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Il tempo-scuola in teoria ed in pratica

E’ cosa ben nota che l’anno scolastico, per veder riconosciuta la propria validità sul piano legale, deve avere una lunghezza non inferiore ai 200 giorni di lezione, una norma che tutte le regioni e tutte le scuola formalmente rispettano. Tuttavia, se andiamo a verificare nella pratica quanto di questo tempo viene effettivamente dedicato all’attività didattica, ci accorgiamo che la durata reale del tempo-scuola è molto inferiore a quanto potrebbe pensare chi non vive ogni giorno la realtà scolastica, in tutti i gradi di istruzione. Io insegno in un Liceo, ma sono certo che anche nella scuola primaria di primo grado (cioè la ex scuola elementare) e di secondo grado (la ex scuola media) le cose non vadano poi in modo tanto diverso. Alle superiori, però, c’è qualcosa in più che altrove, cioè la famigerata ed in molti casi inutile alternanza scuola-lavoro, che ci è piombata addosso come un fulmine improvviso ed ha sconvolto tutti i nostri piani didattici, venendosi ad assommare a tutte le altre attività extra- e parascolastiche che già c’erano in precedenza ed alle quali le scuole non vogliono rinunciare.
Lasciamo stare per ora l’alternanza scuola-lavoro, cui dedicherò presto un apposito post, e parliamo delle altre manifestazioni ed iniziative che comportano la sostituzione delle normali ore di lezione con altre attività. Ogni scuola si organizza in modo diverso, e quindi è difficile delineare un panorama che sia uguale per tutti; certo è che le attività para- ed extrascolastiche non vengono svolte ovunque in ugual misura, perché vi sono scuole che continuano a mettere al primo posto la normale attività didattica ed altre che invece, sulla base di convinzioni pedagogiche che si dicono avanzate (ma che a me sembrano invece superate) ritengono che l’ora di lezione non sia poi così importante, che un argomento di storia o di latino gli alunni possono impararlo anche da soli (ma lo faranno davvero?) mentre uno spettacolo teatrale, un film, una conferenza ed altre simili distrazioni deve essere la scuola ad offrirle e ad instaurare su di esse un proficuo dibattito o discussione. Sta di fatto che, chi più chi meno, tutte le scuole fanno “saltare” alle classi molte ore di attività didattica per i più svariati motivi. Si comincia con i viaggi di istruzione (le cosiddette “gite”) che per alunni e genitori sono irrinunciabili, ma che invece a mio parere si potrebbero benissimo evitare, perché molto spesso diventano occasione di “sballo” e di trasgressione per gli studenti e di gravi ed ansiogene responsabilità per i docenti; ed è questo un problema che si potrebbe risolvere se tutti facessero come il sottoscritto, rifiutandosi cioè tassativamente di accompagnare gli alunni in gita. E comunque non bastano i singoli viaggi con quattro, cinque o sei pernottamenti fuori sede: ci sono anche le cosiddette “visite guidate” di un giorno, le quali, pur essendo finalizzate a scopi culturali ed all’approfondimento di alcune discipline, comportano però la perdita delle lezioni di tutte le altre materie non coinvolte. Poi ci sono le attività sportive, che certamente sono funzionali ed utili per il programma di educazione fisica, ma che incidono anch’esse pesantemente sulla didattica: c’è la settimana bianca, che quasi tutte le scuole ormai svolgono mascherandola con eufemismi come “attività sportiva invernale” o simili; ci sono i tornei di pallavolo, di calcio, pallacanestro, atletica leggera, nuoto ecc., attività cui magari non partecipano intere classi, ma che comunque portano via dalle lezioni una parte consistente di alunni, ai quali sarà poi necessario presentare nuovamente gli argomenti trattati nei giorni in cui essi erano assenti per l’attività sportiva, con ulteriore dispendio di tempo.
