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Esame di Stato 2017: errori e incoerenze del MIUR

Le contraddizioni e le incoerenze del Ministero dell’istruzione in materia di esami di Stato e di concorsi sono a tutti note, tanto che c’è appena la necessità di ricordarle, e del resto ne ho parlato in alcuni post degli anni precedenti. Quest’anno però, in particolare nei Licei Classico e Scientifico, si sono verificate ulteriori incoerenze che dimostrano l’assoluta incompetenza dei funzionari ministeriali per quanto attiene al funzionamento effettivo del nostro sistema scolastico. Al Liceo Classico si attende da anni la riforma della seconda prova scritta, perché è noto a tutti che la traduzione pura e semplice di un unico brano imposto dal Ministero e non ben calibrato dal punto di vista della difficoltà è ormai un esercizio pressoché inaccessibile alla maggior parte degli studenti; avvverrà così, come già è ampiamente attestato in tanti licei, che la “versione” sarà copiata da internet tramite cellulare oppure si troverà qualche professore compiacente che darà… un aiutino ai ragazzi (eufemismo per non dire che la farà al posto loro). Da anni molti di noi si sono attivati per ottenere una modifica di questa prova, ovviamente non sopprimendo del tutto il lavoro di traduzione, ma affiancandolo con domande di civiltà classica o storia letteraria, in modo da dare alla maggioranza degli studenti la possibilità di evitare il fallimento totale.
Oltre a questo problema irrisolto, quest’anno se n’è aggiunto un altro, mai verificatosi prima: l’italiano è materia affidata al commissario esterno per il secondo anno consecutivo, e ciò è insolito ma comunque prevedibile; la cosa più strana e controproducente, invece, è che per questa materia sono stati nominati commissari titolari nella classe A052 (materie letterarie, latino e greco). Ora, è cosa lampante e a tutti nota il fatto che i docenti della A052 insegnano normalmente nel triennio conclusivo del Liceo Classico soltanto latino e greco, mentre l’italiano è affidato di norma ai colleghi della classe A051. E’ vero che chi è di ruolo per la A052 è abilitato anche per l’insegnamento dell’italiano, ma quasi sempre lo insegna soltanto al biennio, e non ha quindi una preparazione e un’esperienza tali da consentirgli di ricoprire in modo dignitoso e autorevole la funzione di commissario esterno, perché il programma delle classi quinte (la letteratura dei secoli XIX e XX e il Paradiso di Dante) va conosciuto in modo appprofondito per poter sostenere la correzione degli elaborati d’esame ed il colloquio orale. Ciò provocherà (anzi ha già provocato) una marea di rinunce da parte dei docenti nominati come esterni per l’italiano, tranne quei pochi (come il sottoscritto) che hanno deliberatamente chiesto al proprio Dirigente di poter avere l’insegnamento dell’italiano nel triennio del Classico. E da ciò nasce il caos delle sostituzioni e della ricerca dei sostituti da parte degli Uffici provinciali e delle scuole, con relativa perdita di tempo e di energie.
Un altro pasticcio il Ministero l’ha fatto al Liceo Scientifico, dove si attendeva da qualche anno la seconda prova scritta di fisica anziché la tradizionale di matematica. Dopo aver lasciato credere a tutti che tale sarebbe stata la prova, e dopo aver spedito alle scuole anche esempi di svolgimento di prove di fisica, il Ministero ha cambiato idea l’ultimo giorno utile (sembra per intervento dello stesso ministro Fedeli) e ha riproposto la prova di matematica, inserendo però la fisica tra le materie affidate al commissario esterno. Anche qui si è creato il caos, perché i docenti di matematica delle varie quinte sono impegnati come membri interni per le loro classi, e non possono quindi essere nominati come esterni per la fisica. Chi svolgerà quindi questo compito? Probabilmente i docenti del biennio, che insegnano solo matematica (o al massimo la fisica ma nel biennio), che quindi anch’essi – come i colleghi della classe A052 al Classico – non hanno in genere la necessaria conoscenza di un programma complesso e da poco rinnovato qual è quello della fisica nelle classi terminali dello Scientifico.
