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Ha vinto il no, ha perso l’Italia

Per coerenza con la mia professione di docente, come ebbi a dire in un recente post, mi sono astenuto da qualunque commento sul referendum istituzionale – qui sul blog come a scuola – per non condizionare i miei studenti, perché cioè votassero in piena libertà di coscienza. Ora però che i risultati sono noti sento la necessità di esprimere la mia opinione in proposito, che riflette uno stato d’animo molto triste e soprattutto preoccupato: accertata infatti (come previsto) la vittoria del no e quindi il rifiuto della riforma costituzionale, gli scenari che ci presenta il futuro sono piuttosto incerti ed anche minacciosi, visto che andare subito alle elezioni non sembra possibile, così come è molto improbabile un nuovo incarico a Matteo Renzi o ad altri del suo partito. Eppure, al di fuori di queste due soluzioni, non sembrano profilarsene altre, anche perché l’attuale maggioranza di governo sembra l’unica possibile. C’è poi il problema della legge di bilancio, per approvare la quale sarebbe stato opportuno avere un governo nel pieno delle sue funzioni, e quello della legge elettorale, che dev’essere cambiata al più presto per evitare pericolose avventure che potrebbero portarci veramente alla catastrofe.
La mia amarezza dopo il referendum non è dovuta soltanto alla vittoria del no ed al rifiuto del cambiamento che la maggior parte dei cittadini ha dimostrato alle urne, sebbene anch’esso sia indicativo di un aspetto degli italiani nel quale non mi riconosco: l’attaccamento morboso ad una vecchia costituzione che, se andava bene 70 anni fa quando fu scritta, non va più bene adesso, quando tutta la società è cambiata e non ci sono più, oggettivamente, i pericoli di una dittatura rossa o nera che c’erano a quei tempi. Abbiamo dimostrato di essere un popolo vecchio, conservatore, attaccato alle tradizioni come ad una badante, che non ha avuto il coraggio di innovare, una volta che si è presentata l’unica occasione possibile per snellire le istituzioni, diminuire il numero dei parlamentari, eliminare il bicameralismo paritario che è un’anomalia solo italiana. Si è preferito lasciare tutto com’è, con l’assurda lentezza di una macchina elefantiaca com’è il Parlamento, con i costi della politica più alti d’Europa e con lo strapotere delle regioni che si mettono di mezzo ogni volta che lo Stato intende realizzare qualcosa. Mi dispiace che abbia prevalso l’odio e il risentimento contro il governo, non le buone ragioni per opporsi, che non c’erano. Tutto ciò è molto triste.
Ma ciò che mi crea più amarezza, come dicevo, non è tanto la vittoria del no quanto il constatare che le persone, in grande maggioranza, non votano per convinzione e con cognizione di causa, ma seguono le indicazioni dei partiti; e che gli stessi partiti non prendono queste posizioni per spirito critico nei riguardi di una riforma, che conoscono poco o che hanno giudicato male, ma semplicemente per odio verso chi governa, accusato di tutte le peggiori nefandezze. Premetto che non è mia specifica volontà difendere il governo Renzi, perché chi mi conosce sa che non sono mai stato della sua parte politica; ma non mi sento di approvare i giudizi espressi da certi leaders (s fa per dire!) che lo hanno accusato di ogni colpa ed hanno visto dietro alla riforma chissà quali oscuri progetti e trame nere. E’ stato detto che con la riforma ci sarebbe stato l'”uomo solo al comando”. Ma dov’era scritto questo? Quando mai la riforma aumentava i poteri del presidente del Consiglio? E’ stato detto che ci rendeva sudditi dell’Europa ed in particolare della Germania; ma questo si è già verificato da anni, almeno dallo sciagurato governo Monti, e non mi pare che Renzi sia stato asservito ai diktat europei più di altri suoi predecessori. Purtroppo, come ho scritto in un altro post di poco precedente a questo, in Italia c’è sempre stata un’avversione preconcetta contro chiunque governa, chiunque abbia il potere: lo si è visto bene con Berlusconi, perseguitato dalle magistrature politicizzate per costringerlo a dimettersi, con accuse del tutto surrettizie e palesemente false come quelle del processo Ruby; e adesso lo si è visto allo stesso modo con Renzi, accusato di tutte le peggiori nefandezze dai politici avversari e dai pennivendoli del “Fatto quotidiano”, un giornale tenuto in vita solo dall’odio e dalle menzogne che quotidianamente pubblica. Questa diffidenza diffusa verso chi governa (forse derivata dai tempi delle dominazioni straniere), questo odio che alimenta la pianta velenosa dell’antipolitica, questa perniciosa dietrologia che vuol vedere sempre, in ogni atto dei governi, inganni e macchinazioni contro i cittadini, è quello che ha vinto veramente il referendum; ed io credo che, se al posto di Renzi ci fosse stato un altro Presidente del Consiglio, con un riforma del tutto diversa, l’esito del voto sarebbe stato lo stesso.
