Licei di quattro anni? No, grazie!

Un recente articolo di Marina Boscaino apparso sul “Fatto quotidiano” l’11 marzo ritorna su una questione di cui da tempo si parla, e che la giornalista ha menzionato perché è stata testimone di un convegno organizzato dal Partito Democratico a Roma e denominato “Giornata di ascolto della scuola”. In quell’occasione, assieme ad altre questioni, è stata riproposta da parte di membri di quel partito la riduzione dei licei a quattro anni, con l’intento di diplomare gli studenti all’età di 18 anni e favorire quindi il loro ingresso precoce nel mondo del lavoro, allinenandosi agli altri paesi europei.
La Boscaino, docente oltre che giornalista, si è detta del tutto contraria a questa scellerata proposta, ed io non posso che essere – nonostante le divergenze ideologiche – del tutto d’accordo con lei, e per diverse ragioni. Come primo punto, consideriamo gli effetti disastrosi che una tale riforma produrrebbe nella scuola, con la perdita di circa il 20% dei posti di lavoro negli istituti superiori, da estendere anche al personale non docente; e già questo mi pare in netto ed insanabile contrasto con la politica occupazionale che il nuovo governo ed il Presidente del Consiglio hanno annunciato. Un provvedimento del genere chiuderebbe forse per sempre l’accesso ai ruoli dei tanti precari che stanno aspettando da molti anni il riconoscimento del loro impegno mediante la stabilizzazione del posto di lavoro.
Tuttavia, anche a non voler considerare il grave impatto sociale e occupazionale che scaturirebbe da questa proposta, che si vocifera caldeggiata anche dal nuovo ministro dell’istruzione, ci sono altri motivi che sconsigliano vivamente l’attuazione di una simile follia. Essa sarebbe in contraddizione, oltretutto, con la credenza comune (secondo me errata, ma tant’è!) secondo cui i nostri studenti sarebbero impreparati a reggere il confronto, specie sul piano delle tecnologie e dei nuovi orizzonti occupazionali, con i loro coetanei di altri paesi. E allora, per prepararli meglio, cosa si fa? Si toglie loro un anno di studio? Ma così, ammesso che corrisponda al vero il mantra per cui la preparazione degli studenti italiani sarebbe carente, li si renderebbe ancor più ignoranti e impreparati. Non mi pare che occorra un’intelligenza superiore per trarre le logiche conseguenze da questo semplice ragionamento.
Ma c’è dell’altro. Io ho sempre mal tollerato questi confronti con i paesi esteri, quasi che noi italiani avessimo bisogno, per ogni cosa che facciamo, di scimmiottare gli stranieri. Se il nostro sistema scolastico è congegnato e organizzato in un certo modo, una ragione ci sarà pure; e se vogliamo cambiarlo, non possiamo farlo raschiando via semplicemente un anno di studi, ma dovremmo ripensare tutta la didattica e modificare tutti i programmi, gli orari, i libri di testo ecc., un’impresa immane che richiederebbe anni per essere realizzata, non si potrebbe certo ottenere con un semplice colpo di spugna. E con quali risultati poi? Se lo sono chiesti i signori del PD che sostengono questa proposta? I nostri giovani si allineerebbero con l’Europa? Lasciateci dire, a noi conservatori, che dell’Europa ci importa ben poco, poiché noi docenti italiani non consideriamo la nostra scuola inferiore a nessun’altra, e non mi sembra né giusto né dignitoso scimmiottare gli altri senza porsi il problema che, forse, anche loro potrebbero sbagliare, e che i paesi esteri non sono quel paradiso terrestre che vorrebbero farci credere. E poi non è neanche vero che in tutta Europa i giovani escono dalla scuola superiore a 18 anni: in alcuni paesi è così, ma in molti altri escono a 19, come da noi.
Infine, un’altra cosa. Chi sostiene questa bestialità dei licei di quattro anni afferma che i giovani entrerebbero prima sul mercato del lavoro. Ma quale mercato, dico io, quale lavoro? Con la situazione economica che abbiamo adesso, un eventuale diploma anticipato di un anno servirebbe solo a creare disoccupati più giovani di un anno, ad aumentare la massa di coloro che, pur diplomati o laureati brillantemente, non riescono a trovare una sistemazione in tempi accettabili. Se il lavoro non c’è, è perfettamente inutile presentarsi un anno prima a ricevere il diploma onorario di disoccupato.
Spero che l’interesse mostrato da Matteo Renzi per il mondo della scuola, interesse che gli fa onore, non si limiti al semplice problema – pur importante che sia – dell’edilizia scolastica; mi auguro invece ch’egli sappia riconoscere ciò che di buono e di positivo chi lavora in questo settore riesce a fare e che soprattutto non ci venga tolta la terra sotto ai piedi, ma venga riconosciuta la necessità di una formazione completa ed esauriente dei nostri studenti. Il Presidente del Consiglio ha mostrato di sapere che in un paese civile e democratico il sistema scolastico è fondamentale e che nulla può sostituirlo; va da sé quindi ch’esso non può essere mutilato o depauperato, perché altrimenti l’ignoranza e la barbarie, purtroppo già presenti nella nostra società, finirebbero per riportare una completa vittoria.

