mio parere le trasmissioni televisive sull’argomento, le fiaccolate notturne a ricordo delle vittime, gli appelli sui social network e altre iniziative simili non servono a nulla, come dimostra il fatto che anche quest’anno molte donne sono state uccise dai loro mariti o “compagni” che dir si voglia. Quel che occorre fare, a mio avviso, è proteggere maggiormente le persone a rischio, con mezzi più energici. Molte delle vittime, a quanto sappiamo, avevano già denunciato i loro assassini per maltrattamenti, “stalking” come si dice oggi, ed alcune di loro avevano già ricevuto minacce di morte da parte di persone che notoriamente possedevano armi atte ad uccidere. Perché questi potenziali assassini, poi divenutili effettivamente, sono stati lasciati in libertà? A mio giudizio i reati già commessi e prima nominati sono materia più che sufficiente per togliere loro la libertà e buttar via la chiave: chi minaccia di morte una persona non può restare libero, è come se avesse già ucciso. Ma carabinieri e polizia, anche quando ricevono denunce, preferiscono non muoversi e rimanere in ufficio a giocare al computer, mentre la criminalità continua ad agire indisturbata. Per arrestare il colpevole aspettano che l’omicidio sia compiuto, con quali risultati ciascuno può valutarlo da sé.
L’altro aspetto cui vorrei accennare è il bullismo dei giovani, che spesso non si limita all’innocente scherno verso il compagno più debole (cosa che è sempre avvenuta, anche un secolo fa) ma arriva ad atti di vera e gratuita violenza; recentemente si è avuta notizia di una “gang” di ragazzini a Vigevano e di un’altra nel napoletano che sono arrivati a compiere gesti di inaudita ferocia contro loro coetanei. E pare anche che costoro, una volta scoperti, non abbiano negato le loro azioni, ma abbiano semplicemente affermato che per loro era normale agire così. Ed ecco i soliti “progressisti” e buonisti a giustificarli addossando la colpa alla società, alle famiglie, alla scuola ecc. Con questi presupposti, a mio giudizio, non si risolve nulla, anzi si fa ancor peggio, perché chi commette atti criminali e poi paga poco o nulla sarà indotto a commetterne di nuovi, e sempre più gravi, nella convinzione di poter continuare a farla franca. Ma il danno sociale non si limita a questo, cioè alle persone coinvolte nei fatti, perché c’è anche il concreto rischio dell’emulazione: vedendo infatti che chi delinque se la cava con poco, anche altri saranno indotti a fare lo stesso, perché la tendenza alla violenza ed al male è insita purtroppo nella natura umana e per scatenarla basta poco, quando non c’è il “timore della legge” di cui saggiamente parlava Eschilo, più di duemilacinquecento anni fa.
Io ritengo che l’unica possibilità di limitare (non di eliminare) il problema della violenza in tutte le sue forme sia quello di impiegare il pugno di ferro contro chi delinque, anche perché serva da deterrente per chi non delinque ancora ma ha in animo di farlo. La minaccia di morte o il tentato omicidio dovrebbero essere puniti come l’omicidio effettivo, dato che chi ha l’intenzione di uccidere è comunque un potenziale assassino, anche se non è riuscito nel suo intento. E per questi baby-criminali che si danno al bullismo ed alla violenza non sarebbe male ripristinare le istituzioni che c’erano un tempo, come ad esempio i riformatori, dove queste persone dovrebbero esser tenute per qualche anno ad espiare il male che hanno compiuto ed a ricevere trattamenti severi, sia pure non paragonabili a quelli cui hanno sottoposto le loro vittime. Una volta terminato il periodo di detenzione, sono convinto che avrebbero compreso i loro errori ed eviterebbero di compierli nuovamente, perché in tal caso avrebbero il doppio della pena e senza possibilità di appello, né di agevolazioni di alcun tipo. So che queste mie idee appartengono ad una mentalità ormai non più in voga; però, visto che il buonismo contemporaneo non ha portato a nulla di buono – e questo è evidente, perché i femminicidi e la violenza giovanile continuano ed anzi aumentano – perché non proviamo a tornare al passato? Io non ho mai creduto che ciò che è moderno sia necessariamente migliore di ciò che è antico, né che ciò che è nuovo sia necessariamente migliore di ciò che c’era prima. In questo caso, vista la gravità del problema, mi parrebbe proprio il caso di fare un tentativo.

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I giovani e la lingua italiana

Ieri 6 febbraio ricorreva il mio compleanno, ma non intendo parlarne perché ormai, alla mia età, i tradizionali auguri vanno sostituiti con le condoglianze. Mi riferirò invece ad un evento recentissimo che mi coinvolge come docente liceale e riguarda tutto il nostro sistema educativo. Qualche giorno fa è stata diramata la notizia che ben 600 professori universitari hanno rivolto un appello al Ministero dell’istruzione perché provveda a porre rimedio a un vero e proprio disastro, il fatto cioè che circa il 70% (quota approssimativa) dei giovani italiani che si iscrivono all’Università non sa leggere correttamente un testo scritto in italiano, né comporre un periodo articolato e sintatticamente corretto. Beh, verrebbe da dire, finalmente il re è nudo, si è posta cioè all’attenzione pubblica una situazione che già da tempo conoscevamo e della quale rendono ampia testimonianza internet ed in particolare i social network come facebook: leggendo infatti i commenti che lì vengono postati, ci troviamo di fronte ad una serie impressionante di errori sintattici, morfologici e ortografici, oltre all’impiego di un lessico banale, limitato e molto spesso improprio.
Dato per certo il problema in sé, che però a mio giudizio è di portata un po’ inferiore rispetto alla presentazione catastrofica che ne è stata fatta, sarà opportuno cercare di individuarne le cause, perché senza conoscere le cause di un fenomeno è ben difficile trovarne i rimedi. Sull’argomento già altri hanno espresso le loro opinioni, e quindi anch’io mi sento libero di esternare la mia in questa sede, senza pretendere di dire verità assolute e incontrovertibili. I docenti universitari, con quell’atteggiamento di supponenza nei nostri confronti che molto spesso li caratterizza, gettano la croce addosso a tutto il sistema scolastico precedente, compresi i corsi liceali; ma proprio su questo punto io intendo esprimere il mio totale dissenso, perché i vari Licei italiani avranno sì tante pecche e tante mancanze, ma l’insegnamento delle strutture morfosintattiche e ortografiche basilari della lingua italiana non spetta certo a noi bensì alla scuola primaria di primo e di secondo grado, ossia, per impiegare termini che tutti comprendono, alla scuola elementare e media inferiore. E’ in quegli otto anni che il bambino (o fanciullo come si diceva una volta) deve apprendere a leggere correttamente, a scrivere senza errori di ortografia, a comporre periodi più o meno complessi e coerenti sul piano sintattico e contenutistico. Se un alunno arriva al liceo e compie ancora errori grossolani nell’impiego della lingua ben poco si può fare al riguardo; se scrive “sensa” invece di “senza” e “ha scrivere” invece che “a scrivere”, se usa impropriamente i pronomi come “gli” invece di “le” o “loro” o l’orribile “piuttosto che” in luogo di “oppure”, manterrà queste perle fino all’università e oltre perché i vizi, come dice Quintiliano, una volta acquisiti da bambini e protratti nel tempo sono difficilissimi da abbandonare, ed è pacifico che sono i primi anni di esperienza scolastica ad essere preposti a trasmettere le conoscenze fondamentali della propria lingua.
Detto ciò, quali sono gli eventi che possiamo indicare quali cause di questa Caporetto linguistica? Io penso anzitutto a tutte quelle politiche, adottate dai vari governi succedutisi negli ultimi 40 anni, che hanno dato avvio e compimento ad un processo di progressivo smantellamento della scuola tradizionale e della disciplina che in precedenza vi si osservava. Tutto questo cammino verso la rovina ha avuto inizio, sempre secondo il mio personale parere, con il tanto celebrato movimento del ’68, un evento ormai passato da quasi cinquant’anni ma i cui effetti, ad opera della mentalità e delle leggi che ne sono derivate, durano fino ad oggi, anche perché molti attuali insegnanti si sono formati con maestri a loro volta influenzati dal clima che allora si respirava. Le idee sessantottine sono a tutti note: vietato bocciare (perché la bocciatura era ritenuta discriminante nei confronti delle classi sociali più deboli, secondo la pedagogia spicciola del tanto osannato don Milani), via la disciplina e l’autorità del professore perché classiste, abolizione dei “vecchi” metodi fondati sullo studio grammaticale e linguistico, ritenuti allora inutili e vessatori. Le disposizioni di legge che, varate in quel periodo (diciamo dal 1969 al 1977), sono ancora vigenti nella scuola attuale, hanno fatto piazza pulita di esercizi come il dettato ortografico, il tema, il riassunto, considerati residui di un metodo arcaico di insegnare la lingua, sostituendoli con altre tipologie e togliendo anche ore di lezione prima dedicate all’italiano per consentire la realizzazione di progetti, lavori di gruppo e altre amenità simili, che hanno progressivamente ed ulteriormente eroso la didattica tradizionale. A queste novità si sono affiancate anche le norme che miravano all’inserimento degli alunni portatori di handicap e degli stranieri, che magari sono stati ammessi nelle classi ordinarie senza sapere una parola di italiano, senza un corso propedeutico sulla lingua che sarebbe invece stato ineludibile; di qui le ulteriori difficoltà per i docenti e per i ragazzi normodotati, perché se è vero che questi nuovi alunni avevano ed hanno il diritto di essere accolti nella scuola e trattati con la dovuta attenzione, è però anche indubitabile il fatto che la loro presenza ha costretto gli insegnanti a cambiare il loro metodo di lavoro ed ha rallentato il normale svolgimento dei programmi. A ciò va aggiunto che l’antico mantra sessantottino del “sei politico” e della promozione data anche agli asini è stato fatto proprio da tutti i ministri succedutisi negli anni, indipendentemente dalla loro appartenenza politica; ed è chiaro che la promozione praticamente garantita a tutti ha fatto sì che l’impegno degli alunni per ottenere un’adeguata preparazione è costantemente diminuito e la massificazione verso il basso di intere generazioni ha preso campo sempre di più. Perciò mi pare assurdo che i nostri politici, dopo averci imposto per decenni leggi buoniste e permissive, dopo averci praticamente costretto a promuovere tutti nel nome del detto “non uno di meno”, oggi ci vengano a dire che i giovani non sanno leggere e scrivere. Si facciano il mea culpa piuttosto e cerchino di guardare bene a dove sono le vere responsabilità. A tutto ciò si è poi aggiunta la generale disistima che la società attuale, come possiamo constatare anche attraverso i mezzi di informazione, nutre nei confronti della cultura: gli errori sintattici, ortografici e lessicali ormai non vengono più neanche fatti notare, anzi persino i personaggi televisivi e i giornalisti li compiono abitualmente o quanto meno li lasciano passare sotto silenzio, considerandoli poco importanti e bollando come saccente e “professorino” chi cerca in qualche modo di evitare gli svarioni più grossolani. La civiltà dell’immagine poi, che relega ad un ruolo del tutto secondario il testo scritto e la capacità di parola, ha fatto il resto. Siamo in una società incivile, dove l’analfabetismo di ritorno la fa da padrone e l’ignoranza non è più biasimata, anzi talora persino lodata e da taluni fatta divenire addirittura un vanto. Quindi perché stupirsi se i nostri giovani non leggono più, se hanno un lessico limitato a poche centinaia di parole e se non riescono a comporre un periodo organicamente strutturato? Oggi contano soltanto l’inglese e l’informatica, quindi la lingua italiana usata correttamente è ormai considerata un residuo del passato, roba per topi di biblioteca.
In questa tragica situazione io di rimedi ne vedo ben pochi, e quelli che potrebbero esservi, oltretutto, sono destinati a restare lettera morta perché nessuno avrà mai il coraggio di applicarli. Con buona pace dei “progressisti”, dei buonisti e dei residuati del ’68 che purtroppo esistono anche oggi, l’unico rimedio a questa situazione sarebbe quello di tornare alla scuola primaria di un tempo, con meno progetti e più ore di lezione dedicate allo studio della lingua (morfologia, analisi logica, analisi del periodo ecc.), meno inglese ed informatica e più italiano (giacché mi pare ovvio che la conoscenza della propria lingua madre sia prioritaria rispetto a quella di una lingua straniera), ripristino del dettato ortografico, dei riassunti e dei temi tradizionali. Occorrerebbe poi tornare ad una scuola più selettiva, prevedendo la possibilità di bocciare anche alla primaria, perché per un bambino che non riesce a raggiungere gli obiettivi base previsti per la sua classe è molto meglio ripetere un anno anziché doversi sobbarcare, con una promozione non meritata, un lavoro gravoso e insostenibile che lo espone oltretutto a delusioni e frustrazioni. E poi, ultimo ma non ultimo, occorrerebbe limitare di molto l’uso degli smartphone, dei tablets ed in generale di tutti gli strumenti elettronici che distruggono la memoria e le facoltà intuitive dei giovani fornendo loro immagini e messaggi già pronti senza stimolare le loro qualità. Al posto di queste meraviglie tecnologiche io propongo di reintrodurre la centralità del testo scritto, indurre i giovani a leggere e riflettere su quanto leggono, e farlo attraverso i libri cartacei, tesori insostituibili di cultura. Ma tutto ciò, come ripeto, è pura teoria, anzi pura fantasia: la storia non torna mai indietro, neanche quando si accorge di essere finita in un vicolo cieco.

