Archivi tag: voti

La competizione tra gli studenti

Nonostante tutte le leggi e le norme egualitarie che si sono succedute negli ultimi quarant’anni, che tendono a proteggere i più deboli e ad evitare la competitività tra gli studenti, spiace constatare che anche oggi per molti di loro la scuola è una “gara” a chi ottiene i migliori risultati, o meglio i migliori voti, senza tener conto dell’effettivo livello di conoscenze e competenze che c’è dietro le valutazioni. L’attaccamento al voto, spesso ritenuto l’unico traguardo per cui valga la pena studiare, è fortissimo nella nostra scuola ed accomuna studenti e genitori. E francamente da questi ultimi, dato che sono in un’età più matura dei loro figli, ci si attenderebbe una disamina più obiettiva dell’attività didattica, che tenesse conto anche della qualità delle conoscenze trasmesse dai docenti ai loro figli e non solo dei numeri con cui vengono valutate le loro prestazioni. E’ significativo, a tal proposito, il colloquio scuola-famiglia, che normalmente viene tenuto una volta a quadrimestre: in teoria i genitori sembrano disposti ad apprezzare maggiormente i docenti che s’impegnano e che offrono un livello qualitativo elevato di insegnamento ma poi, dopo qualche divagazione o discorsetto generale, la lingua batte sempre sullo stesso punto: “Ma che voti ha mio figlio?”, “Potrà rimediare?” “Ce la farà a fine anno?”. “Sa, lui (o lei) sarebbe contento di vedersi gratificato con un buon voto, perché studia tanto…”, e altre amenità del genere. Questo è ciò che interessa veramente i genitori, non altro; e che ciò sia vero si evince con chiarezza dal fatto che le proteste dei familiari degli studenti contro i docenti non sono quasi mai rivolte contro quelli poco preparati nelle loro discipline o didatticamente inefficaci, ma contro coloro che giustamente assegnano anche voti bassi, perché non è garantendo a tutti la sufficienza che si crea una scuola efficiente; anzi, così facendo si danneggiano gravemente gli studenti stessi, perché li si illude di avere qualità e conoscenze che non hanno e li si predispone a gravi delusioni nel momento in cui il prosieguo degli studi o il mondo del lavoro li metteranno di fronte alla dura realtà.
Il mito del bel voto, d’altro canto, è comprensibile in una società materialista e superficiale come quella di oggi, dove le apparenze contano molto più della sostanza: poiché infatti ciò che appare all’esterno di un curriculum scolastico sono i voti, è chiaro che sono questi ad assumere l’importanza maggiore sia per gli studenti, che con i buoni voti si sentono gratificati ed in pace con la loro coscienza, sia per i genitori che possono così tenere alto il prestigio della famiglia e vantarsi con amici e parenti di avere un figlio o una figlia “bravi”. L’aspetto più negativo della cosa, in sé già abbastanza squallida, è però il fatto che molti studenti, imbeccati dall’ambizione dei genitori, non vogliono soltanto avere buoni voti, ma averli in ogni caso migliori di quelli dei compagni e delle compagne, percependo ancora la scuola non come un luogo dove ciascuno riceve una propria formazione da utilizzare nella vita, ma come un’arena dove si gareggia a chi arriva primo, a chi è più bravo, dove la soddisfazione personale per la propria prestazione è tanto maggiore quanto i propri risultati sono migliori di quelli altrui. Sotto questo profilo bisogna dire che ben poco è cambiato rispetto ai tempi miei, perché anche allora c’era competitività tra i ragazzi, fomentata purtroppo dagli insegnanti stessi che proponevano addirittura “gare” di grammatica, matematica, storia ecc., gare a cui ricordo di aver partecipato anch’io alla scuola elementare e media. Ma quegli insegnanti non avevano colpa, perché allora si pensava che fosse giusto così. Poi arrivò il Sessantotto e fece di tutto per eliminare questa competitività, anche se lo fece in modo errato, cioè con l’egualitarismo assurdo del “sei politico”. Ma il problema non fu mai superato, se è vero che ancor oggi, a distanza di tanti anni, riemerge questo meccanismo perverso che collega l’autostima personale dello studente ai voti ottenuti ed al confronto con i compagni. E anche qui la colpa è spesso dei genitori, i quali non si accontentano dei buoni voti, ma pretendono anche che i loro figli siano “i primi della classe”, senza sapere che spesso accade che i primi a scuola diventino poi gli ultimi (o quasi) nella vita.
