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Bilancio dell’anno scolastico trascorso

Con la conclusione dell’esame di Stato, con il quale i miei studenti sono stati tutti felicemente promossi, è terminata l’attività didattica di quest’ultimo anno scolastico 2015/16 e sono iniziate anche per noi le vacanze. Detto per inciso che queste vacanze non sono così lunghe come l’opinione pubblica mostra di credere, poiché a fine agosto saremo di nuovo a scuola per le prove di recupero dei debiti formativi, è tempo di fare un bilancio dell’anno scolastico trascorso, che non è stato esattamente uguale ai precedenti; vi sono state infatti novità di tipo legislativo che riguardano la scuola nel suo insieme, ma anche una percezione diversa del mio lavoro dal punto di vista personale.
Per quanto concerne il primo aspetto, vi sono stati elementi nuovi legati alla legge cosiddetta della “Buona scuola”, che non mi hanno particolarmente entusiasmato, anzi mi hanno in gran parte deluso. In primo luogo ho notato che è stato immesso in ruolo un gran numero di docenti, alcuni dei quali senza un effettivo accertamento delle proprie capacità culturali e didattiche. Tutti sostengono di aver “vinto un concorso”, ma molto spesso si è trattato di stabilizzazione di rapporti lavorativi precedenti prestati con abilitazioni conseguite in modo vario e non sempre rigoroso; è vero che questo è sempre successo, in quanto i docenti vincitori di concorso ordinario a cattedre saranno al massimo il venti per cento del personale in servizio, ma stavolta la sanatoria mi è sembrata veramente enorme, anche perché avvenuta in seguito a uno dei soliti diktat dell’Europa di cui noi italiani siamo sudditi più che protagonisti. Ma ciò che è più bizzarro è che questa sanatoria non si è limitata a coprire i posti vacanti, ma sono stati immessi in ruolo addirittura circa 50.000 docenti in più rispetto agli organici, quelli che sono andati a formare il cosiddetto “potenziamento”: in base a ciò ogni scuola ha avuto un certo numero di insegnanti in più rispetto al necessario, che sono stati impiegati per lo più in supplenze e corsi di recupero, ma che in realtà hanno passato molto tempo a girovagare per i corridoi o a giocare col cellulare in sala docenti mentre noi, professori di ruolo con sede assegnata in precedenza, abbiamo dovuto continuare a fare le nostre 18 ore, con relativo impegno pomeridiano nella correzione dei compiti, nell’aggiornamento ecc. A me questa situazione è parsa un po’ bizzarra, soprattutto il fatto che, con la crisi economica e il debito pubblico che ci ritroviamo, siano stati pagati così tanti stipendi in più del dovuto. Francamente mi è sembrato uno spreco di denaro pubblico; ma può darsi che mi sbagli e che questa impressione derivi dal mio noto conservatorismo.
A questa bella novità se ne sono aggiunte altre, come la famigerata alternanza scuola-lavoro, che quest’anno ha coinvolto le classi terze ma che è destinata, entro due anni, a toccare tutte le classi del triennio conclusivo degli studi. Non so per quanto dovrò sopportare questa situazione perché sono vicino alla pensione; ma la cosa in sé mi è sembrata un assurdo per i Licei, che forniscono una formazione culturale rivolta all’astrazione ed al pensiero autonomo che ben poco ha a che vedere con le aziende ed il lavoro manuale. Più che altro questo provvedimento mi sembra un’ulteriore concessione del governo a quella mentalità aziendalistica ed economicistica che purtroppo da tempo