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Scrutini oltre i limiti della decenza

Questa vignetta mette bene in evidenza la modalità farsesca con cui si svolgono gli scrutini finali nelle classi del triennio conclusivo della nostra Scuola Media Superiore (o di secondo grado); e benché sia un po’ esagerata, così come sono tutte le vignette satiriche, essa dice in sostanza la verità. Parlare di scrutini oggi significa riferirsi a riunioni allucinanti in cui viene totalmente falsata la verità circa il reale valore culturale e la reale preparazione degli studenti, le cui valutazioni conclusive sono alterate pesantemente per far risaltare la presunta qualità della scuola di provenienza, dato che ormai si è diffusa la mentalità secondo cui più i voti sono alti e più qualificata è la scuola che li ha espressi. Io la penso esattamente al contrario, ma debbo constatare che la verità è quella raccontata dalla vignetta; e nel dire ciò non mi riferisco assolutamente a nessuna scuola in particolare, perché, tranne forse alcune lodevoli eccezioni che non conosco, dappertutto lo scrutinio finale è diventato ormai uno squallido gioco al rialzo dove tutto conta tranne l’immagine reale di ciascun studente.
Bisogna dire che la causa di questo “mercato delle vacche” che sono diventati gli scrutini finali, dove i docenti fanno a gara ad aumentare voti a dismisura e ad allontanarsi dalla verità e dalla giustizia, non risiede tanto nel buonismo naturale che pur molti ancora nutrono, né nelle farneticazioni sessantottine in cui purtroppo alcuni ancora credono, quanto nella sciagurata riforma degli esami di Stato del 1999, che ha inserito il cosiddetto “sistema dei crediti”. In base ad essa ogni studente, a partire dalla terza classe (cioè il primo anno del triennio conclusivo) riceve un numero di crediti corrispondente alla media dei suoi voti; ognuno quindi rientra in una fascia ristretta (ad es. la media dei voti compresa tra 7 e 8 dà 5 o 6 crediti nei primi due anni), entro la quale il Consiglio di Classe deve scegliere il punteggio da assegnare. In quasi tutti i casi, ormai, viene attribuito il punteggio più alto della fascia (in certe scuole basta avere 7,2 per prendere 6 crediti), ma a molti dirigenti e docenti ciò non basta: è necessario far raggiungere allo studente la fascia superiore, per potergli aumentare il punteggio del credito. Avviene così che a chi ha una media superiore alla metà della fascia (supponiamo 7,7) vengono arbitrariamente e senza alcun merito aumentati alcuni voti per poter raggiungere la fascia successiva, quella tra l’8 e il 9, che dà diritto a un punteggio tra 6 e 7, per cui gli vengono attribuiti 7 punti. Cosa comporta questo sistema? Due gravi ingiustizie. La prima è quella di falsare la realtà, perché se un ragazzo aveva la media del 7,7 vuol dire che era già presentato bene dai docenti, che sicuramente non gli avevano attribuito voti inferiori a quelli che meritava, perché nessuno vuole penalizzare gratuitamente gli studenti; aumentandogli i voti dunque gli vengono attribuite conoscenze e competenze che non possiede, e questo non può che essere iniquo e diseducativo. La seconda ingiustizia è quella di mettere alla pari (o quasi) studenti molto diversi per impegno e capacità; e ciò avviene regolarmente, perché l’alunno che aveva 7,7 di media e a cui sono stati aumentati i voti per raggiungere e superare la media dell’8 si trova ad avere lo stesso credito di chi già aveva raggiunto quella media con le sue forze, ed al quale i voti non vengono aumentati perché non si trova nella parte più alta della propria fascia. In pratica chi aveva 7,7 riceve lo stesso credito di chi aveva 8,2, al quale non viene regalato nulla perché formalmente “non ne ha bisogno”. Il risultato finale è che vengono aumentati i voti in modo scandaloso agli studenti più modesti, mentre le eccellenze, proprio perché raggiungono già da sé il massimo della valutazione, restano con i loro crediti; così la differenza finale del credito tra gli alunni eccellenti e quelli scadenti si riduce a poco, certamente molto meno di quella che sarebbe la realtà. Ed anche questo è profondamente diseducativo, perché chi s’impegna e studia con serietà e dedizione si vede messo alla pari, o quasi, con compagni e compagne che hanno avuto per cinque anni un andamento didattico molto inferiore al suo.
Questo scempio della giustizia e della serietà della valutazione, oltretutto, è incentivato anche da un’altra assurdità introdotta dall’ex ministro Gelmini, quella cioè secondo cui il voto di condotta (che adesso si chiama di comportamento) entra direttamente nella media finale dello studente. Avviene così sempre più di frequente che questo voto diventi il “jolly” dello scrutinio, nel senso che può essere aumentato a dismisura per raggiungere medie e fasce più alte. Tanto chi controlla? La commissione esterna, mentre può verificare la preparazione sulle discipline curiculari e quindi mettere in evidenza (almeno parzialmente) i voti “gonfiati”, non può accertare nulla riguardo a un 10 in comportamento, una volta che i membri interni avranno rassicurato i colleghi circa l’estrema correttezza, serietà, partecipazione attiva ecc. ecc. dello studente in questione. A mio giudizio, espresso anche altre volte su questo blog, valutare il comportamento come le discipline curriculari e farlo rientrare nella media dei voti è una vera e propria idiozia, perché il rendimento scolastico di un alunno è del tutto indipendente da come egli si comporta durante le ore di lezione e le altre occasioni di vita scolastica (le gite, ad esempio), ed inoltre ogni scuola adotta criteri diversi per la valutazione della condotta, ed è quindi un elemento, questo, estremamente variabile e da giudicare separatamente dagli altri voti.
Ogni anno, purtroppo, molti di noi si ritrovano con l’amaro in bocca, dopo aver partecipato a riunioni di scrutinio che aumentano il livello di stress fino alle stelle. In considerazione della mia età, quel che posso dire è che oggi la scuola è un qualcosa di profondamente diverso da quella in cui ho sempre creduto fin da quando, giovanissimo, decisi con tanto entusiasmo di dedicarmi a questo mestiere. Oggi, al termine della carriera, di quel “sacro furore” iniziale non è rimasto nulla, e la sensazione che provano quelli come me è di aver subìto un inganno, di trovarsi in una realtà alla quale mai avevano pensato e nella quale mai avrebbero immaginato di vivere.

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Le interrogazioni: come condurle?

Un altro post sulla scuola, uno dei tanti. Qui vorrei parlare di come a mio giudizio si dovrebbero condurre le verifiche sulla preparazione degli alunni nella scuola superiore. Premetto che a mio parere la classica interrogazione nostrana, con il prof. che fa le domande e lo studente che risponde, è infinitamente migliore, dal punto di vista dell’accertamento delle conoscenze e della formazione personale, rispetto agli sterili test a crocette che usano all’estero e che purtroppo trovano tanti estimatori anche da noi: anzitutto questi test si possono copiare facilmente o affidarsi alla fortuna crocettando a caso, ma poi in tal modo lo studente non impara mai a parlare, ad esprimersi, a costruire un ragionamento autonomo che gli sarà indispensabile nella sua vita futura. Detto questo, passiamo a trattare la parte operativa dell’argomento.
In un altro post di qualche anno fa (2013) discussi sull’opportunità di programmare o meno le verifiche in accordo con gli studenti ed espressi il mio parere favorevole, perché in certi periodi dell’anno scolastico (come ad es. a chiusura di quadrimestre), se i ragazzi non sapessero quando e da chi saranno interrogati, non riuscirebbero a organizzare il loro lavoro e rischierebbero di perdere il lume della ragione di fronte alla possibilità di essere interrogati in tre o quattro materie nello stesso giorno. Quindi io mi dichiarai allora, e mi dichiaro anche adesso, favorevole al cosiddetto “volontariato” ed alla pianificazione delle verifiche, restando inteso però che lo studente verrà interrogato su tutto il programma svolto fino a quel giorno e non solo sugli ultimi argomenti. Quando espressi questa convinzione ebbi dei commenti negativi, soprattutto da parte di persone che non vivono la realtà della scuola e hanno in mente la figura dello studente ideale, non quella reale che vediamo tutti i giorni. Lasciamo comunque perdere questo argomento e veniamo a parlare di come svolgere, nella pratica, un’interrogazione. Ovviamente anche adesso io esporrò il mio metodo e le mie convinzioni, senza pretendere di insegnare o di imporre nulla a nessuno; chi troverà utili questi consigli li potrà seguire, se vorrà, gli altri potranno controbattere e magari comunicarmi le loro ragioni inviando un commento a questo articolo, dato che me ne arrivano molti meno di quanti ne gradirei.
Vanno assolutamente evitate, secondo me, due abitudini ancora abbastanza diffuse, quella cioè di interrogare l’alunno facendolo restare seduto al suo banco e quella di verificare più alunni insieme (le cosiddette interrogazioni di gruppo, tanto di moda negli anni ’70 dello scorso secolo): nel primo caso, infatti, i suggerimenti da parte dei compagni vicini sono molto facili da comunicare e quindi le risposte possono non essere autentiche; nel secondo invece, quando si sentono più studenti contemporaneamente, è difficile stabilire poi, in sede di valutazione, chi ha risposto meglio e chi peggio, chi era più preparato e chi meno, perché si rischia di attribuire a Tizio ciò che ha detto Caio e viceversa.
La prova di verifica, a mio giudizio, deve essere sempre individuale. L’alunno va interrogato alla cattedra facendolo accomodare sulla sedia che si è portato dal suo banco, giacché lo stare in piedi è scomodo e non aiuta a creare un clima sereno. I compagni vanno tenuti a debita distanza e avvertiti che eventuali suggerimenti saranno interpretati come risposte non date e potranno comportare provvedimenti a loro carico. Le domande debbono essere espresse in modo chiaro, con volto sereno, senza che il docente mostri fastidio o addirittura disappunto di fronte ad esitazioni o a risposte non pertinenti. La prima cosa da fare è mettere lo studente a proprio agio e non farlo sentire come se fosse davanti ad un ufficiale dei carabinieri o di polizia; la verifica deve essere un colloquio, uno scambio di idee e non deve crearsi tensione o peggio terrore di fronte alla prova da sostenere. Se l’alunno si emoziona, cosa che succede spesso, il docente deve cercare di fargli animo e magari modulare il tono della voce e porre la domanda con altri termini, perché in caso contrario l’ansia può aumentare e provocare addirittura un blocco psicologico con conseguente “scena muta”. Se l’alunno non risponde alle domande e si mostra impacciato non sempre ciò dipende dalla mancanza di studio e di impegno; qualche volta è l’emotività che lo blocca, pur dovendosi ricordare che questo può essere anche un espediente che studenti e genitori usano per giustificare una prova andata male. Sta al buon docente accorgersi se veramente il ragazzo o la ragazza sono in difficoltà emotive oppure fingono di emozionarsi perché non hanno studiato.
Ho già detto che le domande vanno poste in modo chiaro e magari ripetute con termini diversi se non comprese alla prima, senza spazientirsi o formulare ingiuste accuse. Mentre lo studente parla occorre seguirlo e cercare di interpretare quel che vuol dire, anche se non si esprime nei termini più adatti. Non è opportuno interromperlo continuamente, perché ciò lo disorienta e gli fa perdere, come si dice, il bandolo della matassa; è invece opportuno lasciarlo parlare, fermandolo solo se si sta insabbiando da solo (cosa che succede spesso) o se sta dicendo fischi per fiaschi, correggendolo opportunamente e rimettendolo sulla giusta via. Cenni di assenso in caso di risposta positiva rinfrancano l’alunno e lo fanno sentire a suo agio; in caso invece di andamento non brillante, è opportuno certamente correggere gli errori, ma non nel modo in cui Quintiliano parla di certi maestri, i quali, a suo dire “rimproverano con astio, come se odiassero”. Anche in caso di esito negativo della verifica, dunque, è assolutamente necessario non usare rimproveri aspri, né commentare sfavorevolmente l’accaduto, perché questo danneggia l’autostima dei ragazzi e rischia di peggiorare ulteriormente la situazione. Basterà il voto non buono a responsabilizzare l’alunno e fargli comprendere che avrebbe dovuto studiare di più e meglio: inutile infierire o mostrarsi disgustati, perché ciò non aiuta nessuno a far progressi.
Il voto va attribuito con assoluto senso di giustizia, senza privilegiare né penalizzare nessuno, e soprattutto senza prevenzioni: non è detto che l’alunno Caio, abitualmente brillante, debba sempre prendere voti alti: se non va bene, un otto può benissimo scendere ad un quattro; ma per la stessa ragione non è detto che l’alunno Tizio, abitualmente mediocre, non possa migliorare e passare da un quattro ad un otto, ad esempio. La prevenzione che certi docenti hanno, buona o cattiva che sia per i propri allievi, è sempre sbagliata. In ogni caso un voto negativo non va mai, e dico mai, presentato all’alunno come un fallimento personale: quella è una mera valutazione di una singola prova, che può cambiare benissimo e migliorare, non è un giudizio sulla persona. Nulla è peggiore infatti dell’abbattimento e della perdita di autostima, che nell’età adolescenziale può essere deleteria e rovinare la vita anche sotto altri aspetti.
Io ho sempre cercato di regolarmi in base ai principi qui esposti e ho sempre messo nel mio lavoro tutta la buona volontà, nell’arco dei quasi 40 anni del mio insegnamento liceale. Ciò ovviamente non vuol dire che non abbia mai sbagliato o che non possa sbagliare ancora; ma  sono convinto che l’importante, nella docenza come in tutte le altre attività umane, sia cercare di fare del proprio meglio e lasciarsi guidare da criteri di onestà e di giustizia. Quando si è tranquilli con la propria coscienza la vita è certamente migliore; saranno poi gli altri a giudicarci, possibilmente con pari equanimità.