Io ho votato convintamente SI’, e non me ne pento affatto. E credo anche che la vittoria del sì avrebbe fatto bene al Paese, perché avrebbe consentito ad un governo che, sia pur tra gli errori, ha fatto anche cose buone, di proseguire il proprio cammino fino alla scadenza naturale della legislatura. Adesso invece cosa si profila? Un avvenire nebuloso e incerto, con le forze estremiste e conservatrici che invocano le elezioni perché pensano di vincerle, e forse le cose potrebbero veramente andare così. Tra queste forze il vincitore più probabile è senz’altro il Movimento Cinque Stelle, che con il solito spirito disfattista ed eversivo ha fin dall’inizio sostenuto il no, non perché non approvasse la riforma (che probabilmente non conosce nemmeno) ma solo e unicamente per contestare il governo e continuare a distruggere senza saper costruire nulla. Questo è il mio timore più grande, che dovrebbe togliere il sonno a tutte le persone serie ed assennate: che cioè, se non viene adeguatamente cambiata la legge elettorale, alle prossime elezioni possa prevalere la demagogia dell’antipolitica, cioè Grillo e i suoi seguaci, un’accozzaglia di incapaci che credono che con la rete internet si possa governare uno Stato ma che non hanno la minima idea e la minima esperienza di vera politica. La vittoria di questi avventurieri incolti e senza scrupoli, violenti nel linguaggio e nel comportamento, del tutto ignari di cosa sia la democrazia, incapaci non solo di amministrare (vedi il caso Roma) ma persino di fare qualche proposta concreta, questo è il vero pericolo per il nostro Paese. Quando manca la cultura, e non solo quella politica, quando si discute con le urla e gli insulti, quando si dice sempre no pregiudizialmente e non si vuol collaborare con nessuno, quando si ostenta un’onestà e una dirittura morale che non esistono, siamo veramente al di fuori di ogni credibilità e da ciò dovrebbe nascere la disapprovazione dei cittadini, non l’ammirazione che molti hanno per questo movimento qualunquista e pateticamente demagogico. Non voglia il Cielo che l’Italia cada in questo baratro, al cui confronto le invasioni barbariche del Medioevo erano oro colato.

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Gli italiani e il potere

Esaminando un po’ il dibattito politico degli ultimi vent’anni ed i vari settori della società, mi sono confermato in un’idea che già da tempo avevo maturato: che cioè gli italiani, intendendo con questo termine l’opinione pubblica prevalente, sono allergici al potere, qualunque esso sia ed in qualunque forma esso si presenti. Mi pare di accorgermi che chiunque vinca le elezioni, conquisti la maggioranza e formi così un governo, va incontro inesorabilmente ad attacchi serrati che provengono da ogni parte e che si estendono, complice la televisione e gli altri mezzi di informazione, ad un numero sempre più ampio di persone. Si tratta di una diffidenza innata, un’avversione preconcetta verso chiunque abbia in mano le leve di un qualsiasi potere, e con ciò mi riferisco non soltanto a quello politico, ma a qualunque forma di autorità: negli uffici si odia il capufficio, nella scuola si critica il dirigente, nei reparti ospedalieri i medici contestano il primario e così via, e non soltanto per invidia ma anche per un diffusissimo pregiudizio secondo cui chi detiene un ruolo dirigenziale deve essere per forza disonesto, deve essere arrivato in quella posizione per occulti favori e non per merito, per chissà quali trame che ha macchinato alle spalle dei poveri mortali. Forse questa naturale avversione degli italiani per chi li governa (o possiede un qualsiasi altro potere) ha origini secolari, deriva dalla sottomissione che il nostro Paese ha patito per secoli dalle potenze straniere, la cui amministrazione era giudicata sempre negativamente perché rappresentava un qualcosa venuto da fuori, che non poteva curare l’interesse dei sudditi. Spagna, Francia, Austria ci hanno dominato per mezzo millennio, e se anche adesso sono passati oltre 150 anni dall’unità d’Italia, una naturale avversione per il potere è rimasta nel DNA dei nostri concittadini.
