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La competizione tra gli studenti

Nonostante tutte le leggi e le norme egualitarie che si sono succedute negli ultimi quarant’anni, che tendono a proteggere i più deboli e ad evitare la competitività tra gli studenti, spiace constatare che anche oggi per molti di loro la scuola è una “gara” a chi ottiene i migliori risultati, o meglio i migliori voti, senza tener conto dell’effettivo livello di conoscenze e competenze che c’è dietro le valutazioni. L’attaccamento al voto, spesso ritenuto l’unico traguardo per cui valga la pena studiare, è fortissimo nella nostra scuola ed accomuna studenti e genitori. E francamente da questi ultimi, dato che sono in un’età più matura dei loro figli, ci si attenderebbe una disamina più obiettiva dell’attività didattica, che tenesse conto anche della qualità delle conoscenze trasmesse dai docenti ai loro figli e non solo dei numeri con cui vengono valutate le loro prestazioni. E’ significativo, a tal proposito, il colloquio scuola-famiglia, che normalmente viene tenuto una volta a quadrimestre: in teoria i genitori sembrano disposti ad apprezzare maggiormente i docenti che s’impegnano e che offrono un livello qualitativo elevato di insegnamento ma poi, dopo qualche divagazione o discorsetto generale, la lingua batte sempre sullo stesso punto: “Ma che voti ha mio figlio?”, “Potrà rimediare?” “Ce la farà a fine anno?”. “Sa, lui (o lei) sarebbe contento di vedersi gratificato con un buon voto, perché studia tanto…”, e altre amenità del genere. Questo è ciò che interessa veramente i genitori, non altro; e che ciò sia vero si evince con chiarezza dal fatto che le proteste dei familiari degli studenti contro i docenti non sono quasi mai rivolte contro quelli poco preparati nelle loro discipline o didatticamente inefficaci, ma contro coloro che giustamente assegnano anche voti bassi, perché non è garantendo a tutti la sufficienza che si crea una scuola efficiente; anzi, così facendo si danneggiano gravemente gli studenti stessi, perché li si illude di avere qualità e conoscenze che non hanno e li si predispone a gravi delusioni nel momento in cui il prosieguo degli studi o il mondo del lavoro li metteranno di fronte alla dura realtà.
Il mito del bel voto, d’altro canto, è comprensibile in una società materialista e superficiale come quella di oggi, dove le apparenze contano molto più della sostanza: poiché infatti ciò che appare all’esterno di un curriculum scolastico sono i voti, è chiaro che sono questi ad assumere l’importanza maggiore sia per gli studenti, che con i buoni voti si sentono gratificati ed in pace con la loro coscienza, sia per i genitori che possono così tenere alto il prestigio della famiglia e vantarsi con amici e parenti di avere un figlio o una figlia “bravi”. L’aspetto più negativo della cosa, in sé già abbastanza squallida, è però il fatto che molti studenti, imbeccati dall’ambizione dei genitori, non vogliono soltanto avere buoni voti, ma averli in ogni caso migliori di quelli dei compagni e delle compagne, percependo ancora la scuola non come un luogo dove ciascuno riceve una propria formazione da utilizzare nella vita, ma come un’arena dove si gareggia a chi arriva primo, a chi è più bravo, dove la soddisfazione personale per la propria prestazione è tanto maggiore quanto i propri risultati sono migliori di quelli altrui. Sotto questo profilo bisogna dire che ben poco è cambiato rispetto ai tempi miei, perché anche allora c’era competitività tra i ragazzi, fomentata purtroppo dagli insegnanti stessi che proponevano addirittura “gare” di grammatica, matematica, storia ecc., gare a cui ricordo di aver partecipato anch’io alla scuola elementare e media. Ma quegli insegnanti non avevano colpa, perché allora si pensava che fosse giusto così. Poi arrivò il Sessantotto e fece di tutto per eliminare questa competitività, anche se lo fece in modo errato, cioè con l’egualitarismo assurdo del “sei politico”. Ma il problema non fu mai superato, se è vero che ancor oggi, a distanza di tanti anni, riemerge questo meccanismo perverso che collega l’autostima personale dello studente ai voti ottenuti ed al confronto con i compagni. E anche qui la colpa è spesso dei genitori, i quali non si accontentano dei buoni voti, ma pretendono anche che i loro figli siano “i primi della classe”, senza sapere che spesso accade che i primi a scuola diventino poi gli ultimi (o quasi) nella vita.
La mentalità competitiva è fortemente deleteria, perché da chi è affetto da questa patologia la cultura stessa non viene più considerata un arricchimento personale, bensì uno dei vari strumenti per prevalere sugli altri, per riaffermare la propria personalità a danno altrui. Con questi presupposti non si arriva mai a valutare a fondo l’importanza delle conoscenze personali, le quali debbono concorrere a formare una personalità libera, un pensiero autonomo, non persone che vivranno sempre con la sindrome dei concorrenti dei quiz televisivi. Ognuno deve studiare per sé, per quello che la cultura rappresenta a livello personale, non per il voto alto o per il primo posto nella classe. A che servirà un’alta valutazione all’esame di Stato, dico per fare un esempio, se dietro quel voto ci sarà il nulla, come avviene in quelle scuole dove i voti alti ed altissimi vengono regalati a chi non li merita solo per far fare bella figura all’Istituto e ai docenti?
Il problema potrebbe essere superato se si affrontasse lo studio con una forma mentis analoga a quella con cui si affrontano certe gare sportive. Nelle discipline a carattere individuale (penso all’atletica leggera) ogni atleta scende in pista per migliorare se stesso, per raggiungere sempre obiettivi più alti, a prescindere dagli altri concorrenti. Così almeno dovrebbe essere; altrimenti un atleta che si sia qualificato per la gara olimpica dei 100 metri piani avendo raggiunto a malapena il limite stabilito, con quale spirito andrebbe a gareggiare sapendo che a quella gara partecipa il primatista mondiale Usain Bolt ed altri campioni? Se l’unico scopo della partecipazione alle Olimpiadi fosse quello di vincere la gara, allora il nostro atleta dovrebbe starsene a casa, perché non ha oggettivamente nessuna probabilità di battere Bolt e gli altri fuoriclasse. Eppure gareggia ugualmente, perché la sola partecipazione è per lui un grande onore, e soprattutto perché vuole migliorare se stesso, pur sapendo che difficilmente andrà oltre le batterie dei 100 metri piani. Lo stesso spirito dovrebbero avere gli studenti, e soprattutto le studentesse che sono più aggredite dei maschi da questo virus della competitività: frequentare una scuola è come fare una gara sì, ma con se stessi, non con i compagni. Ogni conoscenza acquisita in più, ogni miglioramento del proprio metodo di studio, ogni problema superato sono traguardi importanti, che dovrebbero gratificare e aumentare l’autostima, perché è con il sacrificio quotidiano che ciascuno costruisce il proprio bagaglio di conoscenze e competenze da utilizzare poi nella vita futura. L’invidia e la malevolenza contro la compagna che ha preso un mezzo voto in più all’interrogazione non portano alcun vantaggio; finiscono anzi per svalutare totalmente l’azione didattica e l’apprendimento stesso, perché chi studia solo per il voto, senza provare interesse ed amore per ciò che studia, è destinato a non apprezzare nulla, a dimenticarsi tutto o quasi e a vivere in uno stato di perenne insoddisfazione. Qualche volta essere egoisti, pensare a se stessi e non guardare cosa fanno gli altri può essere di aiuto; e poiché la nostra società è fortemente competitiva, non lasciarsi prendere da questo meccanismo – almeno negli anni della scuola – può essere un valido sistema per rivendicare a se stessi la propria libertà morale.