Queste che ho trattato sono le due cialtronerie fatte dal Ministero di cui io sono a conoscenza, ma certamente ci saranno anche altre incoerenze e contraddizioni, alle quali purtroppo siamo abituati. La sensazione che io ho di questa situazione è che al Ministero dell’istruzione s’intendano di tutto fuorché di didattica, e che la burocrazia irrazionale, oggi aiutata e peggiorata anche dall’informatica, la faccia da padrona. Ritengo quindi vero ciò che molti da tempo stanno pensando: che se il sistema scolastico italiano si regge ancora in piedi il merito di ciò sta nella buona volontà e nel grande impegno di molti docenti, i quali sono ormai avvezzi a “tappare i buchi” fatti da altri e continuare a tirare la carretta per non veder crollare tutto l’edificio. Speriamo che ci sia sempre chi ama questa professione al punto da farne una missione, sopportando così tutte le cialtronate e gli errori che vengono dall’alto. Ma la pazienza ha un limite, e questo limite per molti è sempre più vicino.

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Ancora bastonate sul Liceo Classico

In questi giorni abbiamo appreso dalla Tv e da articoli di quotidiani i dati sulle iscrizioni degli studenti alle scuole superiori, appena diffusi dal Ministero dell’istruzione. Ne risulta un sostanziale proseguimento delle tendenze già manifestatesi negli ultimi anni: un rafforzamento del Liceo Scientifico (giunto quasi al 25 per cento degli iscritti) e del Linguistico, un aumento di alcuni istituti tecnici unito però ad un calo dei professionali, e soprattutto – ciò che mi riguarda personalmente – un ulteriore calo del Liceo Classico, passato a livello nazionale dal 6,1 al 5,5%. Questo significa che solo 11 ragazzi su 200 si iscrivono a questa scuola, un tempo considerata d’eccellenza e quasi sempre prescelta da chi aspirava a far parte della classe dirigente o a raggiungere un’alta professionalità. Oggi a questo siamo ridotti: al 5,5 per cento! Ed io, apprendendo la notizia, ho fatto una specie di sogno ad occhi aperti: mi sono immaginato di trovarmi di fronte ad una vasta platea di ben 200 adolescenti festanti, pronti ad intraprendere il loro nuovo percorso formativo; compiaciuto di ciò, ho chiesto a tutti questi giovani di dirmi quanti di loro si siano iscritti al Classico, aspettandomi di udire tante voci. Invece, fattosi un silenzio generale, soltanto undici manine tremolanti si sono alzate, di ragazzini spauriti in mezzo a tanta folla, dalla quale poi si è levato sempre più forte un brusio di improperi e di derisioni. Così è nella realtà, oltre che nel sogno: chi oggi sceglie il Classico è guardato con ironia e sospetto dai coetanei, additato come un “secchione” o come uno “sfigato”, un reietto quindi costretto a vivere sui libri e a non fare più parte della società che lo circonda.
Purtroppo, nonostante l’impegno di tante persone ed anche – modestamente – del sottoscritto (almeno nel suo territorio e con l’ausilio di questo misero blog) i dati non cambiano, anzi ogni anno il Liceo Classico perde iscritti, tanto che in alcune città è sparito del tutto: faccio l’esempio di una provincia toscana a noi vicina, quella di Grosseto, che io conosco se non altro per esserci nato ed averci dei parenti: di tre Licei Classici che c’erano fino a pochi anni fa, ne è rimasto soltanto uno, nel capoluogo, con due sezioni. In una provincia così vasta, con oltre 210.000 abitanti, soltanto 40 ragazzi circa si iscrivono ogni anno a questo corso di studi; e la proporzione non è molto diversa nelle altre province e regioni, se consideriamo che in Emilia Romagna, ad esempio, soltanto il 3,5% degli alunni delle medie si iscrive al Classico, ossia 35 ragazzi su 1000, una cifra che definire irrisoria è pure troppo esaltante.