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Bilancio dell’anno scolastico trascorso

Con la conclusione dell’esame di Stato, con il quale i miei studenti sono stati tutti felicemente promossi, è terminata l’attività didattica di quest’ultimo anno scolastico 2015/16 e sono iniziate anche per noi le vacanze. Detto per inciso che queste vacanze non sono così lunghe come l’opinione pubblica mostra di credere, poiché a fine agosto saremo di nuovo a scuola per le prove di recupero dei debiti formativi, è tempo di fare un bilancio dell’anno scolastico trascorso, che non è stato esattamente uguale ai precedenti; vi sono state infatti novità di tipo legislativo che riguardano la scuola nel suo insieme, ma anche una percezione diversa del mio lavoro dal punto di vista personale.
Per quanto concerne il primo aspetto, vi sono stati elementi nuovi legati alla legge cosiddetta della “Buona scuola”, che non mi hanno particolarmente entusiasmato, anzi mi hanno in gran parte deluso. In primo luogo ho notato che è stato immesso in ruolo un gran numero di docenti, alcuni dei quali senza un effettivo accertamento delle proprie capacità culturali e didattiche. Tutti sostengono di aver “vinto un concorso”, ma molto spesso si è trattato di stabilizzazione di rapporti lavorativi precedenti prestati con abilitazioni conseguite in modo vario e non sempre rigoroso; è vero che questo è sempre successo, in quanto i docenti vincitori di concorso ordinario a cattedre saranno al massimo il venti per cento del personale in servizio, ma stavolta la sanatoria mi è sembrata veramente enorme, anche perché avvenuta in seguito a uno dei soliti diktat dell’Europa di cui noi italiani siamo sudditi più che protagonisti. Ma ciò che è più bizzarro è che questa sanatoria non si è limitata a coprire i posti vacanti, ma sono stati immessi in ruolo addirittura circa 50.000 docenti in più rispetto agli organici, quelli che sono andati a formare il cosiddetto “potenziamento”: in base a ciò ogni scuola ha avuto un certo numero di insegnanti in più rispetto al necessario, che sono stati impiegati per lo più in supplenze e corsi di recupero, ma che in realtà hanno passato molto tempo a girovagare per i corridoi o a giocare col cellulare in sala docenti mentre noi, professori di ruolo con sede assegnata in precedenza, abbiamo dovuto continuare a fare le nostre 18 ore, con relativo impegno pomeridiano nella correzione dei compiti, nell’aggiornamento ecc. A me questa situazione è parsa un po’ bizzarra, soprattutto il fatto che, con la crisi economica e il debito pubblico che ci ritroviamo, siano stati pagati così tanti stipendi in più del dovuto. Francamente mi è sembrato uno spreco di denaro pubblico; ma può darsi che mi sbagli e che questa impressione derivi dal mio noto conservatorismo.
A questa bella novità se ne sono aggiunte altre, come la famigerata alternanza scuola-lavoro, che quest’anno ha coinvolto le classi terze ma che è destinata, entro due anni, a toccare tutte le classi del triennio conclusivo degli studi. Non so per quanto dovrò sopportare questa situazione perché sono vicino alla pensione; ma la cosa in sé mi è sembrata un assurdo per i Licei, che forniscono una formazione culturale rivolta all’astrazione ed al pensiero autonomo che ben poco ha a che vedere con le aziende ed il lavoro manuale. Più che altro questo provvedimento mi sembra un’ulteriore concessione del governo a quella mentalità aziendalistica ed economicistica che purtroppo da tempo coinvolge anche il nostro sistema educativo. Secondo questa mentalità bisogna studiare solo ciò che “serve” nella pratica quotidiana, e questo è quanto di più assurdo ed alieno possa esservi dall’impostazione culturale su cui si sono basati per decenni i Licei, specie il Classico e lo Scientifico. Ma anche questa mia contrarietà può spiegarsi con il mio conservatorismo e con la mia età: si sa, dopo i sessant’anni non si può più andare al passo coi tempi e soprattutto con il pensiero delle nuove generazioni che ci stanno governando o aspirano a governarci.
Queste novità legislative sono quelle che più mi hanno colpito e reso perplesso di quest’ultimo anno scolastico; ma qualcosa è cambiato anche dal punto di vista mio personale, all’interno della mia scuola e delle altre del territorio che ben conosco. Ho avuto l’impressione che quel che oggi più conta nell’attività del docente non sia più la sua preparazione, la sua efficacia didattica, i principi morali e civili che riesce a trasmettere ai suoi alunni, bensì la capacità di assumersi incarichi al di fuori del lavoro in classe, la volontà di organizzare eventi e progetti che giovino all’immagine esterna dell’istituto, la tendenza a creare con gli studenti un rapporto “tranquillo” che non provochi tensioni o problemi con le famiglie e che alla fine lasci tutti contenti. Un po’ è sempre stato così, il professore molto esigente che dà anche voti bassi quando è necessario viene osteggiato, mentre quello che fa l’amico dei ragazzi e li gratifica con buoni voti è sempre risultato più simpatico; ma adesso mi sembra che questo andazzo sia andato rafforzandosi e che si stia diffondendo l’abitudine di attirarsi la simpatia di alunni e famiglie con atteggiamenti compiacenti, amichevoli, a volte anche adulatori, che francamente non mi sembrano confacenti ad una visione seria ed efficace del rapporto educativo. Io probabilmente sbaglio nel senso opposto perché ho ritenuto ed ancora ritengo che il bravo docente sia colui (o colei) che insegna con competenza le sue materie e non concede troppa confidenza agli alunni, non crea un rapporto di “complicità” che all’inizio sembra piacevole ma che poi risulta deleterio per la formazione dei ragazzi e la loro futura capacità di affrontare i problemi della vita. Chi ha sempre la strada spianata non riuscirà ad affrontare la prima difficoltà che gli si porrà davanti. Io la penso così, ma forse anche questo va attribuito al mio conservatorismo ed alla mia età ormai non più verde; oltretutto mi sto accorgendo che noi docenti “anziani” stiamo andando incontro alla “rottamazione”, ad essere soppiantati dai colleghi più giovani, la generazione per intenderci dai 35 ai 50 anni, dotati di uno slancio vitale e di un entusiasmo ben maggiori dei nostri, legati come siamo ad una visione della scuola ormai inveterata. E’ il nuovo che avanza, nel bene e nel male.
Detto questo, mi propongo per tutta l’estate di non parlare più di scuola, perché le vacanze debbono essere anche mentali, nel senso che occorre liberarsi per un po’ dai problemi quotidiani del nostro lavoro che ci affliggono per dieci mesi e più all’anno. In questo periodo, almeno fino a settembre, parlerò d’altro: questioni sociali e politiche, recensioni di libri o altri argomenti culturali, fatti di cronaca. Con la scuola voglio chiudere, almeno per qualche settimana, anche perché il blog non è stato creato a senso unico ma per tutto ciò che mi può interessare o in cui sento di avere qualcosa da dire.

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Osservazioni sul bullismo

Si fa un gran parlare, in questi ultimi tempi, del problema del bullismo a scuola ed altrove, con grande interesse dei mezzi di informazione di massa, i quali reclutano a tale scopo pedagogisti, psicologi, sociologi ecc. Il fenomeno è ben noto a ciascuno, perché molti di noi, da studenti o da militari, hanno dovuto subire prese in giro, esclusioni da certi gruppi e persino angherie più o meno gravi da parte dei compagni di scuola o dei cosiddetti “nonni” nelle caserme, cioè i commilitoni più anziani per servizio. Quando io ho svolto il servizio militare di leva (che ai miei tempi era obbligatorio) in aeronautica, le nuove reclute erano chiamate “missili” e molto spesso subivano dei soprusi che comunque, almeno nel mio caso, non erano particolarmente gravi ma erano più che altro scherzi compiuti in amicizia. E’ comunque chiaro che il fenomeno del bullismo è venuto alla ribalta adesso perché ne parla molto la televisione e perché il ministero tenta di affrontarlo con appositi provvedimenti, ma in realtà è sempre esistito. Limitandoci all’ambiente scolastico debbo dire che ai tempi miei il fenomeno era ancor più grave e marcato di adesso. Chiunque fosse per qualunque motivo diverso dagli altri veniva colpito dagli scherzi e dalle derisioni dei compagni: bastava che un ragazzo avesse gli occhiali ed era subito “quattrocchi”; se era un po’ grassoccio gli epiteti si sprecavano e qualcuno, come avvenne ad un ragazzo della mia classe delle medie, veniva definito simpaticamente, con un’elegante espressione francese “beaucoup de viande”; se era magro, era chiamato “stecco”, se alto “giraffa” e così via. Anche la violenza fisica non mancava, anzi ce n’era molta più di oggi. Quante volte, specialmente quando frequentavo la scuola media, ho sentito dire la frase “t’aspetto fuori”, ed altrettante ho assistito a veri e propri incontri di pugilato all’uscita dalla scuola! Casi di ragazzini deboli angariati e anche picchiati dai più grandi ce n’erano a iosa anche quaranta o cinquanta anni fa, solo che nessuno ne parlava, e neanche i genitori si preoccupavano di intervenire a difesa del loro figlio perseguitato. Questo stato di cose era considerato normale e ciascuno doveva abituarsi a difendersi da solo; altrimenti, se aveva paura o non reagiva, era considerato un vigliacco, un “mezzo uomo” per non dire peggio. L’ambiente studentesco era violento e caratterizzato da una specie di selezione naturale alla Darwin, dove solo i più forti sopravvivevano incolumi. Il problema era ancor più grave di oggi, soltanto che non faceva notizia. Tutto qui.
Con ciò non voglio sottovalutare il problema del bullismo attuale, che è comunque un fatto grave anche perché presenta due notevoli differenze con quello dei decenni passati. La prima è che attualmente è venuto alla luce anche il bullismo al femminile, di cui prima non si aveva quasi percezione; oggi le ragazze, che spesso nelle scuole sono più dominatrici e più determinate dei maschi, hanno preso dall’altro sesso tutti i peggiori difetti, e così avviene non di rado che alcune di loro si coalizzino per perseguitare una compagna che appare diversa o perché più debole o addirittura perché ritenuta più bella delle altre, e contro di lei scatta quindi la gelosia e l’invidia del gruppo. Il bullismo al femminile è più subdolo di quello maschile, perché raramente ricorre alla violenza fisica ma si manifesta per lo più nell’isolamento e nella ridicolizzazione della vittima, tanto da provocarle complessi di inferiorità e disagi esistenziali anche gravi.
La seconda novità del bullismo attuale è che fa uso dei nuovi strumenti comunicativi come i social network, tanto da trasformarsi in “cyberbullismo”, come si è soliti definirlo con questo brutto neologismo. Le conseguenze di questo fenomeno moderno sono più gravi di quelle che si avevano in passato, perché i bulli attuali sono soliti trasferire sulla rete immagini, video o anche semplici commenti che vengono visti e conosciuti da un numero ben maggiore di persone rispetto a prima, con il risultato di ingigantire il senso di disagio e di vergogna che la vittima prova. A volte, addirittura, vengono perpetrati persino ignobili ricatti, nel senso che la vittima viene minacciata, se non soggiace a compiere determinati atti, di veder rendere pubblica qualche sua immagine (o video) di cui può vergognarsi e che magari gli è stata strappata contro la sua volontà. Se prima si veniva messi alla berlina di fronte a pochi compagni, adesso centinaia o migliaia di persone possono assistere a questa gogna mediatica, e ciò aumenta a dismisura il senso di disagio, di fallimento, di disistima personale che prova chi è colpito da questi eventi, tanto che in certi casi si è arrivati persino al suicidio da parte di ragazzi o ragazze colpiti da questo tipo di bullismo. E’ chiaro quindi che da parte delle autorità dovrebbero essere presi provvedimenti severi e fortemente punitivi contro i criminali (perché tali sono) che compiono questi atti, e sarebbe anche giunto il momento, a mio parere, che le pagine dei social network fossero controllate e non fosse permesso a chiunque di scrivere e pubblicare ciò che vuole, perché questo malinteso senso della libertà induce a danneggiare gravemente l’autostima e la personalità di alcuni individui, che possono pagarne per tutta la vita le conseguenze. Sarebbe l’ora di limitare la libertà assoluta che sussiste su internet, dove ognuno dice e pubblica ciò che vuole. Questa non è libertà, è anarchia della peggiore specie.
L’intervento coercitivo e punitivo, che dovrebbe arrivare senza timori alla perdita dell’anno scolastico per chi compie questi atti all’interno della scuola, mi pare l’unica valida risposta a questi comportamenti; soltanto che poi arrivano i genitori a difesa dei figli, fanno ricorso e magari lo vincono perché il garantismo che domina in Italia rende praticamente impossibile l’azione educativa che, se vuol essere efficace, deve necessariamente passare anche attraverso le punizioni. In alternativa c’è l’indifferenza, che cioè il perseguitato (ovviamente se la violenza non è di tipo fisico) non dia alcuna importanza a ciò che viene detto o scritto su di lui finché i persecutori non si stancano. E’ quello che dicevano a noi i nostri genitori: “Se ti prendono in giro fai finta di nulla e ridici anche tu, perché se te la prendi dai loro soddisfazione e non la smettono mai.” Ma  se questo ragionamento poteva valere ai nostri tempi, non oggi, quando i giovani sono molto più sensibili e fragili emotivamente di quanto non eravamo noi. Oggi c’è il rischio che certe ferite non si rimarginino più e che i danni provocati all’autostima personale diventino permanenti, proprio perché viviamo in una società dove l’apparire conta più dell’essere, dove l’immagine esterna supera spesso i sentimenti ed i valori interiori della persona.