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Le interrogazioni: come condurle?

Un altro post sulla scuola, uno dei tanti. Qui vorrei parlare di come a mio giudizio si dovrebbero condurre le verifiche sulla preparazione degli alunni nella scuola superiore. Premetto che a mio parere la classica interrogazione nostrana, con il prof. che fa le domande e lo studente che risponde, è infinitamente migliore, dal punto di vista dell’accertamento delle conoscenze e della formazione personale, rispetto agli sterili test a crocette che usano all’estero e che purtroppo trovano tanti estimatori anche da noi: anzitutto questi test si possono copiare facilmente o affidarsi alla fortuna crocettando a caso, ma poi in tal modo lo studente non impara mai a parlare, ad esprimersi, a costruire un ragionamento autonomo che gli sarà indispensabile nella sua vita futura. Detto questo, passiamo a trattare la parte operativa dell’argomento.
In un altro post di qualche anno fa (2013) discussi sull’opportunità di programmare o meno le verifiche in accordo con gli studenti ed espressi il mio parere favorevole, perché in certi periodi dell’anno scolastico (come ad es. a chiusura di quadrimestre), se i ragazzi non sapessero quando e da chi saranno interrogati, non riuscirebbero a organizzare il loro lavoro e rischierebbero di perdere il lume della ragione di fronte alla possibilità di essere interrogati in tre o quattro materie nello stesso giorno. Quindi io mi dichiarai allora, e mi dichiaro anche adesso, favorevole al cosiddetto “volontariato” ed alla pianificazione delle verifiche, restando inteso però che lo studente verrà interrogato su tutto il programma svolto fino a quel giorno e non solo sugli ultimi argomenti. Quando espressi questa convinzione ebbi dei commenti negativi, soprattutto da parte di persone che non vivono la realtà della scuola e hanno in mente la figura dello studente ideale, non quella reale che vediamo tutti i giorni. Lasciamo comunque perdere questo argomento e veniamo a parlare di come svolgere, nella pratica, un’interrogazione. Ovviamente anche adesso io esporrò il mio metodo e le mie convinzioni, senza pretendere di insegnare o di imporre nulla a nessuno; chi troverà utili questi consigli li potrà seguire, se vorrà, gli altri potranno controbattere e magari comunicarmi le loro ragioni inviando un commento a questo articolo, dato che me ne arrivano molti meno di quanti ne gradirei.
Vanno assolutamente evitate, secondo me, due abitudini ancora abbastanza diffuse, quella cioè di interrogare l’alunno facendolo restare seduto al suo banco e quella di verificare più alunni insieme (le cosiddette interrogazioni di gruppo, tanto di moda negli anni ’70 dello scorso secolo): nel primo caso, infatti, i suggerimenti da parte dei compagni vicini sono molto facili da comunicare e quindi le risposte possono non essere autentiche; nel secondo invece, quando si sentono più studenti contemporaneamente, è difficile stabilire poi, in sede di valutazione, chi ha risposto meglio e chi peggio, chi era più preparato e chi meno, perché si rischia di attribuire a Tizio ciò che ha detto Caio e viceversa.
La prova di verifica, a mio giudizio, deve essere sempre individuale. L’alunno va interrogato alla cattedra facendolo accomodare sulla sedia che si è portato dal suo banco, giacché lo stare in piedi è scomodo e non aiuta a creare un clima sereno. I compagni vanno tenuti a debita distanza e avvertiti che eventuali suggerimenti saranno interpretati come risposte non date e potranno comportare provvedimenti a loro carico. Le domande debbono essere espresse in modo chiaro, con volto sereno, senza che il docente mostri fastidio o addirittura disappunto di fronte ad esitazioni o a risposte non pertinenti. La prima cosa da fare è mettere lo studente a proprio agio e non farlo sentire come se fosse davanti ad un ufficiale dei carabinieri o di polizia; la verifica deve essere un colloquio, uno scambio di idee e non deve crearsi tensione o peggio terrore di fronte alla prova da sostenere. Se l’alunno si emoziona, cosa che succede spesso, il docente deve cercare di fargli animo e magari modulare il tono della voce e porre la domanda con altri termini, perché in caso contrario l’ansia può aumentare e provocare addirittura un blocco psicologico con conseguente “scena muta”. Se l’alunno non risponde alle domande e si mostra impacciato non sempre ciò dipende dalla mancanza di studio e di impegno; qualche volta è l’emotività che lo blocca, pur dovendosi ricordare che questo può essere anche un espediente che studenti e genitori usano per giustificare una prova andata male. Sta al buon docente accorgersi se veramente il ragazzo o la ragazza sono in difficoltà emotive oppure fingono di emozionarsi perché non hanno studiato.
Ho già detto che le domande vanno poste in modo chiaro e magari ripetute con termini diversi se non comprese alla prima, senza spazientirsi o formulare ingiuste accuse. Mentre lo studente parla occorre seguirlo e cercare di interpretare quel che vuol dire, anche se non si esprime nei termini più adatti. Non è opportuno interromperlo continuamente, perché ciò lo disorienta e gli fa perdere, come si dice, il bandolo della matassa; è invece opportuno lasciarlo parlare, fermandolo solo se si sta insabbiando da solo (cosa che succede spesso) o se sta dicendo fischi per fiaschi, correggendolo opportunamente e rimettendolo sulla giusta via. Cenni di assenso in caso di risposta positiva rinfrancano l’alunno e lo fanno sentire a suo agio; in caso invece di andamento non brillante, è opportuno certamente correggere gli errori, ma non nel modo in cui Quintiliano parla di certi maestri, i quali, a suo dire “rimproverano con astio, come se odiassero”. Anche in caso di esito negativo della verifica, dunque, è assolutamente necessario non usare rimproveri aspri, né commentare sfavorevolmente l’accaduto, perché questo danneggia l’autostima dei ragazzi e rischia di peggiorare ulteriormente la situazione. Basterà il voto non buono a responsabilizzare l’alunno e fargli comprendere che avrebbe dovuto studiare di più e meglio: inutile infierire o mostrarsi disgustati, perché ciò non aiuta nessuno a far progressi.
Il voto va attribuito con assoluto senso di giustizia, senza privilegiare né penalizzare nessuno, e soprattutto senza prevenzioni: non è detto che l’alunno Caio, abitualmente brillante, debba sempre prendere voti alti: se non va bene, un otto può benissimo scendere ad un quattro; ma per la stessa ragione non è detto che l’alunno Tizio, abitualmente mediocre, non possa migliorare e passare da un quattro ad un otto, ad esempio. La prevenzione che certi docenti hanno, buona o cattiva che sia per i propri allievi, è sempre sbagliata. In ogni caso un voto negativo non va mai, e dico mai, presentato all’alunno come un fallimento personale: quella è una mera valutazione di una singola prova, che può cambiare benissimo e migliorare, non è un giudizio sulla persona. Nulla è peggiore infatti dell’abbattimento e della perdita di autostima, che nell’età adolescenziale può essere deleteria e rovinare la vita anche sotto altri aspetti.
Io ho sempre cercato di regolarmi in base ai principi qui esposti e ho sempre messo nel mio lavoro tutta la buona volontà, nell’arco dei quasi 40 anni del mio insegnamento liceale. Ciò ovviamente non vuol dire che non abbia mai sbagliato o che non possa sbagliare ancora; ma  sono convinto che l’importante, nella docenza come in tutte le altre attività umane, sia cercare di fare del proprio meglio e lasciarsi guidare da criteri di onestà e di giustizia. Quando si è tranquilli con la propria coscienza la vita è certamente migliore; saranno poi gli altri a giudicarci, possibilmente con pari equanimità.

