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Ha vinto il no, ha perso l’Italia

Per coerenza con la mia professione di docente, come ebbi a dire in un recente post, mi sono astenuto da qualunque commento sul referendum istituzionale – qui sul blog come a scuola – per non condizionare i miei studenti, perché cioè votassero in piena libertà di coscienza. Ora però che i risultati sono noti sento la necessità di esprimere la mia opinione in proposito, che riflette uno stato d’animo molto triste e soprattutto preoccupato: accertata infatti (come previsto) la vittoria del no e quindi il rifiuto della riforma costituzionale, gli scenari che ci presenta il futuro sono piuttosto incerti ed anche minacciosi, visto che andare subito alle elezioni non sembra possibile, così come è molto improbabile un nuovo incarico a Matteo Renzi o ad altri del suo partito. Eppure, al di fuori di queste due soluzioni, non sembrano profilarsene altre, anche perché l’attuale maggioranza di governo sembra l’unica possibile. C’è poi il problema della legge di bilancio, per approvare la quale sarebbe stato opportuno avere un governo nel pieno delle sue funzioni, e quello della legge elettorale, che dev’essere cambiata al più presto per evitare pericolose avventure che potrebbero portarci veramente alla catastrofe.
La mia amarezza dopo il referendum non è dovuta soltanto alla vittoria del no ed al rifiuto del cambiamento che la maggior parte dei cittadini ha dimostrato alle urne, sebbene anch’esso sia indicativo di un aspetto degli italiani nel quale non mi riconosco: l’attaccamento morboso ad una vecchia costituzione che, se andava bene 70 anni fa quando fu scritta, non va più bene adesso, quando tutta la società è cambiata e non ci sono più, oggettivamente, i pericoli di una dittatura rossa o nera che c’erano a quei tempi. Abbiamo dimostrato di essere un popolo vecchio, conservatore, attaccato alle tradizioni come ad una badante, che non ha avuto il coraggio di innovare, una volta che si è presentata l’unica occasione possibile per snellire le istituzioni, diminuire il numero dei parlamentari, eliminare il bicameralismo paritario che è un’anomalia solo italiana. Si è preferito lasciare tutto com’è, con l’assurda lentezza di una macchina elefantiaca com’è il Parlamento, con i costi della politica più alti d’Europa e con lo strapotere delle regioni che si mettono di mezzo ogni volta che lo Stato intende realizzare qualcosa. Mi dispiace che abbia prevalso l’odio e il risentimento contro il governo, non le buone ragioni per opporsi, che non c’erano. Tutto ciò è molto triste.
Ma ciò che mi crea più amarezza, come dicevo, non è tanto la vittoria del no quanto il constatare che le persone, in grande maggioranza, non votano per convinzione e con cognizione di causa, ma seguono le indicazioni dei partiti; e che gli stessi partiti non prendono queste posizioni per spirito critico nei riguardi di una riforma, che conoscono poco o che hanno giudicato male, ma semplicemente per odio verso chi governa, accusato di tutte le peggiori nefandezze. Premetto che non è mia specifica volontà difendere il governo Renzi, perché chi mi conosce sa che non sono mai stato della sua parte politica; ma non mi sento di approvare i giudizi espressi da certi leaders (s fa per dire!) che lo hanno accusato di ogni colpa ed hanno visto dietro alla riforma chissà quali oscuri progetti e trame nere. E’ stato detto che con la riforma ci sarebbe stato l'”uomo solo al comando”. Ma dov’era scritto questo? Quando mai la riforma aumentava i poteri del presidente del