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La “buona scuola” è veramente buona?

Quando, lo scorso luglio, fu approvata in via definitiva la riforma del governo Renzi denominata “La buona scuola”, io scrissi un post qui sul blog dove mi sforzavo di sottolineare, oltre alle cospicue perplessità che vedevo nei colleghi e io stesso provavo, anche quelli che mi sembravano aspetti positivi. Alcuni provvedimenti, come ad esempio i 500 euro concessi a ogni docente per l’aggiornamento personale, continuo a ritenerli positivi, ma su altri le perplessità sono cresciute a dismisura. Una di esse riguarda la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, che io trovo opportuna per gli istituti tecnici e professionali ma assurda ed inutile per i licei; ma un’altra cosa che mi lascia sbigottito, visto che si è materializzata proprio in questi giorni, è il cosiddetto “organico potenziato”, l’immissione in ruolo cioè di circa 50.000 persone in quella che hanno chiamato “fase C” per distinguerla da quelle precedenti.
Come si è svolta la faccenda? Il Governo aveva promesso l’immissione in ruolo di circa 120.000 nuovi docenti, in diverse fasi successive perché, a detta del Ministro e del Presidente del Consiglio, questo avrebbe dovuto eliminare totalmente il precariato nella scuola, quei docenti cioè che sono stati utilizzati per anni nei posti disponibili ma che non si erano mai finora visto riconosciuto il diritto ad essere assunti a tempo indeterminato. Pare che il numero effettivo delle assunzioni sia stato di poco superiore a 100.000, un po’ meno quindi di quanto previsto; ma il clou della faccenda è un altro, che cioè di questi nuovi professori assunti in ruolo soltanto la metà circa viene effettivamente impiegato sulle cattedre vuote e disponibili (fasi 0, A e B), mentre quelli della fase C (circa 50.000 persone) non hanno una loro cattedra, ma dovrebbero essere utilizzati per supplenze, corsi di recupero, progetti vari ecc. Tutto questo ha dell’assurdo e del grottesco: insegnanti nuovi, spesso giovani e desiderosi di lavorare nelle classi e dimostrare finalmente le loro capacità professionali, se ne stanno in sala insegnanti senza far nulla o quasi, utilizzati per brevi supplenze a sostituire colleghi di materie diverse dalle loro, insomma a fare da tappabuchi. Questa situazione (che speriamo cambi dal prossimo anno ma che per adesso è quale l’ho descritta) crea frustrazioni e ingiustizie a non finire: non si vede perché, in effetti, noi docenti di ruolo con sede stabile nell’Istituto dobbiamo continuare a osservare rigidamente l’orario delle 18 ore settimanali in classe più altrettante di lavoro domestico (correzione degli elaborati, preparazione delle lezioni, aggiornamento ecc.) mentre questi giovani colleghi non vengono in realtà utilizzati se non pochissimo, per poche ore e per brevi periodi durante l’anno. Oltre che un’ingiustizia nei nostri confronti, è questa una mortificazione anche per gli stessi neoassunti, i quali si ritrovano senza un impegno preciso, senza poter esercitare appieno la professione che nella vita hanno voluto fare, e subiscono quindi un senso di frustrazione e di smarrimento.
A mio giudizio queste assunzioni avrebbero dovuto svolgersi in maniera ben diversa, evitando due errori madornali che l’amministrazione ha compiuto. Il primo di essi, già peraltro evidenziatosi anche negli anni e decenni precedenti, è stato quello di assumere una massa ingente di persone senza prima sottoporle ad un concorso o un esame che accertasse la loro preparazione tecnica e la loro attitudine all’insegnamento, requisiti importantissimi per ogni docente. Di questo scempio la colpa va attribuita unicamente ai vari governi che si sono succeduti, i quali non hanno bandito i concorsi ordinari, l’unica forma efficace di accertamento delle singole competenze di ciascuno: dal 1999, anno di un passato concorso, si è arrivati al 2012, e nel frattempo lo Stato ha utilizzato personale docente di vari livelli, i cosiddetti “precari”, alcuni dei quali però (anche se di numero ridotto) non erano e non sono abbastanza preparati per svolgere una professione così delicata e importante. Alcuni laureati, presa l’abilitazione con esamini ridicoli magari molti anni fa, si erano addirittura dedicati ad altre attività, e ora sono stati chiamati ad insegnare senza che neanche loro se lo aspettassero più. Che docenti saranno costoro, e che sorte toccherà ai loro alunni?
Il secondo madornale errore del governo Renzi è stato quello di prevedere il famoso “organico potenziato”, ossia un certo numero di docenti assegnato ad ogni scuola oltre all’organico normale delle cattedre presenti. E’ questa un’assurdità senza limiti, e per diversi motivi. Primo, come già detto, questi insegnanti non hanno una cattedra loro e quindi vengono impiegati in modo limitato e parziale, frustrando la loro stessa professionalità; secondo, questo provvedimento non abolisce affatto il precariato, perché questi docenti possono essere utilizzati solo per supplenze brevi e non coprono tutte le classi di concorso presenti in una scuola, e quindi sarà sempre necessario il ricorso a supplenti temporanei; terzo, lo Stato si trova a dover pagare quasi 50.000 stipendi in più del necessario, con una spesa ingente e del tutto inutile. La scuola non ha bisogno di personale in più rispetto all’organico, è sufficiente quello che c’era prima d questa legge; per il buon funzionamento dell’istituzione non si agisce con la quantità ma con la qualità, formando cioè insegnanti coscienti e preparati, reclutati con un concorso serio ed accurato e soprattutto messi di fronte alle classi vere di studenti, non a progetti perditempo e ad altre amenità. Sarebbe stato meglio che il nostro Governo, anziché spendere centinaia di milioni di euro in nuovi stipendi praticamente inutili, avesse pensato al rinnovo del nostro contratto di lavoro, fermo scandalosamente dal 2009, cioè da ben sei anni. Io avrei rinunciato volentieri anche ai 500 euro che ci hanno elargito per l’aggiornamento, che sono sì una buona iniziativa ma che non erano indispensabili, a favore di una revisione degli stipendi e soprattutto alla differenziazione di essi in base al merito individuale.

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Preoccupazioni di inizio anno scolastico

Ci siamo quasi: domani 1° settembre il Collegio dei docenti, che si terrà in molte scuole, aprirà ufficialmente il nuovo anno scolastico 2015/16. E’ un anno pieno di incertezze e di preoccupazioni legate all’applicazione della “riforma” scolastica targata Renzi-Giannini, che ha portato e porterà con sé tante proteste e critiche ma che dirà anche qualcosa di nuovo nell’ambito del sistema dell’istruzione. Pur potendosi prevedere in parte quel che accadrà, molti aspetti della “buona scuola” sono ancora alquanto nebulosi, per mancanza di chiarezza nelle norme in vigore ma anche per la sostanziale differenza tra la teoria e la pratica, cioè tra il dettato della legge e la sua effettiva applicazione. Intanto, già prima che inizi l’anno scolastico, la nostra scadente televisione ci ripropina, ancora una vota in modo banale e pedestre, la solita polemica sui libri di testo, il cui costo dissanguerebbe le famiglie dei poveri studenti. Sull’argomento ho già detto quel che penso in alcuni post di settembre degli scorsi anni e non voglio quindi ripetermi, tranne per quanto riguarda un concetto: che cioè la polemica sul costo dei libri è assurda e pretestuosa, soprattutto da parte di quelle famiglie (e sono l’assoluta maggioranza) che si sentono svenate quando debbono comprare i libri ai figli, ma che spendono senza battere ciglio migliaia di euro in zaini firmati, vestiti alla moda o smartphones di ultima generazione, di cui ormai quasi tutti gli studenti sono dotati. Per costoro la cultura vale meno di un telefonino o di un paio di orribili jeans sdruciti.
Ma torniamo ai problemi di inizio di anno scolastico. La nuova riforma ha messo e metterà in ruolo migliaia di insegnanti precari, ma non si sa bene quale sarà il loro impiego. Una parte andrà a ricoprire ovviamente i posti vacanti, ma un’altra dovrebbe essere impiegata per il cosiddetto “organico funzionale”, che prevede la presenza di alcuni docenti in più rispetto ai posti ordinari, che dovrebbero servire a potenziare la cosiddetta “offerta formativa” di ciascun Istituto scolastico. In pratica, però, non è chiaro come saranno utilizzati: per ore di materie aggiuntive che saranno deliberate dal Collegio dei docenti, per le supplenze o per altro ancora? Non mi pare che questo concetto sia stato ben illustrato dagli estensori della legge di riforma; in ogni caso ciò che si dovrebbe evitare (e che spero vivamente non avvenga) è che questi docenti in più siano lasciati liberi di far poco o nulla in attesa di occupazione, mentre i professori già in servizio nella scuola debbano continuare a svolgere l’intera attività didattica, non solo quella frontale in classe ma anche il lavoro domiciliare. Se ci sono nella scuola insegnanti in più rispetto all’organico, allora mi sembrerebbe giusto ripartire l’impegno didattico tra tutti, magari diminuendo di qualche ora settimanale l’orario dei professori già in servizio perché possano dedicarsi con più agio alla programmazione o alla gestione complessiva della scuola.