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Il mio blog nel 2017

Ormai questo mio blog esiste dal febbraio 2012, cioè da quasi cinque anni. In tutto questo tempo la sua visibilità è aumentata nettamente, perché si è passati dalle 30/40 visite al giorno (in media) dei primi anni alle 150/200 di oggi, con forti rallentamenti però nei periodi delle ferie estive ed in quello delle feste natalizie. Ciò nonostante non posso essere contento di come vanno le cose, non solo perché mi aspettavo una maggiore diffusione e conoscenza del mio blog, ma anche e soprattutto per i commenti: molti articoli, infatti, ne sono rimasti del tutto privi ed altri ne hanno avuti comunque pochissimi. Sembra che i lettori si limitino ad uno sguardo frettoloso sugli argomenti che tratto, ai quali evidentemente non sono abbastanza interessati o non vi si sentono abbastanza coinvolti, visto che ci sono periodi in cui registro circa 200 ingressi al giorno sul blog senza che mi arrivi nessun commento. Quale può essere la ragione di ciò? Me lo sono chiesto più volte, anche tenendo conto del fatto che altri blog, che trattano argomenti molto più futili o sono semplici diari personali, ricevono molti più commenti del mio; forse quindi debbo pensare che il popolo di internet, nella sua maggioranza, abbia bisogno di leggere banalità per condividere un’opinione, mentre le riflessioni di ordine politico, letterario o comunque culturale non interessino quasi a nessuno. E’ una conclusione molto triste, questa, ma viene spontaneo di pensarla, visto che di spiegazioni alternative non riesco a trovarne.
Le prospettive per il futuro, con queste premesse, non sono molto allettanti, e non so quindi per quanto tempo ancora continuerò a tenere ed aggiornare questo blog, un’attività che comunque richiede tempo e fatica; e quando si prende qualche iniziativa bisogna avere un motivo per cui il gioco valga la candela, altrimenti è meglio chiuderla. Basandomi su queste considerazioni, tuttavia, ho deciso di continuare ancora un po’ con il blog, diciamo per il nuovo anno 2017, dopo di che deciderò se chiuderlo o proseguire ancora. Nel corso dell’anno nuovo, pertanto, continuerò ad aggiornarlo con una cadenza all’incirca settimanale, tenendo conto anche degli impegni di lavoro. Gli argomenti saranno ancora quelli che ho trattato fino ad oggi, perché di quelli mi intendo e suscitano il mio interesse; giudico perciò inutile e dannoso avventurarmi in questioni di cui non ho competenza solo per avere più lettori o più commenti.
Le questioni scolastiche saranno ancora al centro del mio blog, perché alla scuola ho dedicato tutta la mia vita professionale; e mi sembra giusto farlo più che mai adesso, quando cioè sono entrato nell’ultima fase della mia attività di docente, destinata a chiudersi con il pensionamento il 31 agosto del 2018. Proprio in questo periodo, avvicinandomi al momento in cui dovrò lasciare la scuola, sento la necessità di mettere la mia esperienza a disposizione dei lettori, in particolare di chi come me vive la meravigliosa esperienza dell’insegnamento: molte cose ho ancora da dire, molte opinioni da esprimere sia a livello individuale che in generale sulle condizioni del nostro sistema educativo e delle politiche scolastiche del nostro Ministero. Continuo a pensare che chi vive da quasi quarant’anni la realtà scolastica possa ancora dire qualcosa che sia utile ai colleghi più giovani, se vogliono servirsene. Ciò non esclude ovviamente che il blog possa e debba trattare anche altri argomenti: la politica del nostro Paese ad esempio, sempre più deludente e tuttavia da non trascurare, perché tutto ciò che noi vediamo ed operiamo in società è politica o dipende da essa. Oltre a ciò, riprenderò anche a parlare di arte, di musica e di letteratura in particolare, con osservazioni e recensioni sui classici e sugli autori a me più cari. Sotto questo profilo sono particolarmente dispiaciuto del fatto che sono stati proprio questi contributi ad avere meno lettori e meno commenti: l’ultimo post infatti, del 27 dicembre scorso, parlava di Dante e del modo con cui egli tratta alcune figure di donne incontrate nella Divina Commedia. A me sembrava e sembra di straordinario interesse, eppure nessuno fino ad oggi lo ha commentato e pochissimi lo hanno letto. Per dare ragione di questa trascuratezza ho dato la colpa alle feste natalizie, che hanno certamente distratto l’attenzione dei pochi frequentatori di questo blog; e questa mi è parsa la spiegazione più probabile e più accettabile, piuttosto che indicarne un’altra che non voglio dire per non perdere del tutto la speranza, da me sempre nutrita, che la cultura interessi ancora a qualcuno, in questi nostri tempi sempre più segnati dall’ignoranza e dall’analfabetismo di ritorno.

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Il senso della misura, da Aristotele ad oggi

Una delle teorie di Aristotele che molti di coloro che l’hanno studiato ricordano è quella del giusto mezzo, espressa nella sua più famosa opera morale, l’Etica Nicomachea. Secondo questo principio la virtù umana altro non è che il punto di equilibro tra due opposti errori, l’uno dei quali pecca per difetto e l’altro per eccesso: così la virtù del coraggio, ad esempio, si ottiene evitando i due estremi della viltà e della temerarietà, quella della moderata irascibilità risulta da un bilanciamento tra l’indolenza e l’eccessiva iracondia, e così via. Si tratta ovviamente di un equilibrio difficile, che lo stesso Aristotele riconosce come tale, giacché non è agevole praticare quella che i Greci chiamavano mesòtes ed i Romani medietas o mediocritas, il raggiungimento cioè del giusto mezzo tra due opposti ovviamente erronei. Di questa teoria, filosofica ma non troppo perché conclamata anche dal buon senso comune, si fecero portatori altri grandi ingegni dell’Antichità, come ad esempio Orazio, il quale ne fa uno dei principi fondamentali del suo insegnamento morale, tanto da usare una locuzione che può sembrare ossimorica, aurea mediocritas, con la quale vuol affermare che la scelta di vita fondata sul giusto mezzo è la migliore, è appunto “aurea” proprio perché mediocre, in quanto al saggio non giova né l’estrema povertà né l’estrema ricchezza, non ha da vivere né in un tugurio né in una reggia, così come non dev’essere mai troppo supponente, né mai troppo angosciato.
Nelle società moderne e nei rapporti umani questo principio raramente è stato seguito e si è molto spesso oscillato tra i due opposti estremi, errando ora per difetto ora per eccesso; ed il modo di vivere attuale non fa eccezione a questo deragliamento dal principio secondo cui in medio stat virtus, anzi è caduto ancor di più nell’errore, tanto da perdere di vista quei valori che, dall’essere osservati con troppo rigore, hanno poi finito per essere trascurati del tutto. Prendiamone due dei più comuni, che tutti possono comprendere: la patria e la famiglia. Per il primo dei due, fino a non molti decenni fa, si poteva anche sacrificare la vita (si pensi al periodo risorgimentale, ad esempio); oggi esso non ha più considerazione alcuna, tanto che chi dovesse dire, per caso, “io amo la patria”, oppure “mi sento italiano, non europeo”, sarebbe guardato come un animale raro e considerato come un vecchio residuato di un mondo che non esiste più. Il secondo concetto ha subito una ancor più radicale trasformazione: fino all’epoca dei nostri genitori, ad esempio, la famiglia era un concetto sacro e inviolabile, il matrimonio era visto come necessario e irrinunciabile nella vita di una persona, e indissolubile; adesso sono pochissime le coppie che decidono di sposarsi, e se lo fanno si separano in gran numero dando vita a quelle congreghe ibride chiamate “famiglie allargate”, che non si sa bene cosa siano. Non è forse questo un abbandono totale del principio aristotelico? Prima i coniugi restavano comunque insieme in nome dell’unità della famiglia e dei figli, tollerando anche situazioni intollerabili; adesso si separano anche perché, magari, lei vuole andare in vacanza al mare e lui in montagna. Non sarebbe più equo adottare una via mediana tra questi due estremi francamente poco condivisibili?
Se vogliamo ribadire la convinzione secondo cui le società moderne non riescono a trovare un razionale punto di equilibrio tra idee e comportamenti tra loro opposti ed ugualmente esagerati, gli esempi non mancano di certo, anzi ce ne sono fin troppi: basta confrontare due epoche distanti tra loro due o tre generazioni, diciamo dagli anni ’50 del secolo XX al primo decennio del XXI. In ogni campo della vita individuale e sociale si è passati, in tanti casi, dall’eccessivo proibizionismo di un tempo all’eccessivo permissivismo di oggi, con una trasformazione del costume e delle abitudini addirittura strabiliante ed un tempo imprevedibile. Pensiamo anzitutto ai rapporti umani: un campo di discussione vastissimo, che se affrontato nella totalità rischierebbe di farci perdere il filo del discorso, ed è quindi bene limitarlo a due ambiti, quello della famiglia e quello della scuola. In un tempo non troppo lontano l’autorità dei genitori e degli anziani della famiglia era assolutamente incontestabile e spesso dura a sopportarsi da parte dei giovani, i quali non potevano neppure pensare di ribellarsi alla dittatura domestica: ne ho fatto esperienza io stesso, che ben ricordo come fosse per me impensabile oppormi a mio padre, contestarlo o respingere un suo consiglio o un suo ordine preciso, pena l’isolamento all’interno della famiglia, la reclusione in casa senza poter uscire, quando addirittura non si arrivava (e posso assicurare che vi si arrivava spesso) alle punizioni corporali anche pesanti. Che i ragazzi fossero picchiati dai genitori o altri familiari era cosa normale ai miei tempi, né v’era da sperare che qualcuno accorresse in nostro soccorso; oggi invece, se un genitore si azzarda a dare una sberla al figlio (molto spesso meritata) costui chiama il “telefono azzurro” e c’è da vedersi arrivare i carabinieri a casa o anche, in qualche caso, vedersi privati della patria potestà. Ora io non voglio dire assolutamente che si debbano picchiare i figli, per carità, anzi è bene che questa barbara usanza sia da tutti condannata; vorrei solo sottolineare come il costume sia cambiato, al punto che i figli, già all’età di otto anni, fanno ciò che vogliono e non obbediscono affatto ai genitori, spesso mandati a quel paese, come si suol dire, a male parole. Ecco quindi che il giusto mezzo, una certa autorevolezza dei genitori ed una relativa libertà per i figli, non esisteva prima a causa di un eccessivo autoritarismo e non esiste adesso a causa di un altrettanto pernicioso permissivismo. Non voglio allungare troppo il post e quindi accenno solo alla scuola, dove più o meno è accaduta la stessa cosa: prima imperava l’autoritarismo degli insegnanti che i poveri studenti dovevano subire senza fiatare per non incorrere in gravi punizioni; oggi, dopo la “rivoluzione” del ’68 e altre belle perle come lo “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Berlinguer, gli studenti possono scorrazzare a loro piacimento, fare di tutto fuorché il loro dovere, insultare perfino i loro docenti o il preside e non succede nulla. Questo per fortuna nella mia scuola non accade, perché abbiamo studenti corretti e disciplinati; ma ci sono istituti dove il professore passa il suo tempo non a fare lezione, ma a cercare di evitare che i ragazzi demoliscano l’edificio o si facciano del male tra loro.
In questi nostri infelici tempi la moderazione, la medietas dei Romani, il principio del giusto mezzo di aristotelica memoria non ha più alcun valore, ovunque si è scivolati da un estremo all’altro, anche per quanto attiene a molti aspetti della vita sociale. Anche qui gli esempi sarebbero infiniti, per cui ne prendo in considerazione soltanto due. Il primo è la giustizia, passata da un’eccessiva severità ad un lassismo che lascia sgomenti tutti noi, ma soprattutto le vittime della criminalità. Una volta abolita la pena di morte, in vigore durante il fascismo, si è passati alla richiesta dell’abolizione dell’ergastolo, alle varie amnistie per buona condotta e altro, ai vari permessi e semilibertà concessi ai detenuti, agli arresti domiciliari in luogo di quelli in carcere, a leggi che hanno continuamente diminuito e persino abolito le pene per certi reati; così, da una giustizia fin troppo severa siamo passati al lassismo più totale, che vediamo operante nel momento in cui i giudici, basandosi peraltro su leggi esistenti, rimettono in libertà dopo pochi giorni gli autori di gravissimi reati contro il patrimonio e anche contro la persona, tanto da invogliare persino i criminali stranieri a venire a delinquere in Italia, dove – si sa – si è pressoché sicuri di farla franca. Da questo punto di vista io vorrei mettermi nei panni delle vittime della criminalità, di coloro che si sono semplicemente difesi dalle aggressioni o dalle rapine e rischiano di essere condannati loro al posto dei delinquenti. Come potrebbero queste persone avere fiducia nella giustizia e nello Stato?
Il secondo esempio che vorrei fare è l’atteggiamento tenuto da importanti settori della società come i mezzi di informazione, la classe politica, ma anche spesso i singoli cittadini, nei confronti dei cosiddetti “diversi” (tanto per usare un termine invalso), quali possono essere ad esempio i portatori di handicap, gli omosessuali, gli immigrati e così via. Anche qui non si è stati in grado di mantenere il principio del giusto mezzo, ma si è passati da un estremo all’altro in pochi anni: fino a non molti decenni fa queste persone erano discriminate, derise, colpite da violenza fisica e psicologica, in una parola escluse dal contesto sociale. Ora, penso che nessuno di buon senso e dotato di umanità possa sostenere che questa forma mentis sia stata giusta, oserei anzi dire che è inaccettabile in una società civile. Il problema è però che adesso, nel tentativo di rimediare all’errore commesso, si è finiti spesso nell’eccesso opposto: gli immigrati, ad esempio, che prima venivano respinti, adesso vengono accolti e mantenuti a spese di tutti noi in numero elevatissimo e certamente insopportabile per un Paese che ha già tanti problemi, sia economici che di ordine pubblico. Io personalmente – e lo dico sapendo di attirarmi il disprezzo di molti dei buonisti nostrani – non ritengo giusto che si mantengano gli immigrati negli alberghi dando loro non solo vitto e alloggio gratis, ma persino denaro, telefonini e altro ancora, mentre tante famiglie italiane sono nell’indigenza. Non ce lo possiamo permettere più, ed è l’ora di pensare ad una diversa soluzione della questione. Lo stesso rovesciamento della mentalità comune è avvenuto, per riprendere il secondo esempio che facevo prima, con i cosiddetti “gay”: ingiustamente ghettizzati in passato, oggi vengono non solo difesi ma spesso anche osannati nei programmi televisivi, dove si lascia intendere ch’essi sarebbero addirittura, e non si sa perché, più meritevoli degli altri. Vi è poi una legge, attualmente giacente in Parlamento, che con la volontà di combattere l’omofobia (e fin qui si può essere d’accordo) trasforma addirittura in reato penale l’opinione di coloro che non amano i gay o che sono contrari alle loro unioni, vanificando anche il dettato costituzionale che sancisce la libertà di espressione.
Questi esempi, pochi in confronto a quanti se ne potrebbero addurre, dimostrano chiaramente quanto rapidi siano nel nostro mondo i cambiamenti di costume e di mentalità, che di per sé non sarebbero un male, intendiamoci; quel che è male invece, a mio giudizio, è il non saper trovare mai il giusto mezzo, un punto di equilibrio, così che, per reagire ad un eccesso, si cade inevitabilmente in quello opposto. Forse la verità è che l’uomo è imperfetto e che ogni generazione e ogni epoca ha le sue magagne, non esistono “tempi d’oro”, né sono mai esistiti. So di aver scoperto l’acqua calda, ma a volte anche ripetere delle ovvietà può essere utile e favorire una riflessione che non è mai fine a se stessa.

