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La questione dei compiti a casa

Poiché questo mio blog è stato istituito per ospitare riflessioni di ogni genere, io mi propongo molto spesso di non parlare soltanto di questioni inerenti al mio lavoro di docente, ma di argomenti diversi e forse anche più interessanti. E tuttavia, nonostante questo proposito, mi capita di leggere e di sentire così tante stupidaggini sulla scuola (anche da parte di chi meno dovrebbe dirle!) che non posso fare a meno di tornare quasi sempre sugli stessi problemi. Certe cose non si possono passare sotto silenzio, al punto che, anche a non aver voglia di scrivere, le parole escon fuori quasi da sole. Potrei dire, parafrasando un noto poeta latino, che si natura negat, facit indignatio versum, ossia che, se anche il mio carattere non volesse farlo, è lo sdegno per quel che sento dire che mi induce a sfogare qui sul blog il mio dissenso.
E’ questo il caso della polemica, di recente rinnovata sulla stampa e sostenuta anche dall’attuale Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, contro i compiti a casa assegnati dai professori agli studenti, che da tale attività sarebbero oppressi e tormentati, soprattutto da quando si è scoperto che i loro coetanei degli altri Paesi d’Europa (guarda caso!) dedicano meno tempo di loro allo studio; risulterebbe infatti da un indagine dell’OCSE (organismo internazionale di studi economici) che gli alunni italiani passano in media 9 ore alla settimana sui libri, contro le 4 o 5 della media europea.
Facciamo subito una breve osservazione. Se le 9 ore di impegno domestico dei nostri studenti riguardassero soltanto i compiti scritti (esercizi di italiano, matematica, latino, inglese ecc.) allora sembrerebbero anche a me un po’ eccessive; ma se invece si riferiscono, come pare, al totale delle ore dedicate all’insieme delle materie scritte ed orali, allora non mi pare affatto che siano troppe. Si tratta, in pratica, di una media di poco più di un’ora al giorno, che non può esser considerata eccessiva o pesante; di tempo per divertirsi, uscire, fare sport e ciondolare sui social network ce n’è più che in abbondanza, come ognuno può constatare. E poi il discorso è diverso a seconda dell’età degli studenti: per un bambino di 6-7 anni un impegno di questo genere può anche essere gravoso, ma non lo è certamente per uno studente di scuola superiore, per il quale appare persino troppo esiguo, perché con un’ora o un’ora e mezzo al giorno non si può esaurire l’impegno richiesto dal complesso delle materie di ciascun istituto, a meno che non si voglia restare nell’ignoranza.
E qui appunto arriviamo al nocciolo della questione. Se nel resto d’Europa gli studenti sono meno impegnati, non mi pare che di per sé questo sia un motivo di vanto, anzi, caso mai è il contrario. Va poi considerato che le ragioni di questo fenomeno possono essere più d’una: anzitutto in molti paesi europei il tempo-scuola si prolunga anche nel pomeriggio, ed è quindi ovvio che gli allievi, sopo aver passato nel proprio istituto dalle sei alle otto ore al giorno ed avervi svolto anche attività di esercizio e di ripasso, abbiano meno lavoro domestico da svolgere. In certi paesi poi (v. la Gran Bretagna) è stata fatta una scelta didattica a mio avviso molto discutibile, quella cioè di ridurre il curriculum ad un numero molto basso di materie, prefigurando una preparazione piuttosto settoriale e non omogenea; così l’impegno degli studenti è minore, ma la loro preparazione conclusiva è certamente più superficiale e meno globale di quella dei nostri alunni. Io non ho mai creduto alla favola secondo cui gli studenti italiani sarebbero tra gli ultimi in Europa e nel mondo, anzi sono convinto del contrario: lo sostengo in base al fatto che ho conosciuto molti studenti e docenti stranieri in occasione di scambi culturali che la mia scuola ha effettuato con istituti francesi, inglesi, irlandesi, americani e persino australiani. In queste occasioni ho più volte constatato un’ignoranza imbarazzante su argomenti che tutti dovrebbero conoscere (francesi che non sanno chi era Napoleone, per esempio, o altre perle simili); e quando i miei studenti, anche mediocri, hanno effettuato esperienze di studio all’estero con il progetto “Intercultura”, nei paesi dove si sono recati sono diventati subito i primi della classe e sono stati additati come esempio per i giovani del luogo. Certo, se le verifiche vengono effettuate con test a crocette squallidamente nozionistici, forse i nostri studenti risultano meno abili; ma se le prove si svolgessero tenendo conto della cultura generale e della capacità espressive ed argomentative individuali, i risultati sarebbero ben diversi.