Consiglio? E’ stato detto che ci rendeva sudditi dell’Europa ed in particolare della Germania; ma questo si è già verificato da anni, almeno dallo sciagurato governo Monti, e non mi pare che Renzi sia stato asservito ai diktat europei più di altri suoi predecessori. Purtroppo, come ho scritto in un altro post di poco precedente a questo, in Italia c’è sempre stata un’avversione preconcetta contro chiunque governa, chiunque abbia il potere: lo si è visto bene con Berlusconi, perseguitato dalle magistrature politicizzate per costringerlo a dimettersi, con accuse del tutto surrettizie e palesemente false come quelle del processo Ruby; e adesso lo si è visto allo stesso modo con Renzi, accusato di tutte le peggiori nefandezze dai politici avversari e dai pennivendoli del “Fatto quotidiano”, un giornale tenuto in vita solo dall’odio e dalle menzogne che quotidianamente pubblica. Questa diffidenza diffusa verso chi governa (forse derivata dai tempi delle dominazioni straniere), questo odio che alimenta la pianta velenosa dell’antipolitica, questa perniciosa dietrologia che vuol vedere sempre, in ogni atto dei governi, inganni e macchinazioni contro i cittadini, è quello che ha vinto veramente il referendum; ed io credo che, se al posto di Renzi ci fosse stato un altro Presidente del Consiglio, con un riforma del tutto diversa, l’esito del voto sarebbe stato lo stesso.
Io ho votato convintamente SI’, e non me ne pento affatto. E credo anche che la vittoria del sì avrebbe fatto bene al Paese, perché avrebbe consentito ad un governo che, sia pur tra gli errori, ha fatto anche cose buone, di proseguire il proprio cammino fino alla scadenza naturale della legislatura. Adesso invece cosa si profila? Un avvenire nebuloso e incerto, con le forze estremiste e conservatrici che invocano le elezioni perché pensano di vincerle, e forse le cose potrebbero veramente andare così. Tra queste forze il vincitore più probabile è senz’altro il Movimento Cinque Stelle, che con il solito spirito disfattista ed eversivo ha fin dall’inizio sostenuto il no, non perché non approvasse la riforma (che probabilmente non conosce nemmeno) ma solo e unicamente per contestare il governo e continuare a distruggere senza saper costruire nulla. Questo è il mio timore più grande, che dovrebbe togliere il sonno a tutte le persone serie ed assennate: che cioè, se non viene adeguatamente cambiata la legge elettorale, alle prossime elezioni possa prevalere la demagogia dell’antipolitica, cioè Grillo e i suoi seguaci, un’accozzaglia di incapaci che credono che con la rete internet si possa governare uno Stato ma che non hanno la minima idea e la minima esperienza di vera politica. La vittoria di questi avventurieri incolti e senza scrupoli, violenti nel linguaggio e nel comportamento, del tutto ignari di cosa sia la democrazia, incapaci non solo di amministrare (vedi il caso Roma) ma persino di fare qualche proposta concreta, questo è il vero pericolo per il nostro Paese. Quando manca la cultura, e non solo quella politica, quando si discute con le urla e gli insulti, quando si dice sempre no pregiudizialmente e non si vuol collaborare con nessuno, quando si ostenta un’onestà e una dirittura morale che non esistono, siamo veramente al di fuori di ogni credibilità e da ciò dovrebbe nascere la disapprovazione dei cittadini, non l’ammirazione che molti hanno per questo movimento qualunquista e pateticamente demagogico. Non voglia il Cielo che l’Italia cada in questo baratro, al cui confronto le invasioni barbariche del Medioevo erano oro colato.