Più volte, in questo blog, ho preso posizione sull’argomento e cercato di individuare le cause di questo triste fenomeno, che configura nel nostro Paese una crescita esponenziale dell’ignoranza e dell’approssimazione, di una concezione cioè della vita nella quale la cultura non ha più diritto di cittadinanza (“la cultura non si mangia”, disse un noto politico). Quello che conta attualmente è il successo ed i facili guadagni, mentre l’impegno e la fatica sono ormai diventati appannaggio di pochi ingenui che ancora credono a queste amenità, mentre le mode del momento impongono a tutti una vita comoda e facile, tutta spesa ad inseguire i miti di internet e della televisione. In questo clima edonistico ed utilitaristico, l’istruzione è concepita soltanto come un mezzo per inserirsi nel mondo del lavoro e poter guadagnare prima possibile, senza perdere tempo studiando cose ritenute inutili. Questo spiega il boom degli istituti tecnici e degli pseudolicei (cioè le scuole che si fregiano del titolo di “liceo” senza esserlo affatto), scuole che – almeno teoricamente – dovrebbero rilasciare diplomi atti ad inserirsi subito nelle attività lavorative; e poco importa che questa sia una pia illusione, perché oggi chi vuole avere una professionalità da spendere sul mercato deve comunque conseguire una laurea: ci si getta alla caccia del “diploma” pensando di ottenere chissà cosa, e la crisi economica attuale ha ovviamente incentivato questa mentalità.
E tuttavia, restando nell’ambito dei Licei, colpisce anche la grande sproporzione tra gli iscritti al Liceo Classico e quelli al Liceo Scientifico, quattro o cinque volte più numerosi, a seconda dei luoghi. In questo confronto non possiamo parlare di mentalità utilitaristica o superficiale, perché anche il Liceo Scientifico presuppone il proseguimento universitario degli studi, ed ha fin dal primo anno una serie di discipline di tutto rispetto: cinque ore settimanali di matematica, due di fisica, due di scienze, quattro di italiano, tre di latino, tre di inglese ecc. Non può quindi definirsi una scuola agevole, né poco impegnativa; oserei anzi dire, almeno dal mio punto di vista, che l’impegno richiesto ad uno studente che viene dalla scuola media attuale è gravoso almeno quanto quello richiesto dal Classico, se non di più. Come si spiega dunque questa vistosa sproporzione? Forse per il fatto che allo Scientifico non si studia il greco? Ma io non posso credere che, su sei studenti, cinque siano particolarmente inclini alle materie scientifiche e soltanto uno sia più portato alle materie umanistiche, tanto da poter affrontare serenamente una dose massiccia di matematica e di fisica come quella del Liceo Scientifico e di ottenere in quelle materie risultati più brillanti di quelli che otterrebbero in greco. Evidentemente c’è qualcosa che non va in queste scelte, una serie di pregiudizi e di idee distorte che continuano a circolare in società e non perdono col tempo, anzi acquistano efficacia. Il primo di essi è che le discipline umanistiche, in particolare il latino ed il greco, non servirebbero a nulla, mentre la matematica e la fisica sarebbero utili in società. A parte il fatto che è il concetto stesso di “servire” che a mio parere è sbagliato, perché la scuola deve formare la personalità del giovane, non “servire”; ma poi va anche detto che, se ragioniamo da un punto di vista generale, non mi risulta che questo sia vero: come gli studenti non avranno occasione nella loro vita di parlare in greco, non avranno nemmeno modo, nell’esperienza reale, di applicare la trigonometria o l’analisi matematica, a meno che no svolgano professioni specifiche a cui arriverà un numero bassissimo di persone. Se poi la matematica, la fisica e le scienze (che, sia detto per inciso, si studiano anche al Classico, e più di prima!) saranno più utili a chi sceglierà facoltà scientifiche, non si può negare che anche le lingue classiche hanno un’importanza decisiva per gli studi universitari, non solo perché abituano al corretto metodo di studio ed al pensiero critico, ma anche perché, proprio nell’ambito scientifico, tutta la terminologia impiegata deriva dal latino ed ancor più dal greco. Va anche tenuto presente che la padronanza della lingua italiana scritta e orale, cui il Liceo Classico abitua più delle altre scuole, è tuttora uno strumento indispensabile per superare qualunque prova in ambito lavorativo e per affermarsi in società. Ma queste competenze, nella società attuale, non sono più apprezzate da nessuno: oggi il “mantra” trito e ritrito che si sente sempre ripetere da politici, giornalisti e pseudo-intellettuali che pretendono di occuparsi di scuola senza saperne nulla, è quello dell’informatica e dell’inglese, quasi fossero le uniche e sole competenze che uno studente deve possedere, magari ignorando l’italiano e facendo continuamente errori ed orrori di ortografia.