Tornando al problema dei compiti a casa, ritengo la polemica nei loro confronti frutto o di crassa ignoranza o di malcelata negligenza dei genitori, i quali si irritano se i loro figli stanno troppo sui libri perché preferiscono far loro frequentare attività sportive o ludiche. Per queste persone la scuola ha la stessa importanza (se va bene) di un corso di danza o di una partita di calcio; non interessa loro la cultura, la formazione dei figli, ma soltanto il diploma o la laurea (possibilmente con buoni voti per potersene vantare con parenti e amici), da ottenere con poco sforzo e molta presunzione. Ma se invece vogliamo che la scuola, nonostante i ministri ed i giornalisti di infimo livello, svolga veramente il ruolo cui è destinata, lo studio individuale a casa diventa indispensabile e insostituibile. Come si possono apprendere discipline applicative o tecniche come la matematica, il latino, il greco ecc. senza svolgere esercizi individuali ove viene verificato e rinforzato ciò che è stato spiegato in linea teorica? Se un docente illustra ai suoi alunni il procedimento necessario a risolvere le equazioni di secondo grado, ad esempio, dovrà forse limitarsi alla formula teorica o dovrà anche far svolgere esercizi applicativi di quella formula? Ne svolgerà alcuni lui stesso, a mo’ di esempio, in classe, ma non avrà tempo, nelle ore a disposizione nell’orario scolastico, di mostrarne così tanti da far comprendere a tutti il concetto; e quand’anche ci riuscisse, è comunque necessario che lo studente si eserciti anche da solo, metta in campo le proprie personali qualità intuitive e deduttive e pervenga così alla sedimentazione, cioè alla conoscenza profonda e definitiva dell’argomento. Ma anche le materie soltanto orali hanno bisogno di un attento studio personale, per essere effettivamente assimilate; lo studente, in altri termini, può anche comprendere bene l’argomento di letteratura, di storia, di scienze ecc. illustrato dal docente durante le ore curriculari, ma se poi non lo rielabora personalmente, non studia cioè i contenuti operando una sintesi tra le parole del professore ed il libro di testo (e magari anche documentandosi da altre fonti) non giungerà mai ad un apprendimento soddisfacente. Si ricorderà grosso modo l’argomento, ma non ne conoscerà i caratteri fondanti né i dati oggettivi solo in apparenza secondari (v. le date storiche ad es.), la corretta terminologia ecc.
Su un punto della polemica, tuttavia, sono d’accordo anch’io: l’idea cioè secondo cui la parte più significativa del lavoro scolastico debba svolgersi in classe, in modo che i compiti a casa non debbano essere sostitutivi dell’operato del docente (v. la celebre frase “studiate da pagina tale a pagina talaltra”, che tutti prima o poi ci siamo sentiti dire). Non vanno mai assegnati compiti o esercizi su argomenti non trattati prima dal professore, perché se gli studenti potessero apprendere da soli sarebbe loro sufficiente comprarsi dei libri o collegarsi ad internet, senza frequentare la scuola. Prima deve venire l’impegno del docente e poi quello dello studente, non viceversa. Inoltre – ed è cosa ovvia – non bisogna esagerare nella quantità dei compiti a casa e dei contenuti da studiare, perché qualche volta è vero che gli scolari, anche quelli più piccoli, sono troppo oberati di lavoro, come ad esempio i famosi compiti per le vacanze estive, che non di rado rovinano ai piccoli villeggianti le belle giornate al mare o ai monti. Come diceva Aristotele, la virtù è il punto di incontro di due vizi opposti, il che significa, in termini pratici, che non si deve mai esagerare, né in un senso né nell’altro. I compiti a casa sono essenziali, non si possono abolire; occorre però il senso della misura, specie nei periodi di più intensa attività didattica, altrimenti c’è il rischio concreto che gli studenti li copino o addirittura non li svolgano affatto; e questo è dannoso anzitutto per loro, ma anche per il sistema scolastico nel suo insieme.

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E io difendo il Ministro!

Può sembrare strano il titolo di questo post, dato che oggi va di gran moda l’antipolitica, lo sparlare sempre e comunque di chi ci governa e ci amministra, tanto che un istrione come Grillo ci ha ricavato più di otto milioni di voti. Ed io invece voglio essere obiettivo ed apprezzare anche quanto di buono fanno e dicono, qualche volta, i nostri politici.
E’ questo il caso della polemica sorta in data odierna tra il nuovo ministro dell’istruzione, Stefania Giannini, e i sindacati della scuola, specie la CGIL e la Gilda, sempre pronti a difendere lo squallido egalitarismo che opprime da decenni i docenti italiani, tutti pagati allo stesso modo a prescindere totalmente dalla loro preparazione e dalle loro capacità. In un’intervista radiofonica la Giannini ha detto che i soldi destinati agli stipendi del personale scolastico sono non soltanto pochi, ma anche spesi male, perché “gli insegnanti italiani, rispetto a quelli dei paesi europei avanzati, sono insegnanti che non hanno alcuna prospettiva di carriera, ma non solo nel senso di una progressione, di un avanzamento, ma nel senso di una differenziazione di funzioni.” Ed ha aggiunto anche che “se anche le forze sindacali spingono sempre e solo per salvaguardare il minimo garantito a tutti e non per valorizzare chi lavora meglio, quel poco che c’è non solo non serve a migliorare la qualità complessiva ma nemmeno a valorizzare le singole persone.”
So di essere in controtendenza rispetto al pensiero comune che si bea dell’antipolitica, ma io giudico sacrosante le parole del Ministro, che intendono denunciare la profonda ingiustizia che noi docenti viviamo, e non solo perché i nostri stipendi sono bassi, ma soprattutto perché non ci sono incentivi né riconoscimenti per il merito. Di fatto, se io anziché leggere e spiegare Omero, Virgilio e Seneca impiegassi le mie ore per fare amabili chiacchierate con i miei studenti, se commettessi errori madornali nella trattazione degli argomenti del mio programma, se anche mostrassi di conoscere le lingue greca o latina peggio dell’ultimo dei miei alunni, riceverei lo stesso stipendio di adesso, nessuno controllerebbe l’efficacia e la qualità del mio insegnamento. Prova ne è il fatto incontestabile che in ogni scuola, accanto ad una maggioranza di docenti preparati, bravi e coscienziosi, che lavorano molto più di quanto l’opinione pubblica crede e di quanto sarebbe il loro stretto obbligo, c’è molto spesso una minoranza di persone non all’altezza dei propri compiti, o perché assunte in ruolo senza alcun reale accertamento della loro preparazione (ope legis, ossia, in altre parole, con il “sei politico” sostenuto dai sindacati) o perché demotivati, assenteisti o incapaci di provare entusiasmo per il loro lavoro.
Quel che dice il ministro Giannini è giusto e condivisibile, ma sarebbe anche l’ora che alle parole seguissero i fatti. Come? Istituendo un serio criterio di valutazione delle scuole e dei singoli docenti, che preveda la valorizzazione anche (ma non solo) economica di chi s’impegna di più e di chi esprime un livello culturale e qualitativo eccellente rispetto ad altri colleghi; un sistema, peraltro, che preveda anche la retrocessione ad un grado inferiore di insegnamento o addirittura il licenziamento per chi occupa un posto e riceve uno stipendio che non merita. Un primo criterio da seguire, a mio giudizio, sarebbe quello di riconoscere una priorità a chi insegna le materie caratterizzanti un certo corso di studi, o che ha oggettivamente un carico di lavoro (come la correzione di elaborati scritti) maggiore rispetto a chi insegna discipline che non impegnano (o impegnano poco) il docente al di là delle ore frontali svolte in orario scolastico.
Pur tuttavia, benché il Ministro si sia espresso in tal senso, sono quasi certo che di tutto ciò non si farà di nulla, e che il sistema “sovietico” che presiede ai nostri stipendi e che ci paga tutti allo stesso modo senza riconoscere i meriti individuali continuerà per sempre: lo dimostra, se non altro, la reazione stizzita alle parole del Ministro da parte dei sindacati ed in particolare del segretario della Cgil-scuola Mimmo Pantaleo e di quello della Gilda, Rino Di Meglio (Di Peggio si dovrebbe chiamare!), i quali hanno ribadito generalizzando, come al solito, sui tagli effettuati alla scuola e sul mancato rinnovo dei contratti, che ovviamente ha penalizzato tutti. Ma il Ministro non ha detto che intende lasciare le cose come stanno, né che vuole penalizzare “i molti a vantaggio di pochi”, come afferma, con una malcelata nostalgia veterocomunista, il Commissario del Popolo della CGIL. E’ chiaro che lo stipendio deve essere dignitoso per tutti, su questo non c’è dubbio né la Giannini ha mai detto il contrario; è però necessario che i migliori vengano gratificati in qualche modo, anche per evitare che perdano entusiasmo e motivazione vedendosi parificati ai peggiori. E’ la stessa cosa che accade con gli alunni: promuovere chi non lo merita e dargli lo stesso voto di chi si è seriamente impegnato significa mortificare quest’ultimo e istigarlo al vagabondaggio. Sarebbe ora che i nostalgici delle vecchie ideologie sconfitte dalla storia si rendessero conto che le persone non sono tutte uguali, che i cittadini non sono solo sudditi dello Stato-Dio ma hanno anche la legittima aspirazione a realizzarsi indidualmente, e che la meritocrazia è l’unico strumento in grado di far funzionare al meglio ogni settore della società, a maggior ragione quello della scuola e della formazione.

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Licei di quattro anni? No, grazie!