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La scuola come optional

Quando io ero studente, purtroppo moltissimi anni fa, i miei genitori mi dicevano che la scuola “era il mio lavoro”, e perciò in esso dovevo impegnarmi al massimo, senza discussioni; e tra i doveri che io ed i miei compagni avevamo, oltre ovviamente a quello dello studio vi era anche quello di rispettare puntualmente, ogni giorno, la frequenza scolastica, essendo le assenze ammesse soltanto in caso di malattia reale ed accertata. Non che questa prescrizione fosse osservata da tutti, perché anche allora c’era chi marinava la scuola; ma questa era comunque considerata una grave trasgressione, e chi la faceva agiva a suo rischio e pericolo, falsificando per lo più la firma dei genitori sulla giustificazione, e se veniva scoperto erano grossi guai. Io personalmente non ho mai saltato le lezioni, ed avrò fatto sì e no dieci assenze in cinque anni di liceo, e soltanto se la febbre mi era salita ad almeno 38, altrimenti andavo lo stesso. Mi ricordo che una mattina (era il mercoledì delle ceneri, il giorno dopo l’ultimo di carnevale) mia madre, reduce dal “veglione” a teatro (così allora si chiamava) assieme a mio padre, non si svegliò al mattino e quuindi omise di svegliare anche me;  ed io allora, disperato perché avrei perduto il pullman e la mattinata scolastica, costrinsi mio padre, assonnato anche lui e imprecante, ad accompagnarmi con l’auto per più di venti chilometri, quanto distava la scuola da casa mia.
Che il sentire comune di oggi sia molto diverso da quello di allora è cosa pacifica; ma non avrei creduto, quando cominciai ad insegnare, che la mentalità che c’era allora sarebbe mutata sino a diventarne l’esatto contrario. Io insegno in un Liceo Classico, una scuola dove i ragazzi vengono già con l’intenzione di applicarsi e di ottemperare seriamente ai loro impegni, almeno nella maggior parte dei casi; eppure la frequenza a scuola, per alcuni, sembra diventata un optional, nel senso che il numero delle assenze è di molto cresciuto rispetto a qualche decennio fa. Adesso vi è una casistica molto vasta di motivi atti a procurare assenze degli studenti: leggeri problemi di salute (basta un raffreddore o un po’ di tosse), esami della patente di guida (che quei cafoni delle scuole-guida fissano sempre al mattino, infischiandosene del fatto che i ragazzi debbono andare a scuola), la preparazione di feste o altri eventi, dover accompagnare amici o parenti, mancato funzionamento della sveglia, viaggi con la famiglia e via dicendo. A proposito di quest’ultima motivazione, è interessante osservare come sia cambiata profondamente la mentalità non solo dei giovani, ma anche dei loro genitori: un tempo nessuno si sognava di fare viaggi o settimane bianche in periodo scolastico, perché l’importanza della scuola nella vita di un giovane era tale da non autorizzare interruzioni della frequenza per siffatti motivi; adesso invece le famiglie organizzano viaggi e vacanze sulla neve e si portano dietro i figli senza interessarsi minimamente del fatto ch’essi perdono una settimana o più di lezione. Ciò non può che significare una sola cosa: che l’istruzione e la cultura hanno perduto inevitabilmente quell’importanza e quella considerazione che potevano vantare in passato, e che oggi quel che conta è la vacanza e lo svago, mentre la scuola deve limitarsi a fornire il “pezzo di carta” ottenuto a qualsiasi prezzo, e possibilmente con buoni voti per poter far fare ai genitori bella figura con i parenti e gli amici. La superficialità di questo nostro tempo si vede anche da questo, dal fatto cioè che la forma supera largamente la sostanza.
Occorre riconoscere che, tra i vari ministri che si sono succeduti negli ultimi anni, soltanto la Gelmini ha tentato di porre un freno a questo vergognoso fenomeno delle assenze degli studenti, che spesso, in alcuni istituti, raggiungono livelli incompatibili con l’obbligo di frequenza da sempre esistente nella scuola, anche perché ai motivi prima addotti vanno aggiunte anche le assenze cosiddette “strategiche”, quelle che si verificano per evitare interrogazioni o particolari impegni. Così qualche anno fa fu emanata una norma per cui, se uno studente superava il limite del 25% di assenze (circa 50 in un anno scolastico) veniva bocciato o non ammesso all’esame di Stato. Questa norma, sacrosanta secondo me, è stata però subito aggirata con il sistema tipicamente italiano del “fatta la legge, trovato l’inganno”; se infatti lo studente adduce certificati medici (veri o fasulli) che giustificano le sue assenze, la norma non vale più. Così i soliti furbetti, con l’aiuto di medici disonesti, riescono a farla franca anche con un numero di assenze ben superiore al limite prefissato; ed anch’io, come presidente di commissione, mi sono trovato una volta a dover esaminare (e promuovere) uno di questi vagabondi che aveva collezionato più di 60 assenze, ed oltretutto era perfettamente in salute.
Purtroppo così vanno le cose, e nulla mi toglie dalla testa che tutto ciò avviene perché della scuola, attualmente, importa poco a tutti, a cominciare dai ministri e dai politici vari, di tutti gli schieramenti. Ci sarebbe poi da dire che anche alcuni docenti forniscono ai loro alunni un esempio non proprio encomiabile, visto che spesso si danno malati o prendono permessi per motivi futili o se ne vanno in vacanza durante il periodo scolastico prendendo ferie e facendosi sostituire dai colleghi, cosa che il sottoscritto non ha mai fatto pur avendone lo stesso diritto degli altri. Dipende da come tutti noi, docenti e studenti, intendiamo il nostro lavoro: per alcuni è un dovere, per altri è un optional.

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La scuola e l’attualità

I recenti tragici eventi di Parigi hanno toccato il cuore e la coscienza di tutti noi, ed anche nelle scuole l’argomento è stato più o meno affrontato, nelle sale insegnanti, nelle assemblee studentesche ed anche nelle classi, tra docenti e studenti. Con l’occasione si è di nuovo affacciata una critica che da più parti viene mossa, ormai da decenni, alle nostre istituzioni scolastiche, l’accusa cioè di non trattare se non sporadicamente i problemi di attualità come il terrorismo internazionale, i problemi relativi all’immigrazione ed all’integrazione, le vicende di politica nazionale e internazionale, e chi ne ha più ne metta. E’ questo un ritornello che si trascina da decenni e che ebbe inizio nei “mitici” anni ’70, dopo la rivoluzione sessantottina; già allora si accusava la scuola (e soprattutto i licei) di essere vecchia, di essere scollegata dalla realtà effettiva e dalla società in cui viviamo, di non educare abbastanza i giovani alla loro futura vita di cittadini. La soluzione, secondo certi intellettuali del tempo, sarebbe stata quella di sostituire una parte delle normali lezioni quotidiane con discussioni di politica, con trattazione di problemi sociali e afferenti alla contemporaneità.
In quei decenni – e parlo soprattutto degli anni ’70 e ’80 – questa esigenza sentita da molti fu effettivamente applicata, ma i risultati non furono certo positivi: ad una banalizzazione degli studi, inevitabile con questi presupposti, si aggiunse anche una funesta azione di propaganda da parte di molti docenti che, invece di insegnare le loro materie ed avere a cura la preparazione dei loro alunni, facevano apertamente politica in classe e cercavano in ogni modo di indottrinare gli studenti alla loro ideologia. Ricordo io stesso di aver avuto professori di opposte tendenze durante i miei anni di liceo e di esser passato, nella stessa mattinata scolastica, da un docente che leggeva in classe pubblicamente un quotidiano di estrema destra ad un altro docente che veniva a scuola con “Lotta continua” sotto il braccio, ci chiamava “compagni” e ci imponeva imperiosamente di chiamarlo per nome e di dargli del tu. Questo tendenzioso e deleterio atteggiamento, grazie a Dio, oggi si è molto attenuato, ma il pericolo dell’indottrinamento esiste ancora, e si nasconde proprio in quella richiesta di parlare a scuola dell’attualità e di ciò che accade in Italia e nel mondo. Se veramente dovessimo dar seguito a questa richiesta, non potremmo fare a meno, noi insegnanti, di lasciar trasparire le nostre convinzioni politiche; e gli alunni, che vedono nel loro professore una voce autorevole e spesso un modello di vita, ne rimarrebbero inevitabilmente condizionati. Ecco quindi il motivo principale per cui io evito sempre di affrontare certi argomenti, perché ritengo che il mio compito istituzionale sia quello di trasmettere la cultura e fornire ai miei alunni conoscenze e competenze che servano a formare la loro personalità, in modo neutro e trasparente. Saranno essi stessi poi che, attraverso il metodo di studio e le conoscenze che avranno acquisito, giungeranno ad un pensiero autonomo ed alla capacità di operare liberamente le proprie scelte, anche quelle di carattere ideologico.
Proprio questa mattina, facendo seguito a quanto detto nell’assemblea studentesca, ho avvertito i miei studenti del mio rifiuto di affrontare argomenti della cosiddetta “attualità”, un concetto che poi andrebbe meglio precisato, visto che quel che succede oggi ha le sue radici nel passato e che quindi, studiando questo passato, si riesce a comprendere meglio anche la contemporaneità. Io ho sempre pensato – e lo dico anche se so che molti non sono d’accordo – che il compito della scuola non sia quello di condizionare gli studenti o suscitare dibattiti ideologici per i quali sono molto più adatte altre sedi (partiti politici, circoli culturali, forum e dibattiti su internet ecc.). L’informazione sull’attualità ci viene fornita in larga ed anche eccessiva misura dal bombardamento mediatico di tv, giornali ed internet; gli studenti possono quindi ricavare tutte le notizie su questi argomenti dalle fonti suddette, senza che sia il professore a doverne parlare a scuola. Se poi alcuni di essi desiderano partecipare a dibattiti ed esprimere le loro idee, non mancheranno di trovare le sedi adatte al di fuori dell’ambiente scolastico, la cui funzione è quella di trasmettere una serie di conoscenze e di competenze afferenti alle varie discipline, sulla base delle quali lo studente potrà poi riflettere e formare la sua personalità. Ciò non significa peraltro che l’attualità debba restare del tutto fuori dalla scuola: ad essa possono essere dedicate, ad esempio, le assemblee scolastiche, spesso richieste per questioni di poco e nessun valore, se non addirittura per perdere una giornata di lezione; all’attualità medesima si può alludere ogni volta che i programmi scolastici offrano l’appiglio per operare confronti tra il passato ed il presente, oppure può essere inserita nello svolgimento del tema di italiano, che su varie tracce proposte ne contiene generalmente una riferita ai problemi politici e sociali della contemporaneità. Ma dedicare tempi specifici a parlare dell’Isis, dell’immigrazione o della politica del governo Renzi non mi pare proprio opportuno, sia per le ragioni dette prima che per la cronica mancanza di tempo che non permette quasi mai di concludere i programmi previsti a inizio di anno scolastico. Di tempo scuola ne va in fumo già una buona parte per assemblee, conferenze, viaggi di istruzione, attività sportive e quant’altro; non mi pare opportuno quindi perdere altre ore di lezione in discussioni che gioverebbero poco e che nella maggior parte dei casi lascerebbero il tempo che trovano,  anzi provocherebbero dissapori, rivalità e l’accusa per i professori di voler indottrinare gli alunni. Purtroppo questo è successo molto spesso in periodi passati, ma si è trattato di un errore che è meglio non ripetere: è molto meglio, a mio avviso, lasciare alle coscienze individuali la libertà di formarsi in modo autonomo.

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Il primo giorno di scuola (per i professori)

Ecco, ci risiamo! Per la trentacinquesima volta (se non vado errato) mi trovo ad iniziare un nuovo anno scolastico, che per me purtroppo sarà uno degli ultimi, dato che tra non molto, mio malgrado, dovrò lasciare il lavoro e ritirarmi in pensione. Comunque, finché quel tragico evento non accadrà, io continuo a provare una strana emozione ogni volta che inizia un nuovo anno, un entusiasmo che sempre si rinnova, e mi accingo a svolgere il mio compito con l’attesa di conoscere una nuova classe e con una serie di progetti e di buoni propositi per la didattica che non so se potrò poi effettivamente realizzare.
Quando ricominciano le lezioni, tuttavia, non tutti hanno la medesima disposizione d’animo: alcuni di noi sembrano animati da un forte vigore intellettuale, sono forse più emozionati dei loro studenti al momento di riprendere un’attività dalla quale si sentono realizzati, mentre altri – al contrario – sembrano soffrire della cosiddetta “sindrome da rientro”, un’espressione che di solito viene riferita al momento in cui le persone, tornando dalle ferie, ricominciano la routine quotidiana ed il loro consueto lavoro. In sala insegnanti si vedono a volte facce scure e annoiate, di colleghi che avrebbero volentieri gradito un prolungamento delle già lunghe vacanze estive, e che obiettivamente faticano a rimettersi in moto, come automobili che siano rimaste ferme in garage per molti anni. Poi, dopo aver rotto il ghiaccio, riacquistano il consueto ritmo lavorativo, ma all’inizio sembrano un po’… arrugginiti, proprio come gli studenti che per tre mesi di chiusura delle scuole non hanno fatto nulla e quindi stentano a riprendere il ritmo dello studio. In fondo anche gli insegnanti sono persone come le altre, e non tutti hanno lo stesso modo di porsi di fronte alla loro professione. E pensare che da quest’anno dovremmo essere valutati singolarmente, una novità prevista dalla riforma cosiddetta della “Buona Scuola” su cui mi riprometto di ritornare più di una volta su questo blog.
Comunque, a parte le disposizioni d’animo individuali, ci sono obiettive difficoltà da superare il primo giorno di scuola, per noi docenti. La prima è che a volte ci ritroviamo – bontà di chi compila l’orario – ad avere due ore di lezione in una classe che già conosciamo dagli anni precedenti; e siccome gli studenti, com’è noto, il primo giorno portano a scuola soltanto il diario e una penna (quando va bene) non sappiamo come passare queste due ore. Stare senza far nulla non si può, ma non si può neanche cominciare così, ex abrupto, il nuovo programma, anche perché i ragazzi, dopo tutta un’estate di torpore e tutti presi a raccontarsi come hanno passato le vacanze, non ti ascolterebbero. Riusciamo a cavarcela, allora, parlando del programma da svolgere quest’anno, delle novità della riforma, dell’esame di Stato per le classi quinte, o al massimo facciamo un ripasso del programma dell’anno precedente, durante il quale il docente tenta di coinvolgere i ragazzi e farli parlare sui vari argomenti, ma molto spesso si ritrova ad arringare da solo una folla poco attenta e con il pensiero ancora rivolto al mare o alla discoteca. L’importante, comunque, è che trascorrano quelle due ore, e bene o male, con fatica, arriviamo al traguardo. Poi c’è un altro problema: che a forza di parlare per quattro ore il primo giorno di scuola, dato che i ragazzi partecipano poco o nulla come si è detto, la voce comincia ad affievolirsi e la gola a bruciare; ed è certo che questa non è una sensazione piacevole, che tutti gli anni immancabilmente si manifesta all’inizio delle lezioni proprio perché anche noi non siamo più abituati a sforzare in questo modo le corde vocali.
Un’altra cosa che i docenti fanno il primo giorno di scuola è controllare il proprio orario per i giorni o la settimana seguenti, storcendo spesso la bocca quando si accorgono che debbono fare qualche ora in più rispetto ad altri colleghi; ed è questa un’operazione che ripetono anche quando verrà loro comunicato quello definitivo, atteso da tutti con apprensione e a volte con terrore. Io, a sconto dei miei peccati, ho avuto per molti anni l’incarico di compilare l’orario delle lezioni nel mio Liceo, e soltanto quest’anno, con molto gaudio, me ne sono finalmente liberato; si tratta infatti di un compito sommamente ingrato, che viene descritto con grande efficacia anche nel libro di Domenico Starnone Ex cattedra, che ho piacevolmente letto anni fa. All’inizio, quando ancora l’orario non è stato compilato, i colleghi si rivolgono allo sventurato che ha questo incarico con affabilità e gentilezza, chiedendo per favore e “se possibile” (sic!) di avere magari il sabato libero, o di non entrare alla prima ora o altre richieste di questo genere; per di più, tutti riconoscono che questo incarico è molto difficile a causa degli incastri che si debbono compiere per sistemare i docenti che insegnano anche in altre scuole, per le esigenze didattiche ecc. All’inizio, quindi, vi è gran cortesia e comprensione nei confronti di chi compila l’orario; ma quando poi viene reso noto e qualcuno si accorge che i suoi “desiderata” non hanno potuto trovare accoglimento per l’oggettiva impossibilità di accontentare le richieste di tutti, allora scoppiano le proteste, i malumori, i vittimismi, le basse insinuazioni secondo cui ci sarebbero dei colleghi “favoriti” ai quali viene sistemato l’orario secondo i loro capricci ed altri “ghettizzati” che verrebbero puniti e trascurati dall’imperdonabile perfidia del compilatore. A me è successo tutti gli anni, senza eccezione, di essermi impegnato per giornate e settimane intere nel tentativo di scontare meglio possibile questa condanna, senza favorire nessuno ma tenendo conto solo di alcune situazioni personali che obiettivamente meritavano attenzione, e di essermi sentito accusare di favoritismi inesistenti, tanto che qualche collega è arrivato persino a togliermi il saluto perché magari entrava due volte alla settimana alla prima ora o perché usciva all’ultima. Una situazione allucinante, causa di uno stress dal quale non ci si libera per mesi, ma che dimostra la sostanziale immaturità di chi intende il proprio lavoro più come un “optional” che come un dovere da svolgere nei tempi e negli orari stabiliti. Ci sono colleghi che non riescono a rendersi conto del fatto che l’orario di ciascuno è subordinato alle opportunità didattiche della scuola e che dovrebbe essere compilato tenendo conto più delle esigenze degli studenti che di quelle dei professori; del resto tutti sanno, ma fingono di non saperlo, che neanche il giorno libero si può scegliere, e che anzi esso è una consuetudine delle scuole, non un diritto acquisito da nessuno. Da qui si può ben comprendere la differenza tra la teoria e la pratica, tra le situazioni di diritto e quelle di fatto: a parole tutti riconoscono i dati di fatto che ho enunciato qui sopra, ma poi pretendono che siano soddisfatte le loro aspirazioni personali, non sempre confortate da problemi reali e degni di essere presi in considerazione. Forse una vera riforma della scuola andrebbe realizzata cercando di cambiare la mentalità di molte persone: degli studenti svogliati e presuntuosi a cui sembra tutto dovuto, dei genitori sindacalisti dei figli, ma anche di certi insegnanti, i quali hanno scelto una professione molto importante e gratificante ma anche difficile e delicata, dove si è continuamente osservati e dove occorre dare sempre buona prova di sé, se vogliamo che i nostri studenti ci stimino e ci prendano a modello per la loro formazione culturale ed umana.

