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Come scegliere la facoltà universitaria

Tra pochi mesi i nostri alunni dei Licei dovranno decidere “cosa faranno da grandi”, cioè cosa intendono fare nella propria vita dopo la conclusione degli studi secondari. Ad eccezione di pochi casi, la grande maggioranza degli studenti liceali opterà per una Facoltà universitaria, più o meno coerente con l’indirizzo che hanno frequentato per cinque anni. In tutte le scuole esistono ormai dei servizi di orientamento per gli studenti, che li inducono a visitare centri universitari o ad assistere a conferenze di docenti che fanno pubblicità per la loro “parrocchia” così come facciamo noi con i ragazzi delle terze medie; ma la decisione è spesso condizionata da altri fattori, primo tra tutti la possibilità di inserirsi poi nel mondo del lavoro, trovare cioè un’occupazione che garantisca il più possibile il benessere economico.
Io non ho ancora saputo dagli alunni della mia quinta quali siano le opzioni prevalenti, ma mi immagino che il fattore economico giochi nella scelta un ruolo importante, anche perché sostenuto, in quasi tutti i casi, dalle famiglie: i genitori, in altri termini, consigliano sempre ai figli di intraprendere Facoltà considerate di maggior prestigio sociale e capaci di fornire più sbocchi lavorativi, come medicina, ingegneria, informatica, economia e via dicendo. Ben pochi tengono in considerazione quello che dovrebbe essere il criterio fondamentale alla base della scelta, cioè gli interessi personali, le qualità e le propensioni dei loro figli. Mentre una laurea in medicina è gradita a tutti i padri e le madri, perché avere in casa un figlio, una figlia o un genero “signor dottore” dà sempre lustro alla famiglia, avere un letterato o un filosofo significa avere un debito perpetuo, giacché il poveretto o la poveretta sono destinati a restare disoccupati, ed anche qualora trovassero un misero lavoro da impiegato o da insegnante avrebbero comunque uno stipendio da fame. Queste lauree sono quindi considerate una disgrazia per una famiglia. Una volta, almeno, c’era la speranza che la figlia laureata in lettere sposasse un medico o un ingegnere, e così il prestigio della famiglia ne veniva restaurato; ma oggi, quando non si sposa più quasi nessuno e le donne, giustamente, vogliono un’autonomia sociale ed economica, anche questa antica speranza è definitivamente caduta. E allora, cosa consigliare ai nostri studenti?
Intanto, prima di esprimere il mio parere in proposito, voglio accennare a quello che ho fatto io nella mia giovinezza. Quando terminai il liceo, nel lontanissimo 1973, i miei genitori erano assolutamente contrari alla mia passione per le lettere classiche, e avrebbero voluto che mi iscrivessi a giurisprudenza, per diventare avvocato come un cugino di mio padre, l’unica persona della famiglia che, prima di me, avesse frequentato una facoltà universitaria. Opponendomi con tutte le mie forze, mi iscrissi a Lettere Classiche e mi laureai brillantemente; poi, dopo qualche anno di precariato, vinsi il concorso ordinario e ottenni la cattedra di Latino e Greco nel triennio del Liceo Classico, cattedra che conservo a tutt’oggi e della quale sono sommamente orgoglioso. Ho poi continuato, durante gli anni di insegnamento a scuola, a praticare attività di ricerca nel mio settore, pubblicando saggi e libri divulgativi e scolastici, cosa che non avrei certamente potuto fare se fossi stato assorbito, magari per otto ore al giorno, in un altro lavoro. Così, senza alcun rimpianto e con estrema sincerità affermo che non mi pento affatto di questa scelta, anzi, se tornassi indietro farei la stessa cosa; e ciò perché sono fermamente convinto che la miglior gratificazione della persona, la miglior realizzazione dell’individuo consista nel seguire le proprie passioni e le proprie inclinazioni, anche a costo di guadagnare meno di altri o di tribolare un po’ di più per trovare una sistemazione. Io mi sento totalmente realizzato dalla mia professione di docente di Liceo, perché era proprio ciò che volevo fare nella vita, perché non è un lavoro meccanico né ripetitivo, perché mi consente di avere del tempo libero per dedicarmi ai miei interessi culturali e per un’infinità di altre ragioni. Ci può essere nella vita qualcosa di più bello di poter fare ciò che si è sempre desiderato? E ci può essere, di converso, un supplizio più atroce che essere costretti per tutta la vita a fare una professione che non ci piace, alla quale siamo stati costretti dall’ambizione dei nostri genitori? E l’aspetto economico è davvero così importante nella vita? Non è forse meglio guadagnare meno ma avere comunque una vita dignitosa ed esserne soddisfatti piuttosto che guadagnare molto ma essere sempre scontenti e frustrati?
Con questa convinzione, che è fermissima in me più di ogni altra, io consiglio sempre ai miei alunni di scegliere la Facoltà che più piace loro ed alla quale si sentono più inclini, perché a mio parere è meglio per la società avere un professore o un filosofo bravi piuttosto che un medico o un ingegnere mediocri. Per sostenere questa mia tesi, oltre ovviamente all’esempio personale, porto altre due argomentazioni. La prima è che la società attuale, nonostante la sbornia informatica e tecnicistica che da tempo la inquina, non ha bisogno solo di tecnici e di scienziati, ma anche di laureati in materie umanistiche, poiché saper parlare e scrivere bene, saper presentare un proprio progetto in modo razionale e convincente, saper argomentare e sostenere i propri punti di vista ed operare con spirito critico le proprie autonome scelte sono qualità ancora indispensabili, qualità che solo una cultura umanistica sa formare e trasmettere. La seconda ragione per scegliere ciò che si ama senza lasciarsi attrarre dai miraggi e dai falsi miti del guadagno e del successo è ancor più semplice, anzi semplicistica: consiste cioè nel constatare che oggigiorno nessuna Facoltà universitaria, data la situazione economica attuale, può dare la certezza di un impiego, né tanto meno di un’elevata remunerazione. Ragion per cui scegliere ciò che ci piace, senza tener conto d’altro, finisce per essere la scelta più intelligente ed anche più utile.