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Bilancio dell’anno scolastico trascorso

Con la conclusione dell’esame di Stato, con il quale i miei studenti sono stati tutti felicemente promossi, è terminata l’attività didattica di quest’ultimo anno scolastico 2015/16 e sono iniziate anche per noi le vacanze. Detto per inciso che queste vacanze non sono così lunghe come l’opinione pubblica mostra di credere, poiché a fine agosto saremo di nuovo a scuola per le prove di recupero dei debiti formativi, è tempo di fare un bilancio dell’anno scolastico trascorso, che non è stato esattamente uguale ai precedenti; vi sono state infatti novità di tipo legislativo che riguardano la scuola nel suo insieme, ma anche una percezione diversa del mio lavoro dal punto di vista personale.
Per quanto concerne il primo aspetto, vi sono stati elementi nuovi legati alla legge cosiddetta della “Buona scuola”, che non mi hanno particolarmente entusiasmato, anzi mi hanno in gran parte deluso. In primo luogo ho notato che è stato immesso in ruolo un gran numero di docenti, alcuni dei quali senza un effettivo accertamento delle proprie capacità culturali e didattiche. Tutti sostengono di aver “vinto un concorso”, ma molto spesso si è trattato di stabilizzazione di rapporti lavorativi precedenti prestati con abilitazioni conseguite in modo vario e non sempre rigoroso; è vero che questo è sempre successo, in quanto i docenti vincitori di concorso ordinario a cattedre saranno al massimo il venti per cento del personale in servizio, ma stavolta la sanatoria mi è sembrata veramente enorme, anche perché avvenuta in seguito a uno dei soliti diktat dell’Europa di cui noi italiani siamo sudditi più che protagonisti. Ma ciò che è più bizzarro è che questa sanatoria non si è limitata a coprire i posti vacanti, ma sono stati immessi in ruolo addirittura circa 50.000 docenti in più rispetto agli organici, quelli che sono andati a formare il cosiddetto “potenziamento”: in base a ciò ogni scuola ha avuto un certo numero di insegnanti in più rispetto al necessario, che sono stati impiegati per lo più in supplenze e corsi di recupero, ma che in realtà hanno passato molto tempo a girovagare per i corridoi o a giocare col cellulare in sala docenti mentre noi, professori di ruolo con sede assegnata in precedenza, abbiamo dovuto continuare a fare le nostre 18 ore, con relativo impegno pomeridiano nella correzione dei compiti, nell’aggiornamento ecc. A me questa situazione è parsa un po’ bizzarra, soprattutto il fatto che, con la crisi economica e il debito pubblico che ci ritroviamo, siano stati pagati così tanti stipendi in più del dovuto. Francamente mi è sembrato uno spreco di denaro pubblico; ma può darsi che mi sbagli e che questa impressione derivi dal mio noto conservatorismo.
A questa bella novità se ne sono aggiunte altre, come la famigerata alternanza scuola-lavoro, che quest’anno ha coinvolto le classi terze ma che è destinata, entro due anni, a toccare tutte le classi del triennio conclusivo degli studi. Non so per quanto dovrò sopportare questa situazione perché sono vicino alla pensione; ma la cosa in sé mi è sembrata un assurdo per i Licei, che forniscono una formazione culturale rivolta all’astrazione ed al pensiero autonomo che ben poco ha a che vedere con le aziende ed il lavoro manuale. Più che altro questo provvedimento mi sembra un’ulteriore concessione del governo a quella mentalità aziendalistica ed economicistica che purtroppo da tempo coinvolge anche il nostro sistema educativo. Secondo questa mentalità bisogna studiare solo ciò che “serve” nella pratica quotidiana, e questo è quanto di più assurdo ed alieno possa esservi dall’impostazione culturale su cui si sono basati per decenni i Licei, specie il Classico e lo Scientifico. Ma anche questa mia contrarietà può spiegarsi con il mio conservatorismo e con la mia età: si sa, dopo i sessant’anni non si può più andare al passo coi tempi e soprattutto con il pensiero delle nuove generazioni che ci stanno governando o aspirano a governarci.
Queste novità legislative sono quelle che più mi hanno colpito e reso perplesso di quest’ultimo anno scolastico; ma qualcosa è cambiato anche dal punto di vista mio personale, all’interno della mia scuola e delle altre del territorio che ben conosco. Ho avuto l’impressione che quel che oggi più conta nell’attività del docente non sia più la sua preparazione, la sua efficacia didattica, i principi morali e civili che riesce a trasmettere ai suoi alunni, bensì la capacità di assumersi incarichi al di fuori del lavoro in classe, la volontà di organizzare eventi e progetti che giovino all’immagine esterna dell’istituto, la tendenza a creare con gli studenti un rapporto “tranquillo” che non provochi tensioni o problemi con le famiglie e che alla fine lasci tutti contenti. Un po’ è sempre stato così, il professore molto esigente che dà anche voti bassi quando è necessario viene osteggiato, mentre quello che fa l’amico dei ragazzi e li gratifica con buoni voti è sempre risultato più simpatico; ma adesso mi sembra che questo andazzo sia andato rafforzandosi e che si stia diffondendo l’abitudine di attirarsi la simpatia di alunni e famiglie con atteggiamenti compiacenti, amichevoli, a volte anche adulatori, che francamente non mi sembrano confacenti ad una visione seria ed efficace del rapporto educativo. Io probabilmente sbaglio nel senso opposto perché ho ritenuto ed ancora ritengo che il bravo docente sia colui (o colei) che insegna con competenza le sue materie e non concede troppa confidenza agli alunni, non crea un rapporto di “complicità” che all’inizio sembra piacevole ma che poi risulta deleterio per la formazione dei ragazzi e la loro futura capacità di affrontare i problemi della vita. Chi ha sempre la strada spianata non riuscirà ad affrontare la prima difficoltà che gli si porrà davanti. Io la penso così, ma forse anche questo va attribuito al mio conservatorismo ed alla mia età ormai non più verde; oltretutto mi sto accorgendo che noi docenti “anziani” stiamo andando incontro alla “rottamazione”, ad essere soppiantati dai colleghi più giovani, la generazione per intenderci dai 35 ai 50 anni, dotati di uno slancio vitale e di un entusiasmo ben maggiori dei nostri, legati come siamo ad una visione della scuola ormai inveterata. E’ il nuovo che avanza, nel bene e nel male.
Detto questo, mi propongo per tutta l’estate di non parlare più di scuola, perché le vacanze debbono essere anche mentali, nel senso che occorre liberarsi per un po’ dai problemi quotidiani del nostro lavoro che ci affliggono per dieci mesi e più all’anno. In questo periodo, almeno fino a settembre, parlerò d’altro: questioni sociali e politiche, recensioni di libri o altri argomenti culturali, fatti di cronaca. Con la scuola voglio chiudere, almeno per qualche settimana, anche perché il blog non è stato creato a senso unico ma per tutto ciò che mi può interessare o in cui sento di avere qualcosa da dire.

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La “buona scuola” si sta rivelando un fallimento

