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Narrativa attuale al femminile: sempre peggio!

In questi giorni di un’estate afosa come mai si era verificato prima (abbiamo raggiunto e superato i 40 gradi!) la mente non riesce a concentrarsi abbastanza e ad affrontare problemi impegnativi; per parte mia, ho deciso come tutti gli anni di non parlare di scuola in questo periodo ma dedicarmi ad altri argomenti, in quei pochi articoli che pubblicherò sul blog in questo mese di agosto. Di spunti ce ne sarebbero diversi: la politica e le sue contraddizioni degli ultimi tempi, le vacanze ed il modo di gestirle, il comportamento delle persone, che d’estate diventa più disinvolto e maleducato che mai. Un argomento particolare, che da sempre mi interessa e su cui ho scritto molto, sono le recensioni ad opere letterarie che ho letto di recente; ma con questo caldo diventa difficile, per me che leggo solo classici, concentrarsi su tutti gli aspetti importanti di un romanzo o una raccolta poetica. Attualmente, comunque, sto rileggendo la grande raccolta delle novelle di Pirandello, un autore che amo particolarmente perché a mio giudizio ha messo a nudo la vera natura dell’uomo; ma di questo parlerò in seguito, magari in un periodo più tranquillo e meno rovente di quello attuale. In questo post intendo invece ritornare brevemente sul problema della narrativa contemporanea, un vero concentrato di orrori che dimostra inequivocabilmente come l’arte, la vera arte letteraria, sia finita per sempre. I cosiddetti “scrittori” di oggi, secondo me, non meritano di essere ricordati neanche un giorno dopo la loro scomparsa, né di essere antologizzati o compresi in nessun manuale di storia letteraria, anzi nemmeno in un giornaletto parrocchiale.
Che la narrativa attuale fosse disastrosa e priva di ogni valore artistico l’avevo già detto su questo blog, dove da tempo sostengo la morte definitiva di tutte le arti in questa nostra sciagurata civiltà ipertecnologica; ma adesso voglio aggiungere un’osservazione particolare sui romanzi ed i racconti scritti da donne, che oggi vanno per la maggiore tanto che alcune case editrici, evidentemente animate dalla volontà di sprecare carta e denaro, hanno costituito collane di libri dedicate esclusivamente alle “scrittrici” (sempre tra virgolette). Girovagando per i supermercati, dove adesso si sta bene perché c’è l’aria condizionata, mi è capitato di sfogliare alcuni di questi libri scritti da donne italiane o straniere, ne ho letto qualche pagina e subito li ho rimessi a posto, perché di sprecare 12 o 15 euro per acquistarli non se ne parla, tanto poi finirebbero tra i rifiuti. L’impressione che ne ho ricavato è totalmente negativa, ma ciò non è una novità perché anche dei libri scritti dagli uomini ho dato lo stesso giudizio; solo che la scrittura femminile è ancora peggiore sotto certi aspetti, tra i quali ne illustro due in particolare. Il primo di essi è la mancanza totale di una struttura narrativa che possa dirsi tale: mancano completamente analisi caratteriali e approfondimenti psicologici, tutto il racconto si svolge sulla base di dialoghi serrati (battute di poche parole ciascuna, senza commenti di alcun genere) e di brevissime descrizioni di poche righe, che lasciano nel lettore il disgusto di un’aridità e di una banalità senza fine. I periodi sono brevi e sintatticamente disorganizzati, del tutto disarmonici, scritti con una faciloneria cronachistica tale da far pensare che qualunque bambino di terza elementare, se ben istruito da una brava maestra, saprebbe fare molto meglio. Un vero abominio, che non so proprio come si possa definire letteratura: mi pare di sporcare questo nobile sostantivo riferendolo agli scribacchini ed alle scribacchine di oggi.
Ma c’è un altro elemento della narrativa femminile che risalta da questi obbrobri che purtroppo vengono venduti, anche in migliaia di copie: una tendenza alle descrizioni crude che non è realismo (perché il realismo è caratteristica della vera letteratura), ma una squallida fiera dell’oscenità. Le “scrittrici” di oggi, forse per vendere di più questi loro capolavori, si abbassano sempre più al turpiloquio, a tutto ciò che è sporco e sconveniente, alle descrizioni minute e disgustose di atti sessuali, talvolta riferite in prima persona, tanto da far pensare che l’autrice abbia esperienza molto diretta di quelle cose, il che certo non le fa onore. Io non ho mai amato l’oscenità nella letteratura, se non quando è vera arte come in Aristofane o in Catullo; ma trovarla oggi negli scritti femminili mi fa ancora di più orrore, soprattutto perché mantengo un’immagine della donna certo più pura e rispettosa di quanto non sia la realtà. Da parte mia ho sempre pensato che l’emancipazione femminile consistesse nella giusta rivendicazione dei pari diritti tra i due sessi, che giudico sacrosanta; ma purtroppo ciò che dispiace constatare è che molte donne credono che, per raggiungere la parità con l’uomo, sia necessario imitarlo anche nelle sue abitudini più disonorevoli e disgustose. La donna non ha nulla da guadagnare nell’utilizzare il turpiloquio, la bestemmia o l’oscenità che prima era tipica solo dei maschi per essere al loro pari, poiché in tal modo non ottiene un’elevazione sociale né tanto meno morale, ma peggiora soltanto la propria immagine e prostituisce la propria dignità. Queste “scrittrici” che si beano nel descrivere atti osceni lo fanno certamente per solleticare i peggiori istinti dei maschi, che magari si eccitano di più a leggere quelle cose quando sanno che sono state scritte da donne; ma da ciò non si avvantaggia né il valore letterario di quei libri (che è pari a zero, come del resto anche di quelli scritti da uomini) né l’immagine stessa della donna, che perde ogni parvenza di dignità e diventa del tutto spregevole. Forse questo andazzo servirà a vendere più copie di questi obbrobri, e si sa che le case editrici mirano solo a quello, non interessa loro nulla del livello culturale di quanto pubblicano; ma costituiscono un’ulteriore caduta nella barbarie dell’incultura e della volgarità, di cui la nostra società ci ha dato e continua a darci tanti esempi.

