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Come vedo la politica attuale

Il magistrato Francesco Saverio Borrelli, di recente scomparso, disse una volta che l’inchiesta “Mani pulite” del 1992/93 in realtà era stata un errore, perché aveva distrutto un’intera classe politica per farne sorgere un’altra peggiore di quella. E se lo diceva lui, si può star certi che è vero. Io non ne ho mai dubitato; anzi, vedendo lo scenario della politica attuale, non posso fare a meno di rimpiangere i tempi della prima Repubblica, che io – purtroppo per la mia età – ho largamente vissuto. I politici di allora facevano parte di un sistema irregolare, corrotto, e loro stessi lo sapevano, tanto che Craxi lo testimoniò anche davanti ai magistrati; ma almeno sapevano fare il loro mestiere, sapevano confrontarsi civilmente, dare del nostro Paese un’immagine all’esterno cento volte migliore di quella di adesso. Non ho alcuna remora a dire che rimpiango i politici di quei tempi, a prescindere dalla loro ideologia: a persone come Andreotti, Moro, Craxi, Forlani, Berlinguer, Spadolini, Almirante ecc. oggi bisognerebbe elevare monumenti, perché erano veri signori della politica, che i cittadini seguivano con interesse e partecipazione. Se allora andava a votare il 95 per cento dei cittadini e oggi ci va poco più del 50, una ragione ci sarà di sicuro.
Oggi la politica è diventata un’arena di lotta dove tutti si azzuffano e si insultano in maniera vergognosa, arrivando anche alla maleducazione ed al turpiloquio, alimentato ulteriormente dai social come Facebook; non ci sono più non solo le ideologie, ma neanche le idee stabili, nel senso che i partiti e i loro dirigenti cambiano idea da un giorno all’altro e si alleano magari con altri di cui magari, fino al giorno prima, dicevano peste e corna. Non posso fare a meno, a questo punto, di alludere alla proposta di Renzi, che pure mi è piaciuto in alcuni aspetti della sua politica quando era al governo: oggi, pur di impedire a Salvini una vittoria quasi certa, ma soprattutto per mantenere le poltrone, propone addirittura un governo di coalizione tra il PD e i Cinque Stelle, due formazioni che da sempre si sono insultate e infamate a vicenda e che non sono mai andati d’accordo su nulla. In particolare i 5 stelle, a cominciare dal comico loro fondatore, hanno criticato, deriso, insultato Renzi trattandolo come corrotto, incapace, addirittura un irresponsabile, e l’hanno fatto con tutta la cialtroneria e la maleducazione di cui sono capaci degli incompetenti che sono arrivati in Parlamento senza alcuna cultura né alcuna ideologia che ne giustificasse la nascita e l’affermazione. Il PD ha subito per anni questa pressione infamante dei grillini e ora, passando sopra a tutto ciò, vorrebbe farci un governo insieme? A me tutto ciò sembra demenziale, proprio di persone senza dignità e senza orgoglio, degni rappresentanti di un Paese che va sempre più in rovina, non solo dal lato economico ma anche da quello morale e culturale.
Anche il centro-destra, però, dà segni di instabilità. Un accordo tra la Lega e Forza Italia non mi pare affatto semplice, perché su molte questioni hanno idee molto diverse e persino contrastanti: basti pensare che votano in modo contrastante al parlamento europeo, perché gli uni sono sovranisti, gli altri europeisti. Si fa prima a dire che nessuno va d’accordo con nessuno, e che la politica attuale è un guazzabuglio nel quale i cittadini fanno molta difficoltà ad orientarsi. Lo dimostrano due cose: il fatto che molti elettori cambiano bandiera ad ogni consultazione (o quasi) e il gran numero delle persone disamorate e disgustate che non vanno più a votare. Il primo fenomeno è la conseguenza della caduta delle ideologie: ai tempi della prima Repubblica la fedeltà ad un’idea e ad un partito durava per sempre, adesso invece la gente vota per chi si rende più convincente in televisione o nei social, una volta per un partito e l’anno seguente per un altro; ed è questo, secondo me, un grave segno di decadenza del pensiero e dell’autonomia decisionale di ciascuno. Anche il secondo fenomeno è in relazione con la fine dei partiti tradizionali di un tempo, ma denota soprattutto la sfiducia dei cittadini in chi ci governa, qualunque sia la sua area di appartenenza. E aggiungo che, vista la rozzezza, l’incapacità e l’incoerenza dei politicanti attuali, non mi stupisco affatto che questo accada, e confesso che anch’io ho pensato più volte di non andare a votare, anche se poi, per adempiere ad un dovere civico, non mi sono mai astenuto. Anch’io però, come molti altri, sono disgustato dagli insulti, dagli odi, dalla volgarità della politica attuale e rimpiango sinceramente quegli statisti del passato che ho citato prima, che forse allora erano avversati perché non si sapeva chi sarebbe venuto dopo. Come dice il proverbio, al peggio non c’è mai limite, ed il nostro Paese lo sta sperimentando sulla sua pelle, lo sfascio attuale cade sulle spalle di tutti noi.