La mentalità competitiva è fortemente deleteria, perché da chi è affetto da questa patologia la cultura stessa non viene più considerata un arricchimento personale, bensì uno dei vari strumenti per prevalere sugli altri, per riaffermare la propria personalità a danno altrui. Con questi presupposti non si arriva mai a valutare a fondo l’importanza delle conoscenze personali, le quali debbono concorrere a formare una personalità libera, un pensiero autonomo, non persone che vivranno sempre con la sindrome dei concorrenti dei quiz televisivi. Ognuno deve studiare per sé, per quello che la cultura rappresenta a livello personale, non per il voto alto o per il primo posto nella classe. A che servirà un’alta valutazione all’esame di Stato, dico per fare un esempio, se dietro quel voto ci sarà il nulla, come avviene in quelle scuole dove i voti alti ed altissimi vengono regalati a chi non li merita solo per far fare bella figura all’Istituto e ai docenti?
Il problema potrebbe essere superato se si affrontasse lo studio con una forma mentis analoga a quella con cui si affrontano certe gare sportive. Nelle discipline a carattere individuale (penso all’atletica leggera) ogni atleta scende in pista per migliorare se stesso, per raggiungere sempre obiettivi più alti, a prescindere dagli altri concorrenti. Così almeno dovrebbe essere; altrimenti un atleta che si sia qualificato per la gara olimpica dei 100 metri piani avendo raggiunto a malapena il limite stabilito, con quale spirito andrebbe a gareggiare sapendo che a quella gara partecipa il primatista mondiale Usain Bolt ed altri campioni? Se l’unico scopo della partecipazione alle Olimpiadi fosse quello di vincere la gara, allora il nostro atleta dovrebbe starsene a casa, perché non ha oggettivamente nessuna probabilità di battere Bolt e gli altri fuoriclasse. Eppure gareggia ugualmente, perché la sola partecipazione è per lui un grande onore, e soprattutto perché vuole migliorare se stesso, pur sapendo che difficilmente andrà oltre le batterie dei 100 metri piani. Lo stesso spirito dovrebbero avere gli studenti, e soprattutto le studentesse che sono più aggredite dei maschi da questo virus della competitività: frequentare una scuola è come fare una gara sì, ma con se stessi, non con i compagni. Ogni conoscenza acquisita in più, ogni miglioramento del proprio metodo di studio, ogni problema superato sono traguardi importanti, che dovrebbero gratificare e aumentare l’autostima, perché è con il sacrificio quotidiano che ciascuno costruisce il proprio bagaglio di conoscenze e competenze da utilizzare poi nella vita futura. L’invidia e la malevolenza contro la compagna che ha preso un mezzo voto in più all’interrogazione non portano alcun vantaggio; finiscono anzi per svalutare totalmente l’azione didattica e l’apprendimento stesso, perché chi studia solo per il voto, senza provare interesse ed amore per ciò che studia, è destinato a non apprezzare nulla, a dimenticarsi tutto o quasi e a vivere in uno stato di perenne insoddisfazione. Qualche volta essere egoisti, pensare a se stessi e non guardare cosa fanno gli altri può essere di aiuto; e poiché la nostra società è fortemente competitiva, non lasciarsi prendere da questo meccanismo – almeno negli anni della scuola – può essere un valido sistema per rivendicare a se stessi la propria libertà morale.