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I giovani e lo “sballo”, segno di una società malata

Fa veramente male sentire alla TV certe notizie di giovani che muoiono il sabato notte in incidenti dopo lo “sballo” in discoteca o per alcool e droghe assunte negli stessi locali. La morte di un giovane è sempre un evento triste, anzi orribile perché innaturale; ma lo diventa ancor più se pensiamo a quanto sia assurdo morire in queste circostanze, e per questi motivi. Perché questi luoghi che dovrebbero costituire un divertimento, uno svago per i nostri giovani diventano invece la loro tomba, o provocano comunque, nel migliore dei casi, danni permanenti alla loro salute?
Per rispondere a questa domanda occorrerebbe conoscere le ragioni per le quali i ragazzi di oggi si danno a questo tipo di attività e frequentano locali dove tutto è permesso e nessun controllo viene messo in atto per la tutela dell’integrità fisica e morale delle persone. Confesso che questo è un compito superiore alle mie possibilità, perché non sono uno psicologo né un sociologo; ma qualche idea in proposito ce l’ho soprattutto su chi si approfitta di queste situazioni per arricchirsi e su chi invece non fa abbastanza (anzi, non fa quasi nulla) per impedire che il peggio accada.
Bisogna dire che la generazione dei giovani attuali (dai 15 ai 30 anni, per avere uno spettro quanto più possibile ampio) ha avuto un singolare destino: quello cioè di vivere nel passato e nel presente con tutti i possibili agi e comodità, ma di avere di converso un futuro incerto e imprevedibile. Abituati fin dalla nascita a possedere tutto e a non dover desiderare nulla perché ogni loro richiesta è subito soddisfatta da genitori che male interpretano il loro ruolo, disabituati ad ogni forma di responsabilità e di dovere, i ragazzi si sentono smarriti in un mondo che non offre loro alcuna certezza per la loro vita da adulti; e questo può costituire uno dei motivi per cui essi tendono a vivere nell’ hic et nunc, cioè in un eterno presente, in un paese dei balocchi dove esiste solo il divertimento e lo “sballo”, come lo chiamano loro, in un’adolescenza dorata che on finisce mai, rimandando sempre più il momento in cui dovranno finalmente diventare adulti. Altrimenti come si spiegherebbe il fatto che nei tempi passati, quando i ragazzi dovevano lavorare duramente fin da bambini, quando l’indigenza e l’opprimente autorità dei familiari li costringeva ad una vita durissima, questi fenomeni non c’erano, e né alcool né droga avevano alcuna cittadinanza?
Ma questo smarrimento dei giovani di oggi, che spesso si annoiano e non trovano altro cui dedicarsi se non lo “sballo”, deriva anche dalla mancanza di punti di riferimento morale e di valori di cui soffre moltissimo la nostra società. Figli di famiglie spesso disgregate e di genitori separati, i quali, per accattivarsi la benevolenza dei figli altro non sanno fare se non offrire loro quanto più possono di oggetti materiali per nascondere il vuoto spirituale di cui li circondano, i nostri ragazzi non hanno più ideali né progetti da perseguire e realizzare nella vita, e ciò che resta loro sono solo lo smartphone, la macchina, i vestiti firmati e altri oggetti del genere, i quali non possono certo costituire un obiettivo a lungo termine ma solo uno “status symbol” temporaneo ed insignificante. I valori che un tempo sorreggevano l’ossatura morale della società sono adesso del tutto tramontati: non solo la famiglia, minata ormai dall’abbandono dei ruoli tradizionali dell’uomo e della donna e privata della sua funzione educatrice, ma anche la politica è ormai al di fuori dell’interesse dei giovani. Se negli anni ’70 e ’80 il dibattito ideologico era molto sviluppato e poteva costituire un ideale di vita per molte persone, oggi tutto si è dissolto nell’antipolitica alla Grillo o nell’abbandono di qualunque forma di interesse per la cosa pubblica, sostituito da un esasperato individualismo che porta a valorizzare solo il denaro e i beni materiali. Un vuoto non solo ideologico ma anche morale e spirituale, che induce spesso i ragazzi a tuffarsi nello “sballo” e a rovinarsi la vita con l’alcool e le droghe, perché non c’è altro che possa per loro costituire un’ancora di salvezza o un barlume di speranza o uno scopo di vita.
Tutto questo è poi reso possibile da un concetto di libertà profondamente errato, quello cioè che ognuno possa fare quello che vuole senza alcun controllo; di questa mentalità io sono certo di conoscere l’origine, e anche di sapere quale sia stata l’ideologia che l’ha diffusa e fatta prevalere, ma non voglio dirlo per non farmi tacciare di partigianeria politica. Dico soltanto che questo libertarismo cui assistiamo da decenni è ciò che rende possibile non solo la rovina dei giovani nelle discoteche, ma anche l’azione di chi si approfitta di questa situazione per vantaggio personale, e non parlo con ciò solo degli spacciatori, ma anche dei proprietari di certi locali, che non mettono in atto alcun freno alla vendita di alcool ai minori o allo spaccio di droghe, pur sapendo bene quel che avviene nei loro locali. Se le leggi esistono vanno rispettate, e se non esistono ne vanno promulgate delle nuove: si potrebbe, ad esempio, istituire un servizio permanente di polizia o carabinieri in tutti i locali a rischio ed anche, nel caso di trasgressione delle norme, far chiudere definitivamente le discoteche, dove soprattutto avvengono gli episodi drammatici di cui abbiamo avuto notizia negli ultimi tempi. La legge va fatta rispettare, anche con la forza, e nessun sistema politico o educativo può avere efficacia se non prevede adeguate sanzioni per chi trasgredisce; perciò dovrebbe essere prevista la carcerazione senza sconti e senza riduzioni di pena non solo per chi spaccia sostanze proibite, ma anche per chi vende alcool ai minorenni o approfitta della debolezza altrui per arricchirsi. Quando le buone maniere non hanno effetto è inevitabile il ricorso alla repressione, senza tema di essere tacciati di violenza o di “stato di polizia”. Se lo Stato avesse agito con decisione in tante circostanze forse di problemi sociali ne avremmo oggi di meno, e forse molte vite, sacrificate in nome di un falso concetto di libertà, sarebbero state risparmiate.