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Bocciare o non bocciare?

Rileggevo in questi giorni una discussione nata sul forum di “Orizzonte Scuola”, un sito molto utile a tutti gli operatori scolastici. Il dibattito prendeva le mosse da una dichiarazione rilasciata mesi fa dalla responsabile dell’istruzione del PD, l’onorevole Francesca Puglisi, la quale affermava che le bocciature costano (anche economicamente) alle famiglie e allo Stato, e che sarebbe quindi opportuno individuare altre forme di selezione scolastica. A questo presupposto di chiara origine sessantottina si sono poi aggiunti i commenti di alcuni colleghi che hanno riesumato la solita vecchia storia della bocciatura intesa come forma di punizione, che scatenerebbe una crisi di autostima nello studente ed una specie di disagio sociale per tutta la famiglia, per la quale un figlio che ripete un anno di scuola costituirebbe un vero e proprio disonore.
Da parte mia, io non ho mai pensato alla bocciatura come forma di punizione o peggio di discriminazione, ma ho sempre ritenuto ch’essa altro non fosse se non il naturale esito di un percorso scolastico insoddisfacente, dove l’alunno in questione non ha raggiunto neppure gli obiettivi minimi che il corso prescelto ed i programmi di quell’anno scolastico richiedevano. Come non si manderebbe in sala operatoria un chirurgo che non sa fare il suo mestiere, come non si affiderebbe un aereo a chi non lo sa pilotare, così non si può promuovere chi non lo merita, perché ciò provocherebbe un grave danno individuale e sociale al tempo stesso: individuale, perché chi viene promosso senza merito si illude di avere competenze e capacità che in realtà non possiede e lo si condanna, per di più, ad affrontare l’anno successivo contenuti che non è in grado di apprendere; sociale, perché mettendo sullo stesso piano i capaci e meritevoli (così denominati dalla Costituzione) e gli incapaci e i lavativi, si crea la grave ingiustizia per cui, nel mondo del lavoro, sarà avvantaggiato chi possiede aderenze e amicizie varie, perpetuando il malcostume che – spesso solo a parole – tutti condannano. La scuola sessantottina infatti, favorendo le promozioni di massa senza selezione, ha immesso nella società e nel mondo del lavoro una massa di incompetenti che hanno fatto carriera grazie al nepotismo ed alle raccomandazioni; e siccome queste aderenze le posseggono soprattutto le classi elevate, il risultato ottenuto è stato l’esatto contrario di ciò che la “rivoluzione” del ’68 si proponeva, cioè l’eguaglianza sociale.
Oggi ci sono anche altri motivi per cui nelle scuole si tende a promuovere in massa: le pressioni dei genitori, la paura di perdere classi e posti di lavoro, ecc. Ma chi fa sul serio questa professione, chi crede davvero nella funzione formativa della scuola, non può accettare questi compromessi. Se vogliamo che i nostri studenti imparino qualcosa e si formino veramente per una vita futura, dobbiamo essere selettivi; altrimenti i ragazzi, che non sono affatto sciocchi, smetteranno di dedicarsi del tutto allo studio, non appena avranno intuito che la promozione è garantita.
Ciò non significa ovviamente che la bocciatura sia un fatto sempre positivo o di per sé auspicabile; se è possibile è meglio evitarla, fornendo anzitutto agli studenti tutti gli strumenti per recuperare le loro carenze e soprattutto mostrando noi stessi amore e dedizione al nostro lavoro. Io personalmente tendo ad essere indulgente con chi mi segue e mi dimostra impegno, anche se i suoi risultati non sono del tutto soddisfacenti, mentre non ho alcuna comprensione per chi viene a scuola, come dicevano ai miei tempi, “per scaldare il banco”. E’ anche vero che esistono studenti che, pur impegnandosi a fondo, non riescono a raggiungere risultati accettabili, forse perché non adatti, per capacità o per inclinazioni, al corso di studi che hanno scelto; ma in questo caso, più che la bocciatura, sarebbe necessario un nuovo orientamento scolastico da parte della scuola. Se i docenti del primo anno di un Liceo, ad esempio, si rendono conto dopo due o tre mesi dall’inizio dell’anno scolastico che un alunno ha operato una scelta non adeguata alla sua personalità, è loro dovere chiamare i genitori e decidere insieme il passaggio ad altro corso di studi. Non vedo nulla di disdicevole o di disonorevole in questa procedura; è molto più umiliante essere promossi a forza e costretti a seguire discipline e contenuti che non si è in grado di apprendere, tirando avanti a stento, con continui insuccessi e la necessità di e dover effettuare anche lezioni private, con inutile dispendio di denaro e di energie.

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