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I difetti della classe docente

In questi ultimi tempi mi pare che il comportamento di molti colleghi, che hanno boicottato (inutilmente) l’approvazione della riforma della scuola, abbia messo a nudo le magagne, i difetti e le frustrazioni che da molto tempo caratterizzano la mia categoria, quella degli insegnanti di ogni ordine e grado. Dal computo vanno però esclusi i docenti universitari, i quali pure, nonostante gli evidenti privilegi di cui godono, si lamentano abbastanza e non sono mai contenti di nulla; ma sulla casta degli accademici preferisco sorvolare, anche per non attirarmi addosso varie proteste e forse anche qualche querela.

Torniamo quindi ai docenti di scuola primaria e secondaria, che hanno scatenato un putiferio contro la riforma Renzi-Giannini senza neanche conoscerla bene, dando ancora una volta dimostrazione del loro più cupo pessimismo, una caratteristica questa che è un po’ comune a tutto il popolo italiano, ma che nella categoria degli insegnanti alberga ancor più che nelle altre. Sulla riforma sono state dette cose assurde, che non sono scritte da nessuna parte e che nessuno ha mai neppure lontanamente pensato: che cioè questa legge distruggerebbe la scuola pubblica a vantaggio di quella privata (lo si dice da 20 anni e anche più, con tutti i governi), che non esisterà più la libertà d’insegnamento, che noi docenti diventeremo schiavi dei presidi, che la scuola stessa è morta per sempre ed altre amenità di questo tipo. Ci manca solo l’invasione delle cavallette e poi siamo al completo, se stiamo a sentire queste Cassandre e questi Calcanti che sanno profetizzare soltanto sciagure.

Il pessimismo cosmico, la pretesa di conoscere il futuro (cosa di cui già gli antichi dubitavano) ed il vederlo tutto nero e senza speranza è quindi il primo dei difetti caratteristici della nostra classe docente. A questo ne è legato a doppio filo un altro, anch’esso molto diffuso: il lamentarsi continuamente, il piangersi addosso, il non essere mai contenti di nulla. Si comincia con le lamentele riguardanti lo stipendio, e qui siamo tutti d’accordo sul fatto che gli insegnanti italiani sono pagati poco rispetto ai colleghi europei, che non lavorano certo più di noi; è però anche vero che quando abbiamo scelto questo mestiere sapevamo già che non saremmo mai diventati ricchi, e quindi evidentemente, se abbiamo preso la decisione di insegnare, ci avrà spinto qualche altro motivo anche più nobile del semplice accumulo di denaro, altrimenti avremmo seguito altre strade. Io personalmente non mi sono mai lamentato dello stipendio perché ritengo che il denaro nella vita non sia tutto e che quando si ha a sufficienza ciò che serve per condurre una vita dignitosa, si può anche rinunciare al sovrappiù in cambio di un po’ più di tempo libero e della possibilità di leggersi in pace un libro o farsi una passeggiata quando lo riteniamo opportuno. Il lavoro non deve impegnare tutta la vita, ed è inutile secondo me guadagnare molto quando non si ha la libertà di vivere la propria vita come si vuole. E comunque le lamentele dei docenti non riguardano solo lo stipendio, ma anche il lavoro stesso: certi colleghi, ad esempio, si dicono stanchi morti dopo aver fatto tre ore di lezione o dopo aver corretto un pacco di compiti. Quando li sento lamentare io penso tra me e me: cosa direbbero se dovessero stare in una fabbrica per otto ore al giorno, con solo trenta giorni di ferie all’anno?

Ma il difetto più grande e inguaribile di molti docenti (non dico tutti) è la presunzione, il credere cioè di essere perfetti e di non dover essere non dico giudicati, ma neanche valutati da nessuno. Nonostante le manifestazioni di una modestia spesso finta, noi docenti siamo tra le persone più orgogliose e supponenti che si possano immaginare. Lo vediamo chiaramente anche in occasione delle nostre riunioni di dipartimento, dove nessuno di noi è disposto ad accettare critiche né suggerimenti da parte dei colleghi, perché ciascuno è fermamente convinto di essere bravissimo e di non aver bisogno di consigli da nessuno. Se un docente del triennio, ricevuta una classe dal collega del biennio, si azzarda a esprimere un dubbio sulla preparazione dei ragazzi o sul metodo di lavoro del collega stesso, apriti cielo e spalancati terra! Costoro sono insindacabili, fanno sempre tutto bene e nel modo migliore, guai a mettere in dubbio anche un solo minimo aspetto del programma svolto negli anni precedenti. Ed è proprio questa presunzione che ha provocato un’alzata di scudi ogni volta che un ministro qualsiasi (che sia Berlinguer, la Moratti, la Gelmini o la Giannini) abbia appena affacciato l’ipotesi di una valutazione del nostro lavoro; ed io penso che sia proprio questa la ragione principale delle proteste contro la recente riforma, il fatto cioè che i docenti si considerano intoccabili, insindacabili, e spesso sono proprio i più scadenti quelli più accesi nella protesta. Io personalmente non temo nulla da un’eventuale valutazione del mio lavoro; e se dovessero scoprire in me e nel mio modo di essere e di insegnare dei difetti o delle mancanze, io cercherei di emendarmi e di superare le difficoltà, non m’indignerei certamente solo perché qualcuno si permette di esprimere un giudizio sul mio operato.

Va anche detto che molti di noi docenti – e credo più gli uomini che le donne – si sentono ingabbiati in questo lavoro, non sufficientemente considerati a livello umano e sociale, e cercano così un riscatto tentando di emergere in ogni modo; e anche questo è un fattore che può spiegare la presunzione di cui parlavo sopra. Faccio un esempio che riguarda anche me personalmente. Io e molti altri docenti di liceo avevamo in realtà, negli anni della nostra giovinezza, l’aspirazione a fare i ricercatori, a percorrere la carriera universitaria; ora, essendo stati esclusi da questa prospettiva per varie cause che non sto qui a dire, abbiamo ripiegato sulla scuola considerandola però non abbastanza gratificante per quella che è la nostra personalità di studiosi. Così alcuni di noi, come il sottoscritto, hanno continuato a fare attività di ricerca e a pubblicare saggi e libri, spesso anche con più zelo dei colleghi universitari, trovandovi un’adeguata gratificazione; altri invece, che si sono ritrovati a fare gli insegnanti dopo aver dovuto rinunciare a più alte aspirazioni, esprimono questa loro insoddisfazione tentando di raggiungere posizioni di preminenza o di rilievo all’interno dell’istituzione scolastica, autocelebrandosi o comunque mettendosi in evidenza con atteggiamenti non sempre giustificabili, come la tendenza a prevaricare i colleghi o a mettersi in conflitto con il Dirigente o altre componenti dell’organizzazione scolastica. Le frustrazioni private e personali, purtroppo, sono spesso causa di comportamenti scorretti sia verso i colleghi che verso gli alunni, i quali perciò diventano vittime della megalomania altrui. Non che i ragazzi ed i genitori non abbiano le loro colpe, per carità! Ne hanno molte di certo, ma anche noi docenti ne abbiamo, ed io credo che una buona dose di modestia, di equilibrio e di autocritica non farebbe male neppure a noi, dato che – come è noto – non ha fatto mai male a nessuno.

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Scrutini fuori dalla grazia di Dio

Ormai qui sul blog c’è un appuntamento fisso: alla metà di giugno (più o meno), dopo aver partecipato agli scrutini finali delle mie classi, sento l’impulso di scrivere un post sulle modalità in cui si svolge questo rito annuale tanto temuto da studenti e famiglie. E quando parlo di ciò che avviene in queste occasioni, non mi riferisco soltanto alla mia scuola, ma a tante altre, a quasi tutte direi; e per aver conferma di ciò basta ascoltare o leggere le testimonianze di colleghi provenienti da ogni parte d’Italia.

Cominciamo con il dire che la non ammissione alla classe successiva di uno studente (o bocciatura che dir si voglia) è diventata cosa rara quanto le mosche bianche, e per di più andrebbe conferita un’onorificenza a chi riesce a farsi bocciare, visto che è un’impresa veramente ardua, per la quale è necessario o che l’alunno abbia fatto una cinquantina o più di assenze, oppure che abbia tutte le materie insufficienti; perché altrimenti, pur in presenza di lacune gravissime, i consigli di classe riescono quasi sempre a “salvare” il malcapitato, abbonandogli una o più materie in cui non aveva la sufficienza e sospendendogli il giudizio per altre due o tre al massimo. Tra i docenti, da decenni a questa parte, si è affermata e radicata l’idea che far ripetere un anno ad un alunno significa rovinarlo, ucciderlo, distruggere lui e tutta la sua famiglia; non ci vogliamo render conto invece che ripetere un anno, per chi ha grosse lacune in molte discipline, è l’unico modo per rimettersi sulla retta via, per poter affrontare con serenità e consapevolezza un percorso di studi che, fino a quel momento, è stato irto di difficoltà. Se mancano conoscenze di base e competenze fondamentali in un alunno di una seconda classe, come si può pensare che con una promozione forzata e immeritata quello studente possa affrontare l’anno successivo la classe terza? E’ come se un musicista non sapesse neanche leggere il pentagramma e lo si costringesse a suonare nell’orchestra della Scala. Si finisce per fare del male a quello studente promuovendolo, non del bene; e oltretutto si creano grandi ingiustizie nei confronti di coloro che si sono impegnati nello studio ed hanno raggiunto la promozione con le loro forze, i quali spesso non vengono gratificati perché già promossi, e vengono messi sullo stesso piano degli asini e dei fannulloni. Queste verità a me sembrano elementari, ma i colleghi continuano a non sentire da quell’orecchio, e spesso agiscono così per egoismo, non certo per umanità, perché le bocciature possono provocare malumori delle famiglie, proteste e perfino ricorsi; perciò diventa molto più comodo ed agevole promuovere tutti, così non si hanno fastidi, alla faccia della serietà della didattica. A questi colleghi opportunisti si aggiungono poi i sentimentaloni, quelli che provano un autentico dolore a dare insufficienze agli alunni, come se questi fossero tutti figli loro; queste persone, affette da inguaribile buonismo, non si rendono conto che agendo così fanno passare un messaggio sbagliato, quello cioè secondo cui non serve impegnarsi e faticare per ottenere un risultato, perché tanto qualche Santo che aiuta lo si trova sempre. Peccato che nella vita non sarà così e i ragazzi promossi senza merito si troveranno ben presto di fronte ad amare sorprese, quando capiranno – tardi e a loro spese – che la società ed il mondo del lavoro non funzionano come la scuola, e che se vorranno ottenere un qualche risultato dovranno tirarsi su le maniche, perché nessuno regalerà loro nulla.

Comunque, a parte il problema della bocciatura o meno di qualche alunno, l’assurdità del modo in cui vengono condotti gli scrutini finali risulta anche da altro, come ad esempio l’assegnazione del credito scolastico, il punteggio cioè che ogni scuola conferisce ai propri alunni e che sarà parte integrante del voto finale perché andrà a sommarsi ai punteggi ottenuti nelle prove d’esame. Anche qui trionfa il buonismo ed il pressappochismo, fonte anch’esso di ingiustizie a non finire: poiché infatti il credito da assegnare è legato alla media dei voti ottenuti da ciascun studente (alla media del 6, ad esempio, corrisponde un punteggio, a quella del 7 un altro punteggio più alto e così via), molti docenti fanno a gara ad aumentare i propri voti in sede di scrutinio per poter far raggiungere all’alunno una media più alta e quindi un credito più elevato. Ed ecco che comincia il mercato delle vacche, come lo chiamo io: lo studente Tizio, che è stato portato con la media del 7,6, ad esempio, si vede aumentare a casaccio cinque voti per poter raggiungere la media dell’8,1 che consente di passare alla fascia superiore ed avere un credito più alto, sempre con l’errata convinzione di aiutarlo e di presentarlo in una luce migliore alla commissione d’esame. Ma il bello è che ciò avviene non per effettivi meriti di Tizio, ma solo perché gli si vuole far raggiungere una media più alta, e così comincia il balletto dei docenti tendente a stabilire chi è disposto ad aumentare il proprio voto; ma chi lo fa molto spesso non tiene conto del fatto che magari, nella stessa classe, ci sono Caio e Sempronio che durante l’anno avevano avuto un rendimento scolastico migliore di quello di Tizio, e che invece si vedono assegnare un voto più basso perché, avendo una media poniamo del 7,1, non possono aspirare alla fascia più alta. In questa maniera i voti lievitano come la moltiplicazione dei pani e dei pesci, e persone che meriterebbero al massimo un 7 si trovano, senza neanche sperarlo, con degli 8, dei 9 e talvolta persino con il 10, salvo poi non confermare affatto, in sede di esame, queste valutazioni stratosferiche. Per non parlare poi del voto di condotta, o di comportamento come si chiama oggi: alunni poco presenti, indisciplinati e persino gravati da note di demerito si ritrovano nello scrutinio finale con voti che vanno dall’8 al 10, assolutamente immeritati e conferiti impropriamente, dal momento che oggi, dopo la riforma Gelmini, il 6 ed il 7 in condotta non sono più insufficienze e quindi potrebbero essere attribuiti normalmente come si fa con i voti delle altre discipline; ma poiché il voto di condotta adesso fa media, lo si utilizza quasi sempre per elevare la media stessa e far raggiungere all’alunno fasce superiori di credito, spesso immeritate. E chi si oppone a questo insensato buonismo, a questo spirito da crocerossine, si vede affibbiare i peggiori epiteti oppure, nel migliore dei casi, si vede guardare con sorrisetti di sufficienza e giudicare come un passatista, un giustizialista, un forcaiolo o qualcosa di simile. Nella mia lunga carriera quasi ogni anno mi sono trovato in questa situazione, sono stato il solo a sostenere che non è promuovendo chi non lo merita e facendo lievitare i voti che si aiuta la formazione degli alunni, sono anzi convinto che li si danneggia e non li si prepara ad affrontare gli impegni della vita. Ma si sa che in “democrazia” (con le virgolette) vince sempre la maggioranza, anche quando è formata da incoscienti e da opportunisti; perciò non resta altro che rassegnarsi ed attendere la pensione, che per me non è più molto lontana.