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La TV e l’antipolitica

Domenica scorsa ho assistito al programma di RaiUno “L’Arena”, condotto da Massimo Giletti nel primo pomeriggio, e debbo dire che l’impressione che ne ho tratto non è stata affatto positiva. Nel trattare argomenti di attualità (in quel caso la recente alluvione di Genova) il conduttore e gran parte del pubblico si sono lanciati in una serie di accuse veementi contro la classe politica e gli amministratori in generale, indicandoli al pubblico disprezzo come artefici e cause di tutti i mali del nostro tempo.
Siccome a me piace fare l’avvocato del diavolo, mi viene da sostenere che questo clima di caccia alle streghe contro una sola categoria di cittadini mi pare esagerata e a volte ingiusta; non solo perché esistono anche politici e amministratori onesti, cosa di cui tutti sembrano essersi dimenticati, ma anche perché i lacci e lacciuoli burocratici che esistono nel nostro Paese tarpano le ali anche a chi è animato da una sincera volontà di fare qualcosa di buono per i cittadini. Basti pensare all’estrema facilità con cui si può ricorrere ai TAR (tribunali amministrativi regionali) contro qualunque provvedimento delle amministrazioni, con conseguente blocco dei lavori per mesi ed anni ed una coda di pastoie giudiziarie che non finiscono più. Una volta che un’opera viene decisa per interesse pubblico (come appunto quello di evitare le alluvioni) nessuno dovrebbe potersi opporre, ed i lavori ultimati entro una data stabilita. Se non si elimina la giustizia ingiusta e inutile, sarà difficile ottenere qualche risultato apprezzabile.
Tornando alla trasmissione di domenica scorsa, ed anche a tante altre sulle varie reti, io ritengo inopportuno e dannoso fare propaganda, mediante la TV di Stato, contro lo Stato stesso e le persone che lo rappresentano. Si parlava degli stipendi dei politici e degli impiegati del Parlamento, denunciando lo scandalo di retribuzioni troppo alte. A parte il fatto che gli stipendi lì dichiarati erano lordi (quindi il netto è circa la metà), ma non si è tenuto conto che ci sono categorie di cittadini che guadagnano molto di più dei politici, e nessuno si scandalizza per questo. Che dire dei medici specialisti, che prendono anche 150 euro per una visita di 10 minuti e spesso non rilasciano nemmeno la ricevuta fiscale? Che dire degli avvocati di grido, con parcelle milionarie? Che dire di certi commercianti e artigiani che lavorano in privato, per lo più al nero, guadagnando il 200 per cento sui prodotti che vendono? Di quelli nessuno parla, anzi costoro si lamentano pure di dover pagare le tasse e spesso denunciano redditi ridicoli, per cui un gioielliere del centro di Roma risulta più povero di un cameriere o di un operaio. Perché non fare indagini serie sul tenore di vita delle persone e metterli in manette se dichiarano magari 20.000 euro all’anno e poi hanno lo yacht e la villa con piscina?
Con questo non intendo dire che politici e amministratori non abbiano le loro colpe e le loro corruzioni, ma mi pare ingiusto questo clima di caccia alle streghe che si rivolge contro una sola categoria e viene portato avanti dalla TV di Stato, i cui “lavoratori”, come si sa, sono pagati profumatamente. Se Giletti si scandalizza per gli stipendi dei politici, perché non dice qual è il compenso che gli elargisce la Rai, pagata con i soldi di tutti, per condurre una trasmissione di un’ora alla settimana?
E poi c’è un altro grave problema: che cioè queste requisitorie televisive alimentano l’antipolitica, un rovinoso fenomeno dei nostri tempi che porta i cittadini a non avere più fiducia nello Stato, a non collaborare per il bene comune, a chiudersi nell’individualismo e nel disfattismo, tutti atteggiamenti che minano gravemente la reputazione del nostro Paese e la stessa vita pubblica e privata di ciascuno di noi. Abbiamo visto concretizzarsi questo spaventoso atteggiamento mentale nel successo che, alle ultime elezioni, ha avuto il comico Beppe Grillo, fondatore di un movimento disfattista e violento che non dialoga con nessuno, non collabora con nessuno, è capace solo di urlare volgarità e di dire sempre di no, pregiudizialmente, a tutto e a tutti. Questo livello di inciviltà a cui ci ha abituato il M5S (movimento “cinque stalle”, io lo chiamo così) è frutto di un’antipolitica becera e qualunquista, oggi purtroppo alimentata anche da coloro che, lavorando in un’azienda pubblica (la Rai) dovrebbero presentare ai cittadini la verità oggettiva, non cercare squallidamente, con questi atteggiamenti demagogici, di guadagnarsi l’applauso personale ed un successo che non meritano.