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Insegnare italiano: croce e delizia

Se l’insegnamento, in tutti i gradi di istruzione e in tutte le discipline, comporta un impegno continuo e stressante da parte di chiunque intenda svolgere seriamente il proprio dovere, tanto più questa caratteristica si riscontra in chi insegna italiano, ed in particolare nell’ultima classe dei Licei e di tutti gli altri istituti superiori. Non so quanti saranno in sintonia con questa mia affermazione; da parte mia, però, posso dire in tutta sincerità che in tutti i miei anni di servizio precedenti, in cui insegnavo soltanto il latino ed il greco (appartengo alla classe 52), non ho mai fatto tanta fatica e non sono stato mai così stressato come in quello corrente, quando alle discipline classiche si è aggiunto l’italiano in una classe terminale, da portare all’esame di Stato. Ho compiuto il ciclo triennale completo dell’italiano con questa classe, che avevo anche nei due anni precedenti, e già mi ero accorto che la letteratura italiana, bellissima e affascinante senza dubbio, richiede però al docente un impegno comunque gravoso; ma mentre in terza ed in quarta il carico di lavoro è sopportabile, in quinta diventa un fardello pesantissimo, considerata l’enorme vastità del programma e del tempo a disposizione, assolutamente insufficiente, per svolgerlo in modo dignitoso.
Già la letteratura dell’800 è sterminata, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo: autori come Foscolo, Leopardi, Manzoni e Verga già da soli sarebbero più che sufficienti per impegnare un intero anno scolastico, considerato anche che alla trattazione teorica del loro pensiero e delle loro opere deve sempre aggiungersi la lettura antologica, effettuata in classe, dei capitoli, dei passi e delle poesie più importanti. I movimenti letterari come il Romanticismo, il Verismo, il Decadentismo necessitano anche di un’adeguata introduzione storica, ché altrimenti non vengono adeguatamente compresi; e anche per questo ci vuole del tempo. Ci sono poi i cosiddetti “minori”, che poi tanto minori non sono e vanno comunque trattati o almeno accennati, con tanto di letture antologiche. E come se ciò non bastasse, va detto che il tempo disponibile non può essere dedicato tutto alla trattazione dei vari argomenti ed alle letture: ci sono anche le verifiche, che in una classe numerosa portano via molte ore, in qualunque modo si vogliano effettuare.
Ma il vero problema del programma di italiano si presenta con la letteratura del ‘900, quando il numero dei movimenti letterari e degli autori, pur se meno titanici di quelli dell’800, si moltiplica. Attualmente (e siamo praticamente già a maggio) sto parlando di Pirandello, un autore a me molto gradito e sul quale sarebbe necessario restare un po’ di tempo, diciamo due settimane; ma allora quando mai avrei la possibilità di trattare anche le opere di Svevo, Ungaretti, Montale, Saba, Quasimodo ed altri ancora? Sarò costretto, come tanti altri colleghi, a correre per poter includere nel programma gli autori citati qui sopra, con i quali temo che il programma stesso dovrà chiudersi, quando ci sarebbero invece tante altre voci da trattare, da Tozzi a Moravia, da Tomasi di Lampedusa a Pasolini, tanto per citarne alcuni che credo abbiano lasciato un’impronta indelebile nella cultura del loro tempo. Ma tanti altri ce ne sarebbero, che non potremo nemmeno nominare, e di ciò mi dispiace alquanto, anche perché non vedo alcuna soluzione accettabile al problema. C’è chi parla di “tagli” da fare per agevolare il percorso ma io, che ho sempre fatto del senso storico uno dei cardini della mia impostazione didattica, non vedo come si possa parlare di Manzoni senza parlare prima di Foscolo, come si possa trattare Tasso se prima non si è trattato l’Ariosto, e così via. Sta di fatto che il problema mi grava sulla testa come un macigno; e dire che ho chiesto io l’insegnamento dell’italiano, sia per ampliare la mia cultura sia per fare qualcosa di diverso dai soliti programmi, pur bellissimi, di letteratura latina e greca, che ho svolto ininterrottamente per trentacinque anni.
L’insegnamento dell’italiano in un triennio superiore, come ho potuto constatare sulla mia pelle, è gravoso e impegnativo anche per quanto concerne la preparazione e la correzione degli elaborati scritti. Ai miei tempi il professore ci dava la scelta tra due temi, uno di letteratura e l’altro di attualità, le cui tracce si riassumevano in poche righe; adesso preparare un compito di italiano è invece complicatissimo, perché occorre anzitutto trovare un passo poetico o prosaico adatto per l’analisi del testo, corredato oltretutto da una griglia di richieste ben precise, ed inoltre, cosa ancor più gravosa, preordinare il cosiddetto “saggio breve” o articolo di giornale. Per realizzare un’opera del genere bisogna anzitutto pensare ad un argomento che non sia banale ma al tempo stesso adatto agli studenti di quella età, e poi corredare l’argomento stesso con una serie di testi di autori diversi e di diverse epoche, il cui pensiero sia però collegabile mediante un “filo rosso” che consenta allo studente di sviluppare un ragionamento organico e coerente. E qui affermo, senza esagerare, che un pomeriggio intero spesso non è sufficiente per preparare lo schema delle tracce da presentare per il compito; a ciò si aggiungono, com’è facilmente intuibile, altri due o tre pomeriggi per la correzione dei vari elaborati, alcuni dei quali sono oscuri nell’interpretazione di alcune parti oppure scritti con una grafia quasi illeggibile, il che consuma gli occhi del docente, oltre che logorarne la mente già notevolmente stressata.