Un recente articolo di Marina Boscaino apparso sul “Fatto quotidiano” l’11 marzo ritorna su una questione di cui da tempo si parla, e che la giornalista ha menzionato perché è stata testimone di un convegno organizzato dal Partito Democratico a Roma e denominato “Giornata di ascolto della scuola”. In quell’occasione, assieme ad altre questioni, è stata riproposta da parte di membri di quel partito la riduzione dei licei a quattro anni, con l’intento di diplomare gli studenti all’età di 18 anni e favorire quindi il loro ingresso precoce nel mondo del lavoro, allinenandosi agli altri paesi europei.
La Boscaino, docente oltre che giornalista, si è detta del tutto contraria a questa scellerata proposta, ed io non posso che essere – nonostante le divergenze ideologiche – del tutto d’accordo con lei, e per diverse ragioni. Come primo punto, consideriamo gli effetti disastrosi che una tale riforma produrrebbe nella scuola, con la perdita di circa il 20% dei posti di lavoro negli istituti superiori, da estendere anche al personale non docente; e già questo mi pare in netto ed insanabile contrasto con la politica occupazionale che il nuovo governo ed il Presidente del Consiglio hanno annunciato. Un provvedimento del genere chiuderebbe forse per sempre l’accesso ai ruoli dei tanti precari che stanno aspettando da molti anni il riconoscimento del loro impegno mediante la stabilizzazione del posto di lavoro.
Tuttavia, anche a non voler considerare il grave impatto sociale e occupazionale che scaturirebbe da questa proposta, che si vocifera caldeggiata anche dal nuovo ministro dell’istruzione, ci sono altri motivi che sconsigliano vivamente l’attuazione di una simile follia. Essa sarebbe in contraddizione, oltretutto, con la credenza comune (secondo me errata, ma tant’è!) secondo cui i nostri studenti sarebbero impreparati a reggere il confronto, specie sul piano delle tecnologie e dei nuovi orizzonti occupazionali, con i loro coetanei di altri paesi. E allora, per prepararli meglio, cosa si fa? Si toglie loro un anno di studio? Ma così, ammesso che corrisponda al vero il mantra per cui la preparazione degli studenti italiani sarebbe carente, li si renderebbe ancor più ignoranti e impreparati. Non mi pare che occorra un’intelligenza superiore per trarre le logiche conseguenze da questo semplice ragionamento.
Ma c’è dell’altro. Io ho sempre mal tollerato questi confronti con i paesi esteri, quasi che noi italiani avessimo bisogno, per ogni cosa che facciamo, di scimmiottare gli stranieri. Se il nostro sistema scolastico è congegnato e organizzato in un certo modo, una ragione ci sarà pure; e se vogliamo cambiarlo, non possiamo farlo raschiando via semplicemente un anno di studi, ma dovremmo ripensare tutta la didattica e modificare tutti i programmi, gli orari, i libri di testo ecc., un’impresa immane che richiederebbe anni per essere realizzata, non si potrebbe certo ottenere con un semplice colpo di spugna. E con quali risultati poi? Se lo sono chiesti i signori del PD che sostengono questa proposta? I nostri giovani si allineerebbero con l’Europa? Lasciateci dire, a noi conservatori, che dell’Europa ci importa ben poco, poiché noi docenti italiani non consideriamo la nostra scuola inferiore a nessun’altra, e non mi sembra né giusto né dignitoso scimmiottare gli altri senza porsi il problema che, forse, anche loro potrebbero sbagliare, e che i paesi esteri non sono quel paradiso terrestre che vorrebbero farci credere. E poi non è neanche vero che in tutta Europa i giovani escono dalla scuola superiore a 18 anni: in alcuni paesi è così, ma in molti altri escono a 19, come da noi.
Infine, un’altra cosa. Chi sostiene questa bestialità dei licei di quattro anni afferma che i giovani entrerebbero prima sul mercato del lavoro. Ma quale mercato, dico io, quale lavoro? Con la situazione economica che abbiamo adesso, un eventuale diploma anticipato di un anno servirebbe solo a creare disoccupati più giovani di un anno, ad aumentare la massa di coloro che, pur diplomati o laureati brillantemente, non riescono a trovare una sistemazione in tempi accettabili. Se il lavoro non c’è, è perfettamente inutile presentarsi un anno prima a ricevere il diploma onorario di disoccupato.
Spero che l’interesse mostrato da Matteo Renzi per il mondo della scuola, interesse che gli fa onore, non si limiti al semplice problema – pur importante che sia – dell’edilizia scolastica; mi auguro invece ch’egli sappia riconoscere ciò che di buono e di positivo chi lavora in questo settore riesce a fare e che soprattutto non ci venga tolta la terra sotto ai piedi, ma venga riconosciuta la necessità di una formazione completa ed esauriente dei nostri studenti. Il Presidente del Consiglio ha mostrato di sapere che in un paese civile e democratico il sistema scolastico è fondamentale e che nulla può sostituirlo; va da sé quindi ch’esso non può essere mutilato o depauperato, perché altrimenti l’ignoranza e la barbarie, purtroppo già presenti nella nostra società, finirebbero per riportare una completa vittoria.

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Cosa sperare per il nuovo anno?

E’ incominciato un nuovo anno, un evento per il quale non mancano mai gli auguri e i buoni propositi. Ma, ragionando obiettivamente e restando nel campo del verosimile, cosa possiamo sperare che possa avverarsi nei prossimi mesi? Ciascuno di noi ha ovviamente obiettivi ed aspirazioni diverse, personali e solo parzialmente condivisibili con altri. Per quanto mi riguarda, avrei molti desideri di cui vedrei volentieri la realizzazione, che preferisco però sintetizzare in tre punti:
1) dal punto di vista personale il 2014 rappresenta per me un anno importante ma anche preoccupante, perché in esso (e molto presto per giunta, a febbraio) raggiungo il traguardo dei 60 anni di vita: un traguardo non molto piacevole, se appena si considera che a questa età vediamo alle spalle ormai la maggior parte della nostra esistenza. Non è bello pensare a questo, ed è difficile spiegarlo ai nostri alunni, ragazzi dai 16 ai 18 anni che hanno invece davanti quasi tutta la loro vita. E se anche vogliamo guardare al futuro, la prospettiva abbastanza imminente è la pensione, un evento che io ritengo drammatico per me che ancora oggi, dopo 33 anni di insegnamento, conservo la stessa passione dei primi tempi e che sono infastidito persino dalla lunghezza delle vacanze natalizie. Credo che sarà un forte trauma per me dover lasciare il lavoro, quando le leggi mi costringeranno a farlo.
2) dal punto di vista dell’ambito in cui vivo, cioè la scuola, quello che posso augurarmi per il nuovo anno è che tutto proceda bene sia a livello personale che collettivo. In particolare, mi auguro che la nostra Ministra si renda conto dell’inopportunità delle sue esternazioni e che si adoperi per una scuola seria e formativa, evitando populismo e nostalgie sessantottine che altro non fanno che gettare malumori in chi lavora con impegno e volontà. Mi auguro che siano abbandonati i deliranti progetti di riduzione dei Licei a quattro anni e del famigerato biennio comune alle superiori. Mi auguro anche che il Liceo Classico si risollevi dalla crisi di iscrizioni attuale, e che i cittadini comprendano finalmente che la cultura umanistica è più che mai necessaria in questa società tecnocratica e globalizzata, perché consente di scoprire le nostre radici culturali e di comprendere, mediante il senso storico, la realtà circostante senza diventare macchine esecutrici di ordini e decisioni altrui.
3) dal punto di vista politico-sociale mi auguro che si allenti un po’ la morsa della crisi economica, e che per i giovani ci sia finalmente una prospettiva concreta di formazione e di lavoro. Mi auguro anche che chi è preposto alla guida dello Stato sappia fare onestamente e disinteressatamente il proprio dovere, pensando all’interesse dei cittadini e non al proprio, come Platone e Cicerone ci hanno insegnato; ma è anche auspicabile che finisca la stolta demagogia del “tutti a casa” e le proteste assurde di chi non sa neppure contro chi e che cosa protesta. Sarebbe necessario, al contrario, che tutti si dessero da fare all’interno delle proprie capacità e competenze, senza aspettare che la soluzione dei problemi arrivi dall’alto, come la manna dal cielo. Dobbiamo essere uniti in questo momento storico, non combatterci con i forconi e le parolacce in Parlamento. Atteggiamenti di questo tipo non hanno mai prodotto nulla di buono. Le rivoluzioni si potevano fare nel 1789, non oggi, quando il dialogo e lo spirito collaborativo, a mio parere, sono di gran lunga preferibili.

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Il ministro in Carrozza ci riporta al ’68

