L’angoscia di fine anno scolastico

E’ passato un altro anno scolastico (ahimé, anche un anno di vita!), e siamo giunti ancora una volta agli adempimenti conclusivi, scrutini ed esami di Stato. E puntuali, con queste operazioni, arrivano per il sottoscritto e per molti altri colleghi angosce e arrabbiature, provocate per lo più dal comportamento della maggior parte dei colleghi, sempre più inclini al pressappochismo e ad una forma di ostinato buonismo che, francamente, non si vede quale utilità possa avere per la scuola e per gli studenti stessi. Promuovere tutti o quasi, considerare la bocciatura come un’autentica sciagura che colpisce gli alunni e le loro famiglie peggio di un terremoto o una malattia mortale, aumentare sistematicamente le valutazioni a tutti come se ciò fosse un obbligo o una benemerenza, sono eventi che si verificano in ogni scrutinio, o quasi. E’ sconcertante l’incoerenza di certi docenti, che per tutto l’anno scolastico hanno ostentato severità e professionalità, si sono detti sempre favorevoli alla non promozione di certi alunni, e poi invece, misteriosamente, si presentano allo scrutinio con tutte sufficienze e caldeggiano la promozione proprio di coloro che fino a pochi giorni prima avevano asserito di voler bocciare. Di questi atteggiamenti si incolpano di solito i Dirigenti, ma spesso non è così: un Dirigente non può opporsi alla non promozione di un alunno se questo presenta diffuse e gravi insufficienze; sono i docenti che abdicano vergognosamente alla loro professionalità, senza curarsi della pessima figura che fanno di fronte ai colleghi ed agli stessi studenti, giudici più obiettivi di noi per quanto concerne la valutazione di ciascuno di loro.
Mi sono chiesto tante volte da cosa dipenda questo buonismo assurdo che vanifica l’azione educativa di un intero anno scolastico ed è causa di profonde ingiustizie, prima fra tutte quella di porre sullo stesso piano (con gli stessi voti e lo stesso credito) coloro che hanno raggiunto la sufficienza piena con uno studio serio e costante e coloro che invece si sono dati alla bella vita e non hanno mai meritato la promozione. Fino a qualche anno fa vedevo la causa principale del buonismo nel perdurare della nefasta ideologia sessantottina, dalla quale molti docenti erano stati contaminati benché spesso non direttamente (anche perché troppo giovani, nel ’68 e nei primi anni 70), e nel pedagogismo deteriore che ancor oggi mantiene pericolosi strascichi, come rivelano certe opinioni espresse anche sui blog scolastici dove si parla ancora di “scuola libertaria”, di lotta al cosiddetto “autoritarismo” (ma chi l’ha visto mai?) o di altre scemenze simili. Di recente però, con l’attenuarsi della politicizzazione e con il declino delle ideologie, è forse da supporre che le cause di questa sciatteria e di questo buonismo scolastico siano altre: un malinteso senso di paternità, ad esempio, o più spesso di maternità, che induce certi docenti a considerare i loro alunni quasi come fossero tutti loro figli, da coccolare e da viziare con ogni mezzo. Niente bocciature quindi, ché altrimenti i poveri figlioli ci restano male, subiscono un trauma psicologico irrimediabile. A me sembra che il trauma più grave che possa subire uno studente è l’essere costretto, con una promozione non meritata, a seguire un programma e dei contenuti per la cui comprensione non ha le basi, il che lo porterà l’anno successivo a sostenere una fatica superiore alle sue forze; a meno che non si comporti come l’anno precedente, convinto che in qualche modo continuerà a farla franca. Ma l’imperante buonismo deriva anche da ragioni meno nobili, che sono però molto presenti e condizionanti nella nostra scuola: la paura di perdere classi, ad esempio, con relativa diminuzione delle ore di servizio e quindi di posti di lavoro. Questa motivazione, benché inaccettabile, è però comprensibile da parti di docenti che potrebbero rischiare, l’anno successivo, di essere sbattuti a 100 km di distanza dalla loro sede. Ma a questa se ne aggiunge sovente un’altra ben più ignobile e meschina, il desiderio cioè di non avere fastidi da parte dei genitori, del Dirigente o di altri ancora: meglio promuovere tutti, così nessuno si lamenterà, nessuno protesterà per un insegnamento carente di chi non merita il posto che ricopre e lo stipendio che riceve, poiché si sa che i genitori, quando importunano i Dirigenti con le lamentele contro i docenti, non lo fanno se questi ultimi sono didatticamente inefficaci o impreparati nelle loro discipline, ma soltanto quando assegnano valutazioni basse. Si alzano quindi i voti a tutti, si largheggia con i 9 e i 10, così i genitori potranno vantarsi con gli amici della bravura dei loro figli e si dimenticheranno anche dei casi in cui i docenti di italiano compiono errori di ortografia o quelli di matematica non riescono a determinare l’esatto risultato degli esercizi.
Purtroppo questo succede nella scuola italiana, da moltissimi anni; ma se prima c’era la copertura ideologica, oggi ci sono ragioni molto meno confessabili. E’ triste questa situazione, che a me procura ogni anno angoscia e depressione, perché da sempre credo di avere il senso della giustizia e ritengo inammissibile porre sullo stesso piano studenti con capacità e rendimento totalmente diversi. Lo scrivo qui sul blog nella speranza che qualcuno che ha in mano le leve del potere lo legga e ne prenda coscienza. So che è ben difficile che qualcosa cambi, perché in oltre trent’anni di insegnamento ho sempre combattuto contro il buonismo ipocrita di certi colleghi, che mi hanno messo in minoranza nei consigli di classe e quindi costretto ad accettare le loro cialtronerie; ma la speranza, come si dice, è l’ultima a morire, e poi, se non otterrò alcun risultato, avrò almeno la soddisfazione di essermi sfogato.