Per un docente laureato in lettere classiche e da sempre dedito all’insegnamento delle lingue e letterature latina e greca, persona che solitamente conosce sì la letteratura italiana ma non è uno specialista in questo campo, questa disciplina rappresenta una fatica incommensurabile, che finisce per occupargli tutto o quasi il tempo libero. Resta però la soddisfazione di poter ampliare in tal modo i propri orizzonti culturali, prima un po’ troppo limitati al mondo antico, e di poter operare continui e affascinanti confronti tra la cultura classica e quella moderna. Tenendo conto di ciò, ed a parziale ritrattazione di quanto scritto prima, affermo qui di non essermi mai pentito di aver deviato un po’ dal mio insegnamento tradizionale per assumere anche quello dell’italiano, materia splendida e affascinante com’è la nostra letteratura, senz’altro la più bella del mondo. Nonostante i sacrifici, quindi, il gioco vale la candela.

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Il volto oscuro del progresso

Dalle più remote origini della società umana fino ad oggi l’evoluzione della specie viene comunemente definita con il termine “progresso”, che deriva dal verbo latino pro-gredior, cioè “andare avanti” ed ha quasi sempre coinciso, nell’immaginario popolare, con l’idea del miglioramento delle condizioni economiche e sociali. Ma già nel mondo antico qualcuno si accorse che le scoperte scientifiche, pur lodevoli in sé come frutto prelibato della mente umana, potevano comportare anche effetti indesiderati; anche per questa ragione, pertanto, tenevano ben separati i concetti di “scienza”, che altro non era se non una sorella della filosofia, e di “tecnologia”, cioè l’applicazione pratica delle scoperte stesse alla vita quotidiana. E se la prima si sviluppò moltissimo nel mondo antico (basti pensare alla “rivoluzione dimenticata”, come la chiama Lucio Russo, propria dell’età ellenistica), la seconda camminò invece molto più lentamente, tanto da restare ignota per molti secoli: sappiamo infatti che diverse scoperte scientifiche dell’antichità trovarono applicazione pratica solo a partire dai secoli XVI-XVII della nostra era. Non considerando qui, nel breve spazio di un post, tutte le motivazioni per cui ciò avvenne, vorrei soffermarmi su un singolo aspetto del problema, ossia la lucida disamina degli aspetti negativi del progresso già evidente negli scrittori antichi. Ciò potrebbe costituire, a mio giudizio, anche materia di un “percorso didattico”, per usare la terminologia corrente, da seguire nella scuola o nell’università.
Il primo significativo testo a riguardo è un passo del Fedro di Platone (274c), ove si parla di una divinità egiziana, Theuth, a cui erano attribuite tante scoperte atte a migliorare la vita degli uomini, tra le quali, ultima e più preziosa, quella dell’alfabeto e conseguentemente della scrittura. Narra Platone che quando Theuth presentò la sua scoperta al re Thamus, questi lo rimproverò anziché lodarlo, dicendogli: “O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità esse posseggano per coloro che le useranno. E cosí ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei [275 a] inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non piú dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei.” In pratica, Thamus (cioè Platone) aveva già chiaro il concetto, modernissimo, secondo cui gli strumenti che facilitano ed accelerano le facoltà umane ne determinano però anche l’indebolimento e l’atrofia. Per dimostrare quanto sia attuale il passo platonico basti pensare a quel che i docenti delle prime liceali lamentano a proposito dei loro alunni: “Non sanno neanche le tabelline!”. Per forza, adesso anche per calcolare 10 + 15 si prende la calcolatrice, e la memoria si atrofizza come un braccio che restasse legato al corpo per trent’anni! Ed anche riguardo ad altri aspetti negativi del progresso, come ad esempio la perdita dei valori morali e spirituali e il diffondersi del vizio conseguenti al lusso ed all’opulenza che le nostre società occidentali oggi vivono, troviamo illustri precedenti in diversi autori latini da Sallustio a Seneca Naturales Quaestiones (VII,31) a Plinio il Vecchio ed altri ancora.
Il tema del progresso scientifico e delle sue conseguenze è poi tornato in auge nei secoli della modernità, in coincidenza con le scoperte dei secoli XVII-XVIII, con la rivoluzione industriale di fine ‘700 e ancora con il diffondersi del Romanticismo nella prima metà del XIX secolo. Dei suoi effetti negativi ci parla in abbondanza il Leopardi, che vedeva nella scoperta del “vero” la fine delle illusioni e quindi la pur remota possibilità dell’uomo di raggiungere la felicità: tra i suoi numerosi testi che trattano questo argomento ricordo, ad esempio, un passo della canzone Ad Angelo Mai, dove il poeta lamenta la scomparsa dei miti e delle credenze in ignote e favolose genti che, pur false che fossero, davano luogo all’immaginazione e quindi all’illusione della felicità (vv. 97-103). “Ecco svaniro a un punto / e figurato è il mondo in breve carta; / ecco tutto è simile, e discoprendo, /solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta / il vero appena è giunto, / o caro immaginar; da te s’apparta / nostra mente in eterno.” Ed al grande recanatese, nel mostrare gli effetti negativi del progresso, si aggiungono altri grandi uomini del secolo passato, quello in cui la tecnologia ha più inciso sulla nostra vita. Per brevità cito soltanto tre di essi: Luigi Pirandello, soprattutto nel romanzo Quaderni di Serafino Gubbio operatore e nei Giganti della montagna, ultima e forse più grande sua opera; Pier Paolo Pasolini, che tra i suoi aforismi scrisse anche questo: “Non è affatto vero che io non credo nel progresso, io credo nel progresso. Non credo nello sviluppo. E nella fattispecie in questo sviluppo. Ed è questo sviluppo che dà alla mia natura gaia una svolta tremendamente triste, quasi tragica”; Albert Einstein, che metteva in guardia contro l’eccessivo tecnologismo, quando scrisse: “Temo il giorno in cui la tecnologia sopravanzerà la nostra umanità; quel giorno il mondo sarà popolato da una generazione di idioti.”