Altro punto imbarazzante della riforma è quello che concerne la valutazione dell’Istituto (di cui una bozza è stata già compilata) ma soprattutto dei singoli docenti. Ho detto più volte che molti di noi si considerano intoccabili e provocano un’alzata di scudi non appena un qualsivoglia governo introduce anche solo lo spettro di una valutazione individuale; io invece da tanti anni sostengo apertamente che vorrei essere valutato, e gradirei moltissimo la presenza in classe, durante le mie lezioni, di persone competenti che potessero giudicarne l’efficacia, la completezza ed il valore didattico. Ma dove si troveranno funzionari di questo tipo? Un tempo c’erano gli ispettori ministeriali che visitavano le scuole ed erano in grado di svolgere un compito simile; ma adesso gli ispettori sono pochi e utilizzati male, ed oltretutto sono spesso incompetenti per quanto riguarda la didattica, perché si è voluto fare di loro (come dei Dirigenti, del resto) soltanto degli organizzatori, dei burocrati. Quel che la “Buona Scuola” prevede in questo ambito mi lascia invece molto perplesso: a valutare i professori sarà infatti il Dirigente scolastico, dopo che i criteri per la valutazione stessa (ossia i fattori atti a stabilire quali siano gli insegnanti più meritevoli) saranno determinati da un comitato costituito da tre docenti, uno studente, un genitore e una persona esterna alla scuola di cui nulla si sa di preciso. Ora, pur dando per scontata la buona fede di tutti, non mi pare che in queste condizioni sia possibile cogliere pienamente l’obiettivo: i Dirigenti infatti, non essendo ovviamente al corrente dei metodi didattici di ciascun docente, né competenti in tutte le discipline, finiranno per premiare soprattutto coloro che li hanno coadiuvati nell’elaborare progetti o nella gestione della scuola (i vicari, ad esempio), mentre molto minor rilievo avranno la preparazione specifica dell’insegnante nelle sue discipline e l’efficacia della sua azione didattica.  Di fatto, tuttavia, prevedo che le domande per ottenere i vantaggi derivanti da una buona valutazione saranno pochissime, sia perché molti di noi non accettano di essere giudicati, sia perché l’aumento di stipendio previsto per i “bravi” (15-20 euro al mese al massimo) è talmente esiguo da far apparire tutto questo come un’operazione di facciata ed un’ulteriore presa in giro della categoria.
C’è infine un’altra cosa in questa riforma che mi preoccupa molto: la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, un’altra bella invenzione dell’utilitarismo e del materialismo attuali. In merito, trovo naturale che gli alunni degli istituti tecnici e professionali facciano un’esperienza lavorativa già durante il corso di studi, che conoscano il mondo della produzione, l’industria e l’artigianato, perché quella è la finalità principale di questo tipo di studi. Ma i licei, per i quali sono previste addirittura 200 ore annuali di esperienza scuola-lavoro, che ci azzeccano, come direbbe qualcuno a sud di Roma? I licei non hanno finalità utilitaristiche, o per lo meno non dovrebbero averne; si tratta infatti di scuole che debbono fornire una formazione completa della personalità mediante una cultura che non deve essere “pratica” nel senso consueto del termine, ossia vagante tra officine, laboratori e cantieri. La cultura liceale non deve “servire”, ma “formare” lo studente e prepararlo agli approfondimenti ed alle specializzazioni che compirà durante il percorso universitario. Come si possono conciliare materie come la filosofia, il latino, la matematica con il mondo dell’artigianato e dell’industria? Io temo che ci troveremo di fronte ad una colossale perdita di tempo che finirà per confondere i nostri studenti, sospesi tra gli studi teorici e attività pratiche per le quali hanno poco interesse e che sono del tutto avulse dalla loro mentalità. Questa, ovviamente, è solo la mia opinione, quella di un conservatore che guarda con sospetto alle novità che non lo convincono. Posso anche sbagliarmi, per carità, ed attendo di essere smentito; ma per adesso resto dell’idea che non sempre il nuovo è necessariamente positivo, e che se deve rovinare quel che di buono c’era prima, è meglio tenersi il vecchio, e tenerselo ben stretto.