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E io difendo il Ministro!

Può sembrare strano il titolo di questo post, dato che oggi va di gran moda l’antipolitica, lo sparlare sempre e comunque di chi ci governa e ci amministra, tanto che un istrione come Grillo ci ha ricavato più di otto milioni di voti. Ed io invece voglio essere obiettivo ed apprezzare anche quanto di buono fanno e dicono, qualche volta, i nostri politici.
E’ questo il caso della polemica sorta in data odierna tra il nuovo ministro dell’istruzione, Stefania Giannini, e i sindacati della scuola, specie la CGIL e la Gilda, sempre pronti a difendere lo squallido egalitarismo che opprime da decenni i docenti italiani, tutti pagati allo stesso modo a prescindere totalmente dalla loro preparazione e dalle loro capacità. In un’intervista radiofonica la Giannini ha detto che i soldi destinati agli stipendi del personale scolastico sono non soltanto pochi, ma anche spesi male, perché “gli insegnanti italiani, rispetto a quelli dei paesi europei avanzati, sono insegnanti che non hanno alcuna prospettiva di carriera, ma non solo nel senso di una progressione, di un avanzamento, ma nel senso di una differenziazione di funzioni.” Ed ha aggiunto anche che “se anche le forze sindacali spingono sempre e solo per salvaguardare il minimo garantito a tutti e non per valorizzare chi lavora meglio, quel poco che c’è non solo non serve a migliorare la qualità complessiva ma nemmeno a valorizzare le singole persone.”
So di essere in controtendenza rispetto al pensiero comune che si bea dell’antipolitica, ma io giudico sacrosante le parole del Ministro, che intendono denunciare la profonda ingiustizia che noi docenti viviamo, e non solo perché i nostri stipendi sono bassi, ma soprattutto perché non ci sono incentivi né riconoscimenti per il merito. Di fatto, se io anziché leggere e spiegare Omero, Virgilio e Seneca impiegassi le mie ore per fare amabili chiacchierate con i miei studenti, se commettessi errori madornali nella trattazione degli argomenti del mio programma, se anche mostrassi di conoscere le lingue greca o latina peggio dell’ultimo dei miei alunni, riceverei lo stesso stipendio di adesso, nessuno controllerebbe l’efficacia e la qualità del mio insegnamento. Prova ne è il fatto incontestabile che in ogni scuola, accanto ad una maggioranza di docenti preparati, bravi e coscienziosi, che lavorano molto più di quanto l’opinione pubblica crede e di quanto sarebbe il loro stretto obbligo, c’è molto spesso una minoranza di persone non all’altezza dei propri compiti, o perché assunte in ruolo senza alcun reale accertamento della loro preparazione (ope legis, ossia, in altre parole, con il “sei politico” sostenuto dai sindacati) o perché demotivati, assenteisti o incapaci di provare entusiasmo per il loro lavoro.
Quel che dice il ministro Giannini è giusto e condivisibile, ma sarebbe anche l’ora che alle parole seguissero i fatti. Come? Istituendo un serio criterio di valutazione delle scuole e dei singoli docenti, che preveda la valorizzazione anche (ma non solo) economica di chi s’impegna di più e di chi esprime un livello culturale e qualitativo eccellente rispetto ad altri colleghi; un sistema, peraltro, che preveda anche la retrocessione ad un grado inferiore di insegnamento o addirittura il licenziamento per chi occupa un posto e riceve uno stipendio che non merita. Un primo criterio da seguire, a mio giudizio, sarebbe quello di riconoscere una priorità a chi insegna le materie caratterizzanti un certo corso di studi, o che ha oggettivamente un carico di lavoro (come la correzione di elaborati scritti) maggiore rispetto a chi insegna discipline che non impegnano (o impegnano poco) il docente al di là delle ore frontali svolte in orario scolastico.