A seguito di questa serie di fattori, che vanno dalla crisi economica alla superficialità dilagante, dalla mania anglicistica ed informatica all’idolatria dello scientificismo, il Liceo Classico continua a perdere iscritti, ad apparire come un residuo di una civiltà ormai tramontata, una scuola dove bisogna impegnarsi molto per studiare cose che non servono; e quei pochi coraggiosi che vi si iscrivono vengono emarginati e giudicati quasi alla stregua di alieni, persone strane e indegne di essere accolte nel consorzio sociale. Ma da parte mia la profezia è facile: di questo sfacelo, di cui sono responsabili in primis i governi ed i ministri “progressisti” che vogliono aumentare l’ignoranza perché i cittadini non si accorgano di esser diventati dei sudditi imbelli ed imbambolati, si vedranno le conseguenze in futuro, quando ci si renderà conto che la cultura meriterebbe di mantenere un ruolo attivo in ogni Paese civile, un ruolo che non può ridursi a parlare l’inglese o a strisciare le dita su un tablet. E allora diventerà attuale una frase che è stata detta – guarda caso – proprio da un illustre matematico, il prof. Giorgio Israel: “Chi si rallegra del declino del Liceo Classico sta segando il ramo sul quale è seduto.”

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Il processo al Liceo Classico

Lo scorso 14 novembre, a Torino, si è svolto un pubblico dibattito organizzato in forma di processo, con tanto di corte giudicatrice (presieduta da un vero magistrato, il procuratore capo del capoluogo piemontese Armando Spataro), pubblico ministero, avvocati difensori, spettatori e quant’altro; solo che l’imputato non era una persona, ma una scuola, cioè – guarda caso – il Liceo Classico. L’iniziativa in sé sembrerebbe strampalata, quasi grottesca, ma così non è perché questo indirizzo di studi già da tempo è sotto processo da parte dell’opinione pubblica (come si vede dal vistoso calo di iscrizioni subito negli ultimi anni) ed anche da parte di molti “intellettuali” provenienti da altri ambiti culturali, com’è appunto l’economista Andrea Ichino, pubblico ministero nel processo torinese. Ciò che la dice lunga in questa vicenda, a mio giudizio, è che il MIUR (Ministero Istruzione, Università e Ricerca) sia stato tra gli organizzatori dell’iniziativa, il che rivela la volontà istituzionale di ridiscutere questo tipo di scuola e la formazione umanistica che fornisce ai propri alunni. Ci auguriamo che un eventuale processo di revisione non significhi stravolgimento o addirittura abolizione del Liceo Classico, come qualcuno va invocando da tanto tempo; e in effetti il verdetto della corte torinese è stato di assoluzione, ma a condizione che questo liceo venga modificato e adeguato alle esigenze della società moderna. Cerchiamo adesso di capire quali sono le accuse che il sig. Ichino, interprete di una mentalità molto diffusa, ha rivolto al Liceo Classico e quali possono essere gli argomenti a sua difesa, che sono stati bene enunciati dall’avvocato difensore, il semiologo Umberto Eco, ma ai quali anch’io, modesto professore di liceo, vorrei portare un contributo.
Il primo capo di imputazione sarebbe quello secondo cui il Classico fu concepito da Giovanni Gentile nel 1923 come una scuola riservata alla formazione della classe dirigente e quindi di élite, e tale sarebbe rimasta ancor oggi. Nulla di più falso: la provenienza sociale degli alunni attuali è profondamente cambiata, oggi c’è caso mai una selezione culturale (nel senso che si iscrivono al Classico, in genere, coloro che hanno buoni risultati alla scuola media), ma non esiste più assolutamente la discriminazione classista dei tempi di Gentile. I miei alunni migliori, molto spesso, sono figli di operai o di modesti commercianti, che non hanno alcun retroterra culturale o sociale.
Altra accusa, tanto diffusa quanto palesemente infondata, è quella secondo cui al Classico ci sarebbe poca cultura scientifica. A parte il fatto che le facoltà mentali richieste per l’analisi dei testi classici sono eminentemente “scientifiche”, va detto che chi sostiene questa falsità non tiene conto del fatto che con l’ultima riforma della scuola (quella del ministro Gelmini, per intendersi) è stato aumentato del 50 per cento (da due a tre ore settimanali) lo spazio della matematica al biennio, sono state inserite le scienze fin dal primo anno di studi e la fisica dal terzo anno (prima era dal quarto). Non solo, ma i programmi di matematica sono stati avvicinati a quelli del liceo scientifico, compresa l’analisi; ovviamente il numero di ore settimanali è minore, ma i concetti sono gli stessi, ed i nostri alunni escono dal liceo pronti per affrontare con metodo e consapevolezza anche le Facoltà universitarie a indirizzo scientifico e tecnico.