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La “missione” del docente

Da più parti si ripete -e lo si è sempre detto, del resto – che l’insegnamento non è un lavoro come gli altri, ma del tutto sui generis, perché organizzato diversamente: in molti casi, infatti, esso impegna il lavoratore per un numero di ore uguale o superiore a quello di altre professioni, ma anche quando, in pochi casi legati soprattutto a certe materie, il numero delle ore effettivamente lavorate è inferiore, a ciò supplisce un coinvolgimento morale ed affettivo del tutto straordinario, allorché il docente pensa a qual è la sua funzione in società, una funzione che può condizionare per tutta la vita, sia dal punto di vista culturale che da quello morale e politico-sociale, i giovani che gli sono affidati. E’ una responsabilità che non si può non avvertire, è come una voce che ogni giorno ci consiglia e ci ammonisce, portandoci ad evitare, se solo siamo capaci di ascoltarla, errori che creerebbero gravi danni ai nostri studenti e quindi alla società del domani di cui loro saranno i veri protagonisti.

Ma quali sono questi errori che un docente non deve mai compiere perché la sua “missione” sia veramente utile, quasi come quella di un filosofo o di un sacerdote? Sono molti, e tutti possiamo commetterli; l’importante però è che ci impegniamo con ogni mezzo per evitarli, e se proprio non vi riusciamo cerchiamo almeno di sbagliare in buona fede. Non posso qui elencarli tutti, e mi limiterò perciò a qualche esempio. Il primo è quello di dare agli studenti l’impressione di non essere molto entusiasti del nostro lavoro e delle discipline che insegniamo, di mancare cioè di quella che lo psicanalista Massimo Recalcati chiama “l’erotica dell’insegnamento”. E’ fondamentale e irrinunciabile, a mio parere, che il docente si riveli pienamente convinto dell’utilità di ciò che insegna, si entusiasmi nell’illustrare i suoi argomenti e mostri ai suoi studenti questo amore in forma tangibile ed evidente: soltanto così si potranno coinvolgere i ragazzi e chiedere loro legittimamente di studiare e approfondire quei contenuti, perché se chi ha l’onore e l’onere di trasmettere la cultura non è egli stesso stesso coinvolto emotivamente in quello che per tutta la vita ha studiato ed in cui deve credere, come può pretendere che gli studenti si appassionino a cose che per loro sono totalmente nuove e di cui, di primo acchito, non comprendono né l’importanza né l’utilità?

Un altro sostanziale cardine della missione del docente è il senso di giustizia, a cui studenti e genitori tengono moltissimo. Non bisogna mai e per nessuna ragione fare discriminazioni tra gli alunni, qualunque sia il loro aspetto, il loro carattere, la loro provenienza, le loro idee. Dal punto di vista della dignità personale e da quello della valutazione del profitto tutti i ragazzi debbono essere sullo stesso piano, tutti vanno trattati alla stessa maniera, perché non c’è nulla che offende tanto l’autostima di un giovane quanto il constatare (o anche solo il sospettare) di essere in qualunque modo penalizzato dal professore o comunque trattato in maniera diversa dai suoi compagni. Qui gli esempi potrebbero essere molti, ma ne ricorderò solo pochi: non fare mai verifiche diverse o di diversa durata sugli stessi argomenti, perché non è conforme a principi di giustizia interrogare un alunno per mezz’ora ed un altro in dieci minuti, né far svolgere relazioni o ricerche a tutti gli alunni di una classe e poi leggerne o lodarne solo alcune, oppure (ed è un caso questo che talvolta accade, purtroppo) classificare gli alunni in base al voto che più frequentemente riportano e restare legati a quel voto anche se le prestazioni cambiano: ci sono così gli studenti “da otto” che, anche se hanno fornito una prova di valore inferiore, al massimo scendono a 7, e ci sono quelli “da quattro” i quali, anche se migliorano, non superano mai il cinque. Questi casi, in realtà, sono molto più rari di quanto studenti e famiglie spesso lamentano, magari per nascondere lo scarso impegno allo studio dei loro figli. Però esistono, e costituiscono una vera e propria discriminazione, della quale i ragazzi porteranno il cattivo ricordo per tutta la vita, e sarà per loro sempre motivo di accusa e di sfiducia nell’istituzione scolastica; per questo ho sempre pensato che il senso di giustizia sia la componente di maggior peso di quella che ho definito la “missione” del docente, addirittura più importante della preparazione culturale nelle proprie discipline.

Infine, e con questo concludo anche se ci sarebbero altre cose da dire (magari in un prossimo post), un docente che sia veramente consapevole dell’importanza e della delicatezza della sua professione, deve cercare di essere sempre presente a scuola, di fare cioè meno assenze possibile; per questo io sono stato sempre fortemente contrario al doppio lavoro, al fatto cioè che certi professionisti (ingegneri, avvocati, tecnici vari ecc.) insegnino soprattutto per maturare la pensione e garantirsi una cifra mensile sicura, e che spesso siano assenti perché impegnati nell’altra attività. In questo caso la scuola diventa un ripiego, ed io non dico che sia sempre così, ma in tanti casi lo è; e questo è un grave errore, perché gli studenti hanno diritto a relazionarsi con persone che si dedicano loro a tutto tondo; e d’altro canto l’insegnamento, se ben professato, non lascia spazio ad altre attività, perché assorbe completamente chi vi si dedica con spirito di “missione”. Qualche volta però anche lo zelo eccessivo può provocare inconvenienti, come è capitato, proprio in questi giorni, al sottoscritto: colpito da una brutta influenza, l’ho trascurata per alcuni giorni continuando ad andare a scuola anche con il raffreddore e la febbre perché ritenevo di avere impegni inderogabili, ed il risultato è stato l’insorgere di complicanze che mi costringeranno a cure più lunghe ed a restare a casa per un tempo maggiore. Ma tant’è: gli errori li facciamo tutti, come dicevo all’inizio: l’importante è farli in buona fede, o comunque credendo di far bene.