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21 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

21 risposte a “Licei di quattro anni? No, grazie!

  1. V:P:

    Anch’io sono nettamente contrario all’amputazione di un anno ai licei, palesemente pseudo-motivata da “risparmi” economici.
    Mi ha fatto un po’ sorridere e incuriosito la precisazione “nonostante le divergenze ideologiche”. Giudico positivo l’aver superato o messo a lato queste divergenze e il riconoscersi su una questione concreta.
    Segnalo il gruppo facebook “DOSSIER LICEO BREVE” (https://www.facebook.com/groups/313678205439966/) dove stiamo raccogliendo documenti sull’argomento.

    • Le divergenze ideologiche ci sono perché la Boscaino, come tutto “Il fatto quotidiano” (compreso Travaglio) sono simpatizzanti grillini, ed invece io vedo il M5S come il fumo negli occhi; se leggi qualche altro post del mio blog capirai il perché. Ti ringrazio per l’indicazione del gruppo facebook e per il tuo impegno contro questa assurdità dei 4 anni, che aumenterebbe di molto l’ignoranza e la disinformazione già così tanto significative nel nostro Paese.

      • V.P.

        Per quello che mi risulta, né Boscaino, né TUTTO “Il Fatto Quotidiano” sono simpatizzanti grillini. Io credo che si possa discutere di scuola e di liceo breve (denominazione furbetta e accattivante, dovremmo chiamarlo liceo monco o amputato!) senza riferimenti alle ideologie.

        profrossi (in risposta a V.P.)
        Sono d’accordo (parzialmente) sul fatto che si possa discutere di scuola e del problema del “liceo breve” senza fare riferimento alle ideologie. Ribadisco invece che secondo me “Il fatto quotidiano”, Travaglio e compagnia sono simpatizzanti grillini, visto che sparlano di tutti gli altri senza mai proporre nulla di positivo.

  2. Rodolfo Funari

    Caro Massimo, anche sulla follia dei licei ridotti a quattro anni sono perfettamente d’accordo con il tuo parere e condivido le giustissime argomentazioni che hai esposto. In particolar modo, hai proprio ragione quando critichi i soliti “sfascisti” che gettano fango sul nostro sistema d’istruzione dicendo che sarebbe inferiore a quello dei Paesi esteri “illuminati”. Questo ritornello stupido e autolesionistico, nel migliore stile dell’italico “heautontimorumenos”, appare tanto più falso e stucchevole quando presume di basarsi sui test di verifica del livello scolastico internazionale che si celebrano ogni anno: ingranaggi diabolici per screditare i Paesi più deboli (fra i quali, ovviamente, primeggia l nostro) e esaltare i più forti (i “soliti noti”: risparmio l’ovvio elenco di menzioni). Perché anche su questi scellerati meccanismi di verifica internazionale, tanto più falsi quanto più pompati dalla stampa asservita, non si leva nessuna voce di buon senso e di chiarezza, che chieda di ristabilire la verità secondo criteri di reale rispetto per le diversità e le specificità di tutti (deboli compresi)? Caro Massimo, una delle piaghe del nostro tempo, che si crede democratico e tollerante, è proprio il servilismo: tanto più odioso in quanto prono ai Paesi economicamente più forti.