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Perché dico no alle gite scolastiche

Primavera: è tempo di gite scolastiche, o meglio, come le chiamano adesso per nasconderne il carattere ludico, di “viaggi di istruzione”. In ogni scuola gli alunni sono trepidanti e ansiosi di partire, perché per loro la “gita” rappresenta un momento di assoluta libertà, non solo dagli impegni scolastici ma anche dalla sorveglianza dei genitori; invece i poveri docenti che, nonostante le enormi responsabilità che si assumono, hanno deciso di accompagnare gli alunni nel viaggio, si sentono anch’essi in preda all’ansia, ma per un altro motivo: il timore cioè che durante il viaggio accada qualcosa di spiacevole a causa del comportamento degli studenti. E’ ben noto infatti, ed è inutile nascondercelo, che non basta l’aver cambiato nome alle gite scolastiche per eliminare o ridurre i rischi ad esse connessi o per limitare il coinvolgimento dei docenti, i quali, secondo le norme esistenti, portano tutta intera sulle loro spalle, per 24 ore su 24, la responsabilità civile e penale di quanto può succedere. Per i ragazzi invece la gita è un’occasione di “sballo”, nella quale la trasgressione, carattere genetico dei giovani di tutte le generazioni, diventa la normalità: durante il giorno si visitano i musei, le pinacoteche, i monumenti ecc., e certo nessuno si rifiuta di rendere omaggio a quello che è il contenuto culturale di queste iniziative. Ma la notte? Gli studenti ovviamente vogliono uscire dall’albergo che li ospita, frequentare “pubs”, birrerie e discoteche, e spesso i docenti si sottopongono di buon grado a questo supplizio di doverli accompagnare in questi luoghi famigerati, con la promessa di tornare in albergo ad una certa ora. Solo che spesso gli studenti, anche dopo l’ora del ritiro, escono di nuovo di nascosto agli insegnanti che, poveretti, avranno almeno il diritto di dormire qualche ora. O no? E spesso in queste uscite clandestine fanno uso di alcool o peggio, e si espongono anche a pericoli, perché si trovano in città che non conoscono e a contatto con persone di cui non sanno le vere intenzioni. Ma anche coloro che restano in albergo possono provocare problemi con i gestori per il troppo rumore che fanno, o esporsi anche lì a pericoli magari saltando sui cornicioni per passare da una camera all’altra dopo il “coprifuoco” all’ora stabilita. E di tutto ciò le conseguenze, a volte anche drammatiche, ricadono sui docenti accompagnatori, non difesi né sostenuti da nessuno, né dalla legge (che è tutta contro di loro), né tantomeno dai genitori degli alunni, che molto spesso, quando vengono a conoscenza delle malefatte compiute in gita dai loro figli, si affannano a difenderli, a dire che sono stati trascinati dai cattivi compagni e che, se pur hanno combinato qualche pasticcio, non è poi così grave da meritare una punizione; qualcuno anzi si spinge persino a dire che se gli studenti, durante il viaggio, si sono comportati male, la colpa è dei professori che non li hanno sorvegliati abbastanza, come se spettasse a costoro, e non alla famiglia, trasmettere ai ragazzi i più elementari princìpi della correttezza e dell’educazione.
Per questi motivi, ma soprattutto per la gravissima responsabilità civile e penale che i docenti si assumono quando accompagnano le gite, io ho deciso ormai da molti anni di non parteciparvi a nessun titolo, fatta eccezione per qualche uscita giornaliera che non comporti il pernottamento fuori sede, che pure è sufficiente per visitare luoghi di interesse artistico e culturale di cui il nostro Paese è ricco in ogni sua parte. Mi sembrerebbe anzi opportuno, considerati i problemi che ne derivano, che tutte le scuole abolissero i cosiddetti “viaggi di istruzione”, almeno fino a quando gli studenti non si mostrino maturi e consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. Va anche detto, del resto, che la “gita” scolastica non ha più la funzione che aveva molti anni fa, quando costituiva per un giovane forse l’unica occasione per uscire dal paesello in cui abitualmente viveva; oggi, al contrario, i giovani hanno tante possibilità di viaggiare, con le famiglie e con gli amici, e non c’è quindi alcun bisogno che le scuole si accollino questi oneri e queste responsabilità che possono condurre i docenti anche a trovarsi in seri guai giudiziari. Se gli studenti vogliono viaggiare senza controlli e senza regole, lo facciano da soli, si prendano del tutto le loro responsabilità senza coinvolgere altre persone che già hanno abbastanza problemi per conto loro. Abolire le “gite”, inoltre, sarebbe un atto di coraggio e di protesta dei docenti assai più efficace dello sciopero, diventato ormai uno strumento di lotta obsoleto e, nel nostro caso specifico, inutile.

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Gli studenti e la traduzione dalle lingue classiche

Questa mattina, mentre i miei studenti si stavano cimentando con il compito di greco, io li osservavo affannarsi tra il dizionario ed il foglio protocollo, e mi chiedevo se ancora oggi, nel 2015, valga la pena di sottoporre gli alunni a questo tipo di esercizio, che per loro diventa sempre più difficile e gravoso. Lo provano i risultati deludenti di ogni prova di traduzione dal latino e dal greco, in cui, tranne tre o quattro alunni per classe, tutti gli altri falliscono più o meno miseramente; e se alcuni, pur compiendo diversi errori, mostrano comunque di aver compreso il significato generale del brano che è stato loro assegnato, altri non riescono neppure a rendersi conto di che cosa stavano leggendo e tentando di tradurre. Intendiamoci, la traduzione dalle lingue classiche non è mai stata facile, neanche cinquant’anni fa; ma allora si iniziava a studiare latino alla scuola media, veniva effettuato in quella scuola (ma anche alle elementari) uno studio approfondito e sistematico della lingua italiana, gli strumenti di diffusione della cultura erano soltanto i libri e quindi la lettura era il mezzo essenziale con cui ci si approcciava ai testi. Oggi tutto questo non esiste più: alla scuola primaria lo studio linguistico si è fortemente ridotto fin quasi a scomparire soppiantato da una serie di progetti e attività che nulla hanno a che vedere con le strutture della lingua italiana, e soprattutto si è diffusa la cosiddetta “civiltà dell’immagine” che, mediante la tv, i computers, i cellulari ecc. presenta al bambino ed al ragazzo una serie di informazioni già pronte e immutabili. Ne deriva che il ragionamento autonomo, l’intuito, la capacità di operare scelte concettuali, cioè proprio le qualità che occorrono per tradurre bene dal latino e dal greco, si sono talmente ridotte da atrofizzarsi, proprio come avverrebbe se una persona, ad esempio, si legasse un braccio al collo per vent’anni: una volta sciolto, quel braccio non potrebbe più essere utilizzato. Si è creata perciò nelle scuole dove ancora le lingue classiche vengono studiate (licei classico e scientifico soprattutto) una situazione di grave imbarazzo per docenti e studenti, i quali, se svolgono onestamente il loro lavoro, sono costretti a rimediare con l’orale (specie con lo studio della storia letteraria) un risultato degli scritti che non soddisfa mai. Ma molti alunni, a nord come a sud, si sono attrezzati per risolvere il problema copiando i compiti da internet con il cellulare, mentre i docenti sempre più “tirano a campare” fingendo che il problema non esista e persino, in qualche caso, lasciando copiare i propri studenti o aiutandoli sconciamente all’esame di Stato. Il problema è macroscopico e diffuso ovunque: proprio oggi, tanto per fare un esempio, ho ricevuto un commento al mio blog di una signora, madre di un alunno di un liceo classico, la quale denuncia che nella scuola del proprio figlio tutti copiano i compiti da internet, ed i prof. fanno finta di non accorgersene. Questa, a casa mia, si chiama ipocrisia e squallido opportunismo. E i politici non sono da meno: qualche anno fa il sig. Profumo, ministro dell’istruzione dello sciagurato governo Monti, fu interpellato proprio su come risolvere la questione dei cellulari usati durante i compiti e gli esami. Rispose di non avere la mentalità dei servizi segreti, il che equivale a dire che lui si chiamava fuori da ogni possibile intervento.

Ma allora come si può uscire da questo ginepraio, da questa ipocrisia che inficia le nostre scuole ed il rapporto stesso tra alunni e docenti? Anzitutto occorre partire dalla constatazione – dolorosa ma veritiera – che i ragazzi di oggi, per i motivi detti prima, non sono più in grado di tradurre decentemente dal latino e dal greco, e che questa nobile attività è ormai diventata un lavoro da esperti filologi, non da comuni studenti. Se i nostri politici, che pur danno mostra di voler riformare la scuola ad ogni piè sospinto, si rendessero conto di questo, potrebbero risolvere loro il problema, e a costo zero. In che modo? Cambiando finalmente la seconda prova scritta d’esame del liceo classico, la quale, nonostante tutte le promesse e i discorsi avveniristici dei vari ministri che si sono succeduti, è rimasta ancora come 90 anni fa, ai tempi di Gentile: una versione unica e insindacabile dal latino o dal greco, che oltretutto a volte è molto difficile, come ad esempio quella di tre anni fa, un brano di Aristotele praticamente incomprensibile per i ragazzi, che mise in difficoltà perfino i docenti liceali e universitari. Assegnare brani del genere agli studenti di oggi è pura follia, che può spiegarsi solo in due modi: o con l’incompetenza assoluta di chi sceglie questi brani da tradurre o con la malcelata volontà di distruggere il Liceo Classico a vantaggio di altre scuole. Con questo sospetto io mi pongo una questione: perché la seconda prova di altri licei (vedi lo scientifico) è stata più volte modificata mentre quella del classico resta sempre la classica traduzione che la maggior parte dei nostri alunni non è in grado di svolgere se non copiando con il cellulare o con l’aiuto di professori compiacenti? Si dice da ogni parte che la scuola deve adeguarsi alla realtà attuale. Benissimo. Allora cominciamo a sostituire la vecchia “versione” con qualcosa di diverso, tipo un’analisi linguistica e storico-letteraria di un testo già tradotto, una serie di quesiti di letteratura o altro che dir si voglia. Da parte mia, consapevole del problema, ho già scritto più volte al Ministero per attirarvi l’attenzione di chi di dovere, ma non ho mai ricevuto risposte adeguate. Se da parte ministeriale si aprissero finalmente gli occhi alla realtà e si modificasse la seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico, noi docenti continueremmo certamente lo studio delle lingue classiche, ma per applicarlo sostanzialmente all’analisi dei testi degli autori ed alla conoscenza di questo importante aspetto del mondo antico, ma non saremmo più costretti a imporre sistematicamente queste traduzioni dall’esito spesso disastroso fingendo di non vedere la realtà, cioè che gli alunni non sono in grado di svolgerle e che, di conseguenza, tentano di trovare il modo di aggirare l’ostacolo. Del resto io ho sempre sostenuto, molto prima che si diffondesse la moda delle copiature con i cellulari, che la traduzione dal latino e dal greco, pur essendo un esercizio utile, non può essere considerata l’unica forma di accertamento delle conoscenze degli studenti nei riguardi di queste discipline: esistono in esse altri aspetti, come gli argomenti di storia letteraria ed i valori umani espressi dagli scrittori antichi, che resteranno certamente più a lungo nel bagaglio culturale degli studenti una volta usciti dal liceo rispetto alle competenze linguistiche. Ma di ciò i più fingono di non avvedersi e continuano a nascondere la testa sotto la sabbia e ad avallare comportamenti che sono invece da censurare e che limitano fortemente la valenza educativa e formativa della nostra scuola.

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La questione dei compiti a casa