Le contraddizioni della nostra evoluzione tecnologica ed economica si vedono bene nella nostra società. A mio giudizio il problema si suddivide in due questioni: la prima è che le macchine e gli strumenti d’uso quotidiano sono spesso diventati non i nostri servi, ma i nostri padroni, hanno ottenebrato le nostre menti: basti pensare ai cellulari, strumenti dannosissimi di cui tante persone non riescono a fare a meno neanche per un’ora, oppure alle automobili, usate da tutti anche per percorrere cento metri, perché nessuno ormai va più a piedi. In questo modo l’uomo, come prevedeva Pirandello, si è messo al servizio della macchina, ne è divenuto schiavo, e nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria, come dice Seneca in un passo della celeberrima Epistola 47. La seconda questione è che l’ansia tutta moderna per inventare continuamente cose nuove a scopo di profitto (perché è l’aspirazione al guadagno ciò che guida con imperiosa dittatura le società moderne) induce a realizzare beni ed accessori poco utili, se non addirittura superflui, di cui si potrebbe benissimo fare a meno. Pensiamo alla tecnologia automobilistica: certi accessori montati sulle auto moderne sono del tutto ininfluenti sulla funzione generale che questo bene così diffuso deve svolgere. A cosa servono i cerchi in lega, che costano molto e non fanno nulla in più di quelli normali? A cosa servono sei-otto altoparlanti per l’autoradio quando ne basterebbero due? E soprattutto: a cosa servono i vetri elettrici quando chiunque può aprire il finestrino usando semplicemente una manovella? Quest’ultimo accessorio è addirittura dannoso a volte: qualche tempo fa mia moglie era alla guida e, credendo di alzare il vetro dalla sua parte ha alzato invece il mio, schiacciandomi la mano e facendomi un male cane. Se ci fosse stata la manovella ciò non sarebbe avvenuto. Ovviamente queste sono banalità, ma pur sempre indicative di come la tecnologia a volte superi se stessa sconfinando nell’inutile e perfino nel dannoso. E qui bisognerebbe parlare dell’inquinamento ambientale, dell’effetto serra e di tanti problemi ben più importanti delle insulsaggini che ho detto io. Ma il post è già abbastanza lungo e bisogna chiudere; vuol dire che delle altre conseguenze negative dello stile di vita attuale parlerò in altre occasioni. Per adesso mi basta aver gettato questo sasso nello stagno, sperando che qualcuno lo raccolga.

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Quali letture per le vacanze?

L’estate è forse la stagione in cui le persone leggono di più, almeno quelle che sono abituate a farlo; negli altri periodi dell’anno, infatti, tutti noi siamo oberati dagli impegni di lavoro, e quindi resta poco tempo per le letture piacevoli, quelle di svago, diciamo. Noi docenti non smettiamo mai di leggere e di aggiornarci perché ciò è richiesto dalla nostra professione; ma d’estate possiamo anche uscire fuori dai testi che ci accompagnano di solito e dedicarci ad libri e autori non direttamente legati ai nostri programmi. Questa affermazione non vale per il sottoscritto, perché durante il prossimo anno scolastico insegnerò italiano in una quinta, classe da condurre all’esame, e quindi ciò che mi aspetta nel periodo estivo sono i grandi autori dell’800 e del ‘900 che saranno oggetto del mio prossimo lavoro: Foscolo, Manzoni, Leopardi, Verga, Pirandello, Svevo, Montale, Saba, Pasolini ecc. C’è tanto materiale da soffocare, per il quale ci vorrebbero non una ma dieci estati. Sono autori che ovviamente già conosco, ma che debbo approfondire in quanto da molti anni ho lasciato l’insegnamento dell’italiano per quello del latino e del greco nel triennio del liceo Classico; poi, avendo chiesto e ottenuto questo insegnamento in una terza, dovevo pur sapere che questi ragazzi sarebbero arrivati in quinta; quindi era tutto previsto, anche che la mia estate di quest’anno fosse occupata in maniera totale.
Escluso quindi il sottoscritto, quali autori e quali libri mi sento di consigliare alle persone di cultura, che non vogliono limitarsi a sfogliare giornali o romanzetti da quattro soldi (quelli che vengono scritti oggi) che dell’arte non hanno nemmeno l’odore? Occorre tener conto che concentrarsi nella lettura sotto l’ombrellone è difficile, perché in spiaggia ci sono tanti rumori fastidiosi che ci disturbano continuamente: la musica fracassona dello stabilimento balneare, i seccatori che ti vengono a chiedere di comprare qualcosa, i sempliciotti che giocano a racchettoni o a pallone sul bagnasciuga e ti tirano la palla addosso, i cani che abbaiano, le vicine d’ombrellone che cinguettano maldicenze sui mariti o sulle nuore e tante altre cose. Consiglio perciò di dedicarsi alla lettura in luoghi diversi dalla spiaggia: chi va in montagna può sedersi su una panchina al fresco e aprire lì il libro, ad esempio, oppure ci si può recare in un giardino pubblico o una pineta, o anche sul balcone di casa, basta che non ci siano troppi rumori molesti. Dico ciò perché quando si legge un libro bisogna andare lentamente, assaporare ogni pagina, rileggere più volte ciò che ci è piaciuto o ciò che non si è compreso bene, esaminare sì il contenuto ma anche la lingua e lo stile dell’autore, poiché anche gli elementi formali fanno parte del valore letterario di un’opera.
