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Viaggio in Germania

Era da molto tempo che meditavo l’idea di recarmi in Germania, paese che non avevo mai visto; così, approfittando delle vacanze pasquali, ho deciso di effettuare un viaggio in Baviera, precisamente a Monaco, sulle Alpi bavaresi e sul lago di Costanza; ed in quest’ultima località l’interesse era costituito, oltre che dal magnifico specchio d’acqua diviso tra tre nazioni, anche dalla bellissima isola di Mainau, detta “Blumeninsel” perché ricca di splendide aiuole e prati fioriti.
Il viaggio in auto è stato tranquillo e tutti gli obiettivi sono stati raggiunti; così io e mia moglie abbiamo potuto constatare la veridicità di quanto ci aspettavamo sulla bellezza dei luoghi e su ciò che proverbialmente si dice della Germania e dei tedeschi. In effetti, sia durante la permanenza a Monaco che durante gli spostamenti, ci siamo resi conto di come ciò che comunemente si pensa su quel Paese sia sostanzialmente vero: le città sono pulite, le persone disciplinate e attente al rispetto delle regole molto di più di quanto faremmo (e in effetti facciamo) noi italiani. Le file in ingresso ai musei ed alle pinacoteche sono rapide e regolari (nel senso che nessuno fa il furbo tentando di passare avanti), le persone a passeggio per le vie sono silenziose e corrette, gli automobilisti sono talmente gentili che, alla vista di un passaggio pedonale, si fermano anche se hanno soltanto il sospetto che tu voglia attraversare la strada, cosa che magari non hai in quel momento intenzione di fare. I limiti di velocità, inoltre, vengono rispettati alla lettera, anche quando manifestamente malposti: anche in Germania, per intenderci, ci sono strade ampie e diritte con assurdi limiti di 50 ed anche 30 Km orari, che i tedeschi osservano scrupolosamente, mentre da noi le cose vanno in maniera molto diversa. Su questo piano dobbiamo riconoscere che siamo dalla parte del torto, c’è poco da dire.
Nonostante ciò, debbo dire che i miei sentimenti verso i tedeschi non sono cambiati dopo questo viaggio; continuo infatti a non nutrire simpatia per quel senso di superiorità ch’essi mostrano nei confronti degli stranieri e soprattutto di noi italiani, verso cui hanno certamente poca considerazione. Per prima cosa ho dovuto constatare con dispetto che nell’albergo dove abbiamo alloggiato nessuno del personale sapeva una parola di italiano, tanto che ho dovuto arrangiarmi con quel poco di inglese che so, e che anch’essi non parlavano affatto bene; e a tal riguardo dico senza remore che trovo inconcepibile che in un hotel internazionale, che raccoglie ospiti da tutti i paesi dell’Unione Europea, non si parlino tutte le principali lingue di questo continente. In giro per Monaco e nei luoghi visitati (musei, chiese ecc.) tutto era scritto in tedesco e solo qualcosa in inglese; mancavano tutte le altre lingue, a dimostrazione del fatto che i tedeschi considerano la loro come unica lingua di comunicazione, nonostante che sostengano a parole l’unità europea e l’abolizione delle frontiere. Parlando poi con un cameriere che sapeva l’italiano, ci è stato detto che la Germania è giustamente il primo paese d’Europa perché è migliore degli altri: di fronte alla crisi economica internazionale, infatti, i tedeschi avrebbero preso oculate misure preventive che hanno impedito il verificarsi di ciò che è successo in altri paesi come il nostro. La realtà è che l’euro è stato voluto dai tedeschi a tutto vantaggio loro e della loro economia, mentre tutti gli altri sono stati impoveriti da questa moneta, che per noi si è rivelata un autentico capestro. Ma questo non lo dicono e non lo ammetteranno mai: loro sono superiori a tutti, sono “über alles” per dirla nella loro lingua.
In questi ultimi giorni c’è stata una forte polemica contro Berlusconi per quella sua affermazione secondo cui per i tedeschi i campi di concentramento nazisti non sarebbero esistiti. Non si può negare che la frase sia infelice ed in senso letterale falsa, perché anche in Germania i libri di storia parlano della seconda guerra mondiale, del regime hitleriano, dell’olocausto ecc.; contiene però un fondo di verità, nel senso che fino agli anni ’70 tutto questo in Germania era tabù, era escluso dai libri di storia e i tedeschi evitavano l’argomento, cercavano di rimuovere questa macchia orribile che gravava su di loro. E anche oggi, quando ormai i fatti sono noti, non mi risulta che in Germania ci si occupi molto del problema, né che ci sia per esso un autentico pentimento: durante la mia permanenza a Monaco, in effetti, non ho visto rammentare l’olocausto da nessuna parte, neanche nel maestoso “Deutsche Museum” che raccoglie infinite testimonianze di scienza, tecnica, lavorazione di materiali, aerei, navi, macchine di tutti i generi del passato e del presente. Perché i signori del “Museum” non si sono sentiti in dovere di mostrare ai visitatori come funzionavano i camion dentro ai quali venivano asfissiati gli ebrei o di far vedere come si produceva il micidiale “Zyklon B”, il gas con cui sono stati sterminati milioni di persone? L’occasione ci sarebbe stata, ma tutto è caduto nel dimenticatoio, e questo mi sembra un atto di disgustosa ipocrisia, il voler allontanare da sé, dal proprio popolo, un orrore del genere rimuovendolo, fingendo che non sia mai esistito. E’ vero che i tedeschi di oggi non hanno alcuna colpa, ma potrebbero e dovrebbero ancora sentirsi responsabili, come popolo, di quanto è accaduto, parlarne e non tacere, e soprattutto educare i giovani, per mezzo della storia, alla tolleranza ed alla fratellanza con gli altri popoli, anziché ostentare questo senso di superiorità che non mi sembra affatto giustificato. Ritengo quindi che l’affermazione di Berlusconi, certamente fuori luogo, abbia però una sua motivazione in quello che io stesso ho potuto vedere, e che le solite polemiche insultanti contro di lui dimostrino ancora una volta che non esiste ancora in Italia un dibattito politico sereno e fondato sul rispetto verso chi manifesta idee ed opinioni diverse dalle proprie.