Poiché questo mio blog è stato istituito per ospitare riflessioni di ogni genere, io mi propongo molto spesso di non parlare soltanto di questioni inerenti al mio lavoro di docente, ma di argomenti diversi e forse anche più interessanti. E tuttavia, nonostante questo proposito, mi capita di leggere e di sentire così tante stupidaggini sulla scuola (anche da parte di chi meno dovrebbe dirle!) che non posso fare a meno di tornare quasi sempre sugli stessi problemi. Certe cose non si possono passare sotto silenzio, al punto che, anche a non aver voglia di scrivere, le parole escon fuori quasi da sole. Potrei dire, parafrasando un noto poeta latino, che si natura negat, facit indignatio versum, ossia che, se anche il mio carattere non volesse farlo, è lo sdegno per quel che sento dire che mi induce a sfogare qui sul blog il mio dissenso.
E’ questo il caso della polemica, di recente rinnovata sulla stampa e sostenuta anche dall’attuale Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, contro i compiti a casa assegnati dai professori agli studenti, che da tale attività sarebbero oppressi e tormentati, soprattutto da quando si è scoperto che i loro coetanei degli altri Paesi d’Europa (guarda caso!) dedicano meno tempo di loro allo studio; risulterebbe infatti da un indagine dell’OCSE (organismo internazionale di studi economici) che gli alunni italiani passano in media 9 ore alla settimana sui libri, contro le 4 o 5 della media europea.
Facciamo subito una breve osservazione. Se le 9 ore di impegno domestico dei nostri studenti riguardassero soltanto i compiti scritti (esercizi di italiano, matematica, latino, inglese ecc.) allora sembrerebbero anche a me un po’ eccessive; ma se invece si riferiscono, come pare, al totale delle ore dedicate all’insieme delle materie scritte ed orali, allora non mi pare affatto che siano troppe. Si tratta, in pratica, di una media di poco più di un’ora al giorno, che non può esser considerata eccessiva o pesante; di tempo per divertirsi, uscire, fare sport e ciondolare sui social network ce n’è più che in abbondanza, come ognuno può constatare. E poi il discorso è diverso a seconda dell’età degli studenti: per un bambino di 6-7 anni un impegno di questo genere può anche essere gravoso, ma non lo è certamente per uno studente di scuola superiore, per il quale appare persino troppo esiguo, perché con un’ora o un’ora e mezzo al giorno non si può esaurire l’impegno richiesto dal complesso delle materie di ciascun istituto, a meno che non si voglia restare nell’ignoranza.
E qui appunto arriviamo al nocciolo della questione. Se nel resto d’Europa gli studenti sono meno impegnati, non mi pare che di per sé questo sia un motivo di vanto, anzi, caso mai è il contrario. Va poi considerato che le ragioni di questo fenomeno possono essere più d’una: anzitutto in molti paesi europei il tempo-scuola si prolunga anche nel pomeriggio, ed è quindi ovvio che gli allievi, sopo aver passato nel proprio istituto dalle sei alle otto ore al giorno ed avervi svolto anche attività di esercizio e di ripasso, abbiano meno lavoro domestico da svolgere. In certi paesi poi (v. la Gran Bretagna) è stata fatta una scelta didattica a mio avviso molto discutibile, quella cioè di ridurre il curriculum ad un numero molto basso di materie, prefigurando una preparazione piuttosto settoriale e non omogenea; così l’impegno degli studenti è minore, ma la loro preparazione conclusiva è certamente più superficiale e meno globale di quella dei nostri alunni. Io non ho mai creduto alla favola secondo cui gli studenti italiani sarebbero tra gli ultimi in Europa e nel mondo, anzi sono convinto del contrario: lo sostengo in base al fatto che ho conosciuto molti studenti e docenti stranieri in occasione di scambi culturali che la mia scuola ha effettuato con istituti francesi, inglesi, irlandesi, americani e persino australiani. In queste occasioni ho più volte constatato un’ignoranza imbarazzante su argomenti che tutti dovrebbero conoscere (francesi che non sanno chi era Napoleone, per esempio, o altre perle simili); e quando i miei studenti, anche mediocri, hanno effettuato esperienze di studio all’estero con il progetto “Intercultura”, nei paesi dove si sono recati sono diventati subito i primi della classe e sono stati additati come esempio per i giovani del luogo. Certo, se le verifiche vengono effettuate con test a crocette squallidamente nozionistici, forse i nostri studenti risultano meno abili; ma se le prove si svolgessero tenendo conto della cultura generale e della capacità espressive ed argomentative individuali, i risultati sarebbero ben diversi.
Tornando al problema dei compiti a casa, ritengo la polemica nei loro confronti frutto o di crassa ignoranza o di malcelata negligenza dei genitori, i quali si irritano se i loro figli stanno troppo sui libri perché preferiscono far loro frequentare attività sportive o ludiche. Per queste persone la scuola ha la stessa importanza (se va bene) di un corso di danza o di una partita di calcio; non interessa loro la cultura, la formazione dei figli, ma soltanto il diploma o la laurea (possibilmente con buoni voti per potersene vantare con parenti e amici), da ottenere con poco sforzo e molta presunzione. Ma se invece vogliamo che la scuola, nonostante i ministri ed i giornalisti di infimo livello, svolga veramente il ruolo cui è destinata, lo studio individuale a casa diventa indispensabile e insostituibile. Come si possono apprendere discipline applicative o tecniche come la matematica, il latino, il greco ecc. senza svolgere esercizi individuali ove viene verificato e rinforzato ciò che è stato spiegato in linea teorica? Se un docente illustra ai suoi alunni il procedimento necessario a risolvere le equazioni di secondo grado, ad esempio, dovrà forse limitarsi alla formula teorica o dovrà anche far svolgere esercizi applicativi di quella formula? Ne svolgerà alcuni lui stesso, a mo’ di esempio, in classe, ma non avrà tempo, nelle ore a disposizione nell’orario scolastico, di mostrarne così tanti da far comprendere a tutti il concetto; e quand’anche ci riuscisse, è comunque necessario che lo studente si eserciti anche da solo, metta in campo le proprie personali qualità intuitive e deduttive e pervenga così alla sedimentazione, cioè alla conoscenza profonda e definitiva dell’argomento. Ma anche le materie soltanto orali hanno bisogno di un attento studio personale, per essere effettivamente assimilate; lo studente, in altri termini, può anche comprendere bene l’argomento di letteratura, di storia, di scienze ecc. illustrato dal docente durante le ore curriculari, ma se poi non lo rielabora personalmente, non studia cioè i contenuti operando una sintesi tra le parole del professore ed il libro di testo (e magari anche documentandosi da altre fonti) non giungerà mai ad un apprendimento soddisfacente. Si ricorderà grosso modo l’argomento, ma non ne conoscerà i caratteri fondanti né i dati oggettivi solo in apparenza secondari (v. le date storiche ad es.), la corretta terminologia ecc.
Su un punto della polemica, tuttavia, sono d’accordo anch’io: l’idea cioè secondo cui la parte più significativa del lavoro scolastico debba svolgersi in classe, in modo che i compiti a casa non debbano essere sostitutivi dell’operato del docente (v. la celebre frase “studiate da pagina tale a pagina talaltra”, che tutti prima o poi ci siamo sentiti dire). Non vanno mai assegnati compiti o esercizi su argomenti non trattati prima dal professore, perché se gli studenti potessero apprendere da soli sarebbe loro sufficiente comprarsi dei libri o collegarsi ad internet, senza frequentare la scuola. Prima deve venire l’impegno del docente e poi quello dello studente, non viceversa. Inoltre – ed è cosa ovvia – non bisogna esagerare nella quantità dei compiti a casa e dei contenuti da studiare, perché qualche volta è vero che gli scolari, anche quelli più piccoli, sono troppo oberati di lavoro, come ad esempio i famosi compiti per le vacanze estive, che non di rado rovinano ai piccoli villeggianti le belle giornate al mare o ai monti. Come diceva Aristotele, la virtù è il punto di incontro di due vizi opposti, il che significa, in termini pratici, che non si deve mai esagerare, né in un senso né nell’altro. I compiti a casa sono essenziali, non si possono abolire; occorre però il senso della misura, specie nei periodi di più intensa attività didattica, altrimenti c’è il rischio concreto che gli studenti li copino o addirittura non li svolgano affatto; e questo è dannoso anzitutto per loro, ma anche per il sistema scolastico nel suo insieme.

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La pagella per i prof.

Augusto Cavadi, filosofo e docente di liceo con un’anzianità di 40 anni, ha pubblicato di recente (il 16 ottobre) un articolo su “Repubblica”, sezione di Palermo, in cui prende parte al dibattito, molto attuale, circa la tanto discussa valutazione delle scuole e dei docenti. La sua proposta, apparentemente provocatoria, mi pare invece attuabile più di altre e soprattutto molto concreta: poiché infatti egli ritiene che ogni docente debba fare carriera in base al merito e non all’anzianità, e che nessuno possa arrivare in cattedra se non per meriti accertati e non tramite sanatorie, avanza la proposta di compilare una “pagella” per ciascun docente in ogni scuola, allo scopo di distinguere i professori veramente preparati e impegnati nel loro lavoro da coloro che avrebbero dovuto scegliere un altro mestiere. Consiglia pertanto di formare commissioni costituite da un docente del consiglio di classe, un rappresentante del personale ATA, un genitore e tre studenti, o meglio tre ex-studenti, che abbiano lasciato la scuola di appartenenza da non più di tre anni. A questi studenti andrebbero rivolte una serie di domande che porterebbero, in base alle risposte, ad assegnare dei voti ai professori e stilarne quindi la pagella. Le domande suddette potrebbero essere, ad esempio: “Il tuo prof. era puntuale a lezione?” “spiegava in modo appassionato o svogliato?”, “faceva monologhi eruditi o si faceva capire bene dagli alunni e li coinvolgeva nella spiegazione?”, “utilizzava bene l’ora a disposizione?”, “era veloce nella revisione dei compiti scritti?”, “sapeva instaurare un buon rapporto con la classe, in modo da evitare sia l’instaurazione di un clima di terrore sia il lassismo e l’indisciplina?”. Secondo Cavadi le risposte più attendibili le fornirebbero gli studenti usciti dalla scuola da non meno di un anno (perché in caso contrario potrebbero avere ancora simpatie o risentimenti verso alcuni docenti), e da non più di tre, perché un tempo troppo lungo potrebbe offuscarne la memoria.
Debbo dire che fino ad ora non conoscevo se non di nome il prof. Cavadi, ma il suo articolo mi trova sostanzialmente d’accordo, tranne che sulla composizione della commissione per la pagella ai professori: non vedo infatti cosa c’entri in essa la partecipazione del personale ATA, che, con tutto il rispetto, non ha certo la competenza per giudicare il lavoro dei docenti. Io vedrei volentieri in questa commissione, oltre al genitore ed agli ex studenti, anche il dirigente scolastico e un docente anziano della scuola che appartenga al medesimo ambito disciplinare del docente da valutare. Chi infatti meglio del Dirigente e dei colleghi anziani può giudicare l’effettivo valore di ogni docente della scuola, che essi conoscono certamente per esperienza? Sono invece d’accordissimo nell’affidare questo compito agli ex-studenti e non agli studenti in corso, perché questi ultimi hanno sì la capacità, ma non la maturità necessaria per giudicare oggettivamente i loro insegnanti. Mi spiego: i ragazzi sanno benissimo chi dei loro professori è più o meno efficace didatticamente, ma sono condizionati dalle valutazioni loro assegnate, alle quali tengono moltissimo: se quindi dovessero dare un parere sui loro insegnanti, non favorirebbero i migliori, ma quelli che danno loro i voti più alti e che li fanno studiare di meno. E non mi si dica che non è vero, perché tutti abbiamo avuto 15-17 anni, e tutti ci saremmo comportati così; una volta usciti dalla scuola, invece, le cose cambiano e lo studente, quando è ormai giunto all’università o nel mondo del lavoro, si rende conto che i docenti didatticamente più validi erano proprio quelli che assegnavano voti bassi e facevano studiare di più, perché solo così si crea la preparazione e la formazione culturale della persona umana. Basta parlare con un ex studente e ci accorgiamo subito che non ha alcuna stima per quei professori che assegnavano voti sufficienti per principio, perché di quelle materie, non essendo stato costretto a studiarle, non ricorda nulla; apprezza invece proprio quei professori che, con la minaccia del voto negativo, costringevano gli alunni a studiare, perché solo così si riesce ad imparare qualcosa.
E’ certo comunque, al di là della proposta di Cavadi, che la valutazione dei docenti andrebbe effettivamente realizzata, perché è profondamente ingiusto e nocivo per l’intera comunità nazionale il fatto che continuino a restare in cattedra persone incompetenti o peggio demotivate, giacché è palese che il primo che deve dimostrare entuasiasmo ed interesse per le proprie discipline è proprio il professore, altrimenti non si può pretendere che gli studenti, che sono in età adolescenziale e quindi estremamente fragili, studino con impegno e volontà. A parer mio, tanto per dirne una, non si dovrebbe permettere ai docenti di esercitare altre attività lavorative (studi legali, professionali ecc.), ma dovrebbero dedicarsi totalmente all’insegnamento, perché è una professione che, se fatta bene, assorbe talmente tante energie da non lasciare spazio ad altro. Ed è una vera e propria catastrofe, secondo me, anche l’intenzione del governo di assumere 150.000 precari senza sottoporli ad un concorso serio e selettivo che ne accerti la reale disposizione all’insegnamento e l’oggettiva preparazione nelle loro discipline. Le immissioni in ruolo “ope legis”, cioè le sanatorie, non esistono in altri ambiti: chi assumerebbe un chirurgo o un pilota di aerei senza un preventivo accertamento delle sue capacità? Alle sanatorie si è fatto invece ricorso – purtroppo – nella scuola italiana molto spesso, a partire dagli anni ’70, e ciò ha provocato disastri inenarrabili, mettendo in cattedra persone assolutamente inadatte a questa professione, che è sì stancante, usurante e difficile, ma anche fondamentale per ogni Paese che voglia definirsi moderno e civile, e non meno importante di quella del chirurgo o del pilota.

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Osservazioni sugli esami di Stato 3. Dalla parte degli studenti

Ho già dimostrato, nel primo post di questa “trilogia” sugli esami di Stato della scuola superiore, che l’impegno degli studenti è gravoso, dovendo essi essere preparati sui programmi dell’intero anno scolastico conclusivo in quasi tutte le materie del loro corso. Questa formula d’esame, inaugurata nel 1999 dall’allora ministro Berlinguer, non è affatto semplice, ed i risultati spesso positivi non debbono ingannare chi non è addentro alla questione. Qui però desidero affrontare un altro argomento, collegato ai primi due, e cioè: come vivono gli studenti questa prova che debbono affrontare? Vi si avvicinano nel modo corretto oppure compiono degli errori di prospettiva piuttosto gravi?
Ovviamente la risposta a quest’ultimo interrogativo è sì, e vediamo perché. Il primo e più diffuso errore degli studenti, a ciò abituati da un andazzo facilone che esiste nel nostro Paese dai tempi del ’68, è quello di pensare che la promozione sia cosa certa e scontata. Non è così: la commissione d’esame, per promuovere un alunno, deve avere comunque degli appigli, dati dalle prove scritte o da quelle orali; se questi punti di forza non ci sono, se cioè vengono fallite sia le prove scritte che il colloquio, la bocciatura è nella logica delle cose, è probabile e del tutto corrispondente alle leggi vigenti. Anzi, è più facile adesso che con il vecchio esame, perché allora veniva fatto un bilancio al 50 per cento (o quasi) tra i risultati ottenuti nel corso degli studi e quelli delle prove d’esame, per cui uno studente, se pur aveva avuto qualche esito positivo in precedenza, poteva salvarsi; ma oggi il voto finale è dato da una pura somma di voti, in cui il credito scolastico (che rappresenta appunto l’andamento dei tre anni precedenti) conta solo per il 25 per cento; se quindi tale punteggio, sommato a quello delle prove scritte ed orali d’esame, non raggiunge i 60 centesimi, lo studente è bocciato e non c’è nulla da aggiungere o da rimarcare.
Un altro diffusissimo errore degli studenti è quello di sottovalutare l’esame e non prepararlo nel modo dovuto. Alcuni di loro pensano che sia sufficiente conoscere il proprio argomento iniziale (la cosiddetta “tesina”), che è invece sempre meno valutata dalle commissioni attuali. La tesina non ha alcuna influenza sulle prove scritte, mentre al colloquio le sono riservati, di norma, i primi dieci minuti, dopo di che si passa alle domande specifiche su tutte le materie. Molti studenti, appunto, non prendono in considerazione questo dato di fatto e si presentano all’esame con una preparazione raffazzonata e spesso superficiale, senza tener presente che debbono portare il programma di un intero anno scolastico di quasi tutte le materie del loro corso. Che questo sia un atteggiamento molto comune si nota anche dal fatto che mentre noi, che pure (lo ripeto) avevamo un esame molto più semplice e basato su due sole materie scritte e due orali, passavamo pomeriggi e notti a studiare e spesso non frequentavamo più la scuola nel mese di giugno proprio per prepararci, gli studenti attuali vengono a scuola fino all’ultimo giorno (anche per organizzare festicciole e perdere tempo) e si fanno vedere di pomeriggio in giro per i luoghi di divertimento, come se l’esame non ci fosse o non toccasse proprio a loro.
Il terzo e gravissimo errore di studenti e genitori è quello di non avere un’esatta consapevolezza della propria preparazione. Molti si illudono di essere preparati, di sapere tutto, di fare bella figura, e invece poi subiscono all’esame un’amara delusione. Certe persone, anche durante l’anno scolastico, sono convinte di essere brillanti e di avere capacità che in realtà non hanno; ed in questo campo specifico i genitori sono peggiori degli studenti, perché molti di loro credono erroneamente che il loro figlio sia un genio, un Einstein in miniatura, salvo poi scoprire a loro spese che non è così. Questo accade anche perché i genitori proiettano sui figli le loro frustrazioni, pretendono di veder raggiunti da loro i traguardi ch’essi non sono stati capaci di raggiungere nella vita, e finiscono per sopravvalutarli; perciò, se poi i risultati non sono quelli sperati, ne consegue una forte delusione e una colpevolizzazione dei professori, che diventano così il capro espiatorio. La colpa è sempre dei professori, specie dei membri interni che non hanno sostenuto abbastanza il povero studente. E non si rendono conto, invece, che spesso non c’era nulla da sostenere, che di fronte a prove miserevoli non c’è nessuno che possa falsare la realtà di fatto.
In conclusione, alla fine dell’esame non c’è nessuno che sia contento del voto ricevuto, perché tutti erano convinti, nella loro presunzione, di meritare di più. Questo riguarda purtroppo anche i più bravi, quelli che se ne escono con valutazioni alte, perché poi fanno i confronti con i compagni e ciascuno presume di essere più bravo degli altri, per cui il voto gli sta sempre stretto. Oltretutto c’è una falsa convinzione che gira per le scuole: che cioè lo studente bravo, che ha avuto sempre buoni risultati, debba prendere per forza il massimo dei voti, 100 centesimi. Ed invece non è così: i 100 centesimi, cioè il massimo, vanno attribuiti soltanto alle eccellenze vere e proprie, ai casi di bravura eccezionale, e non genericamente a tutti quelli che hanno avuto un buon rendimento; anche voti come 98, 96, 94, 90 e persino 85 sono alti e denotano un merito individuale di indubbio rispetto, per cui chi li ottiene dovrebbe comunque essere soddisfatto. Ed invece non è così: tutti avrebbero voluto di più, tutti (genitori e studenti, ugualmente presuntuosi) pensavano di meritare di più. E la colpa del mancato risultato di chi è? Non dello studente, che ha fallito delle prove scritte o ha detto sciocchezze varie all’orale. No. La colpa è sempre dei professori, brutti e cattivi, che non vogliono aiutare i poveri ragazzi e pretendono perfino che lo studente sappia commentare un testo o sapere quando è iniziata la prima guerra mondiale. Cosa importa conoscere queste bazzecole? Tanto c’è internet, dove si trova tutto; la scuola può andare a farsi benedire.