Rimanendo all’ambito politico, mi accorgo che chiunque ottenga una maggioranza ed un governo è subito esposto alle critiche, agli insulti ed anche alla persecuzione degli avversari; ed è questo un fenomeno peculiare dell’italiano, perché all’estero, pur essendovi ovviamente un dibattito critico ed un’opposizione spesso molto accesa, manca però la demonizzazione e la delegittimazione dell’avversario che invece, purtroppo, sono di casa qui da noi: in Germania la Merkel è la cancelliera di tutti i tedeschi, anche di quelli che non approvano la sua politica, e negli Stati Uniti Obama è il presidente di tutti gli americani, anche di quelli che non hanno votato per lui. E da noi invece? Prendiamo il caso di Silvio Berlusconi, più volte Presidente del Consiglio legittimamente eletto da libere elezioni. Orbene, dal momento che è entrato in politica e si è affermato come leader carismatico della sua parte, dalle file avversarie è partita una valanga di fango che l’ha investito in tutti i modi, con accuse del tutto infondate o almeno non dimostrate, che andavano dall’appartenenza alla mafia all’evasione fiscale e persino allo sfruttamento della prostituzione minorile, un’imputazione assurda e completamente falsa, utile soltanto ad eliminare dalla scena politica un avversario che non si riusciva a vincere con il metodo democratico delle libere elezioni. Ricorrere alla magistratura per rovinare un avversario politico, con giudici chiaramente di parte dediti in tutto e per tutto a voler dimostrare il falso, è un comportamento indegno di un Paese civile e soprattutto di una democrazia. E che le accuse fossero false e strumentali è dimostrato dal fatto che, non appena Berlusconi si è eclissato dalla scena politica, sono cessati tutti i processi, gli insulti e le persecuzioni contro di lui. Mi pare che tutto ciò dimostri chiaramente che tutta la campagna di odio scatenata dai politici, dai giornalisti e dai magistrati di sinistra aveva una matrice puramente ideologica, senza alcun rispetto non solo della persona, ma del voto dei cittadini.
Chi sale al potere si trova inevitabilmente sotto il tiro incrociato degli avversari, i quali non rifuggono dall’impiegare metodi non ortodossi e spesso incivili pur di abbattere il “nemico”; e chi ha un minimo di spirito democratico non può che inorridire di fronte a tanta falsità e tanta volgarità. Quel che ha subito Berlusconi anni addietro, infatti, lo sta subendo oggi Renzi, contestato a destra e manca con argomenti spesso ridicoli, che evidenziano soltanto il fatto che l’opinione pubblica italiana non sopporta chi ha in mano il potere, chiunque esso sia. Si è cominciato col rinfacciare a Renzi di non essere stato eletto dal popolo, ed è un’accusa assurda perché la Costituzione non dice affatto che ogni governo debba passare attraverso le elezioni: durante la prima repubblica, nello spazio di cinque anni quanto deve durare una legislatura, si succedevano anche sei-sette governi e tutti, a eccezione forse del primo. mancavano della legittimazione popolare. Ma fosse soltanto questo! C’è molto di peggio: qualunque iniziativa abbia preso l’attuale governo, altro non ha ottenuto che scatenare critiche e insulti; eppure a me sembra che qualcosa di positivo sia stato fatto, a cominciare dagli 80 euro ai lavoratori dipendenti, che non sono affatto una “miseria” come gli avversari dicono, ma possono aver contribuito sensibilmente ai bilanci familiari. E lo stesso si potrebbe dire per molti altri provvedimenti che, pur non essendo perfetti, hanno comunque portato qualche effetto benefico sull’economia e sulla vita dei cittadini. E invece l’italiano medio, certo sobillato da forze eversive e qualunquiste come i seguaci del comico Grillo, non riconosce nulla, non approva nulla; anzi, si forma e si cementa l’idea che i politici siano tutti ladri, mafiosi e corrotti, e nessuno riesce a eliminare questa stupida generalizzazione cui solo gli ignoranti e i disinformati possono prestare fede. Il problema, purtroppo, è che gli ignoranti, i disinformati e i cafoni sono moltissimi, milioni di individui che per la loro pochezza mentale non dovrebbero neanche votare, ed invece purtroppo votano e si lasciano condizionare dallo sfascismo dei ridicoli demagoghi (ignoranti e disinformati pure loro) del Movimento Cinque Stelle, i quali cavalcano la tigre dell’ignoranza popolare per intorbidire le acque e per diffondere idee del tutto errate. Che vi siano politici corrotti è vero, ma non è certamente vero che tutti lo siano; che il governo possa sbagliare è vero, ma non è certamente vero che sbagli ogni cosa, per cui sia legittimo dire sempre di no a tutto senza neanche conoscere l’argomento di cui si parla; che poi l’Italia sia stata rovinata dai politici e sia ridotta alla miseria a me non pare, perché vedo che il livello di vita delle persone è più o meno lo stesso di alcuni anni fa, e se pure non lo fosse la colpa non è certo di chi ha governato gli ultimi due anni. E poi l’essere onesti, ammesso e non concesso che i “grillini” lo siano, non è sufficiente per assumersi responsabilità di governo; dico anzi che è inutile essere onesti quando si è incompetenti e incapaci, come si è chiaramente evidenziato in tutte le situazioni in cui i Cinque Stelle hanno amministrato o dovuto prendere iniziative. Chi è corrotto fa anzitutto gli interessi suoi, ma può fare anche quelli altrui; chi è incapace non fa del bene a nessuno, né a se stesso né ad altri.