Pur tuttavia, benché il Ministro si sia espresso in tal senso, sono quasi certo che di tutto ciò non si farà di nulla, e che il sistema “sovietico” che presiede ai nostri stipendi e che ci paga tutti allo stesso modo senza riconoscere i meriti individuali continuerà per sempre: lo dimostra, se non altro, la reazione stizzita alle parole del Ministro da parte dei sindacati ed in particolare del segretario della Cgil-scuola Mimmo Pantaleo e di quello della Gilda, Rino Di Meglio (Di Peggio si dovrebbe chiamare!), i quali hanno ribadito generalizzando, come al solito, sui tagli effettuati alla scuola e sul mancato rinnovo dei contratti, che ovviamente ha penalizzato tutti. Ma il Ministro non ha detto che intende lasciare le cose come stanno, né che vuole penalizzare “i molti a vantaggio di pochi”, come afferma, con una malcelata nostalgia veterocomunista, il Commissario del Popolo della CGIL. E’ chiaro che lo stipendio deve essere dignitoso per tutti, su questo non c’è dubbio né la Giannini ha mai detto il contrario; è però necessario che i migliori vengano gratificati in qualche modo, anche per evitare che perdano entusiasmo e motivazione vedendosi parificati ai peggiori. E’ la stessa cosa che accade con gli alunni: promuovere chi non lo merita e dargli lo stesso voto di chi si è seriamente impegnato significa mortificare quest’ultimo e istigarlo al vagabondaggio. Sarebbe ora che i nostalgici delle vecchie ideologie sconfitte dalla storia si rendessero conto che le persone non sono tutte uguali, che i cittadini non sono solo sudditi dello Stato-Dio ma hanno anche la legittima aspirazione a realizzarsi indidualmente, e che la meritocrazia è l’unico strumento in grado di far funzionare al meglio ogni settore della società, a maggior ragione quello della scuola e della formazione.

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Politica e antipolitica

Siamo proprio in un periodo storico confuso e incomprensibile. Le vecchie ideologie dei secoli XIX e XX paiono definitivamente tramontate e non vengono più credute e sostenute da nessuno, se si escludono piccoli gruppi di nostalgici, un po’ patetici e un po’ fanatici, che ancora si ostinano a esibire simboli anacronistici e ormai privi di senso come le croci celtiche, le svastiche o la falce e martello. Questi simboli, residuati di un mondo che – fortunatamente – non esiste più, restano lì come terribili eredità di dittature e oppressioni che hanno insanguinato il nostro recente passato, e che vivamente speriamo essere per sempre finito. L’enorme tragedia della seconda guerra mondiale, scontro cruento tra disumane ideologie come il nazismo e il comunismo, ha cambiato in peggio il volto del mondo, e non solo perché ha causato 60 milioni di morti, ma anche perché l’umanità è uscita da quell’esperienza completamente trasformata, dedita da allora in poi al secolarismo ed al materialimo, con conseguente perdita dei valori spirituali ed umani che fino ad allora avevano dato vita  all’etica ed all’arte, due valori umani oggi in gravissima crisi, se non scomparsi del tutto. L’economia ed il mercato sembrano attualmente costituire l’unica base della nostra società, una società in forte decadenza, dove si accettano comportamenti mostruosi e dove si spaccia per arte ciò che è soltanto volgarità.