Altro punto focale sostenuto da Ichino: gli alunni del Classico non sarebbero preparati adeguatamente per sostenere i test universitari di ammissione ad alcune Facoltà (v. medicina). Altra falsità. Nel caso della mia scuola ad esempio, che comprende sia il liceo classico che lo scientifico, ai test degli ultimi cinque anni i risultati dei nostri studenti sono stati esattamente uguali per le due scuole. Quelli provenienti dal Classico avranno forse qualche difficoltà tecnica in più, che richiede una preparazione specifica prima di affrontare i test; ma nei quesiti di cultura generale, presenti in buona misura nelle prove di ammissione, essi non sono secondi a nessuno.
Un ulteriore e pesante capo d’accusa riguarda il fatto che molti studenti del Classico, dopo cinque anni di studio del latino e del greco, non sarebbero in grado di tradurre speditamente gli scrittori classici, e questo dimostrerebbe il fallimento didattico di queste discipline. A tal riguardo io rispondo con due argomenti. Il primo è questo: siamo sicuri che gli studenti del Liceo Scientifico, al momento del diploma finale, conoscano perfettamente l’analisi matematica o la fisica nucleare? Siamo sicuri che quelli del Linguistico, al termine dei loro studi, sappiano parlare correttamente le tre lingue straniere che studiano? Eppure lo scopo del linguistico non è quello di leggere dei testi, ma di essere in grado di sostenere la conversazione in inglese, tedesco, spagnolo e quant’altro. Il secondo argomento, per me ovvio, è che il fine della formazione umanistica non è quello di sfornare filologi o traduttori dalle lingue antiche, ma di formare persone di cultura, capaci di ragionare in modo critico e compiere autonomamente le proprie scelte: un obiettivo essenziale, che si realizza anche (ma non soltanto) attraverso l’analisi dei testi latini e greci.
Il sig. Ichino, inoltre, si è chiesto perché il Liceo Classico esista solo in Italia e non negli altri paesi europei. Una tale circostanza, a parer mio e di molti altri, non è certo un nostro demerito, ma semmai un vanto: la diffusione nel mondo di una mentalità utilitaristica, che giudica degno di studio solo ciò che è “utile” o immediatamente spendibile nel mondo del lavoro è un grosso errore culturale, come ho illustrato in un altro post di qualche tempo fa (Un libro per il futuro). La scuola che vuole l’Europa (e gli Stati Uniti d’America che spesso – purtroppo – tendiamo ad imitare) è una scuola che servirà pure a passare i test, come dice la scrittrice Paola Mastrocola, ma non a pensare ed a riflettere su se stessi e sul proprio ruolo in società. Per questo io sono fermamente convinto che proprio oggi, nell’era dei computers e dell’abnorme sviluppo tecnologico, sia più che mai necessaria la formazione umanistica. Di ciò si sono accorti, del resto, anche molti imprenditori dell’industria e dell’informatica, se è vero – come ho letto di recente – che persino nella Silicon Valley americana assumono laureati in lettere e filosofia. Ciò corrisponde, del resto, anche ad un fine pratico e utilitaristico secondo le leggi del mercato, perché se è vero che per realizzare un prodotto occorrono i tecnici, per convincere i consumatori ad acquistarlo occorre invece la persuasione, facoltà connessa con l’uso corretto del codice linguistico e persino con la retorica antica. La tecnologia da sola non va da nessuna parte e riduce l’uomo ad una macchina senza coscienza e senza pensiero. Diceva giustamente Albert Einstein, il più grande scienziato del XX secolo: “Io temo il giorno in cui la tecnologia sopravanzerà la nostra umanità. Quel giorno il mondo sarà popolato da una generazione di idioti.”

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Un libro per il futuro

Copertina

Il libro di cui ho raffigurato la copertina, mettendola all’inizio di questo post, è un vero gioiello che tutte le persone di cultura – o forse, meglio, quelle non acculturate abbastanza – dovrebbero leggere. In questi giorni io ed i miei alunni della classe 5° Liceo Classico (ex III° Liceo) lo stiamo esaminando e commentando in attesa del prossimo 6 dicembre, giorno in cui verrà nella nostra scuola, ad illustrarcene il contenuto e a discuterne con noi, l’autore del libro in questione, il prof. Nuccio Ordine, ordinario di letteratura italiana all’Università della Calabria.