Detto questo, è chiara la mia preferenza per gli scrittori classici, termine con cui ovviamente non mi riferisco solo agli antichi, ma anche ai moderni, anzi soprattutto a questi, giacché non posso pretendere che chi non ha fatto studi classici si entusiasmi di fronte a Omero, Virgilio, Tucidide o Tacito. Forse leggerà anche questi, ma sarà portato maggiormente agli autori degli ultimi secoli. Per me va benissimo, purché siano classici, quegli autori cioè che, secondo una celebre definizione, non finiscono mai di dire ciò che hanno da dire. Personalmente, oltre alla letteratura italiana che viene sempre al primo posto, ho una spiccata predilezione per gli scrittori russi, che raccomando a chiunque voglia conoscere qualcosa di profondo e grandioso, che faccia riflettere sui grandi problemi del mondo e della vita umana: tra di essi consiglio prima di tutto Dostoevskij, forse il maggiore di tutti, e poi Tolstoi, Puskin, Gogol e Cechov. Anche su questo blog ho avuto occasione di recensire, con grande piacere e ammirazione, Le notti bianche di Dostoevskij e L’uomo nella fodera di Cechov, un racconto attualissimo che riflette la mentalità di tante persone del nostro tempo e che narra – guarda caso – la storia personale di un professore di greco. Molto belli sono anche i romanzi francesi dell’800, da Hugo a Flaubert, da Stendhal a Maupassant fino al Camus della Peste; lo stesso dicasi per gli inglesi e americani, sebbene siano un po’ più distanti dalla nostra mentalità “mediterranea”: io ho letto con grande interesse i romanzi gotici inglesi per il fascino dell’horror e del soprannaturale, dal Frankenstein di Mary Shelley a Edgar Allan Poe, allo stupendo Dracula di Bram Stoker. Questa per il gotico è una preferenza mia personale, ma altri grandi scrittori anglosassoni sono capaci di suscitare grandi emozioni: cito ad esempio i romanzi di Dickens (qui sul blog ho recensito Oliver Twist), quelli di Stevenson (non si può non conoscere Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hide!) e, per quanto riguarda l’America, Hawthorne (in particolare La lettera scarlatta, prima importante denuncia contro i pregiudizi popolari) ed Hemingway.
Questa ovviamente è una semplificazione estrema, perché gli scrittori ed i poeti sono migliaia, di tutte le letterature, ed è naturale che ciascuno scelga ciò che più gli piace. L’importante, secondo me, è che non si perda mai l’abitudine a leggere, dato che, come recitava uno slogan in voga qualche anno fa, leggere allunga la vita. Più che allungarla, a mio parere, la rende migliore, perché il nostro cervello – come ogni altra parte di noi – ha bisogno di restare in attività, essere esercitato in ogni momento per poter durare più a lungo e nelle migliori condizioni. E’ però fondamentale che ciò che si legge non ci lasci indifferenti, ma cambi qualcosa nel nostro animo, come diceva l’anonimo autore antico del trattato Del sublime; ma perché ciò avvenga è necessario, a mio parere, che gli scrittori scelti siano classici, autori cioè di opere immortali; da questo novero escludo totalmente gli scribacchini di oggi, che pubblicano libri osceni e dalla sintassi claudicante, scritti in cui una maestra elementare troverebbe molti errori da segnare con la penna rossa. Non voglio fare nomi, perché dovrei farli di tutti quelli che oggi riescono, magari con conoscenze o altri mezzi discutibili, a vedere pubblicate le nefandezze che scrivono. Ed un’ultima cosa mi sento di consigliare: che la lettura avvenga con il libro cartaceo, infinitamente più bello e più utile di quelli sui supporti elettronici, che dipendono dalla carica della batteria e rovinano la vista del lettore. Un libro di carta è un tesoro di cultura che resta sempre in una casa; un hard disk si può invece rompere e allora si perde tutto. La tecnologia è utile in certi casi, ma in altri è meglio tornare alla tradizione, più genuina e di gran lunga più affascinante.

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Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo

Come più volte ho scritto in questo blog, io leggo soltanto le opere letterarie classiche, intendendo per classici però ovviamente non solo quelli antichi, ma anche i moderni almeno fino all’epoca della seconda guerra mondiale, o poco oltre; non leggo mai invece quello che viene prodotto oggi o negli ultimi 50 anni, perché considero i cosiddetti “scrittori” attuali come pennivendoli e imbrattacarte che non conoscono non solo le regole fondamentali della narrativa, ma spesso neanche la sintassi italiana, figuriamoci quindi se possono essere accolti nell’ambito della grande letteratura! Purtroppo in questi nostri sciagurati tempi è morta ogni altra forma di arte, e quella dello scrivere non fa eccezione.