Questa inarrestabile decadenza ha coinvolto anche la politica del nostro Paese, ormai destituita di ogni credibilità e di ogni stima da parte dei cittadini, indignati per gli scandali e le vuote promesse che piovono dall’alto degli scranni parlamentari e dai sempre più pietosi talk-show televisivi. La vecchia classe dirigente dei decenni dalla fine della guerra ai primi anni ’90 è stata spazzata via perché travolta dagli scandali; ma con ciò cosa si è ottenuto? Cosa si è saputo sostituire a ciò che si è condannato con il più miope giustizialismo? I nuovi leaders che hanno sotituito i precedenti si sono rivelati molto peggiori di loro, perché non solo hanno continuato a offrirci un penoso spettacolo fatto di scandali e di corruzione, ma hanno anche mostrato mancanza assoluta di dialettica argomentativa (come si è visto dalla stampa e dai dibattiti televisivi, dove il turpiloquio e gli insulti hanno preso il posto dell’acceso ma civile confronto dei politici della cosiddetta “prima repubblica”) ed una levatura morale ormai vicino allo zero, tanto da farci vergognare, di fronte ai paesi esteri,  di essere italiani.

La nuova politica ha fallito, la democrazia è stata ferita e umiliata per colpa dell’incapacità dei governi che si sono succeduti dal 1994 ad oggi ma anche per la decisione di affidare la guida del governo al sig. Mario Monti, un banchiere privo di scrupoli che, per salvare i profitti dell’alta finanza e dei mercati internazionali, ha riempito di tasse i comuni cittadini, che con il loro magro e sempre più esiguo stipendio faticano ormai a mantenere un livello di vita dignitoso.

Tutto ciò ha prodotto il fenomeno dell’antipolitica, materializzatosi in questi ultimi tempi per opera di un personaggio a dir poco buffonesco come Beppe Grillo, che sta ogni giorno raccogliendo più consensi. Ma i cittadini devono accorgersi che, dando credito a questi guitti da baraccone, non si fa altro che affossare sempre più la democrazia del nostro Paese, ci si spinge ancor di più verso un baratro civile e morale dal quale non ci risolleveremo più. Non si combatte la cattiva politica distruggendo i partiti e svuotando le istituzioni. Quando mai si è vista una democrazia senza partiti, senza parlamento, senza un governo centrale e amministrazioni locali? Se lo Stato finora, per varie cause, ha funzionato male, è il momento di rinnovarlo dando fiducia alle persone capaci che in politica ancora ci sono, ma che non si identificano necessariamente con coloro che anagraficamente sono più giovani di altri. Questa è un’altra stupidaggine dei nostri tempi, la cosiddetta “rottamazione”, che è oltretutto una parola orrenda.   Esistono politici anziani molto più capaci e intelligenti dei nuovi damerini; perciò, se un ricambio s’ha da fare, non lo si faccia in base all’età, ma alle effettive capacità di ciascuno. Nell’antica e civilissima Atene del V° secolo a.C., culla della democrazia, si doveva sostenere un esame (detto dokimasìa) per essere ammessi all’assemblea ed alle cariche pubbliche, dalle quali si era esclusi se soltanto la propria condotta precedente presentava qualche macchia o se si aveva avuto a che fare con la giustizia. Perché non istituire anche adesso un esame di Stato per entrare in Parlamento e nelle amministrazioni, così come esiste per le altre categorie di professionisti? Qualche persona onesta e competente c’è ancora, o almeno così spero che sia: si trovi il mondo di individuarla, e forse potremo, sia pur lentamente, risalire la china ed uscire da questo clima da Basso Impero che trionfa in questo povero e sciagurato periodo storico.

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