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Interrogazioni e compiti in classe: i pro e i contro

Leggendo in qua e là su internet si incontrano articoli e commenti nei quali, con la solita esterofilia tipica del nostro Paese, si deplora il sistema valutativo in uso nelle nostre scuole e si esalta quello di alcune nazioni estere (in particolare i paesi anglosassoni), dove per valutare gli alunni non si fanno compiti in classe o interrogazioni, ma si procede mediante test a crocette, questionari o la presentazione di relazioni; solo in occasione degli esami di fine corso può essere effettuata (ad esempio in alcuni Länder della Germania) una verifica orale più o meno corrispondente alle nostre. Alcuni sostengono che i metodi di valutazionde della scuola italiana siano antiquati o peggio punitivi per gli alunni: l’interrogazione tradizionale, in altri termini, provocherebbe nello studente un eccesso di ansia e di angoscia che spesso, in caso di insuccesso o di risultato insufficiente, si tramuterebbe in un vero e proprio trauma psicologico, con senso di frustrazione a danno dell’autostima ed in generale della personalità dell’adolescente.
Io sono totalmente e tenacemente contrario a queste opinioni, diffuse soprattutto tra i pedagogisti di lontana formazione sessantottina, per i motivi che spiegherò. Anzitutto, se vogliamo fare un confronto tra i test a crocette (in uso in quasi tutti i paesi d’Europa e di oltre Oceano) e le nostre vituperate interrogazioni, non si può non risconoscere che sul piano culturale e formativo sono di gran lunga più efficaci queste ultime: la semplice risposta a domande con tre o quattro possibili alternative, infatti, è totalmente nozionistica e del tutto inconcludente, non abitua lo studente a ragionare, ad argomentare ed a sapersi esprimere correttamente nella sua lingua, il codice espressivo ancor oggi più importante. Inoltre un test, in qualunque forma lo si ponga, è facilmente copiabile da uno studente all’altro e dipendente in buona parte dalla fortuna, perché la crocetta può essere apposta sulla risposta esatta anche se scelta a caso tra quelle possibili. Le nostre forme di verifica dell’apprendimento, invece, sono di gran lunga più utili ed affidabili, da ogni punto di vista: per il docente è molto più agevole, alla prova dei fatti, verificare se l’alunno si sa esprimere bene sia oralmente sia per iscritto, mentre lo studente ha la totale possibilità di riflettere, ragionare ed argomentare, rivelando così l’effettivo livello culturale raggiunto. Un tema di italiano, tanto per fare un esempio, non lo si compila crocettando a caso una serie di quesiti, ma occorre operare un lavoro di ricerca degli argomenti da trattare, disporli nel giusto ordine, elaborarli in una buona forma espressiva, tutte operazioni che richiedono capacità di scelta, di riflessione, di ragionamento autonomo e critico. Lo stesso vale per le interrogazioni dove l’alunno, posto di fronte ad una domanda, deve sapersi esprimere in modo chiaro, corretto e saper impiegare in modo estemporaneo determinati linguaggi scientifici o tecnici; tutte operazioni logiche di grande rilievo, che non solo rivelano al docente le proprie conoscenze, ma rivestono soprattutto un’utilità formativa che i test ed i questionari non posseggono affatto. Si dice che i nostri alunni siano tra gli ultimi in Europa perché per effettuare le prove valutative comuni si ricorre ai test, a cui essi non sono abituati; ma vorrei vedere quale sarebbe la graduatoria europea se gli alunni inglesi, francesi o tedeschi dovessero svolgere un tema argomentativo o una verifica orale seria ed organizzata su molte discipline. Ne vedremmo delle belle!