A tutto ciò vanno aggiunte altre innumerevoli occasioni di forzata sospensione delle lezioni. Nelle classi del triennio conclusivo, ad esempio, viene svolta un’attività di orientamento universitario, che comporta numerose assenze dalle lezioni da parte degli studenti, impegnati a visitare sedi universitarie ed a sentir lezioni di cui comprendono poco o nulla. E’ un’attività, questa, che potrebbe svolgersi anche privatamente, grazie ad internet ed agli altri strumenti informativi, ma che invece si continua a fare come prima, con gruppi di alunni che si assentano da scuola anche per un’intera settimana. A ciò vanno aggiunte le numerose conferenze cui gli alunni, a classi intere oppure a gruppi, sono chiamati a partecipare; ed anche qui si va dagli interventi esterni provenienti dal territorio (ad es. conferenze di tipo sanitario, per la prevenzione delle dipendenze, per educazione sessuale, per educazione stradale, oppure informazione su attività degli enti pubblici, dei corpi militari, delle varie associazioni culturali ecc. ecc.) a quelli interni, organizzati cioè dalla scuola stessa (lezioni di docenti universitari talvolta meno utili di quanto ci aspetteremmo, test e prove comuni di alcune discipline ecc.). E non finisce qui: ci sono poi i vari spettacoli teatrali o concerti proposti da compagnie esterne ed accettati dalla scuola, progetti di vario genere che comportano la presenza degli studenti impiegati in attività di diverso tipo, gare, certamina  ed “olimpiadi” di particolari materie che coinvolgono gruppi di studenti, ed altro ancora. Per questo computo, poi, non vanno dimenticate le assenze di massa organizzate dagli studenti stessi: scioperi e manifestazioni, giornate di riposo al ritorno da un viaggio (abbiamo esempi di classi che ritornano alle cinque del pomeriggio da una gita ed il giorno dopo non vengono a scuola perché sono stanchi) e poi, da circa un ventennio, c’è anche la pagliacciata dei cosiddetti “100 giorni all’esame”, in base alla quale, in un lunedì di marzo, tutte le classi quinte sono assenti per celebrare questa nobile ricorrenza, che non ha nulla di ufficiale ed è stata inventata chissà da chi. Poi va considerato nel conto anche il rito autunnale delle proteste studentesche, che si realizza con l’occupazione della scuola oppure, più blandamente ma con uguale perdita di tempo, con le cosiddette “autogestioni”, anch’esse completamente al fuori della legge ma ormai tollerate da tutti.
Tutto questo, ovviamente, comporta una diminuzione del tempo-scuola che può anche superare il 20 per cento del totale e che provoca un danno ancor maggiore di quanto si potrebbe credere, perché la perdita delle normali lezioni non avviene tutta di seguito, ma con uno stillicidio che si protrae per tutto l’anno scolastico, tanto che spesso siamo costretti a ripetere argomenti già trattati perché gli studenti perdono il ritmo di studio con le numerose interruzioni e poi faticano molto a riprenderlo. E’ da quando ho cominciato ad insegnare che io combatto senza risultati questo stato di cose, perché quando ho osato protestare per le troppe ore di lezione perdute, c’è sempre stato qualche “progressista” pronto a sottolineare l’utilità formativa di tutte queste iniziative. Da parte mia, io non ho mai negato che le attività suddette abbiano (non sempre!) valore culturale, ma ciò non toglie che i programmi scolastici comunque ne soffrono, e quando le classi terminali giungono all’esame di Stato le domande che vengono loro rivolte non riguardano le conferenze cui hanno assistito o le gite in cui sono andati a beatamente a sciare o a divertirsi, ma i programmi curriculari. Mi rendo conto che questo è un argomento banale e forse anche retrogrado, ma è la verità. Di soluzioni al problema non se ne vogliono trovare perché a molti colleghi va bene che le cose continuino così. Io ho proposto più volte di situare queste attività nelle ore pomeridiane, evitando di togliere spazio alle varie materie in orario antimeridiano; ma la mia scuola, come molte altre, ha la maggioranza dei suoi studenti che sono pendolari, alcuