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Riflessioni sul terrorismo nostrano

Lo scorso 9 maggio, anniversario del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro brutalmente ucciso dalle Brigate Rosse, è stata indicata come la giornata della memoria delle vittime del terrorismo degli anni ’70 e ’80, un periodo terribile della nostra storia. Già da quel giorno avrei voluto inserire un post sull’argomento, dato che in quegli anni io c’ero; ma poi purtroppo i vari impegni di lavoro, che per noi docenti sono particolarmente pressanti in questo periodo dell’anno scolastico, me l’hanno impedito. Trovando oggi un momento libero, desidero dire la mia opinione su quella stagione nefasta della storia della Repubblica italiana, essendo pienamente consapevole che il mio modo di pensare non sarà condiviso se non da pochi, perché non è esattamente allineato con quello che oggi è la mentalità comune, il cosiddetto “politically correct”.
In quegli anni la lotta ideologica era prevalente ovunque, specie nelle scuole e nelle università; i vari gruppi di studenti e “ideologi”, quasi esclusivamente appartenenti ai movimenti della sinistra extraparlamentare, compivano ogni sorta di violenze, come le occupazioni delle facoltà universitarie, i cortei con assalti alle forze dell’ordine, la stampa provocatoria che incitava all’odio di classe ed all’eliminazione fisica della cosiddetta “borghesia”. E tutto ciò avveniva nell’assoluta indifferenza delle autorità statali, le quali avrebbero dovuto immediatamente sgomberare i locali occupati e cacciare a legnate gli occupanti, per garantire a chi voleva studiare l’esercizio dei propri diritti. In quegli anni chi, come il sottoscritto, non si allineava a quelle idee sovversive che avevano contagiato quasi per intero il mondo della cultura (anche i docenti universitari erano quasi tutti di estrema sinistra) aveva vita difficile perché, pur riuscendo ad evitare violenze fisiche se non manifestava apertamente il suo dissenso, ne subiva comunque di psicologiche, come ad esempio il divieto di poter frequentare regolarmente le lezioni universitarie o quello di poter attraversare una città senza imbattersi in una folla di facinorosi con le bandiere rosse, urlanti e pronti a lanciare bottiglie Molotov ed altro contro la polizia. Da questo clima di esaltazione ideologica marxista, che utilizzava la violenza e la prevaricazione contro chiunque non fosse dalla propria parte, definendo “fascisti” tutti coloro che si distaccavano dalle loro idee (compresi quelli del PCI ortodosso), nacque poi il terrorismo vero e proprio, quello dei gruppi armati che intendevano fare a loro modo la rivoluzione uccidendo a tradimento funzionari dello Stato, magistrati, politici ed anche persone comuni che, per loro sventura, si erano trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. La vittima più illustre di questi assassini – perché tali erano e non li si può definire in modo diverso – fu il parlamentare democristiano Aldo Moro, rapito il 16 marzo del 1978 con la strage di cinque uomini della sua scorta, poi processato da un sedicente “tribunale del popolo”, condannato a morte e barbaramente trucidato. Il suo cadavere fu fatto ritrovare a Roma il 9 maggio di quello stesso 1978, e si può immaginare l’effetto che questo evento ebbe su di me, che mi ero laureato il giorno precedente e che proprio allora cominciavo a nutrire belle speranze per il mio futuro.