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Le proposte di riordino dei cicli scolastici

Fa discutere, in questi ultimi giorni, una proposta lanciata dall’ex ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer (PD), il quale ritorna sul vecchio problema del presunto “ritardo” di un anno con cui i nostri giovani si diplomano rispetto ai loro colleghi di altri paesi europei, che finiscono gli studi secondari a 18 anni; suggerisce perciò di accorciare di un anno il percorso scolastico italiano fondendo i cicli della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado (la ex Scuola Media) in un unico ciclo della durata di sette anni invece degli otto attuali. In tal modo gli studenti terminerebbero la scuola media a 13 anni e otterrebbero il diploma della scuola superiore, rimasta invariata, a 18.
Questa proposta, che si aggiunge ad altre non meno peregrine, mi pare totalmente priva di vantaggi e possibile causa di un ulteriore peggioramento della qualità degli studi nel nostro Paese. Nel ridurre di un anno il percorso formativo ci potrebbe essere un risparmio economico per lo Stato (sempre lì si va a parare!) di circa l’8% della spesa attuale, ma a questo corrisponderebbe inevitabilmente un depauperamento delle conoscenze e della formazione generale degli studenti: se già adesso, con 13 anni di scuola (dai 6 ai 19) constatiamo la presenza di lacune più o meno estese al momento dell’esame di Stato conclusivo, tante più carenze e tante minori competenze ci sarebbero diminuendo la durata del percorso. La cosa mi pare talmente evidente da non aver necessità di alcuna ulteriore spiegazione; senza contare la perdita di un numero di cattedre piuttosto consistente che altro non farebbe se non aumentare ancor di più la disoccupazione intellettuale ed il precariato, problemi che angustiano da molti anni il mondo della scuola.
Mi fa specie, inoltre, che la suddetta proposta provenga da Luigi Berlinguer, che quando era ministro dell’istruzione promulgò la famigerata riforma del 3+2 degli studi universitari, la quale portò ad un ritardo di un anno nell’ottenimento della laurea: tutte le Facoltà universitarie che duravano quattro anni, infatti, furono portate a cinque, con un inevitabile aggravio economico per le famiglie (tasse universitarie pagate un anno in più, spese per mantenere i figli fuori sede ecc.) senza che a ciò abbia corrisposto alcun vantaggio concreto. E non mi si venga a dire che la laurea triennale abbia un qualche valore nel mondo del lavoro: nelle facoltà umanistiche, che sono quelle che io conosco direttamente anche perché frequentate da me e da mia figlia, la laurea triennale non serve praticamente a nulla, perché tutti o quasi gli studenti sono costretti a proseguire fino alla laurea magistrale: debbono pertanto preparare due volte la tesi di laurea, ripetere esami già sostenuti, pagare tasse in più per ritrovarsi poi con lo stesso titolo che prima si otteneva in quattro anni. E fa specie, dico io, che lo stesso ministro che ha architettato tutto ciò, danneggiando e banalizzando gli studi universitari e provocandone un inutile e dispendioso allungamento, venga ora a chiedere l’accorciamento di un anno del percorso formativo precedente. Un’assurdità, una vera idiozia. L’unica riforma seria, che effettivamente farebbe entrare prima i nostri giovani nel mondo del lavoro, sarebbe quella di riportare a quattro anni (ed in qualche caso a tre) i percorsi universitari ora quinquennali, con risparmi per le famiglie e la possibilità di utilizzare prima il proprio titolo di studio.
Quello che non mi convince, inoltre, è questa smania di voler far uscire dalla scuola i nostri giovani a 18 anni solo perché così fanno in Europa. A parte il fatto che non è sempre vero, perché in molti paesi europei (v. la Svizzera) escono a 19 anni come da noi; ma poi, siamo sicuri che ciò sia un bene? Siamo certi del fatto che se i giovani escono un anno prima dalla scuola trovino più facilmente lavoro? Io credo che sia vero l’esatto contrario, perché in una situazione di crisi economica e di scarsità di posti di lavoro come quella attuale, avere più diplomati significherebbe avere più disoccupati, persone che hanno il diploma ma che non trovano nulla da fare, anche perché meno competenti e preparati dei loro colleghi di qualche anno più grandi. Io sono convinto che il nostro sistema scolastico vada bene così com’è, e che sia l’ora di finirla con questo riformismo che è ormai diventata una patologia psichiatrica: tutti coloro che sono o sono stati nei posti di potere si fanno prendere da questo assillo di dover cambiare tutto e a tutti i costi. E’ giusto cambiare ciò che non funziona; ma la nostra scuola funziona (almeno in parte) ed i nostri giovani sono molto più preparati dei loro coetanei francesi inglesi ecc., che studiano tre o quattro materie e dove la preparazione è settoriale e spesso molto superficiale. E comunque, se pur dobbiamo ammettere che la nostra scuola ha problemi o disfunzioni, non è certo diminuendo di un anno il percorso di studi che si otterrebbero miglioramenti. Se un aspirante pilota d’aereo dovesse frequentare un corso di volo che prevede 30 lezioni, non credo che riducendole a 20 impararebbe a pilotare meglio, ci sarebbero anzi molte più probabilità di vedere quel pilota schiantarsi a terra o atterrare senza carrello.