Quando l’attuale ministro dell’istruzione, università e ricerca, la sig. Maria Chiara Carrozza, entrò in carica al formarsi del governo Letta, non potevo dare alcun giudizio su di lei, perché non la conoscevo affatto; speravo però che dopo i disastri provocati da Profumo si cominciasse veramente a ricostruire la scuola, almeno nel senso della meritocrazia e dell’attenuazione di questa ubriacatura informatica che, a causa appunto del precedente ministro, ha trasformato in idoli strumenti in realtà poco utili come i tablet, le lim e i libri elettronici, una vera aberrazione dei nostri tempi. E invece purtroppo mi sono dovuto disilludere, perché la nuova responsabile del dicastero di Trastevere, dopo un iniziale e prolungato periodo di immobilismo e di affermazioni generiche, ha tirato fuori alcune esternazioni degne del più vieto sessantottismo che, a torto, speravamo ormai estinto nella nostra scuola.
Punto primo: all’inaugurazione dell’anno scolastico in un liceo romano, la Ministra ha arringato gli studenti invitandoli a ribellarsi, a non chinare la testa. Ma ribellarsi a chi? Ai genitori? Come se già non lo facessero dall’età di otto anni, o giù di lì. Ribellarsi alla scuola e ai docenti? E che motivo ne avrebbero? Esiste forse oggi un clima di lotta e di rivendicazioni come quello degli anni ’70? Evidentemente la sig.ra Carrozza è nostalgica di quei “formidabili” anni, come un loro leader ebbe a definirli, anni che furono invece connotati da violenza, prevaricazione, populismo e persino terrorismo. I giovani non debbono ribellarsi a niente e a nessuno, e qualcuno deve spiegare alla Ministra che il tempo della lotta di classe e delle “okkupazioni” è finito, travolto dalla sua stessa nullità e inconcludenza. Gli studenti sono al centro del nostro interesse di docenti, e debbono collaborare con noi per la loro formazione, non “ribellarsi” in modo generico e qualunquista.
Punto secondo: di recente la Ministra ha detto che con il greco antico non si comprende la realtà attuale. Grazie di cuore, sig.ra Carrozza: il Liceo Classico è già in calo in tutta Italia, in conseguenza della barbarie e dell’incultura che da ogni parte trionfano, e Lei viene a gettare ancora benzina sul fuoco? Complimenti! Mi spieghi allora, se con il greco non si comprende la realtà attuale, come si possa comprenderla con la matematica o con la fisica. Forse che le equazioni o le leggi di Ohm consentono di capire la democrazia o le dinamiche politiche del nostro tempo? Non voglio dire che le materie umanistiche siano le uniche meritevoli d’interesse, ma certo sono quelle che maggiormente costruiscono nel cittadino il pensiero autonomo e la capacità critica di indagare la realtà. Ma Lei viene da un ambiente chiuso e fatto di simboli matematici (che oltretutto derivano tutti dal greco, detto per inciso) e quindi non si rende conto di cosa dice.
Punto terzo: tempo fa, in un’intervista alla radio, la Carrozza ebbe a dire che i portatori di handicap e gli stranieri non sono un problema per la scuola, ma una risorsa. Lo vada a dire a quei docenti che si ritrovano in classe, così di punto in bianco, figli di emigranti che non sanno una parola di italiano e che debbono integrare senza l’aiuto di nessuno, oppure a quelli che hanno in classe alunni autistici o con gravi ritardi mentali, rumorosi e magari violenti, che di fatto impediscono il normale lavoro dei docenti e l’apprendimento di tutti gli altri alunni. Poniamoci un problema: è certamente giusto e umano aiutare chi è più sfortunato, ma è altrettanto giusto che un’intera classe non possa svolgere il proprio programma per la presenza di alunni “diversamente abili” (orrendo eufemismo!) o stranieri disadattati? E’ giusto che per aiutare due o tre persone se ne danneggino venti o trenta? A giudizio del sottoscritto sarebbe utile garantire la presenza di personale specializzato per i portatori di handicap che lavorassero principalmente con loro senza pregiudicare il percorso formativo di tutti gli altri. E per quanto riguarda gli stranieri, sarebbe opportuno e irrinunciabile che, prima di essere ammessi nelle classi ordinarie, dovessero seguire obbligatoriamente un corso di lingua italiana almeno annuale, in modo da poter essere poi inseriti a pieno titolo. Questa fu una proposta della Lega Nord, e come tale fu tacciata di “razzismo” e di “fascismo”; e invece sarebbe l’unica soluzione ragionevole. Ma la Carrozza non può approvare queste proposte razionali, perché viene da una parte politica che ha sempre fatto della lotta contro il “nemico” e del populismo subdolo la propria bandiera ed il proprio programma. E lei, ministro di un governo di larghe intese, non sembra aver ben compreso la realtà sociale italiana, ma resta abbarbicata a un’ideologia, quella del ’68, che è responsabile unica e totale dello sfascio della nostra scuola.