Quanto al carattere deterrente e vessatorio che le classiche interrogazioni avrebbero, occorrerà fare una precisazione. In qualche caso questo potrebbe anche essere vero, quando il docente non conduce la verifica nel modo dovuto o pretende più di quanto gli studenti possano e debbano dare. Io sono convinto che l’interrogazione sia una normale prassi del percorso scolastico e che come tale vada intesa, evitando l’eccessiva emotività che molti ragazzi hanno a causa soprattutto della pressione dei genitori, i quali molto spesso desiderano buoni voti non tanto per il benessere dei figli, quanto per potersi vantare con gli amici ed esibire risultati che gratificano più l’orgoglio e l’autostima loro che non quella dei ragazzi. Da parte del docente, tuttavia, ritengo che sarebbe necessario seguire alcune semplici regole per rendere l’interrogazione un pacato colloquio piuttosto che un interrogatorio poliziesco, fermo restando che la valutazione dovrà comunque corrispondere alla reale preparazione degli studenti, senza regali e beneficenze per nessuno. Io personalmente mi attengo a questi semplici criteri: 1) prima ancora di iniziare le verifiche, informare gli alunni circa il loro reale peso valutativo, cercando cioè di far comprendere che un voto negativo in una singola prova non costituisce affatto una condanna definitiva, perché ci sarà comunque tutto l’agio ed il tempo per rimediare. L’interrogazione non deve essere considerata come una questione di vita o di morte, perché è proprio questo errato giudizio che scatena l’ansia e danneggia l’autostima. 2) ascoltare le esigenze della classe, distinguendo le ragioni reali dalle scuse ingiustificate. Se stiamo vivendo un periodo in cui la pressione valutativa dei singoli docenti è particolarmente forte, occorrerà essere disponibili a collocare le verifiche in modo da non far rischiare allo studente di dover preparare tre o quattro discipline per lo stesso giorno. 3) essere disponibili, se non sempre almeno nei periodi di più intensa attività didattica, ad accettare la programmazione delle verifiche e la presenza dei cosiddetti “volontari”. Lo so che così c’è il concreto rischio che gli alunni si mettano alle spalle una disciplina finché non arriva il giorno dell’interrogazione e la studino tutta insieme in uno o due pomeriggi, ma le verifiche a sorpresa hanno effetti anche peggiori, come le assenze di massa o le giustificazioni fasulle e la diffusione di un clima di terrore che non giova a nessuno. E poi, almeno nel mio caso, io interrogo su tutto il programma svolto, quindi se anche le verifiche sono programmate ciò non esime lo studente dal doversi preparare in modo organico e completo. 4) Durante l’interrogazione, porre allo studente domande chiare e ben collegate al lavoro effettivamente svolto, senza divagare o pretendere intuizioni geniali. Nei casi di alunni particolarmente bravi è anche possibile porre quesiti più complessi e per i quali c’è bisogno di un’elaborazione critica dei contenuti, ma in altri casi ciò non è auspicabile. 5) Lasciar parlare lo studente, senza interromperlo continuamente, magari per “fargli lezione” durante la verifica. Solo se si smarrisce e non riesce più ad orientarsi, il docente dovrà intervenire cercando di riportarlo all’argomento richiesto o ponendogli la domanda in modo diverso. 6) astenersi da qualunque atteggiamento punitivo o peggio derisorio nei confronti dello studente. Se non è preparato, se non ha studiato, prenderà un voto negativo, questo non si discute; ma la dignità personale e l’autostima di ciascuno vanno sempre rispettate. Non ha molto senso dire con aria severa “Ma io questo l’ho spiegato!”, oppure “Sul libro c’è”, perché affermazioni simili hanno un effetto deprimente, non aiutano lo studente a comprendere il proprio esito didattico, che sarà ben chiarito dal voto finale. 7) Non discutere mai con gli studenti il voto dell’interrogazione. E’ il docente che decide, con il massimo senso di giustizia e senza fare alcuna distinzione tra i suoi alunni, i quali spesso non si rendono bene conto del loro rendimento. Perciò non vanno assolutamente accettate contestazioni o proteste, perché se è vero che lo studente deve essere messo a suo agio il più possibile nel sostenere la prova, è altrettanto vero che la valutazione compete al docente e soltanto a lui.
Con queste semplici annotazioni non ho inteso fare scuola a nessuno, perché ciascuno ha le proprie convinzioni ed in base a quelle deve agire; ho voluto soltanto esternare quello che è il mio personale metodo di lavoro nell’ambito della valutazione, un metodo che deriva da quasi 35 anni di esperienza di insegnamento e che, almeno fino a questo momento, sembra aver dato buoni risultati, visto il giudizio che ne hanno espresso fino ad ora studenti e genitori.