6 commenti

Archiviato in Attualità, Scuola e didattica

Interrogazioni e compiti in classe: i pro e i contro

Leggendo in qua e là su internet si incontrano articoli e commenti nei quali, con la solita esterofilia tipica del nostro Paese, si deplora il sistema valutativo in uso nelle nostre scuole e si esalta quello di alcune nazioni estere (in particolare i paesi anglosassoni), dove per valutare gli alunni non si fanno compiti in classe o interrogazioni, ma si procede mediante test a crocette, questionari o la presentazione di relazioni; solo in occasione degli esami di fine corso può essere effettuata (ad esempio in alcuni Länder della Germania) una verifica orale più o meno corrispondente alle nostre. Alcuni sostengono che i metodi di valutazionde della scuola italiana siano antiquati o peggio punitivi per gli alunni: l’interrogazione tradizionale, in altri termini, provocherebbe nello studente un eccesso di ansia e di angoscia che spesso, in caso di insuccesso o di risultato insufficiente, si tramuterebbe in un vero e proprio trauma psicologico, con senso di frustrazione a danno dell’autostima ed in generale della personalità dell’adolescente.
Io sono totalmente e tenacemente contrario a queste opinioni, diffuse soprattutto tra i pedagogisti di lontana formazione sessantottina, per i motivi che spiegherò. Anzitutto, se vogliamo fare un confronto tra i test a crocette (in uso in quasi tutti i paesi d’Europa e di oltre Oceano) e le nostre vituperate interrogazioni, non si può non risconoscere che sul piano culturale e formativo sono di gran lunga più efficaci queste ultime: la semplice risposta a domande con tre o quattro possibili alternative, infatti, è totalmente nozionistica e del tutto inconcludente, non abitua lo studente a ragionare, ad argomentare ed a sapersi esprimere correttamente nella sua lingua, il codice espressivo ancor oggi più importante. Inoltre un test, in qualunque forma lo si ponga, è facilmente copiabile da uno studente all’altro e dipendente in buona parte dalla fortuna, perché la crocetta può essere apposta sulla risposta esatta anche se scelta a caso tra quelle possibili. Le nostre forme di verifica dell’apprendimento, invece, sono di gran lunga più utili ed affidabili, da ogni punto di vista: per il docente è molto più agevole, alla prova dei fatti, verificare se l’alunno si sa esprimere bene sia oralmente sia per iscritto, mentre lo studente ha la totale possibilità di riflettere, ragionare ed argomentare, rivelando così l’effettivo livello culturale raggiunto. Un tema di italiano, tanto per fare un esempio, non lo si compila crocettando a caso una serie di quesiti, ma occorre operare un lavoro di ricerca degli argomenti da trattare, disporli nel giusto ordine, elaborarli in una buona forma espressiva, tutte operazioni che richiedono capacità di scelta, di riflessione, di ragionamento autonomo e critico. Lo stesso vale per le interrogazioni dove l’alunno, posto di fronte ad una domanda, deve sapersi esprimere in modo chiaro, corretto e saper impiegare in modo estemporaneo determinati linguaggi scientifici o tecnici; tutte operazioni logiche di grande rilievo, che non solo rivelano al docente le proprie conoscenze, ma rivestono soprattutto un’utilità formativa che i test ed i questionari non posseggono affatto. Si dice che i nostri alunni siano tra gli ultimi in Europa perché per effettuare le prove valutative comuni si ricorre ai test, a cui essi non sono abituati; ma vorrei vedere quale sarebbe la graduatoria europea se gli alunni inglesi, francesi o tedeschi dovessero svolgere un tema argomentativo o una verifica orale seria ed organizzata su molte discipline. Ne vedremmo delle belle!