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Il teatrino del Parlamento

In questi giorni tiene banco, alla TV e negli altri mezzi di informazione, la riforma del Senato in corso di approvazione. Nel dibattito politico riemergono ogni giorno polemiche a non finire, alimentate soprattutto da chi non vuole le riforme e preferisce lasciare tutto così com’è, alla faccia della millantata volontà di ridurre la spesa pubblica ed i costi della politica. A me la riforma che dovrebbe darci un nuovo Senato sembra buona, sebbene non perfetta, perché se approvata consentirà di ridurre da 315 a 100 il numero dei senatori con un evidente risparmio per le casse dello Stato, ed inoltre snellirà di molto l’iter parlamentare delle leggi, che spesso si trascinano mesi ed anni tra le due Camere: basta infatti che una delle due cambi una virgola del testo approvato dall’altra e l’iter deve praticamente ricominciare daccapo. Ci sono leggi parcheggiate in parlamento da anni proprio a causa del cosiddetto “bicameralismo perfetto”, un sistema non più attuale e non in linea con il dinamismo che la società moderna richiede. Quando fu stilata la nostra Costituzione (1946/47) l’Italia usciva da una dittatura e da una guerra, ed era perciò necessario il bilanciamento dei poteri affinché non si tornasse ad una qualunque forma di totalitarismo; ma oggi la democrazia è un fatto consolidato e condiviso da tutto il mondo occidentale, non esiste più il muro di Berlino e la contrapposizione est-ovest, ed è quindi naturale e necessario che la carta costituzionale venga adattata ai tempi attuali. Una costituzione, come ogni altro documento, viene redatta in base alla società ed alla mentalità vigenti in quel periodo; ma a distanza di 70 anni ogni legge, anche la prima legge dello Stato che è appunto la Costituzione, deve essere cambiata, perché non è il Vangelo. Ma purtroppo c’è chi non comprende questo principio fondamentale e si affanna nella strenua difesa dell’esistente; fa anzi specie il fatto che a questa schiera di conservatori appartengano anche formazioni di sinistra (v. Sel e altre formazioni) che un tempo erano chiamate progressiste! E’ proprio vero che la forma mentis politica è totalmente cambiata e che gli stessi concetti di “destra” e di “sinistra” hanno oggi ben poco significato.
Di fronte alla prospettiva di snellire l’apparato statale e di risparmiare soldi pubblici, tutti dovrebbero essere d’accordo. E invece no! Le polemiche infuriano più che mai da parte delle opposizioni, che sbraitano sostenendo che i cittadini vengono privati del diritto di eleggere i senatori, come se questo fosse il principale desiderio delle persone comuni, le quali vorrebbero piuttosto che la politica fosse più concludente e meno litigiosa, vorrebbero veder migliorare la propria vita, e ciò interesserebbe loro molto di più che l’esprimere un voto qualsiasi. Io, per parte mia, avrei fatto ancora di più: avrei istituito un sistema monocamerale di 500 deputati (come l’antica “Boulé” della democratica Atene del V° secolo a.C.) abolendo del tutto il senato e dimezzando così bruscamente (da circa 1000 a 500) il numero dei parlamentari. A parole tutti sono d’accordo con questa possibile risparmio di risorse pubbliche, ma nella pratica si oppongono fingendosi paladini della libertà e della democrazia.