La mia reazione al momento fu di un’infinita indignazione e il desiderio profondo, irrealizzabile peraltro, che questi assassini pagassero con la vita i loro delitti. Sapevo che la Costituzione aveva abolito la pena di morte, ma c’era comunque un’eccezione rappresentata dallo stato di guerra, durante il quale poteva essere ripristinata la legge marziale; e poiché i brigatisti avevano dichiarato guerra allo Stato e si consideravano, quando erano catturati, prigionieri politici, lo Stato avrebbe potuto applicare verso di loro il codice di guerra e farli giudicare da tribunali militari. Ma le cose non andarono così; è anzi accaduto quasi il contrario, nel senso che i terroristi assassini delle BR non hanno pagato neanche quello che sarebbe stato il minimo da infliggere loro, cioè il carcere a vita, quello che io, formatomi con la cultura classica che considerava come gravissimi i reati contro lo Stato, ritenevo giusto e inevitabile. Dopo qualche anno passato in prigione, queste belve umane sono addirittura state messe in semilibertà e poi liberate del tutto; e oggi dobbiamo tollerare con infinito disgusto il fatto che gli ex terroristi non solo non sono più in carcere, ma si permettono anche di tenere conferenze, scrivere libri e guadagnarci alla faccia di chi li acquista, farsi vedere in televisione e perfino iscriversi ai social network come Facebook e avere degli “amici”, moralmente corresponsabili della loro delinquenza. Cosa dire adesso alle famiglie delle vittime innocenti? Come deve sentirsi chi ha perduto un padre, un fratello o altri quando vede queste persone sorridere e dare interviste in televisione come se fossero benemeriti? Ci sono delitti che non possono essere perdonati, nemmeno a distanza di secoli. E poi si ha il coraggio di sostenere che lo Stato ha vinto contro il terrorismo? Secondo me il terrorismo è imploso da se stesso quando i protagonisti stessi di quella sventurata stagione si sono accorti dell’impossibilità di attuare i loro progetti e del fallimento della loro ideologia. Per questo sono finiti i gruppi extraparlamentari e quelli della lotta armata, non certo perché lo Stato si sia saputo difendere in modo adeguato.
Cosa ha permesso dunque che persone responsabili di molti omicidi siano tornati tranquillamente in libertà, quando il sangue delle loro vittime grida ancora vendetta e la più elementare giustizia vorrebbe che marcissero in carcere a pane ed acqua per tutta la vita? Il solito buonismo che trionfa purtroppo in tutte le “democrazie” moderne, che qui mostrano veramente i loro limiti, ma soprattutto nella nostra. L’affermarsi di una mentalità che incoraggiava al “perdono”, al “recupero” dei delinquenti alla vita sociale, una mentalità sostenuta da una parte dalle idee sessantottine e dei partiti di sinistra, dall’altra dal pietismo cattolico, ha fatto sì che lo Stato non si sia adeguatamente difeso da chi lo attaccava al cuore e che oggi, a distanza di molti anni, ci si sia quasi dimenticati di quel periodo terribile della nostra storia e degli assassini che ne sono stati promotori. E neppure adesso lo Stato è in grado di punire adeguatamente chi delinque, visto che anche chi commette reati efferati si ritrova libero dopo pochi anni o addirittura mesi. Questa è giustizia? Secondo me no, è buonismo inconcludente che non fa altro che incoraggiare la violenza e la malavita. Sono d’accordo che il carcere debba essere rieducativo e favorire il reinserimento in società di chi ha sbagliato nella vita, ma bisogna vedere la gravità dei delitti commessi: chi si è macchiato di efferati omicidi come quelli delle Brigate Rosse non è degno né di perdono né di reinserimento, ma solo di soffrire a vita per pagare il male compiuto. Lo Stato si difende anche con la forza, quando altri mezzi non possono funzionare, anche perché la pena dev’essere un deterrente per chi eventualmente progettasse di rimettersi su quella strada Evidentemente alle democrazie moderne, e soprattutto a quella italiana, il Machiavelli non ha insegnato nulla.

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Muzio Scevola, un terrorista del mondo antico

Pochi giorni fa ho scritto un post su questo blog intitolato “La scuola e l’attualità”, dove parlavo tra l’altro del confronto tra argomenti dei normali programmi e gli avvenimenti attuali. Oggi, purtroppo, il terrorismo internazionale è materia di discussione su tutti i mass media ed in ogni ambiente sociale; così, leggendo oggi con i miei alunni un brano dello storico Tito Livio (libro II, cap.12), mi è venuto in mente un curioso paragone tra due eventi apparentemente del tutto avulsi tra di loro: la storia di Muzio Scevola, il leggendario eroe che si lasciò bruciare la mano su di un braciere ardente, ed i terroristi che attualmente provocano nel mondo tanti lutti e sciagure.