Non è molto difficile enunciare la tesi di fondo che il prof. Ordine sostiene in questa pubblicazione, benché egli ce la illustri con dovizia di particolari e riferimenti dotti: si tratta di una concezione della cultura e dell’istruzione nella quale io ho sempre creduto, anche prima di sentirmi confortato dalle parole illustri dello studioso, quella cioè secondo cui le conoscenze che si apprendono nella vita, ma soprattutto nella scuola ed all’università, non debbono essere necessariamente ricondotte alla categoria dell'”utile”, cioè a ciò che “serve” nella vita pratica e nelle attività lavorative, economiche e commerciali. Nella nostra società, soprattutto in questi ultimi anni, si è infatti affermata con prepotenza una mentalità materialistica e utilitaristica, secondo cui si dovrebbe studiare e sapere soltanto ciò che può essere finalizzato – immediatamente e direttamente – allo svolgimento di un lavoro che fornisca uno stipendio o comunque al raggiungimento di certe “competenze” tecniche da applicare nella vita quotidiana. Questa funesta mentalità ha avuto pesanti riflessi nella nostra scuola, culminati nella ripresa degli istituti tecnici e professionali (prima in crisi) e nel vistoso calo delle iscrizioni al Liceo Classico, corso di studi che in molte delle nostre città si è talmente ridotto da rischiare persino di scomparire. Coloro che si iscrivono ai Licei preferiscono di gran lunga lo scientifico ed il linguistico, nella convinzione non soltanto che siano meno impegnativi del classico, ma anche che siano più “utili”, appunto, perché fondati sulle discipline scientifiche (ritenute più consone ai tempi attuali) e con una ridotta presenza di quelle umanistiche, che agli occhi di molte persone non rientrano nella categoria dell’utilità pratica. A chi dei nostri studenti non è capitato di sentirsi chiedere: “Ma a che ti servono il latino ed il greco?”
Precisiamo anzitutto un concetto. Se volessimo considerare le discipline studiate a scuola in base al mero parametro dell'”utile”, allora nessuna di esse (tranne forse alcune materie dei professionali) avrebbe diritto di cittadinanza. Forse che a qualcuno capita, nella vita di tutti i giorni, di dover risolvere equazioni di secondo grado o problemi di analisi matematica? E poi, se capitasse, c’è sempre la calcolatrice… Forse che la fisica e la chimica si applicano nella vita quotidiana, a meno che uno non lavori in un laboratorio di analisi o faccia di professione il chimico? Per non parlare di altre discipline come storia, geografia, filosofia, letteratura, musica ecc.: si può vivere benissimo senza conoscerle, e se a qualcuno caso mai, in un rigurgito di curiosità intellettuale, venisse un dubbio su qualche argomento, basta andare su Wikipedia e la risposta è lì, bella e pronta, messa sotto il nostro naso come un piatto di spaghetti già conditi. Quindi perché studiarle a scuola? Evidentemente perché la cultura, come sostiene il prof. Ordine e molti altri illustri studiosi anche dell’ambito scientifico, non deve soltanto “servire”, ma prevalentemente “formare”, ossia creare nel discente una mente pensante che sia in grado di prendere autonomamente le sue decisioni, conoscere i propri diritti e doveri, osservare la realtà con spirito critico. E da questo punto di vista tutte le discipline non “tecniche” sono “utili”, nel senso che torna sommamente costruttivo ciò che invece, agli occhi della società moderna, sembra “inutile”. Sul piano formativo del pensiero autonomo, infatti, non v’è molta differenza fra una traduzione dal latino ed un esercizio di matematica, perché entrambi richiedono uno sforzo di intuito e di ragionamento autonomo che è l’esatto contrario di Wikipedia e di tutto ciò che su internet o altrove si trova già pronto, senza che sia richiesto alla mente umana il minimo sforzo. Ed è per questo che proprio ciò che sembra non avere utilità pratica finisce invece per essere fondamentale, l’unico strumento attivo che oggi abbiamo per contrastare l’atrofizzazione delle facoltà mentali provocata dalla “civiltà dell’immagine”, come si suol chiamare l’insieme delle notizie “usa e getta” fornite dagli strumenti informatici e mediatici che condizionano pesantemente la nostra esistenza.