Ciò che più mi avvilisce è assistere al vergognoso spettacolo che i nostri parlamentari stanno dando in questi giorni, proprio durante la discussione sulla riforma del Senato. Particolarmente bizzarra è l’accusa di totalitarismo e di “regime” rivolta a questo governo, la stessa che anni fa veniva lanciata contro il governo Berlusconi. Se la regola principale della democrazia in tutti gli aspetti della vita civile (anche nella scuola) è quella secondo cui la maggioranza vince e la minoranza deve adeguarsi alle decisioni (almeno fin quando non diventa essa stessa maggioranza) non si vede cosa ci sia di scandaloso o di “dittatoriale” nel fatto che vengano approvate leggi e riforme con i voti dei partiti di governo, che formano appunto la maggioranza parlamentare. Se si dovesse attendere il momento in cui tutte le forze politiche fossero concordi su di un provvedimento qualsiasi, tale momento non arriverebbe mai e la società non farebbe mai un passo avanti, perché è impossibile mettere tutti d’accordo, soprattutto coloro che giocano a mettere i bastoni fra le ruote e a dire sempre di no a tutto ed a tutti, in nome di un’onestà e una dirittura morale che è tutta da dimostrare.
A questo punto penso sia chiaro a chi mi riferisco: ai grillini, a quell’armata Brancaleone che si chiama “Movimento 5 stelle”, formata da persone che non hanno alcuna competenza di politica, di economia, di problemi sociali ecc., ed il cui unico scopo è quello di ostacolare gli altri, bloccare qualsiasi cambiamento del Paese, opporsi sempre a tutto in modo violento e scomposto senza mai saper produrre nulla di veramente costruttivo. In due anni di legislatura cosa hanno fatto costoro se non urlare, insultare, salire sul tetto della Camera dei deputati ed altre pagliacciate degne di quel buffone di Grillo, il loro signore e padrone? Mai una proposta concreta, se non quella demenziale del reddito di cittadinanza, per cui lo Stato dovrebbe pagare milioni di persone per non far nulla. Bel modo di rilanciare il lavoro e la produzione, starsene a casa sul divano e aspettare la manna dal cielo! Meglio non parlarne. E oltretutto questa schiera di poveracci incompetenti, quasi senza rendersene conto, assume talvolta posizioni che sanno di un revanscismo sinistroide della peggiore specie, come il pacifismo sognatore che pretende di fermare i terroristi dell’ISIS con le buone parole, l’opposizione alla TAV in pieno accordo con i centri sociali dell’ultrasinistra, il giustizialismo feroce e altre belle pensate di questo tipo. Ma la cosa più buffa di questi giorni è stata la reazione stizzosa e isterica di una senatrice del Movimento Cinque Stalle (io lo chiamo così) per dei gestacci osceni rivolti nei suoi confronti da senatori filogovernativi. A parte il fatto che le provocazioni continue dei grillini portano necessariamente a delle forme di reazione, non intendo con ciò giustificare il comportamento di quei signori che si sono rivolti in tal modo alla collega dimostrando di non essere certo dei galantuomini; ma ciò che mi indigna è vedere i parlamentari pentastellati reagire con violenza e chiedere pene esemplari per i colpevoli, quando sono stati proprio loro, da quando purtroppo siedono in Parlamento, ad usare espressioni volgari e offensive nei confronti degli avversari. E’ proprio vero quel che dice il proverbio, cioè che il bue dà del cornuto all’asino. Sentire una persona come la Taverna, repellente anche solo a vedersi e che sa esprimere soltanto ingiurie e turpiloquio, lamentarsi della volgarità altrui fa semplicemente sorridere, e fa anche pensare al livello infimo a cui è oggi arrivata la politica italiana.

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Nuovi barbari in Parlamento

Tutti noi, purtroppo, abbiamo visto in tv le vergognose scene svoltesi alla Camera dei deputati, dove la gazzarra scatenata dai deputati del “Movimento cinque stelle” ha fatto il giro del mondo e ha mostrato a tutti il livello di maleducazione, di volgarità e di barbarie vera e propria a cui i politici nostrani sono arrivati. Attila, al confronto, era un agnellino! L’esempio che viene dato ai cittadini, ed in particolare ai giovani che noi nella scuola stiamo faticosamente cercando di educare alla legalità ed alla tolleranza, è sotto gli occhi di tutti. In un paese civile, dove le leggi vengono rispettate, tutti coloro che si comportano così all’interno di un’istituzione, appartengano alla maggioranza o all’opposizione, sarebbero già stati sbattuti fuori dal Parlamento e inquisiti per i reati che hanno commesso. Si è perfino arrivati al vilipendio alle istituzioni, quando un deputato del M5S si è permesso perfino di dare del “boia” al Presidente della Repubblica. Come si possono tollerare simili comportamenti? Non c’è nessuno che reagisca, che faccia presente che in Italia c’è troppo garantismo, troppa impunità per chi commette reati di questo tipo? Tale è infatti l’agire di chi offende e diffama le istituzioni, a prescindere da chi le rappresenta. Per il suo passato comunista Napolitano non è simpatico neanche a me, e personalmente non l’avrei scelto per quell’incarico; ma una volta che è stato eletto, è dovere sacro di ogni cittadino rispettarlo per il ruolo che ricopre.