Quanto al carattere deterrente e vessatorio che le classiche interrogazioni avrebbero, occorrerà fare una precisazione. In qualche caso questo potrebbe anche essere vero, quando il docente non conduce la verifica nel modo dovuto o pretende più di quanto gli studenti possano e debbano dare. Io sono convinto che l’interrogazione sia una normale prassi del percorso scolastico e che come tale vada intesa, evitando l’eccessiva emotività che molti ragazzi hanno a causa soprattutto della pressione dei genitori, i quali molto spesso desiderano buoni voti non tanto per il benessere dei figli, quanto per potersi vantare con gli amici ed esibire risultati che gratificano più l’orgoglio e l’autostima loro che non quella dei ragazzi. Da parte del docente, tuttavia, ritengo che sarebbe necessario seguire alcune semplici regole per rendere l’interrogazione un pacato colloquio piuttosto che un interrogatorio poliziesco, fermo restando che la valutazione dovrà comunque corrispondere alla reale preparazione degli studenti, senza regali e beneficenze per nessuno. Io personalmente mi attengo a questi semplici criteri: 1) prima ancora di iniziare le verifiche, informare gli alunni circa il loro reale peso valutativo, cercando cioè di far comprendere che un voto negativo in una singola prova non costituisce affatto una condanna definitiva, perché ci sarà comunque tutto l’agio ed il tempo per rimediare. L’interrogazione non deve essere considerata come una questione di vita o di morte, perché è proprio questo errato giudizio che scatena l’ansia e danneggia l’autostima. 2) ascoltare le esigenze della classe, distinguendo le ragioni reali dalle scuse ingiustificate. Se stiamo vivendo un periodo in cui la pressione valutativa dei singoli docenti è particolarmente forte, occorrerà essere disponibili a collocare le verifiche in modo da non far rischiare allo studente di dover preparare tre o quattro discipline per lo stesso giorno. 3) essere disponibili, se non sempre almeno nei periodi di più intensa attività didattica, ad accettare la programmazione delle verifiche e la presenza dei cosiddetti “volontari”. Lo so che così c’è il concreto rischio che gli alunni si mettano alle spalle una disciplina finché non arriva il giorno dell’interrogazione e la studino tutta insieme in uno o due pomeriggi, ma le verifiche a sorpresa hanno effetti anche peggiori, come le assenze di massa o le giustificazioni fasulle e la diffusione di un clima di terrore che non giova a nessuno. E poi, almeno nel mio caso, io interrogo su tutto il programma svolto, quindi se anche le verifiche sono programmate ciò non esime lo studente dal doversi preparare in modo organico e completo. 4) Durante l’interrogazione, porre allo studente domande chiare e ben collegate al lavoro effettivamente svolto, senza divagare o pretendere intuizioni geniali. Nei casi di alunni particolarmente bravi è anche possibile porre quesiti più complessi e per i quali c’è bisogno di un’elaborazione critica dei contenuti, ma in altri casi ciò non è auspicabile. 5) Lasciar parlare lo studente, senza interromperlo continuamente, magari per “fargli lezione” durante la verifica. Solo se si smarrisce e non riesce più ad orientarsi, il docente dovrà intervenire cercando di riportarlo all’argomento richiesto o ponendogli la domanda in modo diverso. 6) astenersi da qualunque atteggiamento punitivo o peggio derisorio nei confronti dello studente. Se non è preparato, se non ha studiato, prenderà un voto negativo, questo non si discute; ma la dignità personale e l’autostima di ciascuno vanno sempre rispettate. Non ha molto senso dire con aria severa “Ma io questo l’ho spiegato!”, oppure “Sul libro c’è”, perché affermazioni simili hanno un effetto deprimente, non aiutano lo studente a comprendere il proprio esito didattico, che sarà ben chiarito dal voto finale. 7) Non discutere mai con gli studenti il voto dell’interrogazione. E’ il docente che decide, con il massimo senso di giustizia e senza fare alcuna distinzione tra i suoi alunni, i quali spesso non si rendono bene conto del loro rendimento. Perciò non vanno assolutamente accettate contestazioni o proteste, perché se è vero che lo studente deve essere messo a suo agio il più possibile nel sostenere la prova, è altrettanto vero che la valutazione compete al docente e soltanto a lui.
Con queste semplici annotazioni non ho inteso fare scuola a nessuno, perché ciascuno ha le proprie convinzioni ed in base a quelle deve agire; ho voluto soltanto esternare quello che è il mio personale metodo di lavoro nell’ambito della valutazione, un metodo che deriva da quasi 35 anni di esperienza di insegnamento e che, almeno fino a questo momento, sembra aver dato buoni risultati, visto il giudizio che ne hanno espresso fino ad ora studenti e genitori.