L’assurda proposta di Berlinguer si affianca poi ad altre altrettanto demenziali provenienti per lo più dalla sua stessa parte politica, come quella di istituire un biennio comune alle superiori (qualcuno lo vorrebbe addirittura fuso con l’attuale scuola media per un totale di quattro anni anziché cinque), facendo studiare a tutti le stesse discipline e riducendo gli studi di indirizzo al solo triennio conclusivo. Si tratta di una vecchia idea della sinistra nostrana, sempre incline a massificare e ad omologare tutto e tutti, ispirandosi a un egualitarismo che non tiene conto delle differenze intellettuali che pure esistono per natura tra gli individui. Proviamo a immaginare cosa accadrebbe se si costringessero alunni destinati al liceo classico o scientifico a studiare fino a 16 anni le stesse identiche materie di quelli destinati agli istituti professionali. Cosa ne verrebbe fuori? Una marmellata indistinta di macchinette, di burattini tutti uguali che non avrebbero competenze né per sostenere studi liceali, né tecnici né professionali. E poi, come sarebbe possibile ottenere una reale preparazione specifica e professionalizzante in soli tre anni? Gli alunni dei licei – tanto per restare nell’ambito di mia competenza – come potrebbero imparare il latino, il greco, la matematica, le lingue in soli tre anni? E come potrebbero quelli degli istituti tecnici specializzarsi nelle loro discipline specifiche (v. ragioneria ad esempio) in un lasso di tempo così breve?
Mi diano ascolto i politici: lascino stare tutto com’è, è molto meglio tenersi l’esistente anziché gettarsi nel buio di riforme e innovazioni dai dubbi vantaggi e che potrebbero rivelarsi disastrose. E prova ne è il fatto che le riforme già varate (vedi quella della Gelmini) hanno fatto più male che bene, provocando spesso conseguenze nefaste che i “saggi” chiamati a tale scopo non hanno saputo prevedere. “Chi lascia la casa vecchia per la nuova sa quel che perde ma non sa quel che trova”, dice un antico proverbio. Perciò sarebbe bene rispettare la saggezza degli antichi, molto più proficua della dabbenaggine attuale.

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Il difficile equilibrio tra l’essere e l’apparire

Siamo ormai a novembre, il periodo in cui tutte le scuole superiori organizzano i cosiddetti “open days”, i giorni in cui gli istituti restano aperti per farsi visitare dagli alunni delle terze medie e dai loro genitori e comunicare loro la cosiddetta “offerta formativa”, ossia le caratteristiche di ogni corso di studi e le attività che la scuola promuove. Questa azione di propaganda viene esercitata anche mediante visite alle scuole medie, allo scopo di convincere quanti più ragazzi possibile ad iscriversi alla propria scuola o al proprio indirizzo, in una sorta di gara fra istituti spesso portata avanti anche con artifici di dubbia onestà pur di accaparrarsi gli iscritti sottraendoli alla “concorrenza”. Una situazione, questa, che c’è sempre stata, ma che attualmente si è accentuata da quando si è affermato il concetto di “scuola-azienda”, che risponde a criteri puramente quantitativi: il prestigio di un Istituto, in altre parole, è direttamente proporzionale non all’effettiva preparazione che riesce a dare ai suoi studenti, ma semplicemente al numero di essi e soprattutto a quello dei promossi e dei diplomati. Ad un numero maggiore di iscritti corrisponde anche, in base a questo concetto, un aumento dei finanziamenti pubblici per progetti, attività varie ecc., ed anche indennità per i dirigenti scolastici ed i loro collaboratori. Così anche il sistema dell’istruzione viene sottoposto all’ormai dominante legge del mercato, dove tutto è subordinato all’idea della “produttività” materiale e dove il ruolo fondamentale della scuola, quello cioè di trasmettere e formare la conoscenza, viene messo inevitabilmente in secondo piano.