Quando io, alla tenerà età di 14 anni, scelsi di frequentare il Liceo Classico, lo feci perché quella scuola mi piaceva più di tutte le altre, e mi piaceva proprio il fatto che era quella che “serviva” di meno, convinto come sono sempre stato che l’istruzione e la cultura non debbono essere viste solo come un semplice strumento per ottenere un posto di lavoro retribuito, ma come il tramite essenziale per la formazione completa della personalità. E ancor oggi, dopo tanti anni, rimango della stessa idea, perché credo fermamente che le discipline umanistiche (non solo il greco ed il latino, ma tutte nell’insieme) siano fondamentali, anche e soprattutto in questa società tecnologica; e non soltanto per la formazione del pensiero critico che dicevo sopra, ma anche perché la conoscenza del codice lingua, pur non essendo più l’unica forma di espressione, è ancora insostituibile. Se qualcuno, ad esempio, si troverà nella necessità di svolgere una relazione, una presentazione di un progetto, oppure presentarsi ad un colloquio di lavoro o tenere un discorso in pubblico, anche se parlerà di “marketing” o “problem solving” (termini orribili!) dovrà comunque farlo in una lingua corretta e fluida, dovrà convincere gli astanti o i lettori della validità del suo lavoro, dovrà, in altre parole, far ricorso ai mezzi espressivi della retorica classica. Una simile formazione culturale, pur raggiungibile anche con altri corsi di studio, è garantita al massimo grado, proprio per la sua struttura didattica, dal Liceo Classico, dove tuttavia non si trascurano affatto le discipline scientifiche, perché anch’esse hanno grande rilievo in tutte le società e soprattutto in quella odierna; e non sarà certo un caso se tanti ottimi ingegneri, matematici, fisici biologi ecc. provengono appunto da questa scuola. E’ ora di finirla per sempre con la surrettizia distinzione oppositiva tra cultura umanistica e scientifica: la cultura è una soltanto, un’unica grande pianta suddivisa in tanti diversi rami. Questo sostiene, appunto, il libro del prof. Ordine, il quale ci mostra come nella storia dell’umanità proprio ciò che sembrava inutile, nozionistico e persino pedante ha invece ricoperto un ruolo decisivo per la scienza e per il progresso umano.
Purtroppo ancor oggi si sentono pronunciare tante bestialità degne dei selvaggi dell’Amazzonia, e le si sentono purtroppo anche dalla bocca di persone in vista o che comunque hanno un potere politico o mediatico. Ho letto da qualche parte che nella recente “kermesse” della Leopolda a Firenze un certo imprenditore a me ignoto, ma a quanto pare molto famoso per la sua stretta fede renziana, tale Davide Serra, ha affermato che la scuola non dovrebbe più dare spazio alle discipline umanistiche, ma far studiare solo ciò che è “cool” e “figo”. A parte il linguaggio squallido e rozzo (i venditori di verdura al mercato parlano molto meglio), cosa voleva intendere con quelle parole? Cool in inglese significa “fresco”, mentre “figo” è un orrendo termine del linguaggio giovanile che vale “simpatico, divertente” o simili. Quindi a scuola si dovrebbero studiare solo gli argomenti di attualità (freschi, appunto) e far divertire gli alunni, trasformarci insomma in un luna park o una sala da giochi. C’è solo da augurarsi che il nostro Presidente del Consiglio, che ha organizzato il raduno della Leopolda, non la pensi allo stesso modo, altrimenti ci sarà da ridere. Ridere sì, ma per non piangere!

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Il ministro in Carrozza ci riporta al ’68

Quando l’attuale ministro dell’istruzione, università e ricerca, la sig. Maria Chiara Carrozza, entrò in carica al formarsi del governo Letta, non potevo dare alcun giudizio su di lei, perché non la conoscevo affatto; speravo però che dopo i disastri provocati da Profumo si cominciasse veramente a ricostruire la scuola, almeno nel senso della meritocrazia e dell’attenuazione di questa ubriacatura informatica che, a causa appunto del precedente ministro, ha trasformato in idoli strumenti in realtà poco utili come i tablet, le lim e i libri elettronici, una vera aberrazione dei nostri tempi. E invece purtroppo mi sono dovuto disilludere, perché la nuova responsabile del dicastero di Trastevere, dopo un iniziale e prolungato periodo di immobilismo e di affermazioni generiche, ha tirato fuori alcune esternazioni degne del più vieto sessantottismo che, a torto, speravamo ormai estinto nella nostra scuola.