    • Caro Rodolfo, tu hai messo le ali a ciò che io, con termini più comuni, avevo detto; ma hai espresso sostanzialmente la verità e dato voce a ciò che penso anch’io. Queste presunte valutazioni internazionali, che mettono i nostri studenti tra i peggiori d’Europa, si fondano su parametri (come i test a crocette) assolutamente inadatti a valutare le vere conoscenze e capacità di ciascuno, allo scopo di mettere in cattiva luce un Paese che ha espresso, nel corso dei secoli, il più alto livello artistico e culturale che mai si sia visto al mondo.

  3. Di tutte le proposte sulla scuola, questa è sicuramente la più stupida! E i motivi che tu stesso riporti lo confermano. Se vogliamo favorire l’ingresso dei giovani al lavoro, allora, non costringiamo a proseguire gli studi chi proprio non è tagliato per questo e ripristiniamo la possibilità di mandarli a fare gli apprendisti…o a zappare i campi!

    • Anche il tuo commento, Monica, completa il mio pensiero, come quello precedente di Rodolfo. In effetti, se proprio si vuole anticipare l’ingresso dei nostri giovani nel mondo della disoccup… (pardon, del lavoro), si riduca l’obbligo scolastico, senza costringere allo studio persone che non ne hanno né le attitudini né l’interesse. Io sarei addirittura per il ritorno dell’obbligo scolastico a 14-15 anni, cioè alla scuola media; poi chi non se la sente di studiare potrebbe iniziare subito l’apprendistato, ove possibile, e crearsi un’indipendenza economica. Io ho sempre pensato che lo studio non sia per tutti, ma per chi ne è veramente motivato, così come avviene per tutte le altre attività.

    • jacopo94

      Mi scusi se la sto “bersagliando” di commenti. Volevo dirle che , il suo commento alla risposta di Monique, trovo sia oro colato. Mi fa piacere che un uomo della sua cultura e della sua preparazione sostenga una cosa che credo anche io: lo studio non è per tutti! L’obbligo scolastico DEVE essere fino a 14 anni. Ma, finché non sarà così, molte prime classi di diverse scuole, saranno piene di ragazzi demotivati che, non avendo alcun interesse per gli studi, saranno costretti a “perdere” due anni. Oltre a rendere più difficile il lavoro degli insegnanti, danneggiano anche gli altri studenti della classe, che sono invece motivati a proseguire gli studi. Purtroppo, se anche si prova solo a sostenere quello che lei ha detto, molti sessantottini insorgono, e si viene tacciati come “fomentatori di ignoranza”. Alcuni vorrebbero addirittura incrementare l’obbligo scolastico fino ai diciotto anni anni, cosa da me reputata folle e profondamente ingiusta.

      • I commenti sono sempre graditi, tranne quelli offensivi. Quanto all’argomento, ti posso dire che la nostra idea sull’obbligo scolastico a 14 anni e sull’avviamento precoce al lavoro di chi non è adatto agli studi è condivisa da molti, ma osteggiata da tutti i cosiddetti “progressisti”, che intendono invece obbligare i giovani allo studio nella falsa illusione di farne degli intellettuali. Questa posizione è stata ed è sostenuta soprattutto dalla sinistra, fin dai tempi del “mitico” ’68, ma le sue conseguenze deleterie sono sotto gli occhi di tutti, e sono appunto quelle che tu descrivi con molta oculatezza.

    • V.P.

      Monique – 15 marzo 2014 alle 20:47: «Se vogliamo favorire l’ingresso dei giovani al lavoro, allora, non costringiamo a proseguire gli studi chi proprio non è tagliato per questo e ripristiniamo la possibilità di mandarli a fare gli apprendisti…o a zappare i campi!»