Perciò ogni anno si apre questa competizione tra gli istituti che a volte rasenta il ridicolo, in una specie di vendita all’asta dove ognuno si sforza di offrire più del vicino. Ma per ottenere un maggior numero di iscritti non basta che una scuola dichiari di svolgere attività extracurriculari che possano attrarre gli studenti (scambi culturali, viaggi esotici, teatro, tornei sportivi, settimane bianche e chi ne ha più ne metta), occorre anche ch’essa non appaia troppo difficile ed impegnativa ai ragazzini ed alle loro famiglie, le quali aspirano per lo più ad ottenere il diploma senza troppa fatica e possibilmente con voti alti, e senza perdere troppo tempo a studiare. Lo studio è fatica, si sa, ed oggi la fatica non piace a nessuno, soprattutto quando si vede che hanno successo in società ed in televisione persone ignoranti come capre, che solo hanno avuto la fortuna di avere un bell’aspetto o conoscere qualcuno “ammanicato” che li ha potuti favorire. La cultura è ormai concepita da tante persone come un inutile orpello tipico di quegli “sfigati” che non hanno saputo farsi strada in altro modo in questa società utilitaristica e superficiale. Accortesi di ciò, molte scuole si sono adeguate all’aria che tira e riescono a far proseliti ed avere molti iscritti semplicemente riducendo i programmi di studio, impegnando gli alunni sempre di meno e garantendo a tutti, o quasi, la promozione e le alte valutazioni. Così alunni e genitori sono felici, ottengono il loro bravo diploma faticando poco e possono dedicarsi senza problemi a ciò che più piace loro di fare.
Certamente in questa situazione le scuole da sempre ritenute più impegnative, cioè i licei Classico e Scientifico, hanno tutto da perdere, a meno che non si adeguino anche loro all’andazzo comune, perché quando si sparge la voce, più o meno fondata, che una determinata scuola richiede impegno e non attribuisce con tanta larghezza le valutazioni, rischia di essere abbandonata e di vedere ridotta di molto la propria presenza sul territorio. E’ quello che è successo in questi ultimi anni al Liceo Classico, che ha visto ridursi i propri iscritti dal 10 al 6 per cento (dato nazionale) proprio perché è un corso di studi altamente formativo, che conduce veramente al pensiero critico e fa conoscere tutto ciò che di più bello è stato creato dall’uomo nei secoli, ma ha l’imperdonabile difetto di essere impegnativo, di richiedere riflessione e concentrazione, qualità che i giovani di oggi, nell’epoca di facebook, di twitter, di ask e delle pagliacciate televisive, non sono più disposti ad esercitare.
Cosa fare allora? Continuare stoicamente a mantenere alto il livello dei propri contenuti culturali ed i propri parametri valutativi con il rischio di ridursi sempre di più fino a scomparire, oppure adeguarsi alla superficialità dilagante richiedendo sempre meno agli studenti e aumentando i voti a tutti? E’ un equilibrio difficile. Molti istituti tecnici e licei -anche della mia provincia – hanno scelto, purtroppo, la seconda alternativa, come si può constatare osservando non solo i dati sulle iscrizioni, ma anche i risultati degli esami di Stato, dove abbondano le votazioni massime (100/100 con o senza lode) e tutti sono promossi con valutazioni per lo più superiori alla reale preparazione; e ciò anche perchè molte persone della nostra categoria ritengono che tale comportamento non solo aumenti il numero degli iscritti, ma che ne guadagni pure il prestigio della loro scuola, ch’essi immaginano tanto più elevato quanto più alto è il cosiddetto “successo formativo”. Secondo tale mentalità poco importa il fatto che tale successo sia solo formale e non sostanziale, come di frequente emerge dagli esiti degli studi successivi. A chi non vuole conformarsi alla faciloneria ed al buonismo accade però di sentirsi dire – e con buona ragione, del resto – che i suoi studenti, valutati secondo il loro reale rendimento, sono svantaggiati rispetto a quelli delle altre scuole che attribuiscono voti più alti, perché se debbono sottoporsi a test d’ingresso o iscriversi a facoltà o scuole universitarie dove è richiesto un certo voto di diploma, appaiono certamente meno brillanti degli altri. Cosa si può fare allora? Cedere le armi e adeguarsi alla superficialità altrui o restar fedeli ai propri principi morali ed alla propria professionalità? Confesso di non saper dare una risposta definitiva a questa domanda, perché io stesso, in questo dilemma, mi trovo assalito da molti dubbi. Certo, se esistesse una vera comunicazione e collaborazione tra scuole dello stesso tipo e grado si potrebbe arrivare, almeno nelle singole province, ad un’azione valutativa più omogenea rispetto al sistema attuale dove ognuno fa quel che vuole; e lo stesso risultato potrebbe essere ottenuto mediante una valutazione esterna veramente efficace dei vari Istituti d’istruzione, che identificasse il successo formativo non con il numero dei diplomati o con la media dei voti riportati, ma con il reale livello qualitativo della preparazione raggiunta dagli studenti. Il problema è che queste che ho enunciato adesso sono mere ipotesi di difficile se non impossibile realizzazione, anche perché manca la reale volontà di affrontare e risolvere la questione; quindi le cose continueranno ad andare come sono sempre andate, con buona pace di tutti.