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La polemica sui voti

Lo scorso 14 agosto è apparso su Repubblica un articolo di una dirigente scolastica, M.Pia Veladiano, la quale, riprendendo un vecchio e abusato argomento, propone nuovamente di non assegnare agli alunni, come valutazione delle prove scritte ed orali, nessun voto inferiore al quattro, perché i voti bassi provocherebbero ansia e depressione negli studenti; a lei ha replicato, con una lettera sul medesimo quotidiano, il mio collega e amico Lodovico Guerrini, docente di materie letterarie, latino e greco al Liceo Classico “Piccolomini” di Siena, facendo notare che il problema non sta tanto nei numeri quanto nella necessità di ricondurre il voto alla sua giusta dimensione, la valutazione cioè della singola prova che, assieme a tutte le altre, determina il profilo didattico dell’alunno.

Inutile dire che io sono totalmente d’accordo con Guerrini, e non perché è un amico ma perché ha detto cose giuste. Aggiungo, come nota personale, che secondo me il buonismo di questi ultimi decenni, che ha la sua più lontana radice nell’ideologia sessantottina, ha provocato soltanto danni e ha fatto sì che uscissero dalle scuole e dalle università persone assolutamente impreparate; direi anzi che le promozioni di massa hanno sortito l’effetto contrario a quello che i baldi giovani del ’68 si proponevano, hanno cioè favorito le classi dominanti, perché una scuola che non seleziona apre la strada a chi, per fortuna o in virtù della famiglia, possiede più conoscenze e posizioni sociali più elevate. Con ciò non intendo affatto fare l’apologia della selezione eccessiva, perché anch’io cerco di non far perdere un anno ad un alunno quando intravedo in lui possibilità di recupero; intendo dire che la valutazione deve essere oggettiva, corrispondere in pieno alla prova effettuata, che può essere del tutto scarsa come può essere eccellente. Che voto assegnare a chi consegna un compito in bianco? Quattro? Ma questo sarebbe un falso colossale, perché il nulla (cioè il foglio bianco) non può trovarsi oltre un terzo della scala valutativa. Poiché i voti vanno da 1 a 10, è già molto se valutiamo con 2 un compito in bianco, che in realtà varrebbe 1 (non potendosi assegnare lo zero).