Quando, il 13 luglio dello scorso anno, fu definitivamente approvata la legge 107 detta della “buona scuola”, le aspettative degli addetti ai lavori erano molto varie: c’era chi prevedeva una nuova catastrofe calata dall’alto sul mondo dell’istruzione e chi invece, come il sottoscritto, nutriva qualche speranza di veder migliorare, o almeno non peggiorare, la situazione precedente. Alcune disposizioni di quella legge a me parevano positive, come ad esempio la valorizzazione del merito dei docenti, che avrebbe dovuto porre fine allo squallido egualitarismo che, pagando e considerando tutti alla stessa stregua, mortificava i meritevoli a vantaggio dei nullafacenti; da parte mia, inoltre, io non vedevo di malocchio neanche la facoltà dei Dirigenti di scegliere i docenti da un ambito territoriale, perché credevo che sarebbe stato interesse dei presidi non svilire la propria scuola mediante l’assunzione di amici o parenti incompetenti, nella convinzione che il clientelismo ed il nepotismo, mali eterni del nostro Paese, non avrebbero potuto guastare un ambiente ed una professione in cui la competenza ed il merito sono essenziali.
Alla prova dei fatti, cioè a distanza di quasi un anno dall’approvazione della legge, il mio giudizio si è purtroppo modificato, proprio a partire da quegli aspetti che consideravo positivi, soprattutto il primo. Il cosiddetto “bonus” da assegnare ai docenti è di per sé una buona cosa, ma temo che non in tutti i casi la sua concessione avverrà in maniera giusta ed equilibrata: il Comitato di valutazione costituito in ogni scuola, infatti, dovrà soltanto formulare i criteri per la scelta dei beneficiari, ma l’ultima parola spetterà poi ai Dirigenti, i quali potranno anche tenere in poco conto il lavoro del comitato stesso. Qual è dunque il rischio che incombe? Non tanto il clientelismo o la preferenza per gli amici ed i parenti, quanto il fatto che probabilmente i Dirigenti saranno propensi a premiare quei docenti che hanno collaborato con loro nell’organizzazione di progetti, eventi e manifestazioni varie, certamente utili per l’immagine esterna della scuola ma che poco hanno a che vedere con la competenza e la professionalità del docente, la quale si manifesta in classe, nel lavoro quotidiano con gli studenti e nella preparazione da questi ricevuta. Questo timore non è soltanto mio, perché anche i siti web dedicati alla scuola hanno affacciato questa possibilità, che cioè docenti veramente preparati e didatticamente efficaci, magari con molti titoli di vario genere, siano esclusi dal beneficio, anche perché è piuttosto difficile “misurare” qualità di questo tipo, mentre attività di collaborazione come quelle sopraddette sono oggettivamente più “visibili”.
Su questo che credevo fosse l’aspetto migliore della riforma comincio quindi a nutrire qualche dubbio. Ma altri aspetti di questa legge si sono rivelati inopportuni e persino errati, frutto di una visione parziale e imprecisa della scuola, di cui si è ritenuto di poter risolvere i problemi senza conoscerli a fondo. Il primo, quello sbandierato dal Governo come avviato a totale soluzione, è quello del precariato, sul quale la legge ha mancato completamente l’obiettivo: il mezzo utilizzato infatti, quello del cosiddetto “organico potenziato” si è rivelato un bluff, perché questi docenti assunti in più rispetto ai posti disponibili, che significano oltretutto stipendi a carico dello Stato, sono di fatto sottoutilizzati ed a volte addirittura li vediamo girovagare per i corridoi senza far nulla. Possono coprire le assenze dei titolari per un massimo di 10 giorni (e perché, poi, solo dieci?), ragion per cui se in una scuola un docente si assenta per un periodo più lungo diventa indispensabile nominare un supplente, e quindi il precariato continua come prima; e ciò avviene anche se nella classe di concorso del docente che si assenta non è stato assegnato personale “potenziato”, oppure se i docenti assenti sono in numero maggiore di quelli disponibili per la loro sostituzione. Un’equa ed intelligente utilizzazione dei docenti del “potenziato” avverrà soltanto se costoro saranno assegnati alle classi in parziale sostituzione dei titolari attuali, perché è assurdo e grottesco che i docenti già in servizio nella scuola, magari con non pochi anni sulle spalle, si debbano sobbarcare le 18 ore di lezione, la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni e quant’altro mentre questi colleghi “potenziati”, baldi giovani con il sacro furore dell’insegnamento, se ne stanno in sala docenti a giocare con il cellulare o a leggere il giornale. Sembra strano, ma adesso le cose vanno proprio così.
Per non allungare troppo questo post, che è già pletorico di suo, aggiungerò soltanto poche parole su un altro aspetto della legge che rischia di rivelarsi inutile, anzi dannoso per il corretto funzionamento della scuola. Alludo alla contraddizione che c’è tra i nuovi programmi ministeriali, sempre più ampi e articolati (si pensi alla matematica ed alla fisica, dove sono stati inseriti contenuti nuovi in aggiunta a quanto già c’era) e la volontà del governo di impegnare gli studenti in sempre nuove attività come la famigerata alternanza scuola-lavoro, che da quest’anno investe anche i Licei. A mio giudizio una tale attività è ben collocata presso gli istituti professionali e tecnici, che (almeno in teoria) dovrebbero preparare i loro studenti ad un immediato ingresso nel mondo produttivo, ma non presso i Licei, la cui formazione è soprattutto culturale e finalizzata al pensiero autonomo ed all’astrazione, il che c’entra poco o nulla con la fabbrica, l’ufficio o il laboratorio. Va poi detto che con questo peso aggiuntivo i nostri studenti, che spesso si trovano in difficoltà già adesso per sostenere il peso delle materie scolastiche, saranno oberati da così tanti impegni che il loro rendimento non potrà che risentirne pesantemente: se uno studente va il pomeriggio a svolgere un’attività lavorativa (e succederà, perché 200 ore in tre anni non sono poche!) il giorno seguente sarà inevitabilmente impreparato perché, a buon diritto, non avrà potuto studiare. Così il livello culturale dei nostri Licei finirà inevitabilmente per abbassarsi ulteriormente.
A conclusione di questo articolo, un’ultima osservazione su un’altra assurdità di questa nuova concezione che il nostro governo mostra di avere sulla scuola. Nel concorso a cattedre attualmente in svolgimento (non si sa per quali posti, visto che c’è già tanto personale in esubero!) gli aspiranti debbono rispondere ad alcuni quesiti in lingua inglese. Mi piacerebbe sapere chi ha avuto questa brillante idea, figlia della sciocca esterofilia che da tanto tempo ha contagiato il nostro Paese. Se (per assurdo) io dovessi sostenere adesso il concorso, mi rifiuterei di aderire a questa farsa, e direi ai miei esaminatori di essere disposto sì a rispondere ai quesiti in inglese, ma quando sarò certo che a Londra i concorsi scolastici prevedono domande in italiano.

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Osservazioni sul bullismo

Si fa un gran parlare, in questi ultimi tempi, del problema del bullismo a scuola ed altrove, con grande interesse dei mezzi di informazione di massa, i quali reclutano a tale scopo pedagogisti, psicologi, sociologi ecc. Il fenomeno è ben noto a ciascuno, perché molti di noi, da studenti o da militari, hanno dovuto subire prese in giro, esclusioni da certi gruppi e persino angherie più o meno gravi da parte dei compagni di scuola o dei cosiddetti “nonni” nelle caserme, cioè i commilitoni più anziani per servizio. Quando io ho svolto il servizio militare di leva (che ai miei tempi era obbligatorio) in aeronautica, le nuove reclute erano chiamate “missili” e molto spesso subivano dei soprusi che comunque, almeno nel mio caso, non erano particolarmente gravi ma erano più che altro scherzi compiuti in amicizia. E’ comunque chiaro che il fenomeno del bullismo è venuto alla ribalta adesso perché ne parla molto la televisione e perché il ministero tenta di affrontarlo con appositi provvedimenti, ma in realtà è sempre esistito. Limitandoci all’ambiente scolastico debbo dire che ai tempi miei il fenomeno era ancor più grave e marcato di adesso. Chiunque fosse per qualunque motivo diverso dagli altri veniva colpito dagli scherzi e dalle derisioni dei compagni: bastava che un ragazzo avesse gli occhiali ed era subito “quattrocchi”; se era un po’ grassoccio gli epiteti si sprecavano e qualcuno, come avvenne ad un ragazzo della mia classe delle medie, veniva definito simpaticamente, con un’elegante espressione francese “beaucoup de viande”; se era magro, era chiamato “stecco”, se alto “giraffa” e così via. Anche la violenza fisica non mancava, anzi ce n’era molta più di oggi. Quante volte, specialmente quando frequentavo la scuola media, ho sentito dire la frase “t’aspetto fuori”, ed altrettante ho assistito a veri e propri incontri di pugilato all’uscita dalla scuola! Casi di ragazzini deboli angariati e anche picchiati dai più grandi ce n’erano a iosa anche quaranta o cinquanta anni fa, solo che nessuno ne parlava, e neanche i genitori si preoccupavano di intervenire a difesa del loro figlio perseguitato. Questo stato di cose era considerato normale e ciascuno doveva abituarsi a difendersi da solo; altrimenti, se aveva paura o non reagiva, era considerato un vigliacco, un “mezzo uomo” per non dire peggio. L’ambiente studentesco era violento e caratterizzato da una specie di selezione naturale alla Darwin, dove solo i più forti sopravvivevano incolumi. Il problema era ancor più grave di oggi, soltanto che non faceva notizia. Tutto qui.
Con ciò non voglio sottovalutare il problema del bullismo attuale, che è comunque un fatto grave anche perché presenta due notevoli differenze con quello dei decenni passati. La prima è che attualmente è venuto alla luce anche il bullismo al femminile, di cui prima non si aveva quasi percezione; oggi le ragazze, che spesso nelle scuole sono più dominatrici e più determinate dei maschi, hanno preso dall’altro sesso tutti i peggiori difetti, e così avviene non di rado che alcune di loro si coalizzino per perseguitare una compagna che appare diversa o perché più debole o addirittura perché ritenuta più bella delle altre, e contro di lei scatta quindi la gelosia e l’invidia del gruppo. Il bullismo al femminile è più subdolo di quello maschile, perché raramente ricorre alla violenza fisica ma si manifesta per lo più nell’isolamento e nella ridicolizzazione della vittima, tanto da provocarle complessi di inferiorità e disagi esistenziali anche gravi.
La seconda novità del bullismo attuale è che fa uso dei nuovi strumenti comunicativi come i social network, tanto da trasformarsi in “cyberbullismo”, come si è soliti definirlo con questo brutto neologismo. Le conseguenze di questo fenomeno moderno sono più gravi di quelle che si avevano in passato, perché i bulli attuali sono soliti trasferire sulla rete immagini, video o anche semplici commenti che vengono visti e conosciuti da un numero ben maggiore di persone rispetto a prima, con il risultato di ingigantire il senso di disagio e di vergogna che la vittima prova. A volte, addirittura, vengono perpetrati persino ignobili ricatti, nel senso che la vittima viene minacciata, se non soggiace a compiere determinati atti, di veder rendere pubblica qualche sua immagine (o video) di cui può vergognarsi e che magari gli è stata strappata contro la sua volontà. Se prima si veniva messi alla berlina di fronte a pochi compagni, adesso centinaia o migliaia di persone possono assistere a questa gogna mediatica, e ciò aumenta a dismisura il senso di disagio, di fallimento, di disistima personale che prova chi è colpito da questi eventi, tanto che in certi casi si è arrivati persino al suicidio da parte di ragazzi o ragazze colpiti da questo tipo di bullismo. E’ chiaro quindi che da parte delle autorità dovrebbero essere presi provvedimenti severi e fortemente punitivi contro i criminali (perché tali sono) che compiono questi atti, e sarebbe anche giunto il momento, a mio parere, che le pagine dei social network fossero controllate e non fosse permesso a chiunque di scrivere e pubblicare ciò che vuole, perché questo malinteso senso della libertà induce a danneggiare gravemente l’autostima e la personalità di alcuni individui, che possono pagarne per tutta la vita le conseguenze. Sarebbe l’ora di limitare la libertà assoluta che sussiste su internet, dove ognuno dice e pubblica ciò che vuole. Questa non è libertà, è anarchia della peggiore specie.
L’intervento coercitivo e punitivo, che dovrebbe arrivare senza timori alla perdita dell’anno scolastico per chi compie questi atti all’interno della scuola, mi pare l’unica valida risposta a questi comportamenti; soltanto che poi arrivano i genitori a difesa dei figli, fanno ricorso e magari lo vincono perché il garantismo che domina in Italia rende praticamente impossibile l’azione educativa che, se vuol essere efficace, deve necessariamente passare anche attraverso le punizioni. In alternativa c’è l’indifferenza, che cioè il perseguitato (ovviamente se la violenza non è di tipo fisico) non dia alcuna importanza a ciò che viene detto o scritto su di lui finché i persecutori non si stancano. E’ quello che dicevano a noi i nostri genitori: “Se ti prendono in giro fai finta di nulla e ridici anche tu, perché se te la prendi dai loro soddisfazione e non la smettono mai.” Ma  se questo ragionamento poteva valere ai nostri tempi, non oggi, quando i giovani sono molto più sensibili e fragili emotivamente di quanto non eravamo noi. Oggi c’è il rischio che certe ferite non si rimarginino più e che i danni provocati all’autostima personale diventino permanenti, proprio perché viviamo in una società dove l’apparire conta più dell’essere, dove l’immagine esterna supera spesso i sentimenti ed i valori interiori della persona.

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Il blog di un professore ha dei limiti?

Oggi 12 febbraio questo mio blog compie quattro anni, essendo stato inaugurato nello stesso giorno del 2012. In questo periodo ho pubblicato oltre 190 articoli (o post come si dice oggi), che hanno riguardato massimamente il settore di mia competenza (cioè quello della scuola) e che più raramente hanno trattato altre tematiche di tipo politico, sociale o letterario. Ho intenzione a breve di compilare un elenco degli articoli e degli argomenti affrontati, in modo da rendere per i lettori più agevole il reperimento delle pagine più interessanti o più corrispondenti agli interessi di ciascuno. Per quanto mi riguarda, non nascondo che tenere un blog e aggiornarlo con cadenza più o meno settimanale mi costa fatica, perché di tempo ne ho poco; il lavoro scolastico, infatti, diventa ogni anno più pesante (non so perché ma è così) e anche l’età comincia ad avanzare. Pur tuttavia continuo a osservare questo mio impegno straordinario, anzitutto perché sento la necessità di far conoscere alle persone del mio settore, ma anche ad altri, quelle che sono le mie idee e le mie opinioni; in secondo luogo, tengo il blog perché sono convinto che l’esperienza di un docente che insegna da 36 anni può servire a chi comincia adesso questa professione ed a quanti, a qualsiasi titolo, hanno a che fare con il mondo della scuola. Ricavo questa convinzione dal fatto che continuo a ricevere lettere, al mio indirizzo e-mail privato che ho indicato sul blog, di colleghi, genitori e studenti che mi chiedono pareri e consigli. Quello che invece mi rammarica, come vado ripetendo da quando ho iniziato questa attività, è il fatto che al numero piuttosto elevato di visite giornaliere che il blog riceve non corrisponda un adeguato numero di commenti, i quali, se pubblicati e corredati di risposta, potrebbero essere utili a più persone. Accade invece, purtroppo, che di fronte ad una media di circa 150 visite al giorno, il numero dei commenti sia molto esiguo, tanto che a volte passano settimane senza riceverne alcuno. Probabilmente molte persone preferiscono limitarsi a leggere senza scrivere nulla, perché non amano mettersi in gioco e sostenere le proprie idee.
Comunque, dopo quattro anni di blog, ho pensato quest’oggi ad esprimere anche un altro problema che da tempo mi affligge, cioè le limitazioni che un’attività di questo tipo deve necessariamente avere quando il titolare è un professore. Noi docenti, si sa, siamo anche e soprattutto educatori, e quindi dobbiamo stare attenti a ciò che diciamo agli studenti, soprattutto in classe ma anche in un blog personale, dato che gli studenti stessi o i loro genitori possono benissimo leggerlo, anzi lo fanno molto spesso. Da ciò deriva che, se qualcuno di noi ha delle convinzioni diverse da quello che è il sentire ed il pensiero comune propinatoci dalla tv e dai giornali, se cioè le nostre idee vanno contro il cosiddetto “politicamente corretto” (traduco un’espressione anglosassone di larga diffusione), non lo possiamo esprimere senza venir meno alla nostra funzione di educatori e di formatori della gioventù. Ammettiamo, ad esempio, che qualcuno di noi sia favorevole alla pena di morte, o sia contrario all’accoglienza indiscriminata degli immigrati che vengono sistemati negli alberghi a 4 stelle mentre molti italiani dormono in macchina e negli scantinati, o sia contrario ai matrimoni e alle adozioni gay, visto che di quello si parla oggi più che di qualsiasi altra questione. Uno di noi che la pensasse così sarebbe in pratica costretto a tacere, a non esprimere pubblicamente queste sue idee, perché in caso contrario sarebbe tacciato di oscurantismo, fascismo, razzismo, bieco cinismo, bestiale malvagità e chi ne ha più ne metta, e il disprezzo nei suoi confronti sarebbe ancor maggiore di quello da riservare ad altri cittadini, perché noi siamo educatori e dobbiamo sempre e comunque rispettare le idee prevalenti che ci vengono imposte da quella che altrove ho chiamato “la nuova religione laica” dei diritti civili, siamo tenuti a trasmettere ai giovani ideali di buonismo, di accoglienza, di libertarismo e di libertinismo, anche se non ci crediamo. A me questa sembra una grave limitazione della libertà di opinione e della personalità di ciascuno di noi, in nome di un’etica preconcetta, voluta da certe lobbies e imposta a tutti dai mass media in modo coercitivo. Nei secoli passati chi si opponeva al pensiero comune veniva frustato in piazza, torturato o mandato al rogo dal tribunale dell’Inquisizione; adesso lo si punisce più sottilmente attraverso una condanna morale e un’emarginazione di fatto dal contesto sociale, ma il disprezzo che il dissidente riceve è lo stesso, e se si tratta di un docente è ancora maggiore. Di questo sono consapevole ed ho voluto qui esprimerlo… ma ho parlato in generale, per carità, non vorrei che si pensasse che il problema mi riguardi personalmente.