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Un libro per il futuro

Copertina

Il libro di cui ho raffigurato la copertina, mettendola all’inizio di questo post, è un vero gioiello che tutte le persone di cultura – o forse, meglio, quelle non acculturate abbastanza – dovrebbero leggere. In questi giorni io ed i miei alunni della classe 5° Liceo Classico (ex III° Liceo) lo stiamo esaminando e commentando in attesa del prossimo 6 dicembre, giorno in cui verrà nella nostra scuola, ad illustrarcene il contenuto e a discuterne con noi, l’autore del libro in questione, il prof. Nuccio Ordine, ordinario di letteratura italiana all’Università della Calabria.
Non è molto difficile enunciare la tesi di fondo che il prof. Ordine sostiene in questa pubblicazione, benché egli ce la illustri con dovizia di particolari e riferimenti dotti: si tratta di una concezione della cultura e dell’istruzione nella quale io ho sempre creduto, anche prima di sentirmi confortato dalle parole illustri dello studioso, quella cioè secondo cui le conoscenze che si apprendono nella vita, ma soprattutto nella scuola ed all’università, non debbono essere necessariamente ricondotte alla categoria dell'”utile”, cioè a ciò che “serve” nella vita pratica e nelle attività lavorative, economiche e commerciali. Nella nostra società, soprattutto in questi ultimi anni, si è infatti affermata con prepotenza una mentalità materialistica e utilitaristica, secondo cui si dovrebbe studiare e sapere soltanto ciò che può essere finalizzato – immediatamente e direttamente – allo svolgimento di un lavoro che fornisca uno stipendio o comunque al raggiungimento di certe “competenze” tecniche da applicare nella vita quotidiana. Questa funesta mentalità ha avuto pesanti riflessi nella nostra scuola, culminati nella ripresa degli istituti tecnici e professionali (prima in crisi) e nel vistoso calo delle iscrizioni al Liceo Classico, corso di studi che in molte delle nostre città si è talmente ridotto da rischiare persino di scomparire. Coloro che si iscrivono ai Licei preferiscono di gran lunga lo scientifico ed il linguistico, nella convinzione non soltanto che siano meno impegnativi del classico, ma anche che siano più “utili”, appunto, perché fondati sulle discipline scientifiche (ritenute più consone ai tempi attuali) e con una ridotta presenza di quelle umanistiche, che agli occhi di molte persone non rientrano nella categoria dell’utilità pratica. A chi dei nostri studenti non è capitato di sentirsi chiedere: “Ma a che ti servono il latino ed il greco?”
Precisiamo anzitutto un concetto. Se volessimo considerare le discipline studiate a scuola in base al mero parametro dell'”utile”, allora nessuna di esse (tranne forse alcune materie dei professionali) avrebbe diritto di cittadinanza. Forse che a qualcuno capita, nella vita di tutti i giorni, di dover risolvere equazioni di secondo grado o problemi di analisi matematica? E poi, se capitasse, c’è sempre la calcolatrice… Forse che la fisica e la chimica si applicano nella vita quotidiana, a meno che uno non lavori in un laboratorio di analisi o faccia di professione il chimico? Per non parlare di altre discipline come storia, geografia, filosofia, letteratura, musica ecc.: si può vivere benissimo senza conoscerle, e se a qualcuno caso mai, in un rigurgito di curiosità intellettuale, venisse un dubbio su qualche argomento, basta andare su Wikipedia e la risposta è lì, bella e pronta, messa sotto il nostro naso come un piatto di spaghetti già conditi. Quindi perché studiarle a scuola? Evidentemente perché la cultura, come sostiene il prof. Ordine e molti altri illustri studiosi anche dell’ambito scientifico, non deve soltanto “servire”, ma prevalentemente “formare”, ossia creare nel discente una mente pensante che sia in grado di prendere autonomamente le sue decisioni, conoscere i propri diritti e doveri, osservare la realtà con spirito critico. E da questo punto di vista tutte le discipline non “tecniche” sono “utili”, nel senso che torna sommamente costruttivo ciò che invece, agli occhi della società moderna, sembra “inutile”. Sul piano formativo del pensiero autonomo, infatti, non v’è molta differenza fra una traduzione dal latino ed un esercizio di matematica, perché entrambi richiedono uno sforzo di intuito e di ragionamento autonomo che è l’esatto contrario di Wikipedia e di tutto ciò che su internet o altrove si trova già pronto, senza che sia richiesto alla mente umana il minimo sforzo. Ed è per questo che proprio ciò che sembra non avere utilità pratica finisce invece per essere fondamentale, l’unico strumento attivo che oggi abbiamo per contrastare l’atrofizzazione delle facoltà mentali provocata dalla “civiltà dell’immagine”, come si suol chiamare l’insieme delle notizie “usa e getta” fornite dagli strumenti informatici e mediatici che condizionano pesantemente la nostra esistenza.