A me pare che questa proposta di non assegnare voti inferiori al quattro sia un modo come un altro per nascondersi dietro a un dito, come si dice con una frase piuttosto brutta. Sarebbe come se i medici, per non far allarmare un malato che ha la febbre, stabilissero che lo stato febbrile inizia a 39 gradi anziché 37: il malato avrebbe gli stessi sintomi, ma si sentirebbe falsamente sano. Una vera e propria truffa ai danni della persona, la stessa che avrebbe un alunno che si vede assegnare un quattro ma sa che la sua prestazione vale molto meno. A cosa servirebbe questa misura buonista se non a nascondere una realtà che sarebbe comunque sotto gli occhi di tutti? Con ciò, s’intenda bene, io come docente preferisco assegnare un 8 o un 9 piuttosto che un 3 o un 2; ma in certi casi è necessario, occorre cioè che lo studente, senza sentirsi rovinato con ciò, prenda coscienza della realtà. L’importante è non presentare alcuna situazione scolastica come irrimediabile, o peggio mettere in discussione le capacità intellettive. Anche un 2 o un 3 possono essere rimediati, e non c’è necessità di raggiungere per forza la media del 6: al docente basterà l’espressione della buona volontà, un tangibile progresso per soprassedere ad un 2 o un 3.

La questione è un’altra, a mio parere: che studenti e genitori, come ben sottolinea l’amico Guerrini nell’ultima parte della sua lettera, non comprendono l’esatto valore del voto, che non è un giudizio apodittico sulle capacità o la personalità dell’alunno, ma un semplice corrispondente di una singola prova. Accade spesso che uno studente capace e volenteroso sbagli una prova e prenda un voto basso; ma questo non cambia il giudizio del professore su di lui (o lei), nessuno mette in dubbio le buone qualità mostrate fino ad allora, e ad un compito valutato con un 3 può seguirne immediatamente uno valutato con 8, per me non ci sono difficoltà. Il problema è che i ragazzi spesso fanno del voto una questione di vita o di morte, legandolo alla propria autostima; ed è questo l’errore più grande, il perdere fiducia in se stessi o addirittura voler lasciare gli studi per questo motivo. E poi si dovrebbe finalmente comprendere che il voto non è tutto; ciò che è veramente importante è la preparazione e la formazione che una scuola riesce a dare ai propri alunni, al di là dei numeri e dei giudizi. Io, se fossi uno studente (magari!) preferirei un 6 che è il risultato di un apprendimento serio e durevole piuttosto che un 9 regalato con interessato buonismo, come accade in certe scuole, anche licei e falsi licei, che qui non voglio nominare. E i genitori? Spesso sono loro la causa principale dell’ansia dei figli, perché pretendono voti alti e solo di quelli si curano. Le valutazioni dei figli diventano spesso, per molti di loro, un motivo di vanto con gli amici nel caso che siano alte, ed un motivo di vergogna, quasi un insulto personale, se sono basse. Purtroppo i genitori di questo tipo oggi sono sempre di più, perché questa è la società dell’apparire e della superficie, ed il voto in effetti è ciò che appare alla vista, ciò che tutti vedono e giudicano. La vera cultura si forma e matura negli anni, non si lascia scorgere nell’immediato, né dagli alunni, né, in maggior grado, dai loro genitori.

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Ancora sugli esami di Stato: incoerenze e contraddizioni