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Fannulloni veri e presunti tali

L’argomento più in voga in questi giorni, accanto a quello dei diritti civili delle “coppie di fatto”, è certamente quello dei cosiddetti “fannulloni” della pubblica amministrazione, coloro cioè che timbrano il cartellino di presenza e poi se ne vanno al mare, a fare la spesa o altro che sia. La cosa mi incuriosisce perché secondo me questa improvvisa alzata d’ingegno del governo, che prevede la sospensione dal servizio in 48 ore ed il licenziamento entro un mese del dipendente sorpreso a fare altro in orario di servizio, è destinata a risolversi in una bolla di sapone, come quasi sempre accade da noi. Come si sa, noi siamo il paese del “fatta la legge, trovato l’inganno”, e non credo che questa faccia eccezione; perciò i colpiti dai provvedimenti avranno la possibilità di difendersi, fare ricorso, farsi assistere da avvocati e sindacalisti vari ecc., e così di sospensioni e di licenziamenti ne vedremo molti meno di quanti ce ne potremmo aspettare. C’è poi un’altra abitudine tipicamente nostrana: che cioè di un problema se ne discute fin quando l’attenzione mediatica vi si rivolge e tutti ne parlano; poi, passata l’ondata di interesse di giornali e TV, tutto ritorna come prima. Ma c’è di più. C’è un’altra caratteristica tipica di noi italiani che interviene in casi come questi: il cosiddetto “benaltrismo”, per cui chi si trova accusato di qualcosa reagisce non tanto negando il proprio errore (che, se testimoniato dalle telecamere, non può essere negato) quanto affermando che c’è chi ha fatto molto peggio di lui, e che quindi il proprio “errore” non è da ritenersi così grave, visto che ce ne sono altri ancor peggiori. E’ quello che successe nel 1992 in occasione del caso detto di “Tangentopoli”: tutti i politici corrotti affermavano che ce n’erano altri più corrotti di loro, e così riabilitavano la loro immagine agli occhi dei cittadini.
Sul problema dell’assenteismo nella pubblica amministrazione, tuttavia, io vorrei porre l’attenzione su un problema di cui nessuno ha parlato finora nei dibattiti televisivi e sui giornali, almeno a quanto ne so. Si è fatta tanta polemica, ed è sorta tanta indignazione contro coloro che timbrano il cartellino di presenza e poi se ne vanno in giro; ma non si è parlato affatto di coloro che sul posto di lavoro ci vanno regolarmente ma poi fanno poco o nulla. A chi non è capitato di trovarsi in uffici pubblici (comunali, giudiziari tributari, ospedalieri ecc.) e di vedere ovunque scrivanie vuote, computer accesi e lasciati lì, impiegati che discutono allegramente tra loro e prendono il caffè o leggono il giornale incuranti delle persone che li stanno aspettando e che hanno giustamente premura di ottenere quanto desiderano e di cui hanno diritto? Quegli impiegati non sono andati al mare o a fare la spesa (forse ci saranno anche andati in altri momenti, chissà), sono sul posto di lavoro, ma tra pause caffé, pause colazione, pause colloquio ameno con i colleghi ecc., praticamente lavorano la metà o un terzo di quanto dovrebbero. Perché nessuno controlla queste persone e impedisce che gli uffici, le scrivanie e i computer siano lasciati vuoti per ore da persone che, almeno ufficialmente, sono sul posto di lavoro? Perché non sospendere e licenziare anche costoro? Sarei felice che i dirigenti, adesso minacciati anche loro di licenziamento, si impegnassero a controllare tutti i dipendenti, non soltanto i cosiddetti “furbetti del cartellino”.
Nel mondo della scuola, che pure fa parte anch’essa della pubblica amministrazione, fenomeni come quelli descritti sopra sono possibili solo da parte del personale non docente (collaboratori amministrativi, bidelli ecc.) che in effetti qualche volta anch’io ho visto fuori della scuola in orario di servizio, a fare la spesa o altro. Ma i docenti non possono farlo, perché non si possono lasciare gli alunni da soli, c’è l’obbligo di vigilanza e la responsabilità civile e penale; perciò può capitare che un docente arrivi in ritardo sul posto di lavoro, ma non succede che non si presenti in aula e salti totalmente il turno di servizio, a meno che non abbia un valido e documentato motivo, e questa è la differenza tra la scuola e gli altri settori pubblici. Può però accedere (e accade purtroppo, anche se in casi rari) che il docente vada regolarmente in classe ma poi lavori poco e male, abbia un rendimento insufficiente ed un’azione didattica totalmente inefficace; ed è una situazione, questa, che può verificarsi anche in caso di docenti preparati nella loro materia ma incapaci di tenere la disciplina in classe o di trasmettere agli alunni le loro conoscenze. Cosa può fare un dirigente in questi casi? Nulla, se non vuole andare incontro a ricorsi e vertenze che finirebbero per dar ragione al dipendente ed obbligare lui stesso a rifondere i danni. E’ anche di questo problema che dovrebbe occuparsi la legge; e se si teme che il Dirigente abusi del proprio potere per perseguitare o addirittura cacciare chi non gli è simpatico o chi lo contesta (il cosiddetto “docente contrastivo”), si potrebbe però costituire commissioni ministeriali di ispettori e di esperti che, a chiamata dei dirigenti, si rechino nelle scuole per verificare se quel docente è un perseguitato o se veramente non merita la cattedra e lo stipendio che riceve. Un tempo esistevano gli ispettori ministeriali, che svolgevano appunto questo tipo di controllo, ma oggi sono spariti anch’essi travolti dalla logica dei progetti inutili e delle pastoie burocratiche. Ricostituire oggi un’autentica “task force” ministeriale che verifichi capillarmente il lavoro di certi professori mi pare l’unica strada percorribile non solo per eliminare il problema dei “fannulloni”, ma anche per dare il giusto riconoscimento a chi si dedica anima e corpo ad un lavoro purtroppo scarsamente riconosciuto ed ancor meno stimato. Lo squallido egualitarismo che affligge il mondo della scuola e che tratta tutti allo stesso modo senza considerare le profonde differenze esistenti tra noi dal punto di vista dell’impegno, del carico di lavoro e della qualità didattica, è il vero nemico da sconfiggere se si vuole che il nostro sistema scolastico torni ad essere veramente efficace e formativo.

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Deve esistere ancora il “posto fisso”?

Come tutte le domeniche, anche oggi ho seguito (almeno all’inizio, poi generalmente ho altro da fare) la trasmissione “L’Arena”, condotta da Massimo Giletti su Rai 1. Dico subito che non ho molta simpatia per questo programma, perché molto spesso esagera nel mettere alla berlina le inefficienze e la corruzione della pubblica amministrazione, generalizzando e fornendo un’immagine del tutto negativa di una realtà che sicuramente ha dei difetti e dei malfunzionamenti, ma che nella maggior parte dei casi funziona bene o almeno in maniera accettabile; e così facendo, presentando cioè un quadro a tinte fosche dell’operato dei nostri politici ed amministratori, finisce per portare acqua al mulino dell’antipolitica e per favorire così il qualunquismo ed il disfattismo di Grillo e della sua banda di incapaci a 5 stelle. Per questo non mi piace quel programma, ma oggi l’ho ascoltato volentieri perché l’argomento in discussione era il licenziamento di alcuni dipendenti di un’ospedale di Salerno i quali, anziché andare regolarmente a svolgere il loro lavoro, timbravano il cartellino di presenza e poi se andavano al mare o altrove a farsi i fatti loro. Il dibattito è stato interessante perché tutti, più o meno, si sono detti d’accordo con questo provvedimento, anche perché – come ha sottolineato l’on. Salvini – è una vergogna che dei dipendenti pubblici, che sono regolarmente pagati a fine mese, si comportino in tal maniera quando ci sono centinaia di migliaia di giovani senza lavoro che sarebbero ben felici di poter timbrare quel cartellino e poter lavorare. Ma il lato più curioso del programma è stato l’intervento di un sindacalista della UIL, il quale non ha assolutamente difeso i licenziati, ma ha anzi affermato che il suo sindacato si costituirà parte civile nei processi a carico degli assenteisti, perché un simile comportamento va assolutamente impedito. Quel che mi ha fatto sorridere, appunto, è stato l’atteggiamento del sindacalista, in netto contrasto con l’azione del suo e degli altri sindacati della “triplice” (CISL e CGIL), i quali invece per decenni si sono fatti paladini e difensori degli assenteisti e dei fannulloni, opponendosi a qualunque provvedimento censorio o punitivo sulla base di un’ideologia garantista che, da sempre condivisa dai partiti di sinistra, ha provocato la permanenza sui posti di lavoro di persone indegne e incapaci. Meno male che adesso il sindacato si è accorto dell’errore e ha cambiato idea. Meglio tardi che mai!
Uno degli argomenti in discussione è stato appunto il garantismo eccessivo che abbiamo avuto ed abbiamo ancora in Italia, per cui un licenziamento nella pubblica amministrazione diventa più difficile di una scalata dell’Everest: il dipendente sanzionato, infatti, ha diritto a fare ricorso agli organi competenti ed al Tar, a chiedere l’aiuto del sindacato, dell’Ispettorato del lavoro, della magistratura ordinaria ecc. che quasi sempre gli danno ragione in modo aprioristico, determinando non solo il reintegro nel “posto fisso” che indegnamente occupa, ma costringono spesso anche il Dirigente che ha comminato la sanzione a pagare di persona, anche economicamente, le spese processuali ed a rifondere il lavoratore. Questo spiega largamente il motivo per cui molti dirigenti lasciano correre comportamenti scorretti ed illegali dei dipendenti, per timore di perdere poi la causa ed essere costretti a rimetterci i soldi e la pure la faccia. In queste condizioni, pertanto, è difficile dare torto a questi dirigenti.
Per fare un accenno al settore dell’istruzione pubblica, di cui mi intendo un poco per averci passato una vita, debbo dire che la situazione è quella descritta sopra, forse anche peggiore di quella delle altre amministrazioni pubbliche: tutti sappiamo, infatti, che insegnanti assenteisti o impreparati ce ne sono purtroppo, anche se in minima percentuale. Verso costoro, comunque, i Dirigenti scolastici (o presidi come si chiamavano una volta) non possono in sostanza fare nulla, perché al minimo provvedimento disciplinare contro un docente (anche una semplice censura o sospensione di pochi giorni) subito intervengono i sindacati a difendere il docente “perseguitato”, viene messa in atto contro il dirigente una vertenza fatta di ricorsi agli organi competenti, di lettere minatorie di avvocati, di cavilli legali legati ad errori di forma e quant’altro che sia, di modo che il provvedimento punitivo viene quasi sempre cancellato, anche in casi di evidente inosservanza dei propri doveri stabiliti dal contratto della categoria. In molti casi, inoltre, il comportamento scorretto di un docente è difficilmente sanzionabile perché non verificabile con certezza; se un professore, invece di andare in classe, va al mare l’irregolarità è del tutto evidente, ma se, al contrario, si presenta regolarmente in classe ma non spiega, non conosce la propria materia, compie ingiustizie nella valutazione degli alunni e provoca in loro disgusto anziché amore per lo studio, tutto ciò è difficile se non impossibile da dimostrare, perché la parola degli alunni può agevolmente essere confutata dal docente e nessuno può andare in classe a verificare se quel professore è veramente degno della cattedra che ricopre e dello stipendio che riceve.
Sono contento del fatto che, almeno a livello generale, qualcosa si stia muovendo, perché sta crescendo ovunque l’indignazione contro gli assenteisti e gli incapaci, come dimostra anche l’annuncio del Presidente del Consiglio secondo cui, dopo l’approvazione di un apposito decreto del Consiglio dei ministri, sarà possibile licenziare queste persone entro 48 ore; dubito però che ciò possa veramente accadere, perché in Italia è ancora talmente forte il garantismo, il mito del “posto fisso” intoccabile, e tante sono le pastoie burocratiche che mi stupirei moltissimo se dovesse cambiare in poco tempo un malcostume che dura da 50 anni e più. Quel che occorrerebbe fare subito, a mio vedere, è dare ai Dirigenti delle varie amministrazioni (anche ai presidi delle scuole) la facoltà di poter licenziare chi non lavora o lavora male, o almeno di poterlo sospendere per un periodo di alcuni mesi; in questo modo il dipendente avrebbe modo di riflettere e rendersi conto del suo errore, e una volta reintegrato nel suo posto avvertirebbe senza dubbio la necessità di comportarsi diversamente per non incorrere nel licenziamento definitivo. Soprattutto andrebbe eliminata la possibilità del dipendente di rivalersi sul dirigente a livello economico, perché questo è il vero freno che impedisce l’adozione di provvedimenti più che necessari. Il mito del “posto fisso” deve finire per sempre, perché non si può più permettere a certa gente di rubare lo stipendio per una vita e, nel caso della scuola, di rovinare intere generazioni di studenti. Naturalmente – e non è neanche il caso di rammentarlo – prima di prendere provvedimenti punitivi un Dirigente deve avere prove inconfutabili delle inadempienze compiute, per evitare che qualcuno sia sospeso o licenziato per antipatie personali o per altri motivi altrettanto abietti di quelli di coloro che non compiono il proprio lavoro. La verità, come dice un saggio detto, sta nel mezzo, e gli eccessi vanno sempre evitati.