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Riflessioni sul terrorismo nostrano

Lo scorso 9 maggio, anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro brutalmente ucciso dalle Brigate Rosse, è stata indicata come la giornata della memoria delle vittime del terrorismo degli anni ’70 e ’80, un periodo terribile della nostra storia. Già da quel giorno avrei voluto inserire un post sull’argomento, dato che in quegli anni io c’ero; ma poi purtroppo i vari impegni di lavoro, che per noi docenti sono particolarmente pressanti in questo periodo dell’anno scolastico, me l’hanno impedito. Trovando oggi un momento libero, desidero dire la mia opinione su quella stagione nefasta della storia della Repubblica italiana, essendo pienamente consapevole che il mio modo di pensare non sarà condiviso se non da pochi, perché non è esattamente allineato con quello che oggi è la mentalità comune, il cosiddetto “politically correct”.
In quegli anni la lotta ideologica era prevalente ovunque, specie nelle scuole e nelle università; i vari gruppi di studenti e “ideologi”, quasi esclusivamente appartenenti ai movimenti della sinistra extraparlamentare, compivano ogni sorta di violenze, come le occupazioni delle facoltà universitarie, i cortei con assalti alle forze dell’ordine, la stampa provocatoria che incitava all’odio di classe ed all’eliminazione fisica della cosiddetta “borghesia”. E tutto ciò avveniva nell’assoluta indifferenza delle autorità statali, le quali avrebbero dovuto immediatamente sgomberare i locali occupati e cacciare a legnate gli occupanti, per garantire a chi voleva studiare l’esercizio dei propri diritti. In quegli anni chi, come il sottoscritto, non si allineava a quelle idee sovversive che avevano contagiato quasi per intero il mondo della cultura (anche i docenti universitari erano quasi tutti di estrema sinistra) aveva vita difficile perché, pur riuscendo ad evitare violenze fisiche se non manifestava apertamente il suo dissenso, ne subiva comunque di psicologiche, come ad esempio il divieto di poter frequentare regolarmente le lezioni universitarie o quello di poter attraversare una città senza imbattersi in una folla di facinorosi con le bandiere rosse, urlanti e pronti a lanciare bottiglie Molotov ed altro contro la polizia. Da questo clima di esaltazione ideologica marxista, che utilizzava la violenza e la prevaricazione contro chiunque non fosse dalla propria parte, definendo “fascisti” tutti coloro che si distaccavano dalle loro idee (compresi quelli del PCI ortodosso), nacque poi il terrorismo vero e proprio, quello dei gruppi armati che intendevano fare a loro modo la rivoluzione uccidendo a tradimento funzionari dello Stato, magistrati, politici ed anche persone comuni che, per loro sventura, si erano trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. La vittima più illustre di questi assassini – perché tali erano e non li si può definire in modo diverso – fu il parlamentare democristiano Aldo Moro, rapito il 16 marzo del 1978 con la strage di cinque uomini della sua scorta, poi processato da un sedicente “tribunale del popolo”, condannato a morte e barbaramente trucidato. Il suo cadavere fu fatto ritrovare a Roma il 9 maggio di quello stesso 1978, e si può immaginare l’effetto che questo evento ebbe su di me, che mi ero laureato il giorno precedente e che proprio allora cominciavo a nutrire belle speranze per il mio futuro.