Così, in questa estate, ho letto con estrema attenzione il romanzo Oliver Twist di Charles Dickens (1812-1870), di cui avevo conosciuto ed apprezzato altri capolavori come Davide Copperfield. Questo romanzo, che narra la storia di un povero bambino orfano che cresce in un ospizio tra maltrattamenti e privazioni, mi ha inizialmente entusiasmato, sia per la profonda capacità narrativa dell’autore sia per la grande analisi psicologica che mette in atto, oltre che per la vigorosa raffigurazione dell’Inghilterra vittoriana del XIX secolo: ottime sono le descrizioni delle persone e dei loro caratteri, dei paesaggi di città e campagna, delle contraddizioni che si manifestavano in quei tempi grandi e tristi nello stesso momento, in cui le differenze sociali erano talmente marcate da rivelare con impressionante crudezza il divario esistente tra le regge dei ricchi ed i miseri tuguri dei poveri, sempre impegnati nella difficile impresa di sopravvivere in una Londra minata dall’indigenza e dal conseguente dilagare della criminalità. In questo mondo contraddittorio e crudele si muove il piccolo protagonista, che affronta alterne vicende ma riesce sempre e comunque a mantenere la propria dignità scontando colpe non sue ma ritrovando infine la sua redenzione totale e definitiva. Maltrattato e sfruttato da una banda di criminali che lo tiene a lungo con sé, Oliver non si integra mai in quella loro mentalità, anzi dal contrasto emerge ancora di più la sua indole buona e generosa, una luce che non smette mai di brillare in un mondo totalmente oscuro.
Grande capolavoro, dunque, Oliver Twist? A giudicare dai giudizi della critica e dalla grande fortuna che ha avuto anche in ambiti diversi da quello letterario (ci sono state ben 15 riprese cinematografiche, contando solo le principali!) sembrerebbe di sì. Eppure, nonostante la bellezza delle descrizioni e l’eleganza dello sviluppo narrativo d’insieme, nonostante il realismo e la sottile ironia con cui viene descritta l’Inghilterra dell’età vittoriana, qualche difetto emerge in quest’opera, almeno a giudizio di noi uomini del XXI secolo. I caratteri più popolari, ma anche più banali, dello spirito romantico dell’epoca ci sono tutti, a partire da un sentimentalismo che ai nostri occhi appare eccessivo: passioni senza limiti né controllo, ad esempio, sono frequenti nel romanzo, dove il pianto e la disperazione si presentano in ogni momento e ben oltre il loro consueto manifestarsi nella vita reale; amore e odio hanno dimensioni alterate ed un po’ esagerate, senza alcun termine di mediazione. Questo visione manichea della realtà si manifesta poi in ogni carattere umano , assolutamente votato al bene o al male, tanto che a personaggi totalmente positivi (lo stesso Oliver, il signor Brownlow che lo accoglie, la signorina Rose ecc.) fanno riscontro altri perversamente malvagi e negativi (l’ebreo Fagin, lo scassinatore Sikes ed altri); non c’è praticamente alcun elemento di grigio, ma si passa inesorabilmente dal bianco al nero, come se il bene ed il male fossero due categorie assolute delle quali l’uomo può assorbirne una sola, restando del tutto al di fuori dell’altra. Non manca poi un altro elemento romantico per eccellenza, quello della redenzione della “donna perduta” di cui molti esempi troviamo nella letteratura dell’800, primo tra tutti La signora delle camelie di Alexandre Dumas da cui deriva La traviata del nostro grande Giuseppe Verdi. Nel romanzo di Dickens la figura di Nancy corrisponde proprio questo stereotipo: pur essendo vissuta sempre tra violenze e privazioni, costretta a vendere il proprio corpo e fatta compagna e schiava dal malvagio Sikes, ella conserva però nel suo animo un’innata bontà, che la spinge a tradire il suo aguzzino non per un vantaggio personale ma per il trionfo della giustizia, nel nome del quale pagherà con la vita questo suo atto di redenzione. I tratti convenzionali dell’eroina romantica ci sono tutti, e qui dobbiamo dire che Dickens è stato profondamente influenzato dal clima letterario e culturale vigente ai suoi tempi. Anche il lieto fine dell’opera corrisponde a questa aspirazione borghese ottocentesca ad un mondo migliore, dove il bene e la giustizia finiscono sempre per trionfare: così muoiono o vanno in rovina tutti i personaggi negativi del romanzo, mentre quelli positivi vivono tutti “felici e contenti”, non solo il piccolo Oliver che trova finalmente una famiglia ed una vita dignitosa, ma anche gli altri che l’hanno sostenuto ed aiutato in modo totalmente generoso e disinteressato.
Questi elementi qui esposti, a mio giudizio, fanno di Oliver Twist una grande opera sì, ma poco corrispondente alla realtà quotidiana, dove purtroppo non sempre trionfa il bene ed il male soccombe, ma spesso accade l’esatto contrario. Oggi poi, dopo la scoperta freudiana dell’inconscio e lo sviluppo ulteriore e conseguente della letteratura (si pensi, anche solo per l’Italia, a Svevo e Pirandello) non è più accettata una frattura così netta e manichea tra il bene ed il male, perché il carattere umano è più complesso di quanto si pensava ai tempi di Dickens e non è più racchiudibile semplicemente in una delle due categorie. Dobbiamo poi tener conto del fatto che quando Dickens scrisse il nostro romanzo aveva circa 25-26 anni e non aveva quindi ancora raggiunto la piena maturità artistica, il che potrebbe spiegare alcune incoerenze e inverosimiglianze che vi si manifestano, come ad esempio il fatto che il piccolo Oliver orfano e ramingo giunga in una Londra che già allora contava oltre mezzo milione di abitanti e vada a finire proprio nella casa della persona che aveva conosciuto suo padre, dove trova un ritratto che raffigurava i suoi parenti ed in base al quale il suo protettore ne scopre le origini. Sono espedienti da commedia classica, tipici di Plauto e Terenzio, che ancora sopravvivono nella letteratura moderna ma che non rispondono ai tratti del realismo alla Auerbach o anche soltanto ai canoni narrativi appena successivi del naturalismo francese e del verismo italiano. Con tutto ciò Oliver Twist rimane un capolavoro ed una grande testimonianza di quei tempi e di quella società, ed è dotato di una forza espressiva e di un fascino coinvolgente che gli scritti attuali non possono neanche sognarsi di raggiungere. La vera letteratura è questa, un’arte grandissima che oggi, nell’era di internet e della tecnologia, non esiste più, né mai esisterà in futuro. Per nostra fortuna tuttavia, visto lo squallore del presente, possiamo ancora dilettarci e commuoverci con le opere del passato, che, come dice Seneca, nessuno potrà mai toglierci perché appartengono a noi come noi stessi apparteniamo a loro.