La verità è che Grillo ed i suoi si stanno accorgendo che chi li ha votati sta cambiando idea, perché tutti si sono resi conto che da un anno costoro stanno lì senza fare assolutamente nulla, ma sono capaci solo di urlare, insultare e dire di no sempre e comunque. La politica, ovunque nel mondo, è collaborazione, alleanza, compromesso con altri dalle diverse idee; costoro invece continuano a evitare il confronto con tutti, non collaborano con nessuno, rendendo totalmente inutili i voti di quei milioni di persone che hanno dato loro fiducia. L’urlo, l’insulto e il turpiloquio, oltre ad essere vergognosi di per sé, non cambiano nulla e finiscono per ritorcersi contro chi li usa, rendendo vani anche quegli argomenti che potrebbero essere condivisibili. Se conoscessero la storia, i cinque stelle saprebbero che solo con il dialogo pacato e civile si può ottenere di essere ascoltati; l’antipolitica, l’anarchia, la protesta fine a se stessa non hanno mai prodotto nulla di buono.

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Libertas e licentia, ovvero il linguaggio forbito del “Movimento Cinque Stalle”

Gli antichi Romani, saggi com’erano nella vita privata e soprattutto in quella pubblica, distinguevano nettamente tra due concetti: quello della “libertas”, che designava la condizione del cittadino libero ma soggetto alle leggi, e quello della “licentia”, ossia l’atteggiamento sfrenato e arrogante di chi credeva di potersi permettere tutto ed essere al di sopra delle leggi. Il primo dei due concetti era sacrosanto, il secondo invece esecrato e punito, soprattutto quando era assunto da chi aveva responsabilità politiche e cariche pubbliche. Anche il celebre Scipione Africano, il vincitore di Annibale, fu sottoposto a processo e condannato per corruzione, proprio perché si era arrogantemente preso la “licentia” di appropriarsi di una somma di denaro dovuta allo Stato.
Gli antichi, sia Greci che Romani, avevano il senso della misura e quindi, pur salvaguardando il principio della libertà di parola e di espressione, non permettevano mai che si oltrepassassero i limiti della decenza e del buon gusto. Ma oggi purtroppo, forse anche perché si è perduto il senso storico e non si conoscono abbastanza le norme del vivere civile in cui gli antichi erano grandi maestri, questo limite si è largamente superato e i due concetti di “libertas” e di “licentia” vengono grossolanamente confusi: da alcuni decenni a questa parte, infatti, si è affermata ovunque (in tv, sulla stampa, nella vita sociale e politica) la logica del “se pò fà”, cioè la falsa credenza che sia lecito a ciascuno di dire e fare quel che vuole, infischiandosene delle leggi scritte e di quelle non scritte, quelle cioè del decoro e della coscienza umana. Con la scusa della libertà di parola e di stampa, giornalisti e uomini politici, per non parlare della gente comune, credono di poter insultare impunemente chiunque, diffamando e calunniando vergognosamente coloro che ritengono i loro avversari (o meglio nemici), e inveendo sconciamente con insulti, parolacce ed espressioni che farebbero vergogna anche ai carrettieri e agli scaricatori di porto.
Finché la cosa rimane nei bar o nelle strade, passi; ma quando in tv o addirittura in parlamento si ricorre all’insulto e al turpiloquio come normale linguaggio di espressione politica, significa che la barbarie e la bestialità umana sono giunte a tal punto che personaggi come Attila o Ivan il Terribile al confronto sono agnellini. Basti pensare al comportamento indegno e vergognoso del Movimento Cinque Stelle, che sarebbe meglio chiamare “cinque stalle”, vista l’elevatezza culturale e umana dei loro rappresentanti parlamentari. Questi soggetti, che si fa fatica a definire esseri umani, si sono presentati come coloro che portavano l’onestà nella politica, che volevano mandare a casa i politici ladri, che avrebbero cambiato tutto in meglio, e così hanno ingannato i gonzi che li hanno votati. Poi, una volta entrati nelle istituzioni, non hanno mai fatto né proposto nulla di positivo, ma si sono limitati ad abbaiare come cani arrabbiati contro i “nemici”, distruggendo tutto e non costruendo mai nulla. Ultimamente, poi, se ne sono usciti con espressioni e affermazioni che neanche il più volgare cafone riconoscerebbe come sue: tra di esse l’ultima perla è certamente il discorso pronunciato al senato dalla Taverna (il nome dice tutto, ad indicare che tipo di donna sia costei) il giorno della decadenza di Berlusconi, il giorno in cui gli avvoltoi della sinistra e gli sciacalli del M5S hanno trionfato e brindato sul cadavere della loro preda, rivelando tutta la vigliaccheria che ben li distingue. La Taverna non solo ha insultato pesantemente il “nemico”, ma ha anche detto, con gran decoro e finezza femminile, di voler sputare addosso a Berlusconi.