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Cronache di poveri esami

In questo periodo molti di noi (me compreso) sono impegnati nel lavoro delle commissioni per gli esami di Stato delle scuole superiori, e come tutti gli anni riemergono gli stessi problemi: alunni impreparati e spesso avventurieri, commissari interni che aiutano sfacciatamente i loro studenti, presidenti e commissari esterni che chiedono argomenti fuori del programma, ecc. ecc. E’ una lamentela continua, tipicamente italiana, su questi esami, che qualcuno vorrebbe abolire del tutto, qualcuno vorrebbe effettuati dai soli professori interni alla scuola o addirittura, al contrario, da tutti esterni. Se ne dicono e se ne sentono di tutti i colori: a voce nei corridoi scolastici, sui forum di internet, sui giornali e altrove.
Personalmente penso che l’esame di Stato sia necessario, e non tanto per il valore legale del titolo di studio, quanto perché costituisce per un giovane la prima prova seria da affrontare nella vita, quella in cui si deve mettere in gioco con le proprie conoscenze e competenze. L’essenziale sarebbe che questo appuntamento fosse gestito bene, rispettando la legge scritta e quella morale della giustizia e dell’onestà; ed invece molto spesso entrambe queste categorie vengono palesemente trasgredite. Si comincia con la brutta abitudine dei commissari interni (non tutti, s’intende!) di aiutare smaccatamente gli studenti arrivando persino a passare loro il compito scritto o a suggerire le risposte dell’orale, se non addirittura ad informare in anticipo i ragazzi sulle domande che porranno loro al colloquio. Inutile dire che questo comportamento è ignobile, oltre che illegale, perché tradisce e infanga completamente la professionalità della nostra categoria, se non altro perché in tal modo gli studenti vagabondi e incapaci vengono messi alla pari dei migliori. E la ragione per cui alcuni si comportano così – come ho potuto constatare in diversi casi – non è tanto l’amore materno per i propri studenti, quanto l’aspirazione ad esaltare se stessi e la propria scuola: c’è infatti la presunzione, errata ma molto diffusa, secondo cui – nel giudizio degli estranei che prenderanno nota dei voti finali attribuiti – più le valutazioni saranno alte più la scuola ne guadagnerà in prestigio, poiché i lettori esterni presupporranno che a buoni voti corrisponda necessariamente un’elevata qualità dell’insegnamento.
Ma spesso a valutare con eccessiva larghezza gli alunni sono anche i commissari esterni, presidenti compresi, ed anche costoro hanno le loro buone ragioni per agire così: non scontentare i commissari interni (che l’anno seguente potrebbero essere esterni proprio nelle scuole di provenienza degli esterni attuali), per non avere noie e fastidi, e soprattutto per la paura folle dei ricorsi, che costringerebbero la commissione a riunirsi di nuovo, magari durante le agognate ferie estive.
Ciò che risulta da questo quadro è desolante: le valutazioni complessive sono, nella maggior parte dei casi, più alte di quanto gli alunni meriterebbero, ma ci sono anche (ironia della sorte!) casi contrari. Poiché si evita ovunque la bocciatura anche di un solo alunno (sempre per il terrore dei ricorsi), ci si riduce spesso a compiere gravi ingiustizie, perché coloro che dovrebbero bocciare vengono aiutati in tutti i modi, spesso sfacciatamente, per raggiungere il minimo necessario alla promozione, mentre ad altri alunni dai risultati migliori vengono assegnati voti minimi o poco più alti; giustizia vorrebbe invece che, se il potenziale bocciato viene comunque promosso, a chi raggiunge la promozione con le proprie forze fosse riconosciuto qualche punto in più. Ma spesso non è così, perché i ricorsi, si sa, li fa soprattutto chi viene bocciato.
Eppure la normativa sugli esami di Stato è chiara e trasparente, e basterebbe seguirla attribuendo a ciascuno il suo; se poi qualche studente risultasse bocciato e dovesse ripetere un anno, non sarebbe un dramma, ma rientrerebbe nella normale pratica scolastica. Ma purtroppo da noi le leggi sono sottoposte all’interpretazione personale, e ciascuno le stravolge a suo piacimento. Ricordo che anni fa partecipai ad un convegno sulla scuola organizzato a Sinalunga (Siena) dall’on. Rosy Bindi del PD, al quale partecipò anche l’ex Ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer. In quell’occasione io, prendendo la parola, affermai che il nuovo esame di Stato non dava risultati migliori del precedente, anche a causa dei voti inflazionati e delle promozioni di massa che continuavano a verificarsi; al che Berlinguer mi rispose che la normativa era ben congegnata e che permetteva tutte le possibili soluzioni, e perciò, se le cose continuavano ad andare male, era colpa degli insegnanti e non del Ministro. E devo dire che, in quell’occasione, Berlinguer aveva perfettamente ragione.
Da quando è stato istituito il nuovo esame (1999) io mi ci sono trovato sempre coinvolto, alternativamente come membro interno e come presidente di commissione, e debbo dire che sono molto più tranquillo in questa seconda funzione. Per quel che posso, cerco di effettuare tutte le operazioni rispettando scrupolosamente la normativa; perciò non ho paura dei ricorsi come molti colleghi, perché sono convinto che chi fa il proprio dovere ed ha la coscienza serena non deve avere timore di nulla. Nelle valutazioni sono sempre io che, come presidente della commissione, avanzo la proposta di voto; ma non ho mai preteso di imporre nulla a nessuno, tutto viene deciso democraticamente all’unanimità o a maggioranza. Molto spesso mi sono dovuto adeguare a decisioni che non condividevo; ma questo fa parte delle regole della vita democratica e va accettato, purché non si violi la legge e tutto avvenga nella massima trasparenza.