9 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

Cronache di poveri esami

In questo periodo molti di noi (me compreso) sono impegnati nel lavoro delle commissioni per gli esami di Stato delle scuole superiori, e come tutti gli anni riemergono gli stessi problemi: alunni impreparati e spesso avventurieri, commissari interni che aiutano sfacciatamente i loro studenti, presidenti e commissari esterni che chiedono argomenti fuori del programma, ecc. ecc. E’ una lamentela continua, tipicamente italiana, su questi esami, che qualcuno vorrebbe abolire del tutto, qualcuno vorrebbe effettuati dai soli professori interni alla scuola o addirittura, al contrario, da tutti esterni. Se ne dicono e se ne sentono di tutti i colori: a voce nei corridoi scolastici, sui forum di internet, sui giornali e altrove.
Personalmente penso che l’esame di Stato sia necessario, e non tanto per il valore legale del titolo di studio, quanto perché costituisce per un giovane la prima prova seria da affrontare nella vita, quella in cui si deve mettere in gioco con le proprie conoscenze e competenze. L’essenziale sarebbe che questo appuntamento fosse gestito bene, rispettando la legge scritta e quella morale della giustizia e dell’onestà; ed invece molto spesso entrambe queste categorie vengono palesemente trasgredite. Si comincia con la brutta abitudine dei commissari interni (non tutti, s’intende!) di aiutare smaccatamente gli studenti arrivando persino a passare loro il compito scritto o a suggerire le risposte dell’orale, se non addirittura ad informare in anticipo i ragazzi sulle domande che porranno loro al colloquio. Inutile dire che questo comportamento è ignobile, oltre che illegale, perché tradisce e infanga completamente la professionalità della nostra categoria, se non altro perché in tal modo gli studenti vagabondi e incapaci vengono messi alla pari dei migliori. E la ragione per cui alcuni si comportano così – come ho potuto constatare in diversi casi – non è tanto l’amore materno per i propri studenti, quanto l’aspirazione ad esaltare se stessi e la propria scuola: c’è infatti la presunzione, errata ma molto diffusa, secondo cui – nel giudizio degli estranei che prenderanno nota dei voti finali attribuiti – più le valutazioni saranno alte più la scuola ne guadagnerà in prestigio, poiché i lettori esterni presupporranno che a buoni voti corrisponda necessariamente un’elevata qualità dell’insegnamento.
Ma spesso a valutare con eccessiva larghezza gli alunni sono anche i commissari esterni, presidenti compresi, ed anche costoro hanno le loro buone ragioni per agire così: non scontentare i commissari interni (che l’anno seguente potrebbero essere esterni proprio nelle scuole di provenienza degli esterni attuali), per non avere noie e fastidi, e soprattutto per la paura folle dei ricorsi, che costringerebbero la commissione a riunirsi di nuovo, magari durante le agognate ferie estive.
