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Chi ha vinto le elezioni?

Quando vengono resi noti i risultati di una consultazione elettorale si verifica uno strano fenomeno, contrario alle leggi della matematica e della logica: hanno vinto tutti, ciascuno si dice soddisfatto dell’esito del voto anche se ha ottenuto una percentuale di molto inferiore a quella precedente, magari preoponendo un confronto con le elezioni di dieci anni prima… Purtroppo questa situazione ridicola riflette abbastanza bene i caratteri fondamentali dell’animo umano: a nessuno piace perdere, nessuno vuole ammettere la sconfitta. E’ così anche nella vita quotidiana, quando chi sbaglia e agisce male ben di rado riconosce l’errore, ma è portato a cercare sempre scuse e giustificazioni.
In questa tornata elettorale lo scenario si è ripetuto puntualmente. I Cinque Stelle, tanto per dirne una, hanno visto dimezzare i loro consensi, anzi rispetto alle politiche non hanno spesso ottenuto neanche un terzo dei voti precedenti; eppure si dicono contenti ed esultano perché hanno vinto il referendum costituzionale, che sarà proprio quello che li farà sparire dal panorama politico italiano: con la riduzione del numero dei parlamentari, infatti, alle prossime elezioni politiche manterranno forse un quarto dei loro attuali deputati e senatori e gli esclusi dovranno, poverini, trovarsi un lavoro vero, cosa che non hanno mai fatto in vita loro. Ma noi, se i grillini dovessero perdere la loro rappresentanza e soprattutto il loro potere, non ci strapperemo le vesti dal dolore: l’incompetenza e l’incapacità che hanno dimostrato con questo attuale governo non ci mancherà di sicuro. Hanno fondato la loro azione politica su un presupposto assurdo e grottesco, cioè che per governare uno Stato fosse sufficiente essere cittadini semplici e onesti (ammesso che lo siano), quando sappiamo che anche per fare la segretaria d’azienda o l’operatore ecologico occorrono determinate competenze. Così abbiamo dovuto sopportare che personaggi imbarazzanti per la loro pochezza intellettuale siano stati messi in ruoli di primaria importanza per la vita del Paese. Se tutto questo finirà, se costoro spariranno per sempre, sarà soltanto un bene.
Ma anche i due opposti schieramenti più “tradizionali”, diciamo così, esultano a torto per il risultato elettorale. Non si vede come possano essere contenti i capi del centro-destra, che non è riuscito a sfondare in regioni dove la precedente amministrazione non ha dato certo prova di perfetta funzionalità: in Puglia e in Campania ha vinto di nuovo il centro-sinistra e di ciò in effetti mi sono un po’ stupito, soprattutto nel caso della Campania dove i cittadini hanno confermato la fiducia ad uno sceriffo pazzoide come De Luca che vorrebbe rinchiuderci tutti di nuovo in casa per paura del virus, non vuole aprire le scuole e governa con metodi a dir poco autoritari; si vede che in quella regione la forza vale più della ragione. Altra sconfitta del centro-destra c’è stata in Toscana, e su di essa avrei scommesso, perché era chiaro che una candidata giovane e inesperta come la Ceccardi non avrebbe mai potuto ribaltare delle convinzioni e dei pregiudizi che in questa regione ci sono da sempre contro chi non appartiene alla sinistra. C’è solo da sperare che il nuovo presidente della regione, Eugenio Giani, sia un po’ più democratico e tollerante del suo predecessore Rossi, un nostalgico orfano del comunismo staliniano.
Ma neppure il centro-sinistra può rallegrarsi più di tanto: ha perso le Marche, un’altra roccaforte rossa per tanti anni, e governa soltanto cinque regioni su venti. Non mi sembra una situazione molto felice. Se però dobbiamo ad ogni costo trovare un vincitore, possiamo indicarlo nel governo nel suo insieme, che in sostanza è uscito rafforzato dalle urne. Sono convinto che nulla sarebbe cambiato, a livello nazionale, neanche se il centro-destra avesse vinto in tutte le regioni, perché si trattava di elezioni amministrative e non politiche, e l’attaccamento alle poltrone è troppo forte per scollarne coloro che vi sono incollati, a cominciare dall’avvocaticchio Conte. Con il risultato attuale, che in pratica ha cambiato poco o nulla, la solidità del governo è assicurata, anzi è rafforzata soprattutto per l’esito del referendum: poiché infatti molti deputati 5 stelle (ma anche PD) sanno che in prossime elezioni non saranno rieletti, proprio per questo sono decisi a mantenere la poltrona più a lungo possibile. Così funziona la politica e così ha sempre funzionato, non è solo una questione di oggi. Ciò su cui mi viene da riflettere, piuttosto, è un’altra cosa: il fatto cioè che tante persone continuino ancor oggi a dare fiducia a questo governo di incapaci e di mentitori, che vanno sbraitando su ciò che a loro dire avrebbero realizzato quando di fatto hanno combinato solo pasticci (vedi la scuola dell’Azzolina!) e diffuso bugie come l’aiuto economico che avrebbero dato a tutti i lavoratori quando sappiamo che vi sono persone che ancora aspettano la cassa integrazione del mese di aprile scorso. Purtroppo la propaganda mediatica, abilmente condotta dalla TV di regime, ha ottenuto il suo scopo, quello di far credere a tante persone che Conte e compagnia hanno condotto bene l’emergenza Covid (mentre è vero il contrario) e che questo è l’unico governo possibile. Il potere dei mass-media in questa nostra società è enorme e per mezzo di essi si possono far passare tutte le peggiori menzogne contrabbandandole per verità. Questa è la nuova dittatura, che non ha più bisogno dei carri armati o del manganello: per addormentare le coscienze e per neutralizzare i dissidenti non servono più i gulag, basta la televisione.