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Che cosa si festeggia il 25 aprile?

Anche quest’anno siamo arrivati alla fatidica data del 25 aprile, festa della Liberazione, e mi pare opportuna una riflessione sull’evento. A parte il fatto che le condizioni politiche ed economiche del nostro Paese hanno la priorità in questo momento, almeno nei pensieri della gente comune, rispetto alla memoria storica, ma in generale è bene chiedersi che cosa si festeggia in questa data. Se si vuol celebrare in questo giorno la fine di una guerra sanguinosa e l’avvio dell’Italia verso la repubblica, la democrazia e la costituzione, va benissimo, nulla da eccepire: è stato un passaggio storico importante e portatore di valori condivisi da tutti, e tutti noi oggi, a distanza di quasi 70 anni, dobbiamo esserne fieri.
Quel che per tanti anni è stato sbagliato e fuorviante è la celebrazione del 25 aprile come una festa di una sola parte politica, la sinistra, che nei libri di storia scritti dai vincitori si è appropriata del merito esclusivo della liberazione dell’Italia dal fascismo e dal nazismo. Questa visione è falsa e faziosa, perché alla lotta di liberazione parteciparono anche tutte le altre forze democratiche, dai democristiani ai liberali, e tutti costoro avevano subito persecuzioni dal precedente regime; anzi, dovremmo dire che la vera lotta antifascista per la libertà e la democrazia fu condotta proprio dalle forze cattoliche e liberali, non certo dai comunisti, i quali combatterono il fascismo non con la volontà di formare uno Stato libero e democratico, ma considerarono quella guerra come un’occasione per attuare la loro rivoluzione proletaria, l’occasione di eliminare una dittatura per sostituirla con un’altra, anche peggiore della precedente. I comunisti combatterono non per liberare l’Italia, ma per consegnarla a Stalin e per creare uno di quei regimi che, in tutto il mondo, si sono resi responsabili di 100 milioni di omicidi.
Ma è ben noto che la storia la scrivono i vincitori, dai tempi di Giulio Cesare e ancor prima, oscurando la memoria ed anche il sangue dei vinti. Già, questo titolo, “Il sangue dei vinti”, è quello di un fondamentale libro di Giampaolo Pansa, giornalista orientato a sinistra ma di grande obiettività e intelligenza, il quale ha mostrato a tutti quali furono le violenze e le atrocità commesse dai partigiani comunisti durante e dopo la guerra, fino agli anni 1946-1947, quando torturarono e trucidarono migliaia di persone innocenti per vendetta personale, per sete di denaro o semplicemente per soddisfare la propria natura criminale, sotto la generica accusa di aver aderito al fascismo, accusa rivolta anche a persone come il seminarista Rolando Rivi, trucidato a soli 14 anni e che non sapeva neppure cosa era stato il fascismo. Le atrocità commesse da questi criminali sono state ignorate per decenni dai libri di storia e dagli organi di informazione, i quali hanno suddiviso in modo ipocrita e manicheo la società italiana in due categorie contrapposte: il male, rappresentato da chi si mantenne fedele ai propri principi e aderì alla Repubblica di Salò, ed il bene identificato con i partigiani, e neanche tutti, ma soltanto quelli con la bandiera rossa ed il simbolo della falce e martello.
Quella degli anni 1943-1945 fu, checché se ne dica, una vera e propria guerra civile, dove il bene ed il male non stavano da una sola parte, come mai può accadere. Chi aderì al fascismo in quegli anni lo fece in buona fede, credendo di servire la Patria e di realizzare i propri ideali; e la storia, si sa, si giudica a posteriori, non sul momento in cui i fatti si svolgono, quando ciascuno ritiene di essere dalla parte giusta e non può prevedere il giudizio che la storia, anni o decenni dopo, darà del suo operato. Perciò chi combatté quella guerra dalla parte perdente avrebbe diritto all’onore delle armi, come si suol dire, non quello di ricevere infamanti condanne morali che si sono protratte fino ad oggi, quando si è visto il male tutto da una sola parte e quando si sono ignorate le atrocità commesse dai vincitori, dalle foibe agli infiniti assassinii politici perpetrati dal regime sovietico con la complicità del compagno Togliatti, dalle bombe atomiche sganciate dagli americani su un Giappone già sconfitto alle torture, gli stupri, i massacri di innocenti compiuti in Italia e altrove dai partigiani comunisti. E’ bene che la storia venga una volta per sempre interpretata nel modo giusto, senza nascondere nulla e dando con giustizia a ciascuno il suo. Questo dovrebbe essere il 25 aprile, la festa della democrazia e della libertà rconquistata, non l’ipocrita vanto fazioso di chi si comportò, in molti casi, ancor peggio del nemico.

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