Ciò che risulta da questo quadro è desolante: le valutazioni complessive sono, nella maggior parte dei casi, più alte di quanto gli alunni meriterebbero, ma ci sono anche (ironia della sorte!) casi contrari. Poiché si evita ovunque la bocciatura anche di un solo alunno (sempre per il terrore dei ricorsi), ci si riduce spesso a compiere gravi ingiustizie, perché coloro che dovrebbero bocciare vengono aiutati in tutti i modi, spesso sfacciatamente, per raggiungere il minimo necessario alla promozione, mentre ad altri alunni dai risultati migliori vengono assegnati voti minimi o poco più alti; giustizia vorrebbe invece che, se il potenziale bocciato viene comunque promosso, a chi raggiunge la promozione con le proprie forze fosse riconosciuto qualche punto in più. Ma spesso non è così, perché i ricorsi, si sa, li fa soprattutto chi viene bocciato.
Eppure la normativa sugli esami di Stato è chiara e trasparente, e basterebbe seguirla attribuendo a ciascuno il suo; se poi qualche studente risultasse bocciato e dovesse ripetere un anno, non sarebbe un dramma, ma rientrerebbe nella normale pratica scolastica. Ma purtroppo da noi le leggi sono sottoposte all’interpretazione personale, e ciascuno le stravolge a suo piacimento. Ricordo che anni fa partecipai ad un convegno sulla scuola organizzato a Sinalunga (Siena) dall’on. Rosy Bindi del PD, al quale partecipò anche l’ex Ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer. In quell’occasione io, prendendo la parola, affermai che il nuovo esame di Stato non dava risultati migliori del precedente, anche a causa dei voti inflazionati e delle promozioni di massa che continuavano a verificarsi; al che Berlinguer mi rispose che la normativa era ben congegnata e che permetteva tutte le possibili soluzioni, e perciò, se le cose continuavano ad andare male, era colpa degli insegnanti e non del Ministro. E devo dire che, in quell’occasione, Berlinguer aveva perfettamente ragione.
Da quando è stato istituito il nuovo esame (1999) io mi ci sono trovato sempre coinvolto, alternativamente come membro interno e come presidente di commissione, e debbo dire che sono molto più tranquillo in questa seconda funzione. Per quel che posso, cerco di effettuare tutte le operazioni rispettando scrupolosamente la normativa; perciò non ho paura dei ricorsi come molti colleghi, perché sono convinto che chi fa il proprio dovere ed ha la coscienza serena non deve avere timore di nulla. Nelle valutazioni sono sempre io che, come presidente della commissione, avanzo la proposta di voto; ma non ho mai preteso di imporre nulla a nessuno, tutto viene deciso democraticamente all’unanimità o a maggioranza. Molto spesso mi sono dovuto adeguare a decisioni che non condividevo; ma questo fa parte delle regole della vita democratica e va accettato, purché non si violi la legge e tutto avvenga nella massima trasparenza.