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Il Risorgimento a rovescio

Per avere anche frettolosamente studiato la storia, tutti noi sappiamo quanta fatica e quanto sangue costò, nel secolo XIX, il processo del Risorgimento, ossia di quel periodo storico che portò all’unificazione dell’Italia ed alla liberazione della nostra patria dal dominio straniero. Fu un processo storico che, non terminato durante il secolo XIX, proseguì anche nel XX con la prima guerra mondiale, che costò all’Italia qualcosa come 600.000 morti per il preciso fine di completare il processo di unificazione del Paese e l’acquisizione delle cosiddette “terre irredente”. Spesso mi sono chiesto, a proposito di quest’ultimo evento, se valesse la pena di pagare un contributo di sangue così alto per acquisire territori che ancor oggi dispregiano il tricolore e non si sentono neppure italiani, tanto che, se ci rechiamo in Alto Adige, ci sembra di stare all’estero e di far fatica a trovare qualcuno che parli la nostra lingua. Ma attualmente, visto ciò che sta accadendo a livello di Unione Europea, questa mia sensazione di perdita della nostra identità nazionale si è ingrandita a dismisura, e mi viene da pensare che se Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II potessero vedere dove sono andati a finire tutti i loro sforzi, si rivolterebbero nella tomba, tanto per riprendere un’espressione di uso comune.
Se ci mettiamo a considerare la situazione politica ed economica del nostro Paese in rapporto all’Unione Europea, vediamo come il dominio straniero sull’Italia è tornato ad esistere ancor oggi, nei primi decenni di questo sciagurato secolo XXI; la differenza è soltanto che nei secoli passati condottieri come Napoleone ci occupavano con gli eserciti e con i cannoni, adesso invece ci schiacciano con le norme repressive dovute al loro potere economico, che ha buon gioco a dominarci se teniamo conto del nostro debito pubblico, giunto ormai a dimensioni tali da impedirci non dico di fare la voce grossa in Europa, ma perfino di farci ascoltare e considerare. Il caso dell’Italia non è molto diverso da quello della Grecia, dove le sbruffonate di Tzipras non sono servite a nulla perché le condizioni economiche del suo paese l’hanno costretto, nonostante i proclami bellicosi ed un inutile referendum, a chinare la testa di fronte ai potentati economici tedeschi, francesi ecc. La stessa cosa, sia pur in tono leggermente minore, tocca anche noi: il nostro Governo, a livello europeo, conta poco o niente, ed anche Renzi, come il suo collega greco, ha dovuto accettare una serie di condizionamenti, di prescrizioni, di diktat inauditi per uno Stato che vuol definirsi sovrano e indipendente, e che non era costretto ad accettare finché non c’è stata questa Europa tiranna e dominatrice e finché non è stato compiuto  l’errore di entrare nell’euro, privando il nostro Paese della possibilità di battere moneta e quindi di poter gestire la propria economia. E che l’Italia non conti nulla in Europa, ma sia di fatto tornata sotto la dominazione straniera, lo vediamo da molti fattori che sarebbe troppo lungo qui elencare: basti dire, prendendo ad esempio la normativa bancaria, quello che è avvenuto negli ultimi anni, quando il governo di Frau Merkel si è permesso di dare soldi pubblici, miliardi di euro, per sostenere la Deutsche Bank, mentre poi ha imposto a tutti gli altri governi dell’Unione di non salvare più le banche in fallimento, e così da noi è accaduto quel che sappiamo a proposito delle quattro banche di recente andate a gambe all’aria e delle centinaia di risparmiatori che hanno visto andare in fumo tutti i loro soldi. Anche qui è valsa la legge del più forte, tanto che i signori teutonici si sono potuti permettere di dare ordini a tutti e imporre la loro dittatura economica, nonché di mettere la sordina alla loro disonestà, ben rivelata al mondo dalla vicenda della Volkswagen. E a proposito voglio citare una frase che fu detta, non ricordo da chi, alcuni mesi fa a proposito del crack della Grecia: che la signora Merkel è riuscita a fare ciò che non riuscì ad Hitler, tenere cioè tutta l’Europa sotto i suoi piedi.
Questa situazione di soggezione (per non dire di schiavitù) in cui ci troviamo per colpa dei nostri imbelli governanti si riflette in ogni ambito della vita economica e sociale: dall’Europa ci viene imposto il quantitativo di latte, di frutta, di altri generi che possiamo produrre, e guai a non rispettare gli ordini delle Loro Eccellenze, vengono fuori multe milionarie! Ci vogliono persino costringere a produrre formaggio con il latte in polvere, mandando in fumo la tradizione gastronomica italiana, la migliore del mondo senza dubbio alcuno. Ed anche nella scuola abbiamo visto, proprio quest’anno, il grado a cui è arrivata la nostra sottomissione agli stranieri: hanno costretto il nostro governo ad assumere gli insegnanti precari in base alla norma (fatta da loro, non da noi!) che se un dipendente pubblico supera i 36 mesi di servizio deve essere assunto a tempo indeterminato dallo Stato. La conseguenza di ciò è stata che, accanto all’immissione in ruolo dei molti docenti che hanno occupato i posti vacanti, ne sono stati assunti altri 50.000 circa del cosiddetto “organico potenziato”, i quali sono praticamente superflui per quanto riguarda la didattica, perché non hanno classi dove far lezione ma si limitano alle supplenze brevi, ai corsi di recupero ecc., tutte attività che venivano svolte anche prima senza che lo Stato dovesse pagare tutti questi stipendi in più soltanto perché “l’Europa ce lo impone”!
E’ veramente triste vedere come la nostra patria abbia perduto la sua identità nazionale e si sia fatta ancella dei potentati economici stranieri, senza più poter decidere il proprio destino. A ciò ha contribuito anche la sciagurata apertura delle frontiere, un provvedimento che ha fatto sì che chiunque possa entrare in Italia senza controllo: clandestini, criminali, spacciatori, gente di ogni genere che varca tranquillamente i confini senza che nessuno chieda loro neanche il passaporto o la carta d’identità. Così possono arrivare da noi, senza alcun controllo, droga, armi, esplosivi, qualsiasi cosa, perché la dogana ed i controlli di frontiera non esistono più.
Purtroppo nessuno dei combattenti di Caporetto e di Vittorio Veneto è più in vita, ma sarebbe interessante chiedere a costoro per che cosa hanno combattuto, per cosa sono stati mesi ed anni a marcire nelle trincee ed a rischiare la vita ad ogni momento. Quel che si diceva loro con la retorica del tempo, cioè che stavano lottando per una Patria libera e unita, si è rivelata un’inutile formula priva di senso; e non solo perché quelle terre da loro conquistate non si adattano neanche adesso ad essere italiane, ma perché l’Italia stessa non è più libera, non è più in grado di gestirsi e di decidere la propria politica e la propria economia. Se questa deve essere l’unione europea, dico allora che sarebbe stato molto meglio non farne parte e non accettare quella moneta unica che è stata per le nostre famiglie un vero flagello. Se è vero, come è vero, che l’Italia è la prima nazione al mondo per l’arte e la cultura, fa orrore soltanto il pensare di aver perduto la nostra indipendenza e la nostra coscienza nazionale. Ci vorrebbe un nuovo Risorgimento, un nuovo Cavour o un nuovo Garibaldi; ma penso proprio che in questo periodo storico anche soltanto ipotizzare una simile eventualità altro non sia se non fantasia allo stato puro.

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La “buona scuola” è veramente buona?

Quando, lo scorso luglio, fu approvata in via definitiva la riforma del governo Renzi denominata “La buona scuola”, io scrissi un post qui sul blog dove mi sforzavo di sottolineare, oltre alle cospicue perplessità che vedevo nei colleghi e io stesso provavo, anche quelli che mi sembravano aspetti positivi. Alcuni provvedimenti, come ad esempio i 500 euro concessi a ogni docente per l’aggiornamento personale, continuo a ritenerli positivi, ma su altri le perplessità sono cresciute a dismisura. Una di esse riguarda la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, che io trovo opportuna per gli istituti tecnici e professionali ma assurda ed inutile per i licei; ma un’altra cosa che mi lascia sbigottito, visto che si è materializzata proprio in questi giorni, è il cosiddetto “organico potenziato”, l’immissione in ruolo cioè di circa 50.000 persone in quella che hanno chiamato “fase C” per distinguerla da quelle precedenti.
Come si è svolta la faccenda? Il Governo aveva promesso l’immissione in ruolo di circa 120.000 nuovi docenti, in diverse fasi successive perché, a detta del Ministro e del Presidente del Consiglio, questo avrebbe dovuto eliminare totalmente il precariato nella scuola, quei docenti cioè che sono stati utilizzati per anni nei posti disponibili ma che non si erano mai finora visto riconosciuto il diritto ad essere assunti a tempo indeterminato. Pare che il numero effettivo delle assunzioni sia stato di poco superiore a 100.000, un po’ meno quindi di quanto previsto; ma il clou della faccenda è un altro, che cioè di questi nuovi professori assunti in ruolo soltanto la metà circa viene effettivamente impiegato sulle cattedre vuote e disponibili (fasi 0, A e B), mentre quelli della fase C (circa 50.000 persone) non hanno una loro cattedra, ma dovrebbero essere utilizzati per supplenze, corsi di recupero, progetti vari ecc. Tutto questo ha dell’assurdo e del grottesco: insegnanti nuovi, spesso giovani e desiderosi di lavorare nelle classi e dimostrare finalmente le loro capacità professionali, se ne stanno in sala insegnanti senza far nulla o quasi, utilizzati per brevi supplenze a sostituire colleghi di materie diverse dalle loro, insomma a fare da tappabuchi. Questa situazione (che speriamo cambi dal prossimo anno ma che per adesso è quale l’ho descritta) crea frustrazioni e ingiustizie a non finire: non si vede perché, in effetti, noi docenti di ruolo con sede stabile nell’Istituto dobbiamo continuare a osservare rigidamente l’orario delle 18 ore settimanali in classe più altrettante di lavoro domestico (correzione degli elaborati, preparazione delle lezioni, aggiornamento ecc.) mentre questi giovani colleghi non vengono in realtà utilizzati se non pochissimo, per poche ore e per brevi periodi durante l’anno. Oltre che un’ingiustizia nei nostri confronti, è questa una mortificazione anche per gli stessi neoassunti, i quali si ritrovano senza un impegno preciso, senza poter esercitare appieno la professione che nella vita hanno voluto fare, e subiscono quindi un senso di frustrazione e di smarrimento.
A mio giudizio queste assunzioni avrebbero dovuto svolgersi in maniera ben diversa, evitando due errori madornali che l’amministrazione ha compiuto. Il primo di essi, già peraltro evidenziatosi anche negli anni e decenni precedenti, è stato quello di assumere una massa ingente di persone senza prima sottoporle ad un concorso o un esame che accertasse la loro preparazione tecnica e la loro attitudine all’insegnamento, requisiti importantissimi per ogni docente. Di questo scempio la colpa va attribuita unicamente ai vari governi che si sono succeduti, i quali non hanno bandito i concorsi ordinari, l’unica forma efficace di accertamento delle singole competenze di ciascuno: dal 1999, anno di un passato concorso, si è arrivati al 2012, e nel frattempo lo Stato ha utilizzato personale docente di vari livelli, i cosiddetti “precari”, alcuni dei quali però (anche se di numero ridotto) non erano e non sono abbastanza preparati per svolgere una professione così delicata e importante. Alcuni laureati, presa l’abilitazione con esamini ridicoli magari molti anni fa, si erano addirittura dedicati ad altre attività, e ora sono stati chiamati ad insegnare senza che neanche loro se lo aspettassero più. Che docenti saranno costoro, e che sorte toccherà ai loro alunni?
Il secondo madornale errore del governo Renzi è stato quello di prevedere il famoso “organico potenziato”, ossia un certo numero di docenti assegnato ad ogni scuola oltre all’organico normale delle cattedre presenti. E’ questa un’assurdità senza limiti, e per diversi motivi. Primo, come già detto, questi insegnanti non hanno una cattedra loro e quindi vengono impiegati in modo limitato e parziale, frustrando la loro stessa professionalità; secondo, questo provvedimento non abolisce affatto il precariato, perché questi docenti possono essere utilizzati solo per supplenze brevi e non coprono tutte le classi di concorso presenti in una scuola, e quindi sarà sempre necessario il ricorso a supplenti temporanei; terzo, lo Stato si trova a dover pagare quasi 50.000 stipendi in più del necessario, con una spesa ingente e del tutto inutile. La scuola non ha bisogno di personale in più rispetto all’organico, è sufficiente quello che c’era prima d questa legge; per il buon funzionamento dell’istituzione non si agisce con la quantità ma con la qualità, formando cioè insegnanti coscienti e preparati, reclutati con un concorso serio ed accurato e soprattutto messi di fronte alle classi vere di studenti, non a progetti perditempo e ad altre amenità. Sarebbe stato meglio che il nostro Governo, anziché spendere centinaia di milioni di euro in nuovi stipendi praticamente inutili, avesse pensato al rinnovo del nostro contratto di lavoro, fermo scandalosamente dal 2009, cioè da ben sei anni. Io avrei rinunciato volentieri anche ai 500 euro che ci hanno elargito per l’aggiornamento, che sono sì una buona iniziativa ma che non erano indispensabili, a favore di una revisione degli stipendi e soprattutto alla differenziazione di essi in base al merito individuale.