Quando io, alla tenerà età di 14 anni, scelsi di frequentare il Liceo Classico, lo feci perché quella scuola mi piaceva più di tutte le altre, e mi piaceva proprio il fatto che era quella che “serviva” di meno, convinto come sono sempre stato che l’istruzione e la cultura non debbono essere viste solo come un semplice strumento per ottenere un posto di lavoro retribuito, ma come il tramite essenziale per la formazione completa della personalità. E ancor oggi, dopo tanti anni, rimango della stessa idea, perché credo fermamente che le discipline umanistiche (non solo il greco ed il latino, ma tutte nell’insieme) siano fondamentali, anche e soprattutto in questa società tecnologica; e non soltanto per la formazione del pensiero critico che dicevo sopra, ma anche perché la conoscenza del codice lingua, pur non essendo più l’unica forma di espressione, è ancora insostituibile. Se qualcuno, ad esempio, si troverà nella necessità di svolgere una relazione, una presentazione di un progetto, oppure presentarsi ad un colloquio di lavoro o tenere un discorso in pubblico, anche se parlerà di “marketing” o “problem solving” (termini orribili!) dovrà comunque farlo in una lingua corretta e fluida, dovrà convincere gli astanti o i lettori della validità del suo lavoro, dovrà, in altre parole, far ricorso ai mezzi espressivi della retorica classica. Una simile formazione culturale, pur raggiungibile anche con altri corsi di studio, è garantita al massimo grado, proprio per la sua struttura didattica, dal Liceo Classico, dove tuttavia non si trascurano affatto le discipline scientifiche, perché anch’esse hanno grande rilievo in tutte le società e soprattutto in quella odierna; e non sarà certo un caso se tanti ottimi ingegneri, matematici, fisici biologi ecc. provengono appunto da questa scuola. E’ ora di finirla per sempre con la surrettizia distinzione oppositiva tra cultura umanistica e scientifica: la cultura è una soltanto, un’unica grande pianta suddivisa in tanti diversi rami. Questo sostiene, appunto, il libro del prof. Ordine, il quale ci mostra come nella storia dell’umanità proprio ciò che sembrava inutile, nozionistico e persino pedante ha invece ricoperto un ruolo decisivo per la scienza e per il progresso umano.
Purtroppo ancor oggi si sentono pronunciare tante bestialità degne dei selvaggi dell’Amazzonia, e le si sentono purtroppo anche dalla bocca di persone in vista o che comunque hanno un potere politico o mediatico. Ho letto da qualche parte che nella recente “kermesse” della Leopolda a Firenze un certo imprenditore a me ignoto, ma a quanto pare molto famoso per la sua stretta fede renziana, tale Davide Serra, ha affermato che la scuola non dovrebbe più dare spazio alle discipline umanistiche, ma far studiare solo ciò che è “cool” e “figo”. A parte il linguaggio squallido e rozzo (i venditori di verdura al mercato parlano molto meglio), cosa voleva intendere con quelle parole? Cool in inglese significa “fresco”, mentre “figo” è un orrendo termine del linguaggio giovanile che vale “simpatico, divertente” o simili. Quindi a scuola si dovrebbero studiare solo gli argomenti di attualità (freschi, appunto) e far divertire gli alunni, trasformarci insomma in un luna park o una sala da giochi. C’è solo da augurarsi che il nostro Presidente del Consiglio, che ha organizzato il raduno della Leopolda, non la pensi allo stesso modo, altrimenti ci sarà da ridere. Ridere sì, ma per non piangere!

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