      Giudico inopportuna, sgradevole, anche inutilmente offensiva l’indicazione di rivolgersi all’apprendistato generico o all’agricoltura primitiva. Anche perché queste opzioni risultano teoriche, astratte, non esistono nella realtà.
      È sbagliato, anacronistico, riduttivo, miope, sterile, anche controproducente considerare unici, perfetti e senza alternative i percorsi di studio attualmente disponibili e così le loro modalità di proposizione-fruizione.
      Insomma se l’approccio scuola-giovani non funziona o funziona male, può essere anche responsabilità della scuola.

      • Caro V.P., il riferimento che Monique ha fatto sull’apprendistato e sul lavoro dei campi non va inteso alla lettera; significa soltanto che chi non è portato allo studio, non ha alcun interesse per l’apprendimento (e ce ne sono di questi soggetti, eccome!) potrebbe avviarsi ad un’attività lavorativa già dopo la scuola media, come era qualche decennio fa, senza essere costretto, suo malgrado e con disturbo degli altri, a passare altri anni a scaldare i banchi di scuola. E io sono d’accordo con Monique, checché tu ne dica. Quanto ai percorsi di studio attuali e presenti dopo la riforma Gelmini, a me sembrano più che sufficienti per tutti i gusti e per tutte le attitudini. Chi non è interessato a nessuno di questi indirizzi, può scegliere l’inserimento immediato nel mondo del lavoro. In ciò io non vedo nulla di male, perché ritengo che lo studio non debba essere imposto a nessuno.

      • Devo essermi spiegata male: ho un’ottima consederazione di contadini e artigiani e dico che al mondo non c’è bisogno solo di medici, avvocati, ingegneri ed è un dato di fatto che la predisposizione allo studio non è di tutti. E’ anche un dato di fatto che l’obbligo di proseguire lo studio alle superiori non fa altro che spostare il problema e costringere la scuola superiore ad abbassare il tiro. L’apprendistato non lo vedo come degradante, ma anzi come unica e utile alternativa per chi, piuttosto che aprire un libro, preferirebbe imparare un mestiere.
        La scuola le sue responsabilità se le prende, ma certo non può costringere gli studenti ad amare per forza lo studio ed è vero che ci sono docenti stanchi e non aggiornati, ma ce ne sono molti preparati e appassionati.

      • V,P,

         profrossi – 22 marzo 2014 alle 23:02

        Brevemente. “chi non è portato allo studio” questa è una diagnosi usuale, sbrigativa e soggettiva: il rigetto non necessariamente è sempre e solo colpa dell’alunno. “avviarsi ad un’attività lavorativa” questa scelta è teorica, non esiste nei fatti, non è consentita dalla legge.

        Altre osservazioni: 1) con l’istruzione obbligatoria cambia il soggetto maggiormente interessato all’istruzione: all’alunno (e famiglia) subentra la società perché un cittadino poco istruito grava di più sul bilancio nazionale; 2) non possiamo pensare di estraniarci dal contesto europeo e occidentale in cui la maggior parte delle nazioni hanno approccio diverso: studiano di più e sono più acculturate. 3) non cerco adesioni, convergenze o mediazioni sul mio pdv, ma può essere utile chiarirlo meglio.