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Il Quirinale e gli intrighi di palazzo

Credo che molti italiani, se non tutti, siano contenti per l’elezione a Presidente della Repubblica del costituzionalista Sergio Mattarella, proposto da Renzi e dal PD. Personalmente, per quanto posso essere informato, non ho nulla contro la persona del Presidente, che svolgerà certamente in modo ottimo la sua funzione; ed in ogni caso ho sempre pensato che la più alta autorità dello Stato vada sempre rispettata e mai vilipesa, perché ciò è dovuto all’istituzione più che alla persona. Per questo mi sono fortemente indignato quando gli zoticoni del “movimento 5 stelle” (o stalle come dico io) si permisero di insultare Napolitano, un politico che neanche a me piaceva per il suo passato comunista ma che, una volta eletto, non mi sono mai permesso di criticare per il rispetto dovuto all’istituzione ed alla funzione da lui ricoperta.
Senza dunque nulla togliere al prestigio del nuovo capo dello Stato, non mi è però piaciuto il modo il cui è stato eletto, perché ciò è scaturito da un atto di arroganza e di incoerenza commesso dal nostro giovane primo ministro Renzi e dal suo partito. La contraddizione è duplice, in questo caso. In primo luogo, Renzi si era presentato sulla scena politica come il “rottamatore” dei vecchi politici, e su quello ha fondato la propria fortuna; adesso invece, pur di riunificare il suo partito e dare agli altri una dimostrazione di forza, ha scelto una persona certamente rispettabile, ma proveniente proprio da quel vecchio sistema politico (quello della cosiddetta “prima repubblica”) ch’egli ha sempre detto di voler mandare in pensione. La ricerca del nuovo a tutti i costi si concretizza poi nel vecchio adagio del “Gattopardo”: perché tutto rimanga com’è, è necessario che tutto cambi. La seconda contraddizione di Renzi, inoltre, è quella che riguarda la sua apparente volontà di conciliazione con il centro-destra ed il partito di Forza Italia, con il quale, mediante il famoso patto del Nazareno, ha sostenuto di volersi accordare per procedere insieme ad una serie di riforme condivise. Ma queste riforme, questi cambiamenti politici ed istituzionali (con ampia revisione della, Costituzione) non possono non comprendere anche l’elezione del Presidente della Repubblica, perché anche questo passaggio istituzionale doveva rientrare in un accordo ed in una scelta condivisa. Invece Renzi cosa ha fatto? Quando ha visto che aveva i numeri per eleggere Mattarella, l’ha imposto a tutti gli altri senza ascoltare nessuno, in una maniera che ricorda tanto quella dei regimi totalitari che ben conosciamo per funesta memoria. Si è trattato di un atto di arroganza senza pari, una sorta di machiavellismo che con il tempo rischia però di rivolgersi contro il suo autore; non si può pretendere, infatti, di lavorare su due o tre maggioranze diverse e di considerare alleati gli altri solo quando ci fa comodo, perché gli alleati non sono marionette che il Burattinaio può maneggiare a piacimento, e credo che Renzi ed i suoi si accorgeranno presto di quanto era importante la condivisione e l’appoggio di coloro che, fino a poco tempo prima, avevano additato come i responsabili di tutti i nostri mali.
L’evento qui descritto è un’ulteriore dimostrazione – se mai ve ne fosse bisogno – di come la politica, chiunque sia chi la esercita, si serve sempre degli stessi metodi e degli stessi intrighi pur di raggiungere i suoi scopi. Renzi, che si è presentato come il “nuovo che avanza” e che su questa base ha ottenuto tanti consensi, non fa eccezione. Direi anzi che costui dovrebbe rottamare se stesso ed il suo partito, a questo punto, perché si è comportato proprio come quei vecchi politici affaristi e intriganti che tutti ricordiamo. Mi dispiace solo di avere avuto fiducia in lui al momento in cui, pur in maniera discutibile, si insediò come capo del Governo. Fiducia nella persona, intendiamoci, non nel suo partito, né tantomeno nella parte politica da cui proviene.

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