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Le ricerche dei miei studenti

Poiché da più parti, e soprattutto ad opera dei giornalisti che hanno diffuso questa mentalità nel Paese, si ritiene che la scuola italiana sia uno sfacelo, un totale disastro, e che non vi si faccia più cultura come un tempo, mi sono riproposto di utilizzare i “nuovi” mezzi di comunicazione (dicasi internet) per dimostrare che si tratta di una credenza falsa e bugiarda, un luogo comune che solo in certi casi limitati può contenere un fondo di verità.
Nel mio quotidiano lavoro di docente di lingue e letterature classiche, io non mi limito ad illustrare gli argomenti, a leggere i testi e ad attendere che gli alunni si preparino su quanto esaminato e me lo ripetano mnemonicamente alle verifiche: il mio obiettivo, infatti, non è soltanto quello di far apprendere dati e conoscenze di base ineliminabili, ma anche quello di sviluppare negli studenti il pensiero critico, condurli cioè ad un’analisi consapevole di quanto da essi studiato; in altre parole, la spiegazione del docente ed il libro di testo sono certamente punti di partenza fondamentali, ma poi l’alunno deve anche ragionare autonomamente su quello che sta studiando, provare un’autentica passione per i contenuti che più suscitano la sua curiosità culturale, non finalizzare tutto al voto ed al superamento dell’interrogazione. So che si tratta di una pretesa ambiziosa, ma non impossibile da raggiungere; pertanto, oltre a cercare di far partecipare attivamente gli alunni alla lezione ed ascoltare le loro osservazioni (anche se apparentemente banali), assegno loro tutti gli anni autori ed opere da leggere in traduzione e sulle quali poi chiedo una relazione scritta, che mi debbono spedire tramite e-mail. In alcuni casi tale lavoro supplementare è facoltativo (e quindi non tutti lo eseguono), in altri è obbligatorio: nella classe quarta, ad esempio, io pretendo la lettura integrale di almeno una tragedia greca a scelta dello studente, con successiva relazione scritta. Leggo ed esamino attentamente tutte le relazioni e gli approfondimenti che mi sono stati consegnati nel corso dell’anno scolastico; quelle poi che giudico più interessanti ed originali vengono pubblicate sul mio sito internet, a disposizione di chiunque voglia leggerle. Questa mia attività, ormai in atto da diversi anni, ha riscosso riconoscimenti e plausi da studiosi italiani e stranieri, i quali ben sanno che spesso un’osservazione di un ragazzo o di una ragazza di liceo, pur non sostenuta da un vero metodo filologico, può costituire uno spunto di riflessione e di analisi anche per docenti universitari o in generale esperti del settore. Io stesso ho talvolta tenuto conto dei contributi degli studenti per le mie pubblicazioni scientifiche, divulgative e scolastiche.
Anche quest’anno ho pubblicato sul mio sito ben 30 relazioni, 15 della classe 4° e 15 della 5°. Chi volesse leggerle e magari trarne qualche spunto di riflessione, può farlo collegandosi al sito. http://profrossi.altervista.org

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Ancora su cellulari e copiature

Sto notando da un po’ di tempo che tra i termini più ricercati dagli utenti del mio blog ci sono “come copiare con il cellulare”, “copiare la versione”, “come non farsi sgamare dai prof mentre si copia”, e altre perle di questo tipo. Ciò significa che gli alunni continuano a cercare le scorciatorie e nell’ultima parte dell’anno scolastico, anziché studiare con più impegno, tentano come sempre di fare i furbi e di copiare, per raggiungere in modo disonesto e truffaldino una valutazione che non meritano. Parlando poi con colleghi di altre scuole (e anche della mia) mi accorgo che il fenomeno delle copiature con il cellulare durante gli esami ed i compiti in classe ha raggiunto dimensioni macroscopiche: ci sono classi dove, in barba al professore che non fa sufficiente attenzione (forse in buona fede, perché si fida dei suoi alunni), copiano praticamente tutti, falsando i risultati delle prove scritte e rendendo quindi queste ultime praticamente inutili. Il problema è già stato fatto presente ai vari ministri dell’istruzione che si sono succeduti, ma nessuno ha mai preso in considerazione l’idea di prendere provvedimenti atti ad impedire questa sconcezza che disonora tutta la scuola italiana. Non ci sono norme che tutelino gli insegnanti: i dirigenti scolastici infatti, interrogati in proposito, sostengono che se un alunno non viene sorpreso nel momento in cui copia, nessun provvedimento può essere adottato, neanche se il docente trova su internet la traduzione del brano latino (o greco) uguale a quella fatta dall’alunno e gliela mette sotto gli occhi. Niente da fare. Dinanzi a questa situazione, molti docenti fanno finta di non accorgersi di nulla (tanto lo stipendio arriva lo stesso!) e si rendono così complici dei disonesti e sono quindi cialtroni pure loro; altri tentano di reagire in qualche modo, ma è veramente difficile. Far consegnare i cellulari prima del compito è indispensabile ma non risolve il problema, perché i furbetti ne consegnano uno e ne occultano un altro tra i vestiti, nell’astuccio, facendo un incavo nel vocabolario e in altro modo ancora; perquisire gli alunni non si può assolutamente; impiegare i disturbatori di frequenze, che sarebbero l’unico strumento in grado di risolvere il problema, è illegale. Cosa ci resta da fare? Io ho cercato di dare qualche suggerimento in un post dello scorso 18 gennaio intitolato “Vademecum anticopiature per docenti di latino (e greco)”, basato essenzialmente sulla modifica sostanziale del brano da tradurre proposto, in modo da rendere difficile il suo reperimento su internet; aggiungo ora che può essere utile anche ricorrere ad autori semisconosciuti, magari di epoca medievale e umanistica, i cui testi non sono stati ancora collocati nei siti canaglia che si rendono complici di questo reato, perché di questo si tratta, specie se compiuto agli esami di Stato. Ritengo però che le scuole dovrebbero anzitutto elaborare un proprio regolamento in proposito, autorizzando i docenti ad assegnare il voto minimo (1 su 10) quando riescano a trovare una traduzione uguale o simile a quella effettuata dall’alunno, oppure – quanto meno – costringere quest’ultimo a svolgere un compito supplementare dove sia da solo e sottoposto a stretta sorveglianza.
C’è pure qualche ebete che, di fronte a queste mie parole, mi manda commenti accusandomi di metodi polizieschi o peggio ancora. Sarebbe meglio non arrivare a tanto, ma a mali estremi estremi rimedi. E poi, concludo, del problema dovrebbe occuparsi chi di dovere, cioè il nostro Ministero, perché è del tutto inutile fare proclami sui problemi della scuola e sul valore dei titoli di studio quando si permette che questi titoli vengano conseguiti in modo truffaldino e del tutto illegale. Ho già scritto in proposito ai funzionari che dovrebbero occuparsi del caso, ma per adesso nessuna risposta.

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Cosa c’è di nuovo nella scuola?

La nomina del nuovo ministro, la prof.ssa Maria Chiara Carrozza, mi ha lasciato quasi del tutto indifferente, anche perché finora non ho mai avuto l’onore di conoscerla; sono venuto a sapere che era la direttrice della prestigiosa Scuola S.Anna di Pisa e che appartiene al Partito Democratico, ma non mi è noto alcun suo contributo per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria. Può anche darsi che ne abbia piena conoscenza, ma la cosa, almeno fin qui, non mi risulta; ed il fatto che provenga dal mondo universitario non è una garanzia che sia un buon Ministro dell’istruzione, come dimostra chiaramente l’operato del suo predecessore. I signori del Governo dovrebbero sapere, d’altro canto, che Scuola e Università non sono la stessa cosa, ma hanno invece esigenze e problematiche del tutto diverse, e che l’esser vissuti in un ambiente non vuol dire automaticamente adattarsi anche all’altro, anzi spesso è il contrario. Tuttavia, nonostante i legittimi dubbi, non voglio e non posso esprimere giudizi prima di aver visto all’opera il nuovo Ministro.

Alcune avvisaglie ci sono però, e non mi sembrano positive. In un’intervista rilasciata qualche tempo fa, la prof. Carrozza ha riesumato una vecchia idea della sinistra italiana dimostratasi del tutto fallace, quella del biennio unitario alle superiori. Si tratta di un grossolano errore, un “revival” dell’egalitarismo sessantottino, perché è assurdo far fare lo stesso percorso a ragazzi che frequenteranno un liceo Classico o Scientifico ed a quelli destinati agli istituti professionali. Il mio pensiero è del tutto opposto, nel senso che a me parrebbe opportuno differenziare anche la scuola primaria (com’era ai miei tempi!), introducendo fin dalle medie materie opzionali a seconda del percorso futuro che compirà ogni studente. Ma so che questo non è proponibile, e quindi mi taccio.

Un’altra cosa che mi lascia deluso è la circolare del ministro sugli esami di Stato, in cui si raccomanda di nuovo a presidenti e commissari di sorvegliare affinché gli studenti non copino con il cellulare, escludendoli da tutte le prove se sorpresi ad utilizzare tali apparecchiature. Queste disposizioni c’erano già prima, ed hanno ormai compiutamente dimostrato la loro totale inefficacia, perché gli studenti non sono sciocchi e sanno bene come fare: consegnano un cellulare, magari vecchio e inservibile, e tengono addosso quello nuovo, supertecnologico, con cui si collegano a internet e copiano quanto vogliono. Non possiamo perquisire i ragazzi, né sorvegliarli ininterrottamente per sei ore, questo lo sanno tutti. Tanto eccessiva quanto inefficace, inoltre, è la prescrizione di escludere l’alunno trovato col cellulare da tutte le prove, facendolo quindi bocciare e ripetere l’anno: un provvedimento del genere, proprio perché troppo severo, non viene adottato da nessun presidente di commissione, il quale, anche nel caso di studente colto sul fatto, preferisce far finta di non vedere e lasciar correre, perché non se la sente di rovinare la carriera di una persona per così poco, ed anche perché l’immancabile ricorso al TAR finirebbe per dar ragione al ragazzo e quindi costringere la commissione a riunirsi nuovamente e rifare l’esame. Una minaccia del genere è troppo grave per indurre un presidente ad una misura simile; sarebbe stato molto più assennato, a mio giudizio, prevedere l’esclusione dello studente soltanto dalla prova in cui ha copiato (assegnandogli la valutazione minima, cioè un quindicesimo), ma lasciandogli ugualmente la possibilità di superare l’esame, ovviamente con un voto basso. Ma la vera soluzione del problema, come ho detto altrove, sarebbe quella di dotare le scuole di apparecchiature elettroniche (i cosiddetti disturbatori di frequenze) che impediscono ai cellulari, in un certo raggio, di collegarsi a internet e di comunicare con l’esterno in qualsiasi modo. La cattiva tecnologia si combatte con altrettanta tecnologia, c’è poco da fare. E quanto ai provvedimenti sanzionatori, mi pare chiaro che, come dimostrano le gride manzoniane, val più una norma moderata ma rispettata rispetto ad una severissima ma di fatto mai applicata. Possibile che la storia non abbia insegnato niente ai nostri politici?

