Un libro per il futuro

Copertina

Il libro di cui ho raffigurato la copertina, mettendola all’inizio di questo post, è un vero gioiello che tutte le persone di cultura – o forse, meglio, quelle non acculturate abbastanza – dovrebbero leggere. In questi giorni io ed i miei alunni della classe 5° Liceo Classico (ex III° Liceo) lo stiamo esaminando e commentando in attesa del prossimo 6 dicembre, giorno in cui verrà nella nostra scuola, ad illustrarcene il contenuto e a discuterne con noi, l’autore del libro in questione, il prof. Nuccio Ordine, ordinario di letteratura italiana all’Università della Calabria.
Non è molto difficile enunciare la tesi di fondo che il prof. Ordine sostiene in questa pubblicazione, benché egli ce la illustri con dovizia di particolari e riferimenti dotti: si tratta di una concezione della cultura e dell’istruzione nella quale io ho sempre creduto, anche prima di sentirmi confortato dalle parole illustri dello studioso, quella cioè secondo cui le conoscenze che si apprendono nella vita, ma soprattutto nella scuola ed all’università, non debbono essere necessariamente ricondotte alla categoria dell'”utile”, cioè a ciò che “serve” nella vita pratica e nelle attività lavorative, economiche e commerciali. Nella nostra società, soprattutto in questi ultimi anni, si è infatti affermata con prepotenza una mentalità materialistica e utilitaristica, secondo cui si dovrebbe studiare e sapere soltanto ciò che può essere finalizzato – immediatamente e direttamente – allo svolgimento di un lavoro che fornisca uno stipendio o comunque al raggiungimento di certe “competenze” tecniche da applicare nella vita quotidiana. Questa funesta mentalità ha avuto pesanti riflessi nella nostra scuola, culminati nella ripresa degli istituti tecnici e professionali (prima in crisi) e nel vistoso calo delle iscrizioni al Liceo Classico, corso di studi che in molte delle nostre città si è talmente ridotto da rischiare persino di scomparire. Coloro che si iscrivono ai Licei preferiscono di gran lunga lo scientifico ed il linguistico, nella convinzione non soltanto che siano meno impegnativi del classico, ma anche che siano più “utili”, appunto, perché fondati sulle discipline scientifiche (ritenute più consone ai tempi attuali) e con una ridotta presenza di quelle umanistiche, che agli occhi di molte persone non rientrano nella categoria dell’utilità pratica. A chi dei nostri studenti non è capitato di sentirsi chiedere: “Ma a che ti servono il latino ed il greco?”
Precisiamo anzitutto un concetto. Se volessimo considerare le discipline studiate a scuola in base al mero parametro dell'”utile”, allora nessuna di esse (tranne forse alcune materie dei professionali) avrebbe diritto di cittadinanza. Forse che a qualcuno capita, nella vita di tutti i giorni, di dover risolvere equazioni di secondo grado o problemi di analisi matematica? E poi, se capitasse, c’è sempre la calcolatrice… Forse che la fisica e la chimica si applicano nella vita quotidiana, a meno che uno non lavori in un laboratorio di analisi o faccia di professione il chimico? Per non parlare di altre discipline come storia, geografia, filosofia, letteratura, musica ecc.: si può vivere benissimo senza conoscerle, e se a qualcuno caso mai, in un rigurgito di curiosità intellettuale, venisse un dubbio su qualche argomento, basta andare su Wikipedia e la risposta è lì, bella e pronta, messa sotto il nostro naso come un piatto di spaghetti già conditi. Quindi perché studiarle a scuola? Evidentemente perché la cultura, come sostiene il prof. Ordine e molti altri illustri studiosi anche dell’ambito scientifico, non deve soltanto “servire”, ma prevalentemente “formare”, ossia creare nel discente una mente pensante che sia in grado di prendere autonomamente le sue decisioni, conoscere i propri diritti e doveri, osservare la realtà con spirito critico. E da questo punto di vista tutte le discipline non “tecniche” sono “utili”, nel senso che torna sommamente costruttivo ciò che invece, agli occhi della società moderna, sembra “inutile”. Sul piano formativo del pensiero autonomo, infatti, non v’è molta differenza fra una