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4 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

4 risposte a “L’angoscia di fine anno scolastico

  1. Linda

    Gentile Professore, sono un’insegnante di scienze di 39 anni, che ha scelto questo lavoro rifiutandone un altro (sempre nel pubblico, come analista chimico) credendo profondamente nel valore della professione docente. […] Ahimè, sono sempre più disillusa. Anche questi scrutini sono stati fonte di rabbia e di malumore, specialmente quando ci si sente attaccati da docenti che si credono migliori solo perché hanno più anni di servizio. Eppure non sono più una pischella: ho una laurea, un dottorato di ricerca, una scuola di specializzazione biennale, svariate pubblicazioni scientifiche e didattiche, due master di secondo livello, certificati linguistici di inglese e tedesco di livello C1. Sento da parte dei colleghi, con le dovute eccezioni, tanta finta gentilezza che nasconde quell’ostilità che si palesa negli scrutini finali: quando votano a maggioranza perché tu alzi un 4 a un 6. Ecco, io questo non lo sopporto: come si permettono di giudicare il mio lavoro? Premetto che sono l’ultima nella graduatoria interna e la prima a perdere il posto nella scuola sarei io in caso di carenza di iscritti. Ma a me, nonostante abbia una bambina, non importa: ho per mia fortuna un posto fisso, e non ritengo una tragedia lavorare in un’altra scuola a causa della mia coerenza professionale: se tutti la usassimo questa coerenza, gli studenti non potrebbero giocare sul fatto che li promuoviamo per non “perdere il posto”. Non si perde nulla, in realtà. Ma questa è utopia, pura utopia. Sto seriamente pensando di dedicare i miei pomeriggi alle ripetizioni private per integrare il mio magro stipendio. Perché mai dovrei lavorare come una matta per tutto l’anno quando alla fine gran parte del mio lavoro, anche di valutazione, è vanificato da un insulso voto di consiglio?

    • Cara Linda, ho leggermente ridotto il tuo commento per motivi di spazio, ma quel che vuoi dire si capisce benissimo; mi è anche piaciuta la simpatica inserzione del termine dialettale “pischella” (= inesperta, ragazzina, per chi non è romano). L’argomento che affronti è grave e importante, ma senza una soluzione plausibile, e te lo dico io che lotto da oltre 30 anni con colleghi buonisti, alcuni in buona fede e altri meno. Contro il voto del consiglio di classe non puoi fare nulla, però puoi chiedere che venga motivato adeguatamente il passaggio del 4 a 6: ogni decisione assembleare, in effetti, è legittima, ma deve essere adeguatamente motivata, altrimenti potresti ricorrere tu per vizio di forma. Quando i tuoi colleghi votano, però, non credo che vogliano giudicare il tuo lavoro: sanno benissimo che quel 4 che tu hai dato è lo specchio della reale preparazione dell’alunno, ma su tutto ciò prevalgono le motivazioni che ho illustrato nel mio blog, che non sto qui a ripetere. Mi dispiacerebbe però, anche se non ti conosco direttamente, se tu mollassi la presa e non ti applicassi all’insegnamento con tutta quella serietà e professionalità che mostri di possedere. Penso proprio che non lo farai come non l’ho fatto io, nonostante tutti i problemi che ci troviamo ad affrontare.

  2. Bigbang

    Caro Prof. col tuo pezzo mi è parso di guardarmi lungamente allo specchio: niente da aggiungere né da togliere. Solo che da giovane mi indignavo e rodevo (non ho mai litigato con i colleghi perché non è da me), con qualche anno in più sulle spalle mi esprimo in fase di scrutinio, il consigio vota a maggioranza per salvare il pargolo, uscita dalla porta mantengo buoni rapporti con tutti come se nulla fosse accaduto perché so che non c’è rimedio, ma almeno non ho tradito me stessa, che è ciò a cui tengo di più. Non c’è rimedio – mi spiace dirlo perché è il mio Paese – anzitutto perché siamo in Italia e aggiungere altro mi pare superfluo perché già in molti lo fanno. Quanto a me, continuo a rendermi la vita difficile perché sento questo continuo e prepotente richiamo della coscienza. Concludo che qualcuno mi avrà senz’altro programmato a questo modo in fase di fabbrica, e non solo papà e mamma. Per quanto mi riguarda – senza voler dettar legge a nessuno – è uno dei motivi del mio essere credente.

  3. Come ho detto nella risposta al commento di Linda, è legittimo che il Consiglio voti a maggioranza, ma deve motivare le sue scelte: non si passa un 4 a 6 senza spiegarne il motivo e dimostrare che questa soluzione è più vantaggiosa per l’alunno rispetto all’altra. Per il resto mi sembra di notare molto pessimismo nel tuo commento, tranne che nell’accenno finale alla tua condizione di credente. Posso dire che anch’io sento spesso questo prepotente richiamo della coscienza, ma purtroppo esso s’infrange su situazioni esterne che non dipendono da me, e non solo nell’ambito della scuola. Io credo però che il nostro lavoro, se condotto con competenza e passione, sia molto utile alla società, al di là delle decisioni giuste o sbagliate dei consigli di classe, e perciò continuo su questa base, anche dopo 33 anni, come fosse il primo giorno. L’affetto e la stima degli alunni (attuali ma soprattutto ex) mi ripaga a sufficienza delle delusioni che spesso incontro nella pratica quotidiana.

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