      • Caro VP, rispondo al tuo ultimo commento, quello del 22 marzo delle ore 23,02. Illudersi che tutti siano interessati allo studio e che possano raggiungere un’eccelsa cultura solo perché costretti a venire a scuola è una pura illusione. Il nostro paese non ha bisogno solo di diplomati e di laureati, che sono anche troppi, ma anche di persone che svolgano lavori utilissimi e ormai quasi scomparsi, come ad esempio quelli artigianali, che consentirebbero a chi li svolge di avere subito un reddito a 15-16 anni senza dipendere dai genitori fino a 30 anni senza fare nulla. Se la legge non lo consente, la si può cambiare, facendo iniziare l’apprendistato a 15 anni come era in precedenza.
        Altre osservazioni: 1) non comprendo perché un cittadino poco istruito costi di più alla nazione; dovresti poi spiegarmi quale istruzione riceve un ragazzo che va a scuola solo perché costretto, non studia, non fa nulla e disturba gli altri che vorrebbero imparare qualcosa, 2) non è affatto vero che le altre nazioni sono più acculturate solo perché hanno una percentuale maggiore di laureati e diplomati: una nazione non ha affatto bisogno che tutti i suoi cittadini abbiano la laurea, ciò che conta veramente è la qualità e non il numero, e se le lauree debbono essere solo pezzi di carta ottenuti con i test a crocette, preferisco farne a meno; 3) chiarisci pure il tuo punto di vista, a me pare assomigliare molto ad una nostalgia del ’68 che oggi non ha più ragione di essere. Io continuo a restare della mia idea, che sarà reazionaria ma è certo più vicina alla realtà.

  4. jacopo94

    Caro Massimo, che la scuola italiana sia quella meno collegata col mondo lavorativo, è purtroppo una cosa vera. Il gap con altri sistemi di istruzione europeo non è sul piano culturale, bensì sulla maggiore distanza tra istruzione e lavoro. E’ però follia, ignoranza ed idiozia pensare che, per invertite la tendenza, occorra levare un anno di studi. Bisognerebbe, al massimo, fare una riforma (globale o parziale) della didattica. Ma poi scusi, con quale criterio questa gente crede che basti far diminuire gli anni di scuola per trovare facilmente lavoro? Se già lavoro non c’è, come è possibile pensare che, se si dovessero fare quattro anni di superiori anziché cinque, i giovani. per non si sa quale arcano motivo, riuscirebbero a trovare un’occupazione? Mantenendo immutata la didattica, poi! Siamo ai deliri.

    • Sul collegamento tra scuola e mondo del lavoro il discorso sarebbe lungo: abbiamo gli istituti tecnici e professionali che effettuano “stages” nelle aziende e si interessano al problema; quanto ai licei, la loro finalità principale è quella di fornire una formazione complessiva della personalità dello studente con una serie di discipline di varia natura; sarà poi lo studente stesso, al termine della scuola superiore, che effettuerà le sue scelte universitarie e lavorative. Io personalmente non ho mai concepito la scuola come direttamente collegata al lavoro, ma come palestra di vita globale, che non deve “servire” nell’immediato, ma formare per il futuro. Quanto alla paventata diminuzione di un anno del percorso formativo dei licei, sono totalmente d’accordo con te, e non aggiungo altro per non ripetere quanto ho già detto.

      • jacopo94

        Mi scusi se commento nuovamente. Ho letto l’articolo in questione. Mi sono già espresso sull’inutilità di portare gli anni delle superiori da cinque a quattro, e su questo siamo tutti d’accordo. Però, deve ammettere che la signora Boscaino, da tipico redattore de “Il Fatto Quotidiano”, ha tirato fuori bestialità e castronerie di livello eccelso. Soprattutto quando sostiene che, anche qui, sia colpa del neoliberismo (lo voglio vedere tra l’altro questo neoliberismo italiano, nazione in cui è presente una delle peggiori tassazioni mondiali) e della globalizzazione. Come se nel resto del mondo (dove investono più, e meglio, sull’istruzione) la globalizzazione non esistesse.

  5. Su quello che dici sono d’accordo; non era infatti mia intenzione tessere le lodi della signora Boscaino, né tanto meno del “Fatto quotidiano”, il cui disfattismo è ben noto fin da quando è vissuto per mesi e anni soltanto sulla denigrazione di Berlusconi. Cosa non si fa per vendere un giornale!