La mia reazione al momento fu di un’infinita indignazione e il desiderio profondo, irrealizzabile peraltro, che questi assassini pagassero con la vita i loro delitti. Sapevo che la Costituzione aveva abolito la pena di morte, ma c’era comunque un’eccezione rappresentata dallo stato di guerra, durante il quale poteva essere ripristinata la legge marziale; e poiché i brigatisti avevano dichiarato guerra allo Stato e si consideravano, quando erano catturati, prigionieri politici, lo Stato avrebbe potuto applicare verso di loro il codice di guerra e farli giudicare da tribunali militari. Ma le cose non andarono così; è anzi accaduto quasi il contrario, nel senso che i terroristi assassini delle BR non hanno pagato neanche quello che sarebbe stato il minimo da infliggere loro, cioè il carcere a vita, quello che io, formatomi con la cultura classica che considerava come gravissimi i reati contro lo Stato, ritenevo giusto e inevitabile. Dopo qualche anno passato in prigione, queste belve umane sono addirittura state messe in semilibertà e poi liberate del tutto; e oggi dobbiamo tollerare con infinito disgusto il fatto che gli ex terroristi non solo non sono più in carcere, ma si permettono anche di tenere conferenze, scrivere libri e guadagnarci alla faccia di chi li acquista, farsi vedere in televisione e perfino iscriversi ai social network come Facebook e avere degli “amici”, moralmente corresponsabili della loro delinquenza. Cosa dire adesso alle famiglie delle vittime innocenti? Come deve sentirsi chi ha perduto un padre, un fratello o altri quando vede queste persone sorridere e dare interviste in televisione come se fossero benemeriti? Ci sono delitti che non possono essere perdonati, nemmeno a distanza di secoli. E poi si ha il coraggio di sostenere che lo Stato ha vinto contro il terrorismo? Secondo me il terrorismo è imploso da se stesso quando i protagonisti stessi di quella sventurata stagione si sono accorti dell’impossibilità di attuare i loro progetti e del fallimento della loro ideologia. Per questo sono finiti i gruppi extraparlamentari e quelli della lotta armata, non certo perché lo Stato si sia saputo difendere in modo adeguato.
Cosa ha permesso dunque che persone responsabili di molti omicidi siano tornati tranquillamente in libertà, quando il sangue delle loro vittime grida ancora vendetta e la più elementare giustizia vorrebbe che marcissero in carcere a pane ed acqua per tutta la vita? Il solito buonismo che trionfa purtroppo in tutte le “democrazie” moderne, che qui mostrano veramente i loro limiti, ma soprattutto nella nostra. L’affermarsi di una mentalità che incoraggiava al “perdono”, al “recupero” dei delinquenti alla vita sociale, una mentalità sostenuta da una parte dalle idee sessantottine e dei partiti di sinistra, dall’altra dal pietismo cattolico, ha fatto sì che lo Stato non si sia adeguatamente difeso da chi lo attaccava al cuore e che oggi, a distanza di molti anni, ci si sia quasi dimenticati di quel periodo terribile della nostra storia e degli assassini che ne sono stati promotori. E neppure adesso lo Stato è in grado di punire adeguatamente chi delinque, visto che anche chi commette reati efferati si ritrova libero dopo pochi anni o addirittura mesi. Questa è giustizia? Secondo me no, è buonismo inconcludente che non fa altro che incoraggiare la violenza e la malavita. Sono d’accordo che il carcere debba essere rieducativo e favorire il reinserimento in società di chi ha sbagliato nella vita, ma bisogna vedere la gravità dei delitti commessi: chi si è macchiato di efferati omicidi come quelli delle Brigate Rosse non è degno né di perdono né di reinserimento, ma solo di soffrire a vita per pagare il male compiuto. Lo Stato si difende anche con la forza, quando altri mezzi non possono funzionare, anche perché la pena dev’essere un deterrente per chi eventualmente progettasse di rimettersi su quella strada Evidentemente alle democrazie moderne, e soprattutto a quella italiana, il Machiavelli non ha insegnato nulla.