L’ex ministro Luigi Berlinguer ha recentemente affermato che l’attuale esame di Stato conclusivo degli studi superiori, così com’è, non va bene e che quindi andrebbe cambiato. Ci sarebbe da dire che avrebbe potuto pensarci prima, visto che è stato lui a progettare e applicare questo esame, ma bisogna riconoscere che nella sostanza ha ragione. Nella prassi attuale infatti, più o meno simile in tutto il Paese, questo esame di Stato presenta tante imperfezioni e contraddizioni da ridursi spesso ad una farsa, ad un rito squallido e ripetitivo che non lascia nulla a studenti e docenti se non un profondo senso di vuoto e di frustrazione.
Cominciamo con il dire che la legislazione sull’esame è di tipo puramente tecnico e burocratico e non garantisce in alcun modo l’equanimità dei giudizi, dato che non entra affatto nel merito della valutazione e del giusto rilievo da attribuire alla personalità dell’alunno, oltre che alla sua preparazione oggettiva. Non è previsto alcun giudizio di merito da parte delle commissioni, ma soltanto una serie di aride valutazioni numeriche che, alla fine, si traducono in una semplice somma di punteggi. Il vecchio esame che noi (purtroppo non più giovani) abbiamo sostenuto, quello cioè che entrò in vigore nel 1969, era sì limitato a poche materie, ma giudicava lo studente in modo più  equo e comprensivo, perché si fondava su giudizi articolati e non su semplici numeri, e teneva conto di ogni aspetto della personalità, non del semplice risultato delle singole prove, spesso valutate oggi in modo frettoloso e acritico. Consentiva inoltre, il vecchio e vituperato esame di maturità, di bilanciare adeguatamente i risultati delle prove d’esame con l’andamento didattico dello studente nel corso dei cinque anni precedenti; adesso invece, se uno studente fallisce una prova d’esame, è irrimediabilmente condannato a una valutazione bassa, perché i commissari esterni ripetono il trito e squallido ritornello secondo cui il profilo didattico dello studente è già stato considerato nel punteggio del credito, senza tener conto del fatto che tale punteggio rappresenta solo il 25% del voto finale, mentre il restante 75% è attribuito alle prove d’esame, sottoposte ai metri valutativi diversissimi e spesso bizzarri dei commissari esterni, che finiscono per condizionare totalmente la valutazione finale e spesso per stravolgere la scala dei valori che da sempre ha caratterizzato una determinata classe o gruppo di alunni.
La legislazione sull’esame non dà alcuna indicazione in merito; avviene così che in alcune commissioni certe prove scritte (specie il tema di italiano) vengono valutate in maniera anche troppo generosa (tutti voti da 10 a 15), mentre in altre viene adoperato un metro molto più restrittivo: quest’anno, nella commissione cui ho avuto la sventura di partecipare come commissario interno, ai temi di italiano sono state attribuite votazioni anche di 5 quindicesimi, senza la minima conoscenza della personalità degli studenti. Sotto questo profilo, nonostante l’apparente vacuità di un esame sostenuto di fronte ad una commissione di docenti tutti interni, dobbiamo ammettere che una tale eventualità, in un caso come questo, sarebbe molto migliore, perché chi conosce bene un alunno da più anni è certamente in grado di applicare un metodo valutativo più obiettivo rispetto a chi viene dall’esterno e non tiene in conto null’altro se non i caratteri specifici di quella singola prova, che spesso non coincidono con quelli rivelatisi nel corso dei cinque anni. Per lo meno occorrerebbero, da parte del legislatore, indicazioni più precise, in modo da evitare che in certe commissioni i voti vadano dal 10 al 15 ed in altre dal 5 al 10.
Un’altra grave carenza legislativa è la mancanza di criteri sulla conduzione della prova orale, il cosiddetto “colloquio”. Come va inteso questo termine? In molte commissioni lo si ignora totalmente, tanto che i commissari realizzano in pratica non un colloquio, ma una vera e propria interrogazione per materia; nelle discipline umanistiche, addirittura, viene richiesta anche una pedante lettura e traduzione di testi classici, con domande di grammatica, di sintassi ecc. A mio giudizio tale pratica è ingiusta e vessatoria, perché quando uno studente è stato interrogato tutto l’anno dal suo docente su questi aspetti tecnici dell’italiano o delle lingue classiche, non c’è affatto necessità di pretenderli nuovamente all’esame di Stato; qui la prova orale non deve essere un’interrogazione, ma, appunto, un colloquio, dove si pongono quesiti generali badando alla sostanza dei concetti, ai collegamenti interdisciplinari da cui emerge la capacità dello studente di esprimere il proprio spirito critico, e non alle pure e semplici nozioni come le cosiddette “regole” grammaticali, che verranno comunque dimenticate entro breve tempo . Io sono certo che ad uno studente, quando sarà uscito dal Liceo, sarà più utile ricordare il pensiero e l’importanza di un Leopardi o di un Lucrezio nella storia della cultura piuttosto che un enjambement o un ablativo assoluto.
Tutto ciò deriva dalla mancanza di una legislazione adeguata, per cui ogni commissione agisce come vuole, e talvolta i commissari esterni, arrivando all’ultimo momento e con un’impostazione didattica del tutto diversa dagli insegnanti che hanno seguito l’alunno durante l’anno scolastico, stravolgono completamente la valutazione di un’intera classe.

E spesso accade anche di peggio, perché i presidenti delle commissioni, nel loro folle terrore di ricevere dei ricorsi dalle famiglie degli studenti e quindi di essere costretti a tornare in agosto a scuola per riprendere in mano le carte dell’esame, sono generalmente intenzionati a non bocciare nessuno. Questo è un gravissimo errore, perché chi non ha una preparazione adeguata o almeno accettabile può e deve essere bocciato. Ma ammettiamo pure, a dispetto del vero, che queste promozioni forzate derivino da motivi di umanità, e cioè dall’idea che gli studenti, una volta ammessi all’esame, sarebbero umiliati se dovessero ripetere l’ultimo anno di corso. Ma quel che accade poi ha addirittura del grottesco: volendo promuovere tutti, le commissioni sono costrette a compiere veri e propri falsi, attribuendo (quasi sempre all’orale) votazioni alte e assolutamente immeritate solo per far raggiungere allo studente il fatidico 60 che gli consente la promozione. Ma agli altri chi ci pensa? Si aiuta sfacciatamente chi non lo merita e poi, con malcelato cinismo, si affossano gli altri, arrivando così a una squallida massificazione nelle valutazioni finali. Con un simile criterio i nullafacenti e gli incapaci sono promossi con 60/100, mentre chi per cinque anni ha sempre studiato ed ha raggiunto, magari senza brillare, risultati dignitosi si trova poi, per aver fallito nell’interrogatorio (pardon: nel colloquio) d’esame, a uscire dalla scuola con 61 o 62/100. Questa è giustizia? Io pongo la domanda, nella speranza che qualcuno che conta in alto veda quanto scrivo e ci rifletta. Sarà una speranza vana ma, come da sempre si suol dire, la speranza è l’ultima a morire.

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