Questo leggendario eroe della storia romana, che io già conoscevo da molto prima che potessi leggere Livio perché già alle elementari la mia dotta maestra ce ne aveva raccontato le imprese, si mise in testa di penetrare da solo nel campo dei nemici etruschi e di compiere un attentato per uccidere il loro re Porsenna. Ottenuto il permesso ed entrato nell’accampamento nemico, si trovò dinanzi al re durante la distribuzione della paga ai soldati; e siccome il sovrano era accanto al suo segretario ed era vestito più o meno come lui, Muzio non sapeva chi dei due dovesse colpire, né poteva chiedere ad altri chi  fosse il re, perché in tal caso si sarebbe tradito. Quindi colpì a caso, proprio come un moderno terrorista, e uccise il segretario di Porsenna, il quale poi, dopo aver avuto prova dell’intrepido coraggio di Muzio al momento in cui quest’ultimo si lasciò bruciare sul braciere ardente la mano che aveva fallito il colpo, lo liberò. Prima di andarsene, tuttavia, Muzio gli aveva detto che altri trecento giovani romani erano pronti ad agire come lui, a compiere cioè ripetuti attentati contro il re finché questi non cadesse ucciso. Questa minaccia terroristica spaventò Porsenna ben più di una battaglia in campo aperto, e così decise di togliere l’assedio a Roma.
Il pensiero e l’azione di Muzio Scevola, che pur non è esistito realmente ma costituisce per Livio un simbolo dell’antica virtù romana, non sono molto diversi da quelli dei terroristi di oggi: entrambi colpiscono il nemico a casa sua e lo attaccano proditoriamente, senza affrontarlo in una battaglia regolare; entrambi giocano sull’effetto di sorpresa, cioè l’attacco improvviso contro l’avversario quando costui non se l’aspetta ed in un momento di apparente tranquillità; entrambi sono disposti a morire per il loro credo, come vediamo al momento in cui Muzio, interrogato da Porsenna, afferma che i Romani sono pronti ad uccidere o ad essere uccisi, con lo stesso coraggio e la stessa fermezza. Oserei dire che, se al tempo dell’antica Roma fossero esistite le armi di oggi, Muzio Scevola si sarebbe fatto esplodere e sarebbe morto lui assieme al re nemico, al suo segretario e a chissà quant’altri degli astanti.
Il paragone è senz’altro curioso e mi è venuto in mente così, in un momento di relax; vi sono però talvolta considerevoli analogie tra eventi della storia e della cultura antiche e quelli del mondo attuale. Già in un post di qualche mesi fa ebbi a dire (sempre con piglio leggero e con evidente ironia) che la Didone di Virgilio è l’archetipo della donna in carriera, quella che non pensa alla famiglia ed ai figli ma solo ad essere una regina ed a ricoprire ruoli che normalmente, almeno nell’Antichità, erano riservati agli uomini. Di questi esempi ne possiamo trovare molti, e le analogie sono tante perché in fondo la natura umana è sempre la stessa, nonostante il passare dei secoli. Studiare il passato è quindi enormemente importante per comprendere la realtà di oggi, perché tutto ciò che ci circonda (dalla lingua alle istituzioni sociali e politiche, per non parlare di ogni forma di arte e di cultura) ha avuto la sua nascita ed il suo primo sviluppo nel mondo classico. I paragoni che faccio io, in questo ed in altri post, sono una piccola cosa, curiosità più che vere notizie; ma sono anch’essi testimonianza di quella continuità ideale tra antico e moderno che oggi, purtroppo, non è abbastanza valutata e che, anzi, a molte persone sfugge del tutto.

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