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Cosa c’è di nuovo nella scuola?

La nomina del nuovo ministro, la prof.ssa Maria Chiara Carrozza, mi ha lasciato quasi del tutto indifferente, anche perché finora non ho mai avuto l’onore di conoscerla; sono venuto a sapere che era la direttrice della prestigiosa Scuola S.Anna di Pisa e che appartiene al Partito Democratico, ma non mi è noto alcun suo contributo per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria. Può anche darsi che ne abbia piena conoscenza, ma la cosa, almeno fin qui, non mi risulta; ed il fatto che provenga dal mondo universitario non è una garanzia che sia un buon Ministro dell’istruzione, come dimostra chiaramente l’operato del suo predecessore. I signori del Governo dovrebbero sapere, d’altro canto, che Scuola e Università non sono la stessa cosa, ma hanno invece esigenze e problematiche del tutto diverse, e che l’esser vissuti in un ambiente non vuol dire automaticamente adattarsi anche all’altro, anzi spesso è il contrario. Tuttavia, nonostante i legittimi dubbi, non voglio e non posso esprimere giudizi prima di aver visto all’opera il nuovo Ministro.

Alcune avvisaglie ci sono però, e non mi sembrano positive. In un’intervista rilasciata qualche tempo fa, la prof. Carrozza ha riesumato una vecchia idea della sinistra italiana dimostratasi del tutto fallace, quella del biennio unitario alle superiori. Si tratta di un grossolano errore, un “revival” dell’egalitarismo sessantottino, perché è assurdo far fare lo stesso percorso a ragazzi che frequenteranno un liceo Classico o Scientifico ed a quelli destinati agli istituti professionali. Il mio pensiero è del tutto opposto, nel senso che a me parrebbe opportuno differenziare anche la scuola primaria (com’era ai miei tempi!), introducendo fin dalle medie materie opzionali a seconda del percorso futuro che compirà ogni studente. Ma so che questo non è proponibile, e quindi mi taccio.

Un’altra cosa che mi lascia deluso è la circolare del ministro sugli esami di Stato, in cui si raccomanda di nuovo a presidenti e commissari di sorvegliare affinché gli studenti non copino con il cellulare, escludendoli da tutte le prove se sorpresi ad utilizzare tali apparecchiature. Queste disposizioni c’erano già prima, ed hanno ormai compiutamente dimostrato la loro totale inefficacia, perché gli studenti non sono sciocchi e sanno bene come fare: consegnano un cellulare, magari vecchio e inservibile, e tengono addosso quello nuovo, supertecnologico, con cui si collegano a internet e copiano quanto vogliono. Non possiamo perquisire i ragazzi, né sorvegliarli ininterrottamente per sei ore, questo lo sanno tutti. Tanto eccessiva quanto inefficace, inoltre, è la prescrizione di escludere l’alunno trovato col cellulare da tutte le prove, facendolo quindi bocciare e ripetere l’anno: un provvedimento del genere, proprio perché troppo severo, non viene adottato da nessun presidente di commissione, il quale, anche nel caso di studente colto sul fatto, preferisce far finta di non vedere e lasciar correre, perché non se la sente di rovinare la carriera di una persona per così poco, ed anche perché l’immancabile ricorso al TAR finirebbe per dar ragione al ragazzo e quindi costringere la commissione a riunirsi nuovamente e rifare l’esame. Una minaccia del genere è troppo grave per indurre un presidente ad una misura simile; sarebbe stato molto più assennato, a mio giudizio, prevedere l’esclusione dello studente soltanto dalla prova in cui ha copiato (assegnandogli la valutazione minima, cioè un quindicesimo), ma lasciandogli ugualmente la possibilità di superare l’esame, ovviamente con un voto basso. Ma la vera soluzione del problema, come ho detto altrove, sarebbe quella di dotare le scuole di apparecchiature elettroniche (i cosiddetti disturbatori di frequenze) che impediscono ai cellulari, in un certo raggio, di collegarsi a internet e di comunicare con l’esterno in qualsiasi modo. La cattiva tecnologia si combatte con altrettanta tecnologia, c’è poco da fare. E quanto ai provvedimenti sanzionatori, mi pare chiaro che, come dimostrano le gride manzoniane, val più una norma moderata ma rispettata rispetto ad una severissima ma di fatto mai applicata. Possibile che la storia non abbia insegnato niente ai nostri politici?

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