Punto primo: all’inaugurazione dell’anno scolastico in un liceo romano, la Ministra ha arringato gli studenti invitandoli a ribellarsi, a non chinare la testa. Ma ribellarsi a chi? Ai genitori? Come se già non lo facessero dall’età di otto anni, o giù di lì. Ribellarsi alla scuola e ai docenti? E che motivo ne avrebbero? Esiste forse oggi un clima di lotta e di rivendicazioni come quello degli anni ’70? Evidentemente la sig.ra Carrozza è nostalgica di quei “formidabili” anni, come un loro leader ebbe a definirli, anni che furono invece connotati da violenza, prevaricazione, populismo e persino terrorismo. I giovani non debbono ribellarsi a niente e a nessuno, e qualcuno deve spiegare alla Ministra che il tempo della lotta di classe e delle “okkupazioni” è finito, travolto dalla sua stessa nullità e inconcludenza. Gli studenti sono al centro del nostro interesse di docenti, e debbono collaborare con noi per la loro formazione, non “ribellarsi” in modo generico e qualunquista.
Punto secondo: di recente la Ministra ha detto che con il greco antico non si comprende la realtà attuale. Grazie di cuore, sig.ra Carrozza: il Liceo Classico è già in calo in tutta Italia, in conseguenza della barbarie e dell’incultura che da ogni parte trionfano, e Lei viene a gettare ancora benzina sul fuoco? Complimenti! Mi spieghi allora, se con il greco non si comprende la realtà attuale, come si possa comprenderla con la matematica o con la fisica. Forse che le equazioni o le leggi di Ohm consentono di capire la democrazia o le dinamiche politiche del nostro tempo? Non voglio dire che le materie umanistiche siano le uniche meritevoli d’interesse, ma certo sono quelle che maggiormente costruiscono nel cittadino il pensiero autonomo e la capacità critica di indagare la realtà. Ma Lei viene da un ambiente chiuso e fatto di simboli matematici (che oltretutto derivano tutti dal greco, detto per inciso) e quindi non si rende conto di cosa dice.
Punto terzo: tempo fa, in un’intervista alla radio, la Carrozza ebbe a dire che i portatori di handicap e gli stranieri non sono un problema per la scuola, ma una risorsa. Lo vada a dire a quei docenti che si ritrovano in classe, così di punto in bianco, figli di emigranti che non sanno una parola di italiano e che debbono integrare senza l’aiuto di nessuno, oppure a quelli che hanno in classe alunni autistici o con gravi ritardi mentali, rumorosi e magari violenti, che di fatto impediscono il normale lavoro dei docenti e l’apprendimento di tutti gli altri alunni. Poniamoci un problema: è certamente giusto e umano aiutare chi è più sfortunato, ma è altrettanto giusto che un’intera classe non possa svolgere il proprio programma per la presenza di alunni “diversamente abili” (orrendo eufemismo!) o stranieri disadattati? E’ giusto che per aiutare due o tre persone se ne danneggino venti o trenta? A giudizio del sottoscritto sarebbe utile garantire la presenza di personale specializzato per i portatori di handicap che lavorassero principalmente con loro senza pregiudicare il percorso formativo di tutti gli altri. E per quanto riguarda gli stranieri, sarebbe opportuno e irrinunciabile che, prima di essere ammessi nelle classi ordinarie, dovessero seguire obbligatoriamente un corso di lingua italiana almeno annuale, in modo da poter essere poi inseriti a pieno titolo. Questa fu una proposta della Lega Nord, e come tale fu tacciata di “razzismo” e di “fascismo”; e invece sarebbe l’unica soluzione ragionevole. Ma la Carrozza non può approvare queste proposte razionali, perché viene da una parte politica che ha sempre fatto della lotta contro il “nemico” e del populismo subdolo la propria bandiera ed il proprio programma. E lei, ministro di un governo di larghe intese, non sembra aver ben compreso la realtà sociale italiana, ma resta abbarbicata a un’ideologia, quella del ’68, che è responsabile unica e totale dello sfascio della nostra scuola.

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