coinvolge anche il nostro sistema educativo. Secondo questa mentalità bisogna studiare solo ciò che “serve” nella pratica quotidiana, e questo è quanto di più assurdo ed alieno possa esservi dall’impostazione culturale su cui si sono basati per decenni i Licei, specie il Classico e lo Scientifico. Ma anche questa mia contrarietà può spiegarsi con il mio conservatorismo e con la mia età: si sa, dopo i sessant’anni non si può più andare al passo coi tempi e soprattutto con il pensiero delle nuove generazioni che ci stanno governando o aspirano a governarci.
Queste novità legislative sono quelle che più mi hanno colpito e reso perplesso di quest’ultimo anno scolastico; ma qualcosa è cambiato anche dal punto di vista mio personale, all’interno della mia scuola e delle altre del territorio che ben conosco. Ho avuto l’impressione che quel che oggi più conta nell’attività del docente non sia più la sua preparazione, la sua efficacia didattica, i principi morali e civili che riesce a trasmettere ai suoi alunni, bensì la capacità di assumersi incarichi al di fuori del lavoro in classe, la volontà di organizzare eventi e progetti che giovino all’immagine esterna dell’istituto, la tendenza a creare con gli studenti un rapporto “tranquillo” che non provochi tensioni o problemi con le famiglie e che alla fine lasci tutti contenti. Un po’ è sempre stato così, il professore molto esigente che dà anche voti bassi quando è necessario viene osteggiato, mentre quello che fa l’amico dei ragazzi e li gratifica con buoni voti è sempre risultato più simpatico; ma adesso mi sembra che questo andazzo sia andato rafforzandosi e che si stia diffondendo l’abitudine di attirarsi la simpatia di alunni e famiglie con atteggiamenti compiacenti, amichevoli, a volte anche adulatori, che francamente non mi sembrano confacenti ad una visione seria ed efficace del rapporto educativo. Io probabilmente sbaglio nel senso opposto perché ho ritenuto ed ancora ritengo che il bravo docente sia colui (o colei) che insegna con competenza le sue materie e non concede troppa confidenza agli alunni, non crea un rapporto di “complicità” che all’inizio sembra piacevole ma che poi risulta deleterio per la formazione dei ragazzi e la loro futura capacità di affrontare i problemi della vita. Chi ha sempre la strada spianata non riuscirà ad affrontare la prima difficoltà che gli si porrà davanti. Io la penso così, ma forse anche questo va attribuito al mio conservatorismo ed alla mia età ormai non più verde; oltretutto mi sto accorgendo che noi docenti “anziani” stiamo andando incontro alla “rottamazione”, ad essere soppiantati dai colleghi più giovani, la generazione per intenderci dai 35 ai 50 anni, dotati di uno slancio vitale e di un entusiasmo ben maggiori dei nostri, legati come siamo ad una visione della scuola ormai inveterata. E’ il nuovo che avanza, nel bene e nel male.
Detto questo, mi propongo per tutta l’estate di non parlare più di scuola, perché le vacanze debbono essere anche mentali, nel senso che occorre liberarsi per un po’ dai problemi quotidiani del nostro lavoro che ci affliggono per dieci mesi e più all’anno. In questo periodo, almeno fino a settembre, parlerò d’altro: questioni sociali e politiche, recensioni di libri o altri argomenti culturali, fatti di cronaca. Con la scuola voglio chiudere, almeno per qualche settimana, anche perché il blog non è stato creato a senso unico ma per tutto ciò che mi può interessare o in cui sento di avere qualcosa da dire.