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Una nuova esperienza: insegnare italiano

Grazie al fatto che le due classi di concorso n° 51 (materie letterarie e latino) e 52 (materie letterarie, latino e greco) sono state praticamente unificate dal Ministero, soprattutto per salvaguardare la 52 che è in sofferenza a livello nazionale, quest’anno ho potuto anch’io fare un’esperienza che desideravo da molto tempo: insegnare anche italiano, oltre che latino e greco, in una classe del triennio del Liceo Classico. E dopo appena un mese da che è iniziata questa esperienza debbo dire che non me ne pento affatto, anzi ne sono sempre più convinto; una ventata di aria nuova, a mio parere, è sempre salutare anche dopo 34 anni di insegnamento quanti sono appunto quelli che ho sulle spalle, e consente di rivedere contenuti un tempo studiati ma poi, trascurati per decenni, un po’ arrugginiti, se non offuscati del tutto. Ritengo sia opportuno per noi docenti rimettersi in gioco svolgendo attività nuove, per evitare di ripetere ogni anno – più o meno – gli stessi argomenti e anche per tenere in allenamento le nostre facoltà mentali, cosa di cui c’è bisogno ad una certa età. Insegnare anche italiano, inoltre, mi dà la possibilità di operare confronti tra le varie epoche della produzione letteraria e di non restare confinato in un’unica dimensione – quella dell’antichità classica – che è sì fondamentale ma non atemporale e conclusa in se stessa. Debbo dire anche, in aggiunta, che ho sempre avuto una grande ammirazione per la letteratura italiana, senza dubbio la più bella del mondo, la cui approfondita conoscenza giudico irrinunciabile per i nostri studenti e per chiunque voglia chiamarsi persona di cultura.
Ciò detto, ho però dovuto constatare che l’insegnamento dell’italiano, nella scuola attuale, non è affatto impresa facile. Una prima difficoltà si presenta con la formulazione dei compiti scritti, oggi molto più complessi e articolati di quelli di un tempo: quando andavamo a scuola noi, infatti, c’era il classico “tema” di argomento letterario, storico o generale, e nient’altro. Oggi invece, in previsione dell’esame di Stato, dobbiamo abituare gli alunni ad altri esercizi, non facili da formulare e da correggere: l’analisi del testo, il saggio breve, l’articolo di giornale ecc. Questo comporta per i docenti una fatica ben maggiore: i nostri professori, infatti, formulavano solo due o tre titoli di temi, mentre noi dobbiamo andare a cercare testi adatti e corredarli con una serie di richieste e quesiti adatti alla classe frequentata dagli studenti, ed inoltre trovare articoli, saggi critici, pagine di libri o quotidiani da cui ricavare il materiale che gli studenti dovranno consultare per il saggio breve. Un’impresa difficile e complicata, cui si aggiunge la fatica della correzione degli elaborati, più lunga e pesante di quella occorrente per rivedere un compito di latino o di greco.
Il docente di italiano, in aggiunta a quanto detto sopra, ha anche l’ingrato compito di condurre lo studente a sapersi esprimere correttamente, fluidamente e possibilmente senza errori sintattici, morfologici ed ortografici; e questo perché il codice lingua, nonostante l’invadenza proterva dei nuovi strumenti multimediali e della “civiltà dell’immagine”, resta ancora fondamentale e insostituibile. Ma è cosa niente affatto agevole correggere usi ed errori inveterati dai tempi delle elementari, così come condurre ad un’adeguata proprietà di linguaggio chi è abituato ad un lessico povero e consuetudinario, quando non addirittura inficiato da idiotismi ed espressioni vernacolari. La storia della letteratura inoltre, bellissima in sé, può però nascondere il pericolo di un condizionamento ideologico del docente e degli alunni stessi, dato che i libri di testo sono spesso tendenziosi ed anche il docente stesso, nell’affrontare argomenti vicini all’attualità, non può fare a meno di lasciar trasparire la sua visione del mondo, che è poi la politica in senso lato ma anche, talora, in senso stretto. E’ vero che anche Dante era un politico, e di quelli impegnati al massimo grado; ma oggi, in un clima ove persino i classici concetti di destra e di sinistra sembrano non avere più alcun senso, si corre il rischio di lasciare perplesso chi ci ascolta e forse di confondergli le idee, anziché chiarirgliele. Occorre perciò molta cautela ed equilibrio nel trattare autori come Manzoni, Verga, Pirandello, D’Annunzio ed ancor più quelli più recenti.
Queste sono le considerazioni sulle difficoltà dell’insegnamento che mi vengono in mente adesso, e sono certo che i problemi da affrontare non saranno di poco conto; ma sono anche convinto che la passione per l’insegnamento e l’entusiasmo che ho sempre provato al pensiero di poter mettere a disposizione di altri quel poco sapere che mi ritrovo, mi faranno comunque trovare una via d’uscita. Ed è questo l’augurio che formulo non soltanto a me stesso, ma anche a tutti i colleghi che ogni giorno, con tanta competenza e professionalità, svolgono come meglio possono questo difficile lavoro.