Lascia un commento

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

Il difficile compito della valutazione

Un altro anno di scuola (e, ahimé, anche di vita) è passato, e siamo giunti in prossimità degli scrutini finali. In questo particolare periodo mi viene da pensare a quanto sia difficile, per noi docenti, valutare in modo equo e obiettivo le prove scolastiche dei nostri alunni. Il numero che corrisponde a questo nostro compito (cioè il voto) è importante per gli alunni e le famiglie, e qualsiasi nostro invito a non considerarlo quale unica finalità della frequenza scolastica cade quasi sempre nel vuoto: gli studenti e i genitori fanno del voto uno status-symbol, da esso fanno dipendere la loro autostima, il buon nome della famiglia, lo ritengono l’esatto specchio del valore umano e sociale del loro figlio, ecc. Sbagliano, perché nella mia lunga carriera ho constatato in tante occasioni che il successo scolastico può non corrispondere affatto a quello della vita lavorativa o familiare: tanti alunni bravissimi a scuola si sono trovati poi nella vita in grande difficoltà e non hanno realizzato nulla di ciò che tutti pensavano fossero in grado di realizzare, mentre molti altri, mediocri nei voti scolastici, hanno poi raggiunto traguardi e posizioni sociali di tutto rispetto. Ma purtroppo, in una società dove conta solo l’apparenza, il voto la fa da padrone, perché è proprio quello ciò che “appare” dell’alunno che frequenta una qualsiasi scuola, da parte di chi osserva dall’esterno.
Per questo e per altri motivi, la valutazione è una grande responsabilità di noi docenti; dobbiamo quindi cercare di effettuarla nel miglior modo possibile, senza però dimenticare che anche noi siamo esseri umani e possiamo sbagliare. Io, per parte mia, sono pienamente consapevole del margine di errore che può esserci nelle mie valutazioni; però ho sempre cercato di fare in modo che, se pur errori vi possano essere, siano compiuti in buona fede. Per questa finalità non mi sono mai lasciato influenzare da nulla che non fosse l’oggettivo rendimento di ogni studente, senza penalizzare né favorire nessuno, e tenendo con tutti lo stesso metro. So che questa è un’ovvietà, ma purtroppo non sempre ciò si verifica, perché esistono colleghi che si fanno influenzare, in minore o maggior misura, da altri fattori, come la posizione sociale della famiglia dello studente, la sua “simpatia” umana, il suo modo di presentarsi, comportarsi o vestirsi, o altro ancora.
Io credo che l’imparzialità assoluta e l’oggettivo esame del rendimento degli alunni siano le migliori qualità di ogni buon docente, e tuttavia possono non bastare per realizzare una valutazione obiettiva, perché ci sono anche altri fattori da considerare. Uno di questi è senza dubbio l’impegno e la partecipazione attiva dello studente all’attività didattica: se due alunni, ad esempio, hanno entrambi una media di 6,5 decimi, io sono propenso a portare a 7 colui che vedo più partecipe e volenteroso, e a dare 6 a chi si è impegnato meno. E tuttavia anche questo potrebbe essere contestato, perché se il risultato finale, in termini numerici, è il medesimo, perché il trattamento valutativo deve essere diverso? E’ un problema che fa riflettere: io ci ho pensato spesso, ho deciso come mi sembrava più opportuno, ma non sono completamente sicuro di aver agito bene. Altro caso riguarda il carattere dello studente. Noi docenti tendiamo a premiare, spesso anche con il voto di condotta, gli alunni che intervengono attivamente nel dialogo didattico, fanno domande al docente, esprimono loro impressioni personali ecc.; ma anche qui ci sarebbe da obiettare, perché non è detto che un ragazzo o una ragazza dal carattere riservato e schivo, che non se la sente di “mettersi in evidenza” con interventi diretti, sia meno meritevole degli altri. Magari è ancor più diligente e interessato dello spavaldo che fa mostra di sé, ma non può o non vuole attirare l’attenzione su di sé e preferisce ascoltare e riflettere su quanto appreso, anche in modo più profondo di altri suoi compagni. Altro fattore che spesso influisce sulle valutazioni è costituito dai problemi familiari dello studente, che può aver vissuto durante l’anno scolastico una situazione difficile a causa, ad esempio, della separazione dei suoi genitori, di lutti o malattie avvenute nella famiglia ecc. Qui si entra in un ginepraio vero e proprio, perché non è raro il caso di alunni e famiglie che hanno cercato di enfatizzare i loro problemi personali per ottenere un trattamento di favore, mentre in altri casi, all’opposto, certi studenti hanno persino nascosto a tutti le loro difficoltà, proprio per non lasciar pensare a qualcuno di aver l’intenzione di ottenere con ciò qualche vantaggio. E’ difficilissimo, inoltre, valutare l’esatta incidenza dei problemi familiari sull’effettivo rendimento dello studente, anche perché ciascuno ha il suo carattere, la propria sensibilità, e reagisce in modo diverso a situazioni magari molto simili.
Tutto questo sproloquio ha di mira l’esplicazione di un solo concetto: che la valutazione, da parte di noi docenti, è un compito molto delicato e difficile, che non deve in alcun modo essere sottovalutato, perché le conseguenze dei nostri errori potrebbero anche essere gravi. Non dimentichiamoci che abbiamo a che fare con persone, non con oggetti o moduli da compilare al computer. Purtroppo l’errore è sempre possibile ma dobbiamo cercare, con tutte le nostre forze, ch’esso non sia mai volontario, né provocato da leggerezza oppure, ancor peggio, da malafede.

6 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

La polemica sui voti

Lo scorso 14 agosto è apparso su Repubblica un articolo di una dirigente scolastica, M.Pia Veladiano, la quale, riprendendo un vecchio e abusato argomento, propone nuovamente di non assegnare agli alunni, come valutazione delle prove scritte ed orali, nessun voto inferiore al quattro, perché i voti bassi provocherebbero ansia e depressione negli studenti; a lei ha replicato, con una lettera sul medesimo quotidiano, il mio collega e amico Lodovico Guerrini, docente di materie letterarie, latino e greco al Liceo Classico “Piccolomini” di Siena, facendo notare che il problema non sta tanto nei numeri quanto nella necessità di ricondurre il voto alla sua giusta dimensione, la valutazione cioè della singola prova che, assieme a tutte le altre, determina il profilo didattico dell’alunno.

Inutile dire che io sono totalmente d’accordo con Guerrini, e non perché è un amico ma perché ha detto cose giuste. Aggiungo, come nota personale, che secondo me il buonismo di questi ultimi decenni, che ha la sua più lontana radice nell’ideologia sessantottina, ha provocato soltanto danni e ha fatto sì che uscissero dalle scuole e dalle università persone assolutamente impreparate; direi anzi che le promozioni di massa hanno sortito l’effetto contrario a quello che i baldi giovani del ’68 si proponevano, hanno cioè favorito le classi dominanti, perché una scuola che non seleziona apre la strada a chi, per fortuna o in virtù della famiglia, possiede più conoscenze e posizioni sociali più elevate. Con ciò non intendo affatto fare l’apologia della selezione eccessiva, perché anch’io cerco di non far perdere un anno ad un alunno quando intravedo in lui possibilità di recupero; intendo dire che la valutazione deve essere oggettiva, corrispondere in pieno alla prova effettuata, che può essere del tutto scarsa come può essere eccellente. Che voto assegnare a chi consegna un compito in bianco? Quattro? Ma questo sarebbe un falso colossale, perché il nulla (cioè il foglio bianco) non può trovarsi oltre un terzo della scala valutativa. Poiché i voti vanno da 1 a 10, è già molto se valutiamo con 2 un compito in bianco, che in realtà varrebbe 1 (non potendosi assegnare lo zero).

A me pare che questa proposta di non assegnare voti inferiori al quattro sia un modo come un altro per nascondersi dietro a un dito, come si dice con una frase piuttosto brutta. Sarebbe come se i medici, per non far allarmare un malato che ha la febbre, stabilissero che lo stato febbrile inizia a 39 gradi anziché 37: il malato avrebbe gli stessi sintomi, ma si sentirebbe falsamente sano. Una vera e propria truffa ai danni della persona, la stessa che avrebbe un alunno che si vede assegnare un quattro ma sa che la sua prestazione vale molto meno. A cosa servirebbe questa misura buonista se non a nascondere una realtà che sarebbe comunque sotto gli occhi di tutti? Con ciò, s’intenda bene, io come docente preferisco assegnare un 8 o un 9 piuttosto che un 3 o un 2; ma in certi casi è necessario, occorre cioè che lo studente, senza sentirsi rovinato con ciò, prenda coscienza della realtà. L’importante è non presentare alcuna situazione scolastica come irrimediabile, o peggio mettere in discussione le capacità intellettive. Anche un 2 o un 3 possono essere rimediati, e non c’è necessità di raggiungere per forza la media del 6: al docente basterà l’espressione della buona volontà, un tangibile progresso per soprassedere ad un 2 o un 3.

La questione è un’altra, a mio parere: che studenti e genitori, come ben sottolinea l’amico Guerrini nell’ultima parte della sua lettera, non comprendono l’esatto valore del voto, che non è un giudizio apodittico sulle capacità o la personalità dell’alunno, ma un semplice corrispondente di una singola prova. Accade spesso che uno studente capace e volenteroso sbagli una prova e prenda un voto basso; ma questo non cambia il giudizio del professore su di lui (o lei), nessuno mette in dubbio le buone qualità mostrate fino ad allora, e ad un compito valutato con un 3 può seguirne immediatamente uno valutato con 8, per me non ci sono difficoltà. Il problema è che i ragazzi spesso fanno del voto una questione di vita o di morte, legandolo alla propria autostima; ed è questo l’errore più grande, il perdere fiducia in se stessi o addirittura voler lasciare gli studi per questo motivo. E poi si dovrebbe finalmente comprendere che il voto non è tutto; ciò che è veramente importante è la preparazione e la formazione che una scuola riesce a dare ai propri alunni, al di là dei numeri e dei giudizi. Io, se fossi uno studente (magari!) preferirei un 6 che è il risultato di un apprendimento serio e durevole piuttosto che un 9 regalato con interessato buonismo, come accade in certe scuole, anche licei e falsi licei, che qui non voglio nominare. E i genitori? Spesso sono loro la causa principale dell’ansia dei figli, perché pretendono voti alti e solo di quelli si curano. Le valutazioni dei figli diventano spesso, per molti di loro, un motivo di vanto con gli amici nel caso che siano alte, ed un motivo di vergogna, quasi un insulto personale, se sono basse. Purtroppo i genitori di questo tipo oggi sono sempre di più, perché questa è la società dell’apparire e della superficie, ed il voto in effetti è ciò che appare alla vista, ciò che tutti vedono e giudicano. La vera cultura si forma e matura negli anni, non si lascia scorgere nell’immediato, né dagli alunni, né, in maggior grado, dai loro genitori.

5 commenti

Archiviato in Scuola e didattica