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Un perenne problema scolastico: le interrogazioni

Mi è arrivato in questi giorni un commento ad un mio recente post (Ancora sul decalogo del docente) da parte di una signora, la quale è madre di ragazzi che sono andati o vanno ancora a scuola, ed in più fa la psicologa di professione. In quel commento lei sostiene, con argomenti in parte condivisibili, che le verifiche scolastiche sugli studenti non andrebbero mai programmate, perché altrimenti molti ragazzi, dopo essere restati inoperosi per mesi, si fanno la classica abbuffata di studio uno o due giorni prima dell’interrogazione, con il risultato di acquisire una cultura appiccicaticcia che viene dimenticata subito dopo. A suo parere, quindi, occorre non programmare mai le verifiche, né accettare i cosiddetti “volontari”, ma interrogare ogni qual volta che il professore lo desidera, senza avvertire nessuno, in modo da costringere gli studenti ad uno studio metodico e quotidiano.
Premetto che anch’io molto spesso sono stato assalito dai dubbi che mi rammenta il commento della signora; non mi sfugge di certo che molti studenti, mentre il programma va avanti, non fanno nulla e poi alla fine, quando incombe l’interrogazione, studiano tutto assieme in modo confuso e approssimativo; e so anche che, con il fenomeno dei cosiddetti “volontari”, gli unici che si preparano per quel giorno sono i volontari stessi mentre gli altri fanno la bella vita. Tutto ciò è ben chiaro, ma non è detto che questo sistema non possa cambiare e che gli alunni non possano comprendere che una riflessione quotidiana, anche se non esaustiva, su quanto spiegato al mattino costituisce un metodo di apprendimento molto migliore rispetto alla sfacchinata dell’ultimo momento. E’ un problema di organizzazione personale, che servirà poi anche nella vita al futuro cittadino che per il momento è studente; e sono sicuro che molti miei alunni hanno capito questo e che non si riducono all’ultimo giorno. Se poi c’è qualcuno che lo fa se ne prenderà le conseguenze, anche perché un docente con esperienza si accorge se la preparazione acquisita dal ragazzo è consolidata oppure raccogliticcia. Un indizio sicuro di quest’ultimo caso si verifica quando l’alunno confonde i concetti o i dati tra loro: se ad es. viene posta una domanda su Manzoni e lo studente gli attribuisce le Operette morali significa che si è preparato all’ultimo momento e non ha riflettuto su ciò che studiava.
In alcuni casi io non concedo ai miei alunni interrogazioni programmate, in altri sì, e per un motivo semplice: negli ultimi periodi del quadrimestre, soprattutto quando si avvicina il termine dell’anno scolastico, gli studenti sono bersagliati da verifiche e interrogazioni a ritmo battente, in tutte le materie del loro curriculum. Se tutti i docenti interrogassero a sorpresa, senza avvertire e senza programmare, gli studenti uscirebbero di senno, non avrebbero la minima possibilità di organizzare il loro lavoro. Facciamo un paragone con il mondo degli adulti: se un avvocato fosse consultato contemporaneamente da otto o dieci clienti, ognuno dei quali avesse un caso particolare da esporgli che richiede riflessione, consultazione di codici, leggi ecc., e pretendesse una risposta immediata, come farebbe il malcapitato ad accontentare tutti? Si può pretendere dagli studenti, che sono ragazzi con i loro problemi e spesso gravati anche da ansia e da uno stato emotivo non proprio invidiabile, che nello stesso periodo di venti, trenta giorni siano pronti a riferire sul programma di dieci materie, magari affrontando due o tre verifiche nello stesso giorno? Si può anche pretendere, ma bisogna concedere loro la possibilità di organizzarsi nello studio e di conoscere il momento in cui saranno sentiti nelle varie discipline; altrimenti si crea un disagio psicologico che non può che dare esiti negativi. Si sa che i giovani di oggi soffrono di insicurezza e fragilità emotiva, provocata anche da una società che concede loro tutto ma non li abitua ad affrontare le difficoltà; la scuola deve assolvere questo compito, preparare gli studenti alla vita futura, ma non può farlo incutendo il timore, diffondendo la paura delle verifiche a sorpresa, una vera forma di terrorismo psicologico. Programmando le interrogazioni non togliamo nulla agli alunni, che comunque debbono studiare tutto il programma e su tutto vengono verificati; ma al tempo stesso diamo loro la possibilità di organizzare il loro lavoro e di affrontarlo nel modo più responsabile. Del resto è pacifico che quando i nostri ragazzi saranno all’Università conosceranno sempre in anticipo le date degli esami; perché non possiamo fare lo stesso anche noi? E poi io credo anche in un altro principio: che il ricordare o meno i contenuti culturali non dipende soltanto dalle modalità con cui vengono studiati, ma dall’interesse e dalla passione che lo studente mette nel proprio lavoro. Se un giovane (ma anche un adulto!) legge un libro o anche una sola pagina in maniera svogliata, con fastidio e senza il vero desiderio di apprendere, dimentica tutto in breve tempo; se invece si lascia guidare da curiosità intellettuale e vero entusiasmo per ciò che studia, se lo ricorderà per sempre. Il nostro compito di docenti, perciò, non è tanto quello di fare interrogazioni programmate o meno, ma quello di far comprendere ai nostri studenti che la cultura è essenziale nella formazione e nella vita futura di ogni giovane, che ciò che si studia a scuola non è necessariamente inutile o noioso. Se noi riusciremo a trasmettere agli alunni il nostro amore per la cultura, se ci mostreremo noi stessi entusiasti di ciò che diciamo e facciamo, avremo raggiunto il più alto obiettivo che la nostra professione può e deve prefiggersi.

Su questo ed altri spunti di riflessione presenti nel post gradirei di conoscere l’opinione dei lettori, che sono quindi invitati a lasciare un commento nello spazio sottostante.

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Ancora sul decalogo del docente

Lo scorso 9 agosto 2012, in mezzo alla calura estiva, ebbi l’idea di inserire qui sul blog un mio personale “decalogo” contenente le norme che, a mio giudizio, dovrebbe seguire un docente serio e responsabile della nostra scuola. Ho notato poi, osservando le statistiche relative al mio blog, che questo post ha ricevuto molte visite, seppure i commenti siano stati ancora pochi e di certo in numero minore di quanto io avrei auspicato. Riprendo perciò adesso l’argomento, nella speranza che interessi ai miei pochi lettori e ch’essi abbiano la volontà di intervenire con commenti e osservazioni, in modo da aprire una discussione costruttiva sull’argomento. Il mio scopo è quello di conoscere le opinioni dei colleghi sul tema da me proposto, senza pretendere di condizionare nessuno; su questa materia, infatti, ognuno ha le sue convinzioni ed il suo carattere personale, elementi questi che gli suggeriscono il comportamento da tenere.
Premetto il fatto che io sono un docente di una certa età, con una concezione della scuola che non corrisponde esattamente a quella prevalente dagli anni ’70 a questa parte, quando molti formalismi precedenti sono stati eliminati e dove sono cambiati anche vistosamente i rapporti tra le varie componenti dell’ambiente scolastico. Perciò, per quanto riconosca che alcuni cambiamenti siano stati opportuni, rimango ancora legato, anche per una certa riservatezza di carattere, a una visione dei ruoli e delle gerarchie piuttosto ben definita.
Passo a riassumere, con qualche modifica, i “comandamenti” che enunciai nel post del 9 agosto ispirandomi anche alla pedagogia di Quintiliano, che ancor oggi mi appare come una specchiata figura di maestro irreprensibile.

1 – Il docente sia sempre preparato nelle sue discipline. Se si accorge di avere lacune corra subito a colmarle, onde evitare di ricevere disistima e disprezzo dagli alunni e dalle loro famiglie.
2 – Il docente sia sempre chiaro e comprensibile nello spiegare agli studenti gli argomenti del programma. Organizzi le verifiche in modo trasparente, senza tranelli o interrogazioni impreviste. Pretenda ciò che gli alunni possono dare, senza infierire su chi ha capacità limitate. Sia invece inflessibile con chi non si impegna nello studio.
3 – Il docente non dia mai confidenza agli alunni, perché il rispetto dei ruoli è imprescindibile per un buon rapporto educativo. Si ricordi che non è l’amico dei ragazzi, ma un educatore. Non s’interessi della vita privata dei ragazzi, a meno che non siano loro ad esporgli un problema che può incidere sull’andamento scolastico. Non tolleri dagli studenti alcuna mancanza di rispetto, come battute o scherzi nei suoi confronti, imitazioni o simili.
4 – Il docente deve pretendere assolutamente il rispetto da parte degli studenti, ma anche lui è tenuto a rispettare i ragazzi. Non usi mai nei loro confronti termini offensivi o umilianti, né ironie o sarcasmi che ne danneggerebbero l’autostima. Non faccia alcuna osservazione sull’aspetto fisico o sul modo di vestire degli alunni, a meno che non si superino i limiti della decenza.
5 – L’operato del docente deve essere ispirato a imparzialità e giustizia, definita da Cicerone come la virtù di colui che “dà a ciascuno il suo”. Non faccia alcuna distinzione nelle valutazioni, indipendentemente dalle simpatie personali.
6 – Il docente sia un modello di vita per i suoi alunni anche nel comportamento personale. Vesta in modo sobrio, evitando le stravaganze, la sciatteria e l’eccessiva eleganza. Non fumi e non usi il cellulare a scuola. Anche nella vita privata fuori della scuola cerchi di evitare comportamenti riprovevoli, perché per gli alunni il professore deve costituire un esempio da seguire, non limitato al ristretto ambiente scolastico.
7 – In sede di scrutinio finale il docente valuti con estrema imparzialità tutti gli studenti, senza considerare altro se non l’oggettivo rendimento e la preparazione raggiunta da ciascuno. Eviti inutili buonismi fortemente dannosi, perché promuovere chi non lo merita costituisce una grave ingiustizia nei confronti della società e soprattutto verso gli studenti che, dopo essersi impegnati seriamente, si vedono messi alla pari con gli incapaci ed i vagabondi.
8 – Nei rapporti con i colleghi il docente si mostri cordiale e disponibile, senza dare l’impressione di essere presuntuoso o di sentirsi superiore agli altri. Mantenga le necessarie distanze con il personale non docente, dato che, pur rispettando il lavoro di ciascuno, i ruoli restano comunque diversi e separati.
9 – Nei colloqui con i genitori il docente sia chiaro ed esprima chiaramente la situazione scolastica del figlio, senza indorare la pillola e senza dare vane illusioni. Sappia distinguere i problemi reali che i genitori esprimono dalle scuse penose che spesso essi adducono per coprire le mancanze o la svogliatezza dei figli.
10 – Il docente si mostri rispettoso verso il proprio Dirigente scolastico e cerchi di collaborare con lui per il buon andamento dell’istituzione scolastica. Non mostri atteggiamenti adulatori ma non alzi neanche inutili steccati.

Vediamo se qualcuno leggerà questo post e vorrà replicare. Mi piacerebbe anche conoscere l’opinione degli studenti, soprattutto per quei “comandamenti” che riguardano loro ed i loro rapporti con il docente.

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La polemica sui voti

Lo scorso 14 agosto è apparso su Repubblica un articolo di una dirigente scolastica, M.Pia Veladiano, la quale, riprendendo un vecchio e abusato argomento, propone nuovamente di non assegnare agli alunni, come valutazione delle prove scritte ed orali, nessun voto inferiore al quattro, perché i voti bassi provocherebbero ansia e depressione negli studenti; a lei ha replicato, con una lettera sul medesimo quotidiano, il mio collega e amico Lodovico Guerrini, docente di materie letterarie, latino e greco al Liceo Classico “Piccolomini” di Siena, facendo notare che il problema non sta tanto nei numeri quanto nella necessità di ricondurre il voto alla sua giusta dimensione, la valutazione cioè della singola prova che, assieme a tutte le altre, determina il profilo didattico dell’alunno.

Inutile dire che io sono totalmente d’accordo con Guerrini, e non perché è un amico ma perché ha detto cose giuste. Aggiungo, come nota personale, che secondo me il buonismo di questi ultimi decenni, che ha la sua più lontana radice nell’ideologia sessantottina, ha provocato soltanto danni e ha fatto sì che uscissero dalle scuole e dalle università persone assolutamente impreparate; direi anzi che le promozioni di massa hanno sortito l’effetto contrario a quello che i baldi giovani del ’68 si proponevano, hanno cioè favorito le classi dominanti, perché una scuola che non seleziona apre la strada a chi, per fortuna o in virtù della famiglia, possiede più conoscenze e posizioni sociali più elevate. Con ciò non intendo affatto fare l’apologia della selezione eccessiva, perché anch’io cerco di non far perdere un anno ad un alunno quando intravedo in lui possibilità di recupero; intendo dire che la valutazione deve essere oggettiva, corrispondere in pieno alla prova effettuata, che può essere del tutto scarsa come può essere eccellente. Che voto assegnare a chi consegna un compito in bianco? Quattro? Ma questo sarebbe un falso colossale, perché il nulla (cioè il foglio bianco) non può trovarsi oltre un terzo della scala valutativa. Poiché i voti vanno da 1 a 10, è già molto se valutiamo con 2 un compito in bianco, che in realtà varrebbe 1 (non potendosi assegnare lo zero).

A me pare che questa proposta di non assegnare voti inferiori al quattro sia un modo come un altro per nascondersi dietro a un dito, come si dice con una frase piuttosto brutta. Sarebbe come se i medici, per non far allarmare un malato che ha la febbre, stabilissero che lo stato febbrile inizia a 39 gradi anziché 37: il malato avrebbe gli stessi sintomi, ma si sentirebbe falsamente sano. Una vera e propria truffa ai danni della persona, la stessa che avrebbe un alunno che si vede assegnare un quattro ma sa che la sua prestazione vale molto meno. A cosa servirebbe questa misura buonista se non a nascondere una realtà che sarebbe comunque sotto gli occhi di tutti? Con ciò, s’intenda bene, io come docente preferisco assegnare un 8 o un 9 piuttosto che un 3 o un 2; ma in certi casi è necessario, occorre cioè che lo studente, senza sentirsi rovinato con ciò, prenda coscienza della realtà. L’importante è non presentare alcuna situazione scolastica come irrimediabile, o peggio mettere in discussione le capacità intellettive. Anche un 2 o un 3 possono essere rimediati, e non c’è necessità di raggiungere per forza la media del 6: al docente basterà l’espressione della buona volontà, un tangibile progresso per soprassedere ad un 2 o un 3.

La questione è un’altra, a mio parere: che studenti e genitori, come ben sottolinea l’amico Guerrini nell’ultima parte della sua lettera, non comprendono l’esatto valore del voto, che non è un giudizio apodittico sulle capacità o la personalità dell’alunno, ma un semplice corrispondente di una singola prova. Accade spesso che uno studente capace e volenteroso sbagli una prova e prenda un voto basso; ma questo non cambia il giudizio del professore su di lui (o lei), nessuno mette in dubbio le buone qualità mostrate fino ad allora, e ad un compito valutato con un 3 può seguirne immediatamente uno valutato con 8, per me non ci sono difficoltà. Il problema è che i ragazzi spesso fanno del voto una questione di vita o di morte, legandolo alla propria autostima; ed è questo l’errore più grande, il perdere fiducia in se stessi o addirittura voler lasciare gli studi per questo motivo. E poi si dovrebbe finalmente comprendere che il voto non è tutto; ciò che è veramente importante è la preparazione e la formazione che una scuola riesce a dare ai propri alunni, al di là dei numeri e dei giudizi. Io, se fossi uno studente (magari!) preferirei un 6 che è il risultato di un apprendimento serio e durevole piuttosto che un 9 regalato con interessato buonismo, come accade in certe scuole, anche licei e falsi licei, che qui non voglio nominare. E i genitori? Spesso sono loro la causa principale dell’ansia dei figli, perché pretendono voti alti e solo di quelli si curano. Le valutazioni dei figli diventano spesso, per molti di loro, un motivo di vanto con gli amici nel caso che siano alte, ed un motivo di vergogna, quasi un insulto personale, se sono basse. Purtroppo i genitori di questo tipo oggi sono sempre di più, perché questa è la società dell’apparire e della superficie, ed il voto in effetti è ciò che appare alla vista, ciò che tutti vedono e giudicano. La vera cultura si forma e matura negli anni, non si lascia scorgere nell’immediato, né dagli alunni, né, in maggior grado, dai loro genitori.

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