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Raggiunto il traguardo delle 100.000 visite al blog!

In questi giorni ho finalmente raggiunto un obiettivo che mi proponevo da molto tempo, quello di superare il target delle 100.000 visite a questo blog, la cui fondazione risale al febbraio 2012. Un simile risultato può sembrare scontato e di poco valore in confronto a quello dei blog di personaggi noti ed illustri, che annoverano milioni di visite; ma per me, oscuro docente di liceo e per giunta di provincia, che non è mai pervenuto alla notorietà che avrebbe desiderato, si tratta di un traguardo importante, perché dimostra che le tematiche riguardanti la scuola e l’istruzione interessano a molte persone e costituiscono un argomento di riflessione di un certo rilievo.
In effetti è vero che circa l’80% dei 180 post che ho pubblicato qui sul blog si riferiscono alla scuola ed alla politica scolastica; è un dato di fatto che mi sembra normale dato che, come ben sa chi mi conosce, ho dedicato tutta la vita all’insegnamento liceale, ed ho voluto seguire questa mia vocazione nonostante che la mia famiglia non la vedesse di buon occhio, sperandomi destinato ad altre più rispettate e lucrose attività. Io ho voluto fare a modo mio e dico senza remore (come afferma il Manzoni a proposito di don Abbondio) che, tornando il caso, farei lo stesso. Stare a contatto con i giovani, formare la loro cultura e la loro personalità, trasmettere loro non solo nozioni ma soprattutto valori come la giustizia e l’onestà, questo credo che sia uno dei compiti più nobili che una persona possa svolgere nella vita. La più diffusa lamentela di molti colleghi è che questa professione sia poco pagata e poco considerata socialmente; ed anch’io su questo posso essere parzialmente d’accordo, ma i lettori di questo blog non mi hanno mai sentito lamentare dell’esiguità dello stipendio, perché ho sempre pensato che l’amore per l’insegnamento e le soddisfazioni che ne derivano siano infinitamente superiori al mero interesse economico. E quando sostengo che il denaro non è tutto nella vita, ma ci sono valori ben più importanti, non ho la sensazione di enunciare una frase fatta, ma di esprimere un concetto in cui ho sempre fermamente creduto.
Tornando al blog, sono contento di aver raggiunto questo numero di visite e di poterlo aggiornare con nuovi post, più o meno, una volta alla settimana; a volte però, quando sono più oberato dagli impegni del mio lavoro, possono passare anche due settimane senza che aggiunga nuovi articoli. Oltre agli argomenti scolastici, nel blog sono contenute anche recensioni di libri che ho letto, resoconti brevi sulla mia attività di studioso e sulle mie pubblicazioni ((v. post sul 4° libro dell’Eneide o sul Pascoli, ad esempio) ed anche riflessioni sulla politica e l’attualità, dalle quali traspaiono le mie idee conservatrici che molti non condividono. L’unica cosa che mi rammarica, come altre volte ho detto, è lo scarso numero dei commenti: certi giorni ho avuto anche più di 200 visite al blog senza nessun commento, perché molte persone, evidentemente, si limitano a leggere senza avere poi il tempo o la voglia di esprimere il loro parere  (che non deve necessariamente collimare con il mio) su quanto ho scritto. Mi auguro che il numero dei commenti cresca con il passare del tempo, poiché il motivo per cui ho creato questo blog non è solo quello di esprimere in modo apodittico il mio pensiero, ma soprattutto quello di suscitare dibattiti e discussioni che, se svolti pacatamente e con rispetto per le opinioni altrui, non possono che giovare a tutti, ed a me in primis . Anche questo, pur minuscolo che sia se deriva da un blog di un povero sconosciuto, è un segno di democrazia.

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La scuola e l’attualità

I recenti tragici eventi di Parigi hanno toccato il cuore e la coscienza di tutti noi, ed anche nelle scuole l’argomento è stato più o meno affrontato, nelle sale insegnanti, nelle assemblee studentesche ed anche nelle classi, tra docenti e studenti. Con l’occasione si è di nuovo affacciata una critica che da più parti viene mossa, ormai da decenni, alle nostre istituzioni scolastiche, l’accusa cioè di non trattare se non sporadicamente i problemi di attualità come il terrorismo internazionale, i problemi relativi all’immigrazione ed all’integrazione, le vicende di politica nazionale e internazionale, e chi ne ha più ne metta. E’ questo un ritornello che si trascina da decenni e che ebbe inizio nei “mitici” anni ’70, dopo la rivoluzione sessantottina; già allora si accusava la scuola (e soprattutto i licei) di essere vecchia, di essere scollegata dalla realtà effettiva e dalla società in cui viviamo, di non educare abbastanza i giovani alla loro futura vita di cittadini. La soluzione, secondo certi intellettuali del tempo, sarebbe stata quella di sostituire una parte delle normali lezioni quotidiane con discussioni di politica, con trattazione di problemi sociali e afferenti alla contemporaneità.
In quei decenni – e parlo soprattutto degli anni ’70 e ’80 – questa esigenza sentita da molti fu effettivamente applicata, ma i risultati non furono certo positivi: ad una banalizzazione degli studi, inevitabile con questi presupposti, si aggiunse anche una funesta azione di propaganda da parte di molti docenti che, invece di insegnare le loro materie ed avere a cura la preparazione dei loro alunni, facevano apertamente politica in classe e cercavano in ogni modo di indottrinare gli studenti alla loro ideologia. Ricordo io stesso di aver avuto professori di opposte tendenze durante i miei anni di liceo e di esser passato, nella stessa mattinata scolastica, da un docente che leggeva in classe pubblicamente un quotidiano di estrema destra ad un altro docente che veniva a scuola con “Lotta continua” sotto il braccio, ci chiamava “compagni” e ci imponeva imperiosamente di chiamarlo per nome e di dargli del tu. Questo tendenzioso e deleterio atteggiamento, grazie a Dio, oggi si è molto attenuato, ma il pericolo dell’indottrinamento esiste ancora, e si nasconde proprio in quella richiesta di parlare a scuola dell’attualità e di ciò che accade in Italia e nel mondo. Se veramente dovessimo dar seguito a questa richiesta, non potremmo fare a meno, noi insegnanti, di lasciar trasparire le nostre convinzioni politiche; e gli alunni, che vedono nel loro professore una voce autorevole e spesso un modello di vita, ne rimarrebbero inevitabilmente condizionati. Ecco quindi il motivo principale per cui io evito sempre di affrontare certi argomenti, perché ritengo che il mio compito istituzionale sia quello di trasmettere la cultura e fornire ai miei alunni conoscenze e competenze che servano a formare la loro personalità, in modo neutro e trasparente. Saranno essi stessi poi che, attraverso il metodo di studio e le conoscenze che avranno acquisito, giungeranno ad un pensiero autonomo ed alla capacità di operare liberamente le proprie scelte, anche quelle di carattere ideologico.
Proprio questa mattina, facendo seguito a quanto detto nell’assemblea studentesca, ho avvertito i miei studenti del mio rifiuto di affrontare argomenti della cosiddetta “attualità”, un concetto che poi andrebbe meglio precisato, visto che quel che succede oggi ha le sue radici nel passato e che quindi, studiando questo passato, si riesce a comprendere meglio anche la contemporaneità. Io ho sempre pensato – e lo dico anche se so che molti non sono d’accordo – che il compito della scuola non sia quello di condizionare gli studenti o suscitare dibattiti ideologici per i quali sono molto più adatte altre sedi (partiti politici, circoli culturali, forum e dibattiti su internet ecc.). L’informazione sull’attualità ci viene fornita in larga ed anche eccessiva misura dal bombardamento mediatico di tv, giornali ed internet; gli studenti possono quindi ricavare tutte le notizie su questi argomenti dalle fonti suddette, senza che sia il professore a doverne parlare a scuola. Se poi alcuni di essi desiderano partecipare a dibattiti ed esprimere le loro idee, non mancheranno di trovare le sedi adatte al di fuori dell’ambiente scolastico, la cui funzione è quella di trasmettere una serie di conoscenze e di competenze afferenti alle varie discipline, sulla base delle quali lo studente potrà poi riflettere e formare la sua personalità. Ciò non significa peraltro che l’attualità debba restare del tutto fuori dalla scuola: ad essa possono essere dedicate, ad esempio, le assemblee scolastiche, spesso richieste per questioni di poco e nessun valore, se non addirittura per perdere una giornata di lezione; all’attualità medesima si può alludere ogni volta che i programmi scolastici offrano l’appiglio per operare confronti tra il passato ed il presente, oppure può essere inserita nello svolgimento del tema di italiano, che su varie tracce proposte ne contiene generalmente una riferita ai problemi politici e sociali della contemporaneità. Ma dedicare tempi specifici a parlare dell’Isis, dell’immigrazione o della politica del governo Renzi non mi pare proprio opportuno, sia per le ragioni dette prima che per la cronica mancanza di tempo che non permette quasi mai di concludere i programmi previsti a inizio di anno scolastico. Di tempo scuola ne va in fumo già una buona parte per assemblee, conferenze, viaggi di istruzione, attività sportive e quant’altro; non mi pare opportuno quindi perdere altre ore di lezione in discussioni che gioverebbero poco e che nella maggior parte dei casi lascerebbero il tempo che trovano,  anzi provocherebbero dissapori, rivalità e l’accusa per i professori di voler indottrinare gli alunni. Purtroppo questo è successo molto spesso in periodi passati, ma si è trattato di un errore che è meglio non ripetere: è molto meglio, a mio avviso, lasciare alle coscienze individuali la libertà di formarsi in modo autonomo.