traduzione dal latino ed un esercizio di matematica, perché entrambi richiedono uno sforzo di intuito e di ragionamento autonomo che è l’esatto contrario di Wikipedia e di tutto ciò che su internet o altrove si trova già pronto, senza che sia richiesto alla mente umana il minimo sforzo. Ed è per questo che proprio ciò che sembra non avere utilità pratica finisce invece per essere fondamentale, l’unico strumento attivo che oggi abbiamo per contrastare l’atrofizzazione delle facoltà mentali provocata dalla “civiltà dell’immagine”, come si suol chiamare l’insieme delle notizie “usa e getta” fornite dagli strumenti informatici e mediatici che condizionano pesantemente la nostra esistenza.
Quando io, alla tenerà età di 14 anni, scelsi di frequentare il Liceo Classico, lo feci perché quella scuola mi piaceva più di tutte le altre, e mi piaceva proprio il fatto che era quella che “serviva” di meno, convinto come sono sempre stato che l’istruzione e la cultura non debbono essere viste solo come un semplice strumento per ottenere un posto di lavoro retribuito, ma come il tramite essenziale per la formazione completa della personalità. E ancor oggi, dopo tanti anni, rimango della stessa idea, perché credo fermamente che le discipline umanistiche (non solo il greco ed il latino, ma tutte nell’insieme) siano fondamentali, anche e soprattutto in questa società tecnologica; e non soltanto per la formazione del pensiero critico che dicevo sopra, ma anche perché la conoscenza del codice lingua, pur non essendo più l’unica forma di espressione, è ancora insostituibile. Se qualcuno, ad esempio, si troverà nella necessità di svolgere una relazione, una presentazione di un progetto, oppure presentarsi ad un colloquio di lavoro o tenere un discorso in pubblico, anche se parlerà di “marketing” o “problem solving” (termini orribili!) dovrà comunque farlo in una lingua corretta e fluida, dovrà convincere gli astanti o i lettori della validità del suo lavoro, dovrà, in altre parole, far ricorso ai mezzi espressivi della retorica classica. Una simile formazione culturale, pur raggiungibile anche con altri corsi di studio, è garantita al massimo grado, proprio per la sua struttura didattica, dal Liceo Classico, dove tuttavia non si trascurano affatto le discipline scientifiche, perché anch’esse hanno grande rilievo in tutte le società e soprattutto in quella odierna; e non sarà certo un caso se tanti ottimi ingegneri, matematici, fisici biologi ecc. provengono appunto da questa scuola. E’ ora di finirla per sempre con la surrettizia distinzione oppositiva tra cultura umanistica e scientifica: la cultura è una soltanto, un’unica grande pianta suddivisa in tanti diversi rami. Questo sostiene, appunto, il libro del prof. Ordine, il quale ci mostra come nella storia dell’umanità proprio ciò che sembrava inutile, nozionistico e persino pedante ha invece ricoperto un ruolo decisivo per la scienza e per il progresso umano.
Purtroppo ancor oggi si sentono pronunciare tante bestialità degne dei selvaggi dell’Amazzonia, e le si sentono purtroppo anche dalla bocca di persone in vista o che comunque hanno un potere politico o mediatico. Ho letto da qualche parte che nella recente “kermesse” della Leopolda a Firenze un certo imprenditore a me ignoto, ma a quanto pare molto famoso per la sua stretta fede renziana, tale Davide Serra, ha affermato che la scuola non dovrebbe più dare spazio alle discipline umanistiche, ma far studiare solo ciò che è “cool” e “figo”. A parte il linguaggio squallido e rozzo (i venditori di verdura al mercato parlano molto meglio), cosa voleva intendere con quelle parole? Cool in inglese significa “fresco”, mentre “figo” è un orrendo termine del linguaggio giovanile che vale “simpatico, divertente” o simili. Quindi a scuola si dovrebbero studiare solo gli argomenti di attualità (freschi, appunto) e far divertire gli alunni, trasformarci insomma in un luna park o una sala da giochi. C’è solo da augurarsi che il nostro Presidente del Consiglio, che ha organizzato il raduno della Leopolda, non la pensi allo stesso modo, altrimenti ci sarà da ridere. Ridere sì, ma per non piangere!