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Il Quirinale e gli intrighi di palazzo

Credo che molti italiani, se non tutti, siano contenti per l’elezione a Presidente della Repubblica del costituzionalista Sergio Mattarella, proposto da Renzi e dal PD. Personalmente, per quanto posso essere informato, non ho nulla contro la persona del Presidente, che svolgerà certamente in modo ottimo la sua funzione; ed in ogni caso ho sempre pensato che la più alta autorità dello Stato vada sempre rispettata e mai vilipesa, perché ciò è dovuto all’istituzione più che alla persona. Per questo mi sono fortemente indignato quando gli zoticoni del “movimento 5 stelle” (o stalle come dico io) si permisero di insultare Napolitano, un politico che neanche a me piaceva per il suo passato comunista ma che, una volta eletto, non mi sono mai permesso di criticare per il rispetto dovuto all’istituzione ed alla funzione da lui ricoperta.
Senza dunque nulla togliere al prestigio del nuovo capo dello Stato, non mi è però piaciuto il modo il cui è stato eletto, perché ciò è scaturito da un atto di arroganza e di incoerenza commesso dal nostro giovane primo ministro Renzi e dal suo partito. La contraddizione è duplice, in questo caso. In primo luogo, Renzi si era presentato sulla scena politica come il “rottamatore” dei vecchi politici, e su quello ha fondato la propria fortuna; adesso invece, pur di riunificare il suo partito e dare agli altri una dimostrazione di forza, ha scelto una persona certamente rispettabile, ma proveniente proprio da quel vecchio sistema politico (quello della cosiddetta “prima repubblica”) ch’egli ha sempre detto di voler mandare in pensione. La ricerca del nuovo a tutti i costi si concretizza poi nel vecchio adagio del “Gattopardo”: perché tutto rimanga com’è, è necessario che tutto cambi. La seconda contraddizione di Renzi, inoltre, è quella che riguarda la sua apparente volontà di conciliazione con il centro-destra ed il partito di Forza Italia, con il quale, mediante il famoso patto del Nazareno, ha sostenuto di volersi accordare per procedere insieme ad una serie di riforme condivise. Ma queste riforme, questi cambiamenti politici ed istituzionali (con ampia revisione della, Costituzione) non possono non comprendere anche l’elezione del Presidente della Repubblica, perché anche questo passaggio istituzionale doveva rientrare in un accordo ed in una scelta condivisa. Invece Renzi cosa ha fatto? Quando ha visto che aveva i numeri per eleggere Mattarella, l’ha imposto a tutti gli altri senza ascoltare nessuno, in una maniera che ricorda tanto quella dei regimi totalitari che ben conosciamo per funesta memoria. Si è trattato di un atto di arroganza senza pari, una sorta di machiavellismo che con il tempo rischia però di rivolgersi contro il suo autore; non si può pretendere, infatti, di lavorare su due o tre maggioranze diverse e di considerare alleati gli altri solo quando ci fa comodo, perché gli alleati non sono marionette che il Burattinaio può maneggiare a piacimento, e credo che Renzi ed i suoi si accorgeranno presto di quanto era importante la condivisione e l’appoggio di coloro che, fino a poco tempo prima, avevano additato come i responsabili di tutti i nostri mali.
L’evento qui descritto è un’ulteriore dimostrazione – se mai ve ne fosse bisogno – di come la politica, chiunque sia chi la esercita, si serve sempre degli stessi metodi e degli stessi intrighi pur di raggiungere i suoi scopi. Renzi, che si è presentato come il “nuovo che avanza” e che su questa base ha ottenuto tanti consensi, non fa eccezione. Direi anzi che costui dovrebbe rottamare se stesso ed il suo partito, a questo punto, perché si è comportato proprio come quei vecchi politici affaristi e intriganti che tutti ricordiamo. Mi dispiace solo di avere avuto fiducia in lui al momento in cui, pur in maniera discutibile, si insediò come capo del Governo. Fiducia nella persona, intendiamoci, non nel suo partito, né tantomeno nella parte politica da cui proviene.

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Politica e antipolitica

Siamo proprio in un periodo storico confuso e incomprensibile. Le vecchie ideologie dei secoli XIX e XX paiono definitivamente tramontate e non vengono più credute e sostenute da nessuno, se si escludono piccoli gruppi di nostalgici, un po’ patetici e un po’ fanatici, che ancora si ostinano a esibire simboli anacronistici e ormai privi di senso come le croci celtiche, le svastiche o la falce e martello. Questi simboli, residuati di un mondo che – fortunatamente – non esiste più, restano lì come terribili eredità di dittature e oppressioni che hanno insanguinato il nostro recente passato, e che vivamente speriamo essere per sempre finito. L’enorme tragedia della seconda guerra mondiale, scontro cruento tra disumane ideologie come il nazismo e il comunismo, ha cambiato in peggio il volto del mondo, e non solo perché ha causato 60 milioni di morti, ma anche perché l’umanità è uscita da quell’esperienza completamente trasformata, dedita da allora in poi al secolarismo ed al materialimo, con conseguente perdita dei valori spirituali ed umani che fino ad allora avevano dato vita  all’etica ed all’arte, due valori umani oggi in gravissima crisi, se non scomparsi del tutto. L’economia ed il mercato sembrano attualmente costituire l’unica base della nostra società, una società in forte decadenza, dove si accettano comportamenti mostruosi e dove si spaccia per arte ciò che è soltanto volgarità.