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Assemblee e consigli di classe, residuati da rottamare

Nel lontano 1974 (oltre 40 anni fa!) entrarono in vigore i cosiddetti “Decreti delegati”, una serie di norme che avrebbero dovuto favorire il pluralismo nella scuola e la libera circolazione delle idee; in base a queste norme, pertanto, furono istituiti tra l’altro le assemblee studentesche (che dovevano svolgersi una volta al mese) ed i consigli di classe, riunioni collegiali cui erano ammessi a partecipare anche rappresentanti degli studenti e dei genitori. A quell’epoca il dibattito socio-politico era molto acceso nella scuola e nella società, i giovani erano più o meno schierati da una parte o dall’altra e si interessavano fortemente (anche se non sempre in modo corretto) alla politica, all’economia, a ciò che accadeva in Italia e nel mondo: così la dialettica ed il dibattito assembleare era concepito come uno strumento di democrazia e di pluralismo, naturale e persino necessario. Le assemblee studentesche avevano allora un significato preciso e quindi non veniva messa in dubbio la loro utilità, benché spesso esse fossero condizionate da una eccessiva ideologizzazione che non di rado poteva sfociare anche in atti di violenza. La stessa esigenza di confronto e di discussione si riscontrava nei consigli di classe, sentiti come un momento essenziale della vita scolastica.
Tuttavia, come ho avuto modo di dire anche a proposito della Costituzione e di altre istituzioni, ogni aspetto della vita sociale va adeguato ai tempi che si vivono, perché panta rei come direbbe qualcuno, tutto cambia con il passare del tempo e col mutamento dei costumi e della mentalità: così quello che andava bene 40 anni fa non va più bene oggi, e sarebbe il caso che chi di dovere ci riflettesse e prendesse in merito i dovuti provvedimenti. Oggi i giovani, benché dotati di più strumenti apprenditivi e culturali rispetto al passato, hanno una forma mentis notevolmente diversa da quella che avevamo ai tempi nostri: il dibattito politico-sociale si è molto affievolito, non ci sono più le contrapposizioni ideologiche degli anni ’70, i problemi da affrontare nella scuola e nella vita sono molto diversi da quelli di allora. Si abbia quindi il coraggio di abolire, o almeno di modificare, istituzioni ed usanze che non sono più in linea con i tempi. Una di queste è appunto l’assemblea studentesca, che oggi è diventata soprattutto un’occasione per perdere una giornata di lezione e per trattare argomenti per lo più futili come la festa studentesca, le gite (o viaggi di istruzione, come vengono chiamate per conferire loro un’aureola di serietà che non hanno affatto), l’accoglienza dei nuovi studenti e altre amenità del genere. Gli alunni se ne stanno generalmente seduti a parlottare tra loro, a ridacchiare, a giocare con lo smartphone, prestano poco orecchio a quel che viene detto dai compagni al microfono mentre il tempo passa senza che si giunga quasi mai a conclusioni concrete o si trattino argomenti veramente importanti. Così l’assemblea lascia il tempo che trova, tutti se ne tornano felici e contenti di aver perduto le lezioni o evitato il rischio di un’interrogazione. Tutto è banalizzato, l’impegno politico-sociale di un tempo non c’è più, adesso la maggior parte dei nostri ragazzi vive come in un limbo dorato fatto di oggetti materiali e di una mentalità basata sul presente e sul particolarismo individuale.
Del pari anche i consigli di classe sembrano ormai vecchi residuati bellici, uno stanco rito che viene ripetuto più per obbedire ad una stanca routine che per realizzare qualcosa di veramente proficuo per gli studenti o per le altre componenti scolastiche. I docenti esprimono le loro opinioni sulla classe in questione, quasi sempre discordanti; di progetti comuni non se ne parla, perché ognuno è legato alle proprie materie ed ai propri programmi, ed alla fine ciascuno resta delle proprie idee e continua ad utilizzare il proprio metodo didattico, senza farsi minimamente condizionare da quanto detto dai colleghi. Così tutto resta come prima. Ma l’aspetto più bizzarro di queste riunioni emerge quando si insediano i rappresentanti degli studenti e dei genitori. I primi ben raramente hanno qualcosa di concreto da dire o da proporre; anzi, i problemi didattici della classe, che dovrebbero avere la preminenza in quanto legati strettamente all’azione educativa dell’istituzione scolastica, vengono molto spesso ignorati, mentre vengono poste all’attenzione questioni di secondario rilievo, prima di tutte le gite e i viaggi di istruzione, che sembrano essere l’unico argomento che interessa veramente gli studenti. Così il consiglio di classe, anche quando sono presenti criticità che richiederebbero un’approfondita discussione, si trovano a discettare quasi soltanto delle gite, degli scambi con l’estero, della settimana bianca o altro che sia, quasi che la scuola fosse un’agenzia di viaggi o un’associazione ricreativa. I genitori rappresentanti, poi, intervengono molto poco nel dibattito con la scusa di non avere contatti con le altre componenti, e quando lo fanno insistono soprattutto sulla necessità di rendere più tollerabile la fatica dei loro poveri figli, costretti a studiare e spesso (a detta loro) a rinunciare ad attività più divertenti per colpa di professori sadici che assegnano loro troppi compiti o non accettano le interrogazioni programmate. Al di là di questa attività sindacale in difesa dei poveri ragazzi vessati dalla scuola, ben pochi sono gli argomenti che i genitori affrontano nei consigli di classe; uno tra questi, forse il più sentito, è ancora una volta quello delle gite e dei viaggi di istruzione, ch’essi esigono dalla scuola come un loro diritto; anzi, vorrebbero pure che i docenti fossero obbligati ad accompagnare i loro figli, rinunciando a dormire per varie nottate ed assumendosi una responsabilità che loro stessi non sono capaci di prendersi. Poi se durante la gita, che la maggior parte degli studenti vive come uno “sballo” e considera un’occasione di trasgressione e di rifiuto di qualunque regola, accade qualcosa di spiacevole, la colpa sarà sempre e comunque affibbiata ai professori.
Queste sono le modalità con cui si svolgono oggi queste riunioni collegiali, ossia l’assemblea studentesca ed i consigli di classe. Certo, non era questo lo spirito del legislatore nel lontano 1974 quando i Decreti delegati furono promulgati, ma è anche vero che la società di allora era molto diversa da oggi, perché la mentalità generale è cambiata, in molti aspetti, più in questi ultimi decenni che nei due o tre secoli precedenti. Ma allora, constatata la realtà di fatto che attualmente viviamo nella scuola, si abbia il coraggio di intervenire dall’alto e adeguarsi all’attualità, anche se ciò comporta il sacrificio di quelli che sembrano ad alcuni diritti acquisiti. Più che di diritti, occorrerebbe tornare a parlare di doveri, ma da questo orecchio molti sono sordi e, come si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

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Non fa scienza, / sanza lo ritenere, avere inteso

Questa splendida e ben nota citazione da Dante (Paradiso, V, 41-42) significa, interpretandola letteralmente, che comprendere o imparare qualcosa non forma la vera cultura se non si tiene poi a mente ciò che si è imparato. Mi è sembrato giusto apporla qui, all’inizio di un nuovo post che intende trattare appunto il problema della memoria, riferito in particolare ai nostri studenti. Già da tempo vado ripetendo che il maggior inconveniente che io trovo nel mio insegnamento non consiste tanto nell’apprendimento degli argomenti dei programmi che ogni giorno vado illustrando ai miei studenti quanto nella loro “sedimentazione” nella memoria degli studenti stessi. In altri termini, mi capita quasi sempre di interrogare gli alunni e trovarli preparati sulla lezione del giorno e anche sulle precedenti; ma dopo la verifica entra in gioco, nella mente dei ragazzi, quasi un processo di cancellazione dei concetti, per cui, se quegli stessi argomenti su cui hanno ottenuto buoni voti vengono loro richiesti ad un mese di distanza dall’interrogazione, non ricordano più quasi nulla. Il fenomeno è ben riscontrabile all’inizio di ogni nuovo anno scolastico: proviamo a far domande alla classe, anche in maniera generica e senza alcuna valutazione, sul programma dell’anno precedente e troveremo dei vuoti di memoria abissali tanto che viene da chiedersi quale sia l’utilità dell’insegnamento se su tutti quegli argomenti che sono stati preparati con cura, ripetuti e riferiti al docente in maniera anche soddisfacente, si stende poi il velo dell’oblio e di essi non rimane più traccia.
Questo, ripeto, è per me il problema maggiore che riscontro nel mio lavoro. Non è affatto vero, a mio giudizio, che i giovani di oggi siano meno ricettivi di quelli di un tempo; anzi, imparano più in fretta di quanto facevamo noi, anche perché attualmente i messaggi culturali provenienti dalle fonti più disparate (compresi ovviamente internet, la tv e gli altri mezzi di informazione) arrivano più numerosi e con maggior velocità. Il guaio è che in questa civiltà dell’immagine, della comunicazione “usa e getta”, della notizia istantanea e subito superata da un’altra ancor più fulminea, la mente umana si è abituata ad accogliere dati facilmente ma ad espellerli altrettanto facilmente, a fare in modo cioè – come afferma un noto detto popolare – che ciò che entra da un orecchio esca subito dall’altro.
Certamente il bombardamento mediatico e multimediale, la possibilità di reperire subito su internet qualunque informazione senza dover meditarla e memorizzarla, la presenza delle calcolatrici elettroniche che hanno sostituito il calcolo mnemonico, tutto ciò ha finito per paralizzare le facoltà della memoria, molto più sviluppate in altri periodi della storia. Nell’antica Grecia, prima di Omero, i cantori dell’epoca ricordavano a memoria migliaia di versi ed interi poemi, perché la scrittura (che pure già esisteva) era impiegata soltanto per fini pratici e non era usata a supporto della poesia; e se vogliamo parlare di tempi molto più recenti, quando io ero bambino esisteva ancora una larga percentuale di persone analfabete le quali, non potendo avvalersi della scrittura, ricordavano a memoria centinaia di numeri telefonici o altre informazioni. Oggi tutto questo è preistoria e l’uso quotidiano degli strumenti informatici e dei calcolatori ha fatto sì che la parte del cervello umano destinata al ricordo si sia per così dire atrofizzata, così come qualsiasi altro organo che cadesse in disuso fin dalla nascita dell’uomo.
E’ quindi la tecnologia moderna, ormai diventata pane quotidiano per i nostri studenti, ad aver provocato questo devastante fenomeno dell’oblio di gran parte di ciò che viene loro trasmesso dai docenti e dai libri di scuola? Io rispondo di sì, ma dico anche che questa non è l’unica causa del male, in quanto ve n’è un’altra di almeno pari importanza. Esiste nella mente umana un meccanismo di rimozione, ben descritto da Freud nel suo celebre saggio Psicopatologia della vita quotidiana, che provvede ad allontanare dal ricordo ciò che troviamo sgradevole e antipatico, mentre tendiamo a ricordare con molta più facilità ciò che ci piace e ci alletta: avviene così che ci capiti di saltare l’assunzione di un farmaco proprio perché non vorremmo assumerlo, oppure di dimenticare di fare una telefonata se questa è sgradita e deve essere fatta per necessità (ad esempio per prendere un appuntamento per un esame medico). Lo stesso accade per quanto riguarda la cultura: tanto per fare un esempio personale, io ricordo a memoria interi canti di Dante non perché li abbia letti cento volte, ma perché è tale la mia passione per questo poeta che la sua opera mi entra profondamente nella mente e non ne esce più; al contrario, se leggo una pagina di uno scribacchino di quelli che attualmente vorrebbero chiamarsi (a torto) scrittori, dopo cinque minuti non ricordo neppure una parola. Credo quindi, per tornare alla scuola, che sia questo il meccanismo di rimozione che agisce nella mente degli studenti, determinando l’oblio di ciò che hanno studiato anche un mese prima, proprio perché nella quasi totalità dei casi essi non studiano per passione o per volontà di apprendere, ma soltanto perché debbono sostenere un’interrogazione o una verifica della quale unico scopo è quello di ottenere un buon voto. Una volta raggiunto l’obiettivo immediato, tutto viene rimosso. Se invece i nostri alunni studiassero con entusiasmo, per curiosità intellettuale e non per il mero risultato numerico della verifica, sicuramente si ricorderebbero molto di più di ciò che apprendono, anche a distanza di anni, perché la memoria, a quell’età, dovrebbe essere solida come una roccia.
Cosa fare allora? Si sarebbe tentare di dare la più semplice e banale delle risposte, cioè che il docente deve saper interessare i propri studenti e far loro gradire ciò che insegna, in modo che le conoscenze vengano accolte con entusiasmo e quindi restino per sempre impresse nella mente. Facile a dirsi, ma difficilissimo a realizzarsi, perché nella società moderna la scuola è per i ragazzi soltanto una delle loro molteplici attività e soltanto una tra le varie fonti di informazione. Gli studenti trascorrono tra le mura scolastiche solo cinque ore al giorno, mentre nelle altre 19 tutto combatte contro di noi: la tv, il cellulare, il computer, la società con i suoi falsi miti ed anche – direi – un atteggiamento sbagliato di genitori e parenti vari, i quali si aspettano dallo studente non che impari l’italiano, la matematica o le scienze, ma soltanto che riporti buoni voti e che non faccia troppa fatica nello studio. Questa concezione superficiale e distorta dell’apprendimento scolastico fa sì che la cultura in sé venga svalutata, snobbata e a volte perfino schernita, e che questa sorte tocchi anche a chi questa cultura vorrebbe veramente accoglierla in sé. Se questa è l’idea che si ha dell’apprendimento, è evidente che ricordarsi dei contenuti studiati a scuola diventa del tutto secondario, quasi una roba da “sfigati” che nella vita non si faranno mai strada e non avranno mai successo.

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