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7 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

7 risposte a “Un libro per il futuro

  1. Simona Leoni

    Buongiorno e grazie per il consiglio, leggerò sicuramente il libro da lei menzionato e mi trovo pienamente d’accordo con le sue affermazioni. Anch’io lotto ogni giorno per la “salvezza” del Liceo classico, ed è drammatico constatare, cosa che mi è capitata proprio di recente, come spesso siano gli stessi docenti delle medie a sconsigliare l’iscrizione ad esso, poichè ritenuto inutile, obsoleto e quant’altro. I ragazzini, che dovrebbero scegliere liberamente la scuola del loro futuro, sono sempre più disorientati da questa campagna negativa che stupidamente imperversa.
    Io non ho più parole…
    Cordiali saluti.
    Simona Leoni

  2. Grazie per il commento. In effetti è vero che molti insegnanti delle medie sconsigliano ai loro alunni, anche quelli più bravi, di iscriversi al Classico; le ragioni di questo atteggiamento sono molte, alcune delle quali già presupposte nel mio post ed altre, forse, meno confessabili e più meschine. C’è anche da dire che il Liceo Classico è spesso ritenuto una scuola troppo difficile, dove ci si debba applicare con uno studio intenso al punto di non poter dare spazio ad altro. Non è vero affatto, perché chi sa organizzare il proprio tempo riesce benissimo a conciliare lo studio con le altre attività, ma purtroppo questo è un pregiudizio molto diffuso

  3. Condivido a pieno il suo pensiero. Wikipedia è uno strumento, mediamente, buono ma che ha un piccolo difetto, in molti casi invece di fornire la conoscenza fornisce l’illusione del possesso della conoscenza. E questa illusione è pericolosa in quanto porta spesso a grossi errori di valutazione.
    Per usare bene Wikipedia serve una capacità di verifica e valutazione delle fonti, capacità che acquisisci a scuola studiando, confrontando fonti diverse e studiando i dibattiti scientifici, ad esempio Newton contro Huygens sulla natura della luce, o filosofici. Banalizzando, la filosofia è lo studio di come il filosofo N produce una teoria che confuta quella del filosofo N-1 🙂
    Utile comunque per studiare un poco di tecniche dialettiche.
    Un ultima cosa, da ex docente di informatica, considero deleterio che la scuola si metta a rincorrere le mode. Io, nella mia materia, non devo insegnare la sintassi del linguaggio di programmazione alla moda del momento, devo insegnare a programmare, la programmazione.
    Se si conosce la programmazione è facile passare da un linguaggio ad un altro, se invece si studia solo il linguaggio alla moda, poi al cambio della moda ti trovi alquanto spiazzato. Eppure molti studenti finivano puntualmente delusi perché non si partiva da subito con il linguaggio, o il sistema, alla moda.

  4. Concordo sul liceo, ma penso che l’università abbia il sacrosanto dovere (oltre che di formare culturalmente) anche di dare agli studenti competenze utili, in grado di essere utilizzabili in un mercato del lavoro che sta cambiando sempre di più. Una cosa (la cultura) non esclude l’altra (“l’utile”). Sennò poi non ci si deve stupire dell’elevata disoccupazione giovanile o dei laureati che non trovano uno straccio di lavoro, proprio perché spesso posseggono titoli di studio che forniscono poche garanzie di occupazione.

    • Non credo che il motivo per cui i giovani non trovano lavoro sia il carattere troppo astratto e alieno dalla logica del profitto che avrebbero gli studi universitari; forse il motivo vero è che il mercato del lavoro richiederebbe persone disposte a svolgere anche mansioni più umili o artigianali, che i laureati non sono disposti ad accettare. Forse, al contrario di quanto si dice in giro, in Italia abbiamo troppi laureati; probabilmente ne servirebbero di meno e servirebbe più mano d’opera, oggi difficile a trovarsi.

  5. Stim.mo Professore, come persona e come mamma di un ragazzino che frequenta la V Ginnasio a Siena, sono felice di apprendere che ha organizzato, presso il suo Istituto, l’incontro con il Prof. Ordine; è da molto tempo che avevo in animo di chiedere tale iniziativa presso la Scuola di mio figlio. Io rifletto, spesso, con mio figlio che frequentare il Liceo Classico, significa fondare la propria conoscenza sulla “roccia”, piuttosto che sulla “sabbia”. Buon lavoro.

    • Gentile dott.ssa Rosini, la ringrazio per il suo commento. In effetti il mio Liceo, il “Poliziano” di Montepulciano, è all’avanguardia per iniziative di questo genere, che hanno lo scopo di mostrare ai giovani come la cultura umanistica, apparentemente “inutile”, sia invece fondamentale per la loro formazione. Condivido appieno la sua opinione sul Liceo Classico e sull’immagine della roccia, e sarei ben felice se molte persone, finalmente, cominciassero a pensarla come Lei.

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