Ecco, questo è il livello dei politici italiani. Ed il bello è che Beppe Grillo e i suoi si erano presentati come coloro che avrebbero portato grandi novità nella politica. E quali sono queste novità? Il turpiloquio, l’insulto, la diffamazione, la menzogna più sfrontata, proprio delle belle novità di cui possiamo andare fieri; e se Berlusconi, come dicono, ci ha reso ridicoli all’estero, che gran lustro ci darà la Taverna se all’estero conosceranno il linguaggio suo e dei suoi? Non solo nell’antica Grecia e Roma, incunaboli della nostra perduta civiltà, ma in nessun altro Paese civile sarebbe stato permesso a una donnetta ignorante e volgare di usare il linguaggio postribolare che, a quanto pare, le è familiare e col quale ha inteso infangare un “nemico” che invece, a dimostrazione della stupidità sua e dei suoi, finirà per favorire. In un Paese civile essa sarebbe stata quanto meno espulsa dal Senato per sempre e denunciata, come meriterebbe in pieno. Ma da noi, si sa, la libertà di insulto e di diffamazione, il turpiloquio, sono ormai tollerati e anzi anche lodati da una televisione e da certi giornali che sarebbero buoni soltanto per essere gettati nella spazzatura.
La violenza, verbale e non solo, del Movimento Cinque Stelle è sotto gli occhi di tutti e non può più esere tollerata: le istituzioni devono reagire, anche con leggi coercitive se necessario. Si permette ad un buffone come Grillo di insultare il Presidente della Repubblica e nessuno fa nulla? Non esiste più il reato di vilipendio alle istituzioni? Io non me lo spiego, se non pensando al timore che può incutere un mentecatto solo perché ha avuto i voti alle elezioni, fingendo di essere contro e al di fuori della politica tradizionale. Anche questo non è vero, perché i grillini hanno dimostrato con le loro esternazioni di non essere affatto “neutrali”, ma di avere tra le loro file tanti residuati bellici del vecchio sinistrume extraparlamentare e fiancheggiatore del terrorismo: si nota senza dubbio dal sostegno che danno, ad esempio, al movimento No-Tav, dai discorsi scellerati di chi tra loro ha esaltato gli assassini di Nassiryia, dalle farneticazioni di un certo Bernini (M5S) che ebbe a dire, in un intervento al parlamento, che l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle fu organizzato dagli americani stessi, e altre nefandezze simili che ci richiamano alla mente i proclami delle Brigate Rosse. Sono estremisti travestiti, individui pericolosi e violenti che lo Stato democratico non può tenere al suo interno, perché rischia di essere un cancro che distrugge da dentro le istituzioni stesse.

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Quale governo?

Sono passati quasi due mesi dalle elezioni politiche, e ancora siamo in alto mare per quanto riguarda la formazione di un governo. La cosa è spiacevole e dannosa, specie se consideriamo la situazione economica del Paese che non può più attendere, ed inoltre ci mette in cattiva luce con l’Europa e con il mondo. Certo, un risultato elettorale come quello cui abbiamo assistito non era prevedibile, specie per quel 25 per cento di qualunquisti che, per pura protesta e senza alcun progetto concreto, hanno dato il loro voto ad un’armata Brancaleone, a dei dilettanti allo sbaraglio che non hanno alcuna conoscenza della politica, né intendono prendersi alcuna responsabilità di fronte ai loro elettori. Perciò, forse tardivamente, molti italiani si sono accorti di avere sbagliato, perché la rabbia, le urla e gli insulti non conducono a nulla di positivo.