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Il Quirinale e gli intrighi di palazzo

Credo che molti italiani, se non tutti, siano contenti per l’elezione a Presidente della Repubblica del costituzionalista Sergio Mattarella, proposto da Renzi e dal PD. Personalmente, per quanto posso essere informato, non ho nulla contro la persona del Presidente, che svolgerà certamente in modo ottimo la sua funzione; ed in ogni caso ho sempre pensato che la più alta autorità dello Stato vada sempre rispettata e mai vilipesa, perché ciò è dovuto all’istituzione più che alla persona. Per questo mi sono fortemente indignato quando gli zoticoni del “movimento 5 stelle” (o stalle come dico io) si permisero di insultare Napolitano, un politico che neanche a me piaceva per il suo passato comunista ma che, una volta eletto, non mi sono mai permesso di criticare per il rispetto dovuto all’istituzione ed alla funzione da lui ricoperta.
Senza dunque nulla togliere al prestigio del nuovo capo dello Stato, non mi è però piaciuto il modo il cui è stato eletto, perché ciò è scaturito da un atto di arroganza e di incoerenza commesso dal nostro giovane primo ministro Renzi e dal suo partito. La contraddizione è duplice, in questo caso. In primo luogo, Renzi si era presentato sulla scena politica come il “rottamatore” dei vecchi politici, e su quello ha fondato la propria fortuna; adesso invece, pur di riunificare il suo partito e dare agli altri una dimostrazione di forza, ha scelto una persona certamente rispettabile, ma proveniente proprio da quel vecchio sistema politico (quello della cosiddetta “prima repubblica”) ch’egli ha sempre detto di voler mandare in pensione. La ricerca del nuovo a tutti i costi si concretizza poi nel vecchio adagio del “Gattopardo”: perché tutto rimanga com’è, è necessario che tutto cambi. La seconda contraddizione di Renzi, inoltre, è quella che riguarda la sua apparente volontà di conciliazione con il centro-destra ed il partito di Forza Italia, con il quale, mediante il famoso patto del Nazareno, ha sostenuto di volersi accordare per procedere insieme ad una serie di riforme condivise. Ma queste riforme, questi cambiamenti politici ed istituzionali (con ampia revisione della, Costituzione) non possono non comprendere anche l’elezione del Presidente della Repubblica, perché anche questo passaggio istituzionale doveva rientrare in un accordo ed in una scelta condivisa. Invece Renzi cosa ha fatto? Quando ha visto che aveva i numeri per eleggere Mattarella, l’ha imposto a tutti gli altri senza ascoltare nessuno, in una maniera che ricorda tanto quella dei regimi totalitari che ben conosciamo per funesta memoria. Si è trattato di un atto di arroganza senza pari, una sorta di machiavellismo che con il tempo rischia però di rivolgersi contro il suo autore; non si può pretendere, infatti, di lavorare su due o tre maggioranze diverse e di considerare alleati gli altri solo quando ci fa comodo, perché gli alleati non sono marionette che il Burattinaio può maneggiare a piacimento, e credo che Renzi ed i suoi si accorgeranno presto di quanto era importante la condivisione e l’appoggio di coloro che, fino a poco tempo prima, avevano additato come i responsabili di tutti i nostri mali.
L’evento qui descritto è un’ulteriore dimostrazione – se mai ve ne fosse bisogno – di come la politica, chiunque sia chi la esercita, si serve sempre degli stessi metodi e degli stessi intrighi pur di raggiungere i suoi scopi. Renzi, che si è presentato come il “nuovo che avanza” e che su questa base ha ottenuto tanti consensi, non fa eccezione. Direi anzi che costui dovrebbe rottamare se stesso ed il suo partito, a questo punto, perché si è comportato proprio come quei vecchi politici affaristi e intriganti che tutti ricordiamo. Mi dispiace solo di avere avuto fiducia in lui al momento in cui, pur in maniera discutibile, si insediò come capo del Governo. Fiducia nella persona, intendiamoci, non nel suo partito, né tantomeno nella parte politica da cui proviene.

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