  6. «dovresti poi spiegarmi quale istruzione riceve un ragazzo che va a scuola solo perché costretto, non studia, non fa nulla e disturba gli altri che vorrebbero imparare qualcosa»
    Nessuna. Ho avuto esperienza diretta, indimenticabile, inquietante di simili casi. Di chi le responsabilità? Sbrigativo e auto-assolvente incolpare il ragazzo. Questa situazione è paragonabile a quella dei bambini che rifiutano il cibo della mensa scolastica anche con percentuali del 50%. Colpa del menù fisso, degli ingredienti, dei procedimenti di preparazione, dell’ambiente refettorio, della comitiva, delle assistenti, …. di chi? Che si può fare?
    Sono orientato a credere che la scuola, se deve essere obbligatoria per tutti, e credo che debba – non può avere o emulare le stesse caratteristiche della scuola per pochi riguardo alle materie da studiare, ai tempi, alle modalità di valutazione e certificazione.
    Negli ultimi decenni (diciamo dal ’62) si è cercato di forzare per tutti l’ambiente didattico precedente con il duplice risultato di depotenziare i programmi e svilire la valutazione. Ora si studicchiano poche cosette e si ottiene la certificazione di promozione e di diploma.
    Dalla scuola che istruiva pochi, siamo passati alla scuola che certifica (ma alla buona, falsamente) tutti o quasi.
    Questo è dramma enorme ed epocale che però e per di più viene occultato da tutti i protagonisti: nessuno grida che il re è nudo o quasi!

    • IN SVEZIA LA SCUOLA SENZA AULE NÉ ORARI
      Sembrerebbe in sogno proibito di ogni studente ma nel Paese scandinavo è realtà. Sono gli Istituti Vittra e contano oltre 8500 studenti
      Chi non ha mai sognato, da piccolo, una scuola senza aule cupe e orari rigidi? In Svezia tutto questo – e anche di più – è possibile presso gli Istituti Vittra, la cui filosofia è quella di lasciar liberi i propri studenti, tra i 6 e i 16 anni, in spazi sì, predisposti per lo studio, ma non predefiniti: salvo minime differenze strutturali, ogni scuola del Consorzio Vittra si compone di un’area centrale aperta da cui si diramano stanze laterali con pareti di grande vetri. Le aree principali sono Laboratory, Watering Hole, Campfire, Cave e Show Off, che corrispondono al laboratorio, all’area di ritrovo, alla zona per i progetti ed i lavori collettivi, alla sala lettura o relax e al teatro. Ogni stanza, che sia quella con i gradoni o quella con i cuscini oversize, può poi essere adibita ad aula studio, stanza dei compiti, dei giochi o della musica a seconda dell’esigenza di studenti e insegnanti. […]
      Impresa ardua fare un paragone con il sistema scolastico nostrano, tanto da non saper quasi da dove cominciare, oppure qualcuno sa contare gli anni luce?

    • Mi pare che il tuo primo commento, che ho accorciato perché lunghissimo, esprima una certa contraddizione nelle tue idee: da una parte sostieni che la scuola dovrebbe essere per tutti e che, se un ragazzo rifiuta lo studio non è colpa sua; dall’altra sembri rimpiangere la scuola di un tempo, in quanto critichi la riforma del ’62 (quella che abolì l’avviamento professionale e istituì la scuola media unica) dicendo che attualmente si studiano poche cosette e che la scuola stessa è ridotta a un diplomificio. Mi piacerebbe che tu dicessi con chiarezza, e in forma meno involuta e più semplice, qual è per te il genere ottimale di istruzione. Io continuo a pensare che l’istruzione – fatte salve ovviamente le conoscenze di base da acquisire nella scuola elementare e nella media – non sia per tutti, e che ci siano persone inadatte a frequentare con profitto un istituto superiore e molto più utili alla società se inserite immediatamente nel mondo del lavoro.
      Quanto al secondo commento, quello sulla scuola svedese, per me è si tratta di un’esperienza ridicola e buffonesca, dalla quale gli alunni potranno ricavare poco o nulla. Una scuola senza aule e senza orari è come una partita di calcio senza pallone. E’ solo la nostra miope esterofilia, tipico male degli italiani, che ci fa apprezzare pagliacciate come questa, che non dovremmo neanche prendere in considerazione.

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