Rimangono in campo le altre due forze, il centrodestra ed il centrosinistra, più o meno con uguale consenso da parte dell’elettorato, salvo il fatto che una balorda legge elettorale (da cambiare subito!) concede il 55 per cento dei seggi a chi ha avuto solo il 29 per cento dei voti. Ma tant’è, c’è poco da fare in proposito. Ora però, se vogliamo seguire un ragionamento logico e nell’interesse del Paese, chi ha avuto la maggioranza (sia pur relativa) avrebbe l’obbligo di accordarsi con le altre forze per costituire un governo stabile ed in grado di varare quei provvedimenti di cui c’è tanto bisogno. Non c’è scelta: tolto di mezzo quel 25 per cento di avventurieri che non collaborano con nessuno, l’unica possibilità concreta e ammessa dai numeri (visto che la matematica non è un’opinione) è quella di un accordo tra i due maggiori partiti, cioè il PD ed il PDL. Tutti hanno capito che non c’è altro da fare, anche i bambini della scuola materna; gli unici che non lo hanno ancora compreso sono i falchi della sinistra tradizionale e postcomunista, a cominciare dal segretario del PD Bersani ed i suoi accoliti, irriducibile gruppo di “duri e puri” che mai verrebbero a patti col “nemico”. Così, per l’ostinazione di questi signori della sinistra, a due mesi quasi dalle elezioni non abbiamo ancora un governo e l’economia del Paese rischia di andare a rotoli, con conseguenze disastrose per tutti, anche per coloro, come i lavoratori del pubblico impiego, che finora si sono considerati al sicuro. Se questo accadrà, non resterà che individuare i colpevoli in coloro che, per odio ideologico, per chiusura mentale propria di un mondo ormai tramontato e per puri interessi di partito, non hanno voluto esperire l’unica soluzione possibile all’empasse attuale che ci fa canzonare da tutto il mondo. Eppure anche nel PD si sono levate voci di buon senso come quella di Renzi e di altri, che hanno cercato di far comprendere al segretario che di questo passo e con questa ostinazione non si andrà mai ad una soluzione; e per ricambio hanno ricevuto insulti da chi si ritiene infallibile, da chi pensa di avere il possesso assoluto della Verità e della Giustizia.
Io credo, piuttosto semplicemente, che questa assurda posizione di Bersani e C. derivi anzitutto dal timore di perdere voti e consensi all’interno del partito, in cui molte persone continuano ad odiare l’avversario e quindi male digerirebbero un accordo con il PDL e soprattutto con il suo presidente. Così i meschini interessi di partito e di conservazione delle poltrone prevalgono sulla logica e sul bene del Paese, di cui tutti si riempiono la bocca ma che nessuno vuole veramente. Eppure, mi viene da dire, un segretario di partito serio ed onesto avrebbe dovuto fare, come si dice oggi, “un passo indietro”, cioè dimettersi dopo la mancata vittoria alle elezioni; invece non solo Bersani non si muove, ma pretende addirittura di dominare e dirigere il partito come fosse un suo possesso, facendo dell’odio per il “nemico” di centrodestra il suo maggior argomento politico. Questo significa che, nonostante i vari nomi cambiati nel corso degli anni, quella parte del PD che fa capo a Bersani è ancora nostalgica di un’ideologia che la storia stessa ha dimostrato falsa e bugiarda.
E c’è anche un’altra cosa da dire, che riguarda una dichiarazione rilasciata ieri dallo stesso Bersani, il quale ha detto in sostanza di non poter governare con Brunetta o Gasparri, tanto per fare due nomi a caso. A parte il fatto che queste persone non sono né malfattori né affette da peste o malattie contagiose, ma poi, dico io, con quale autorità Bersani disprezza gli avversari quasi che lui fosse geneticamente superiore a loro? Io penso che anche questo sia un retaggio del passato, dei tempi dal ’68 in poi, quando i cosiddetti “intellettuali di sinistra” avevano (ed hanno ancora) la puzza sotto il naso, quella presunta superiorità umana e culturale che mai è stata dimostrata, ma che i radical-chic di oggi continuano impavidamente ad ostentare. A quanto pare Bersani ed i suoi considerano gli avversari come una razza inferiore con cui non avere contatti, così come i nobili di un tempo facevano con i contadini o i paesani, ai quali non rivolgevano nemmeno la parola. A me sembra che questo atteggiamento sia del tutto alieno dalla realtà attuale e si richiami a principi vecchi e ammuffiti come quello della lotta di classe, oggi improponibile perché non esistono più nemmeno le classi sociali di cui parlava il buon Marx. Ma non c’è da stupirsi: ormai siamo abituati alle contraddizioni ed alle buffonate dei politici, siamo – purtroppo – vaccinati contro tutte le fesserie di questo mondo.

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