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Esame di Stato 2014: tracce banali e penalizzazione del Liceo Classico

E’ un vizio tipico di noi italiani lamentarci sempre di tutto, e noi docenti non facciamo certo eccezione, anzi, siamo peggiori degli altri. Consapevole di questo, io cerco spesso di giustificare o almeno di comprendere l’operato dei nostri parlamentari e dei nostri governanti; ma purtroppo, nonostante la mia buona volontà, spesso non posso fare a meno di protestare contro decisioni che mi sembrano irrazionali e contraddittorie.
L’ultima occasione è appunto quella che riguarda le tracce ministeriali dell’esame di Stato in corso di svolgimento, per quanto attiene alle prime due prove scritte, le quali, notoriamente, sono uguali in tutta Italia. Cominciamo dalla prima, cioè le tracce proposte per la prova di italiano. Per l’analisi del testo è stata scelta una poesia di Quasimodo, bella sì ma difficile da interpretare in alcuni passi, certamente ermetici e poco comprensibili per ragazzi diciannovenni dei licei e degli istituti tecnici; va anche detto che, nella stragrande maggioranza dei casi, il vastissimo programma di letteratura italiana dell’ultimo anno di corso non arriva a trattare questo poeta, e ciò ovviamente aumenta le difficoltà interpretative per i malcapitati che dovevano svolgere la prova. Una scelta inopportuna, quindi, così come quella che riguarda il cosiddetto “saggio breve” o “articolo di giornale”, novità di berlingueriana memoria che altro risultato non ha ottenuto se non quello di complicare ulteriormente questa prova già di per sé tutt’altro che facile. Senza discutere degli argomenti, non certo esaltanti e piuttosto scontati (la tecnologia pervasiva ad esempio), c’è da dire che il nostro Ministero ha corredato i titoli con testi a mio avviso malposti e incompleti: tutti i contributi su cui gli alunni dovevano riflettere per elaborare poi una propria interpretazione erano recentissimi (dal 2009 al 2014) e appartenevano a saggisti o giornalisti, con esclusione di tutti gli scrittori classici e moderni che pure avevano scritto pagine importanti al riguardo. Un esempio: il saggio sul “dono”, corredato oltretutto con fotografie di quadri come la “donazione di Costantino” che non c’entravano nulla, non teneva conto affatto di chi, come Seneca nel trattato “De beneficiis”, si era occupato dell’argomento con grande saggezza; e quello sulla tecnologia, per fare un altro esempio, riportava solo scritti recentissimi, senza tener conto che sul problema dell’invadenza tecnologica che limita o distrugge l’essenza dell’uomo si erano già espressi illustri scrittori come Pirandello, nel romanzo “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” o nei “Giganti della montagna”. Perché questa sbornia per l’attualità, che porta a trascurare tutto ciò che c’è stato prima degli anni 2000? Non vorrei che si trattasse di pura ignoranza. So di essere malevolo in questa affermazione, ma è proverbio ben noto quello che dice che a pensar male ci si azzecca sempre (o quasi).
E veniamo adesso alla seconda prova, quella di oggi 19 giugno. Al Liceo Classico è stato assegnato da tradurre un brano di greco di Luciano, dal titolo “L’ignoranza acceca gli uomini”. Forse i dotti del Ministero, nell’apporre questo titolo, alludevano a se stessi? Mah, sta di fatto che il brano, pur non essendo micidiale come quello di Aristotele di due anni fa, aveva pur sempre le sue brave difficoltà, specie per gli studenti attuali che, com’è noto, sono sempre più disarmati di fronte alle traduzioni dal greco e dal latino, per le ragioni che ho esposto in altri post e che qui non posso ripetere per ragioni di spazio. Io da tempo vado sostenendo, anche con lettere ed e-mail agli ispettori e ai direttori generali del Ministero, che sarebbe il caso di provvedere ormai a rivedere questa seconda prova del Liceo Classico, che continua ancor oggi, dopo 80 anni dall’istituzione dell’esame di Stato, ad essere costituita solo ed unicamente dalla traduzione, come se questa fosse l’unica competenza che i nostri studenti debbono raggiungere nel loro corso di studi. Io mi chiedo allora perché la prova del Liceo Scientifico è stata modificata anni fa, così che gli studenti possono scegliere uno tra due problemi e cinque tra dieci quesiti, privilegiando ovviamente quelli che sanno di poter svolgere meglio. Perché al Classico questa opportunità non viene concessa e si continua ancora, nel 2014, con questa versione unica e imposta dall’alto, senza che gli studenti possano scegliere alcunché? Il bello è che i nostri ministri (più di tutti Profumo, ma anche gli altri) ci bombardano continuamente con la necessità di adottare le nuove tecnologie, ci impongono l’uso di computers, tablets e LIM che non servono a nulla se non ad arricchire le ditte produttrici, e poi all’esame ci rifilano la stessa versione di greco o latino come si faceva ai tempi di Gentile. Non è una contraddizione questa? Al Ministero sono moderni solo quando loro conviene, mentre si continua a penalizzare il Liceo Classico, del quale a quanto pare si vuole l’estinzione, proprio perché gli studenti che escono da questa scuola sanno ragionare con la propria testa, interpretare in modo autonomo e consapevole la realtà che li circonda, e questo evidentemente dà fastidio a chi vuole che la scuola formi non cittadini responsabili, ma automi capaci solo di schiacciare tasti di un computer e di obbedire proni alle leggi del mercato. Tutto il resto non conta. Ed io credo che sia proprio questo il motivo per cui il Liceo Classico deve sostenere le stesse prove di 80 anni fa (in qualche caso, persino più difficili di quelle di allora!), perché lo si vuole penalizzare, far passare come una scuola anacronistica e non consona ai tempi moderni. E’ vero l’esatto contrario, ma sembra proprio che per qualcuno questa verità sia molto scomoda.

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