Questa inarrestabile decadenza ha coinvolto anche la politica del nostro Paese, ormai destituita di ogni credibilità e di ogni stima da parte dei cittadini, indignati per gli scandali e le vuote promesse che piovono dall’alto degli scranni parlamentari e dai sempre più pietosi talk-show televisivi. La vecchia classe dirigente dei decenni dalla fine della guerra ai primi anni ’90 è stata spazzata via perché travolta dagli scandali; ma con ciò cosa si è ottenuto? Cosa si è saputo sostituire a ciò che si è condannato con il più miope giustizialismo? I nuovi leaders che hanno sotituito i precedenti si sono rivelati molto peggiori di loro, perché non solo hanno continuato a offrirci un penoso spettacolo fatto di scandali e di corruzione, ma hanno anche mostrato mancanza assoluta di dialettica argomentativa (come si è visto dalla stampa e dai dibattiti televisivi, dove il turpiloquio e gli insulti hanno preso il posto dell’acceso ma civile confronto dei politici della cosiddetta “prima repubblica”) ed una levatura morale ormai vicino allo zero, tanto da farci vergognare, di fronte ai paesi esteri,  di essere italiani.

La nuova politica ha fallito, la democrazia è stata ferita e umiliata per colpa dell’incapacità dei governi che si sono succeduti dal 1994 ad oggi ma anche per la decisione di affidare la guida del governo al sig. Mario Monti, un banchiere privo di scrupoli che, per salvare i profitti dell’alta finanza e dei mercati internazionali, ha riempito di tasse i comuni cittadini, che con il loro magro e sempre più esiguo stipendio faticano ormai a mantenere un livello di vita dignitoso.

Tutto ciò ha prodotto il fenomeno dell’antipolitica, materializzatosi in questi ultimi tempi per opera di un personaggio a dir poco buffonesco come Beppe Grillo, che sta ogni giorno raccogliendo più consensi. Ma i cittadini devono accorgersi che, dando credito a questi guitti da baraccone, non si fa altro che affossare sempre più la democrazia del nostro Paese, ci si spinge ancor di più verso un baratro civile e morale dal quale non ci risolleveremo più. Non si combatte la cattiva politica distruggendo i partiti e svuotando le istituzioni. Quando mai si è vista una democrazia senza partiti, senza parlamento, senza un governo centrale e amministrazioni locali? Se lo Stato finora, per varie cause, ha funzionato male, è il momento di rinnovarlo dando fiducia alle persone capaci che in politica ancora ci sono, ma che non si identificano necessariamente con coloro che anagraficamente sono più giovani di altri. Questa è un’altra stupidaggine dei nostri tempi, la cosiddetta “rottamazione”, che è oltretutto una parola orrenda.   Esistono politici anziani molto più capaci e intelligenti dei nuovi damerini; perciò, se un ricambio s’ha da fare, non lo si faccia in base all’età, ma alle effettive capacità di ciascuno. Nell’antica e civilissima Atene del V° secolo a.C., culla della democrazia, si doveva sostenere un esame (detto dokimasìa) per essere ammessi all’assemblea ed alle cariche pubbliche, dalle quali si era esclusi se soltanto la propria condotta precedente presentava qualche macchia o se si aveva avuto a che fare con la giustizia. Perché non istituire anche adesso un esame di Stato per entrare in Parlamento e nelle amministrazioni, così come esiste per le altre categorie di professionisti? Qualche persona onesta e competente c’è ancora, o almeno così spero che sia: si trovi il mondo di individuarla, e forse potremo, sia pur lentamente, risalire la china ed uscire da questo clima da Basso Impero che trionfa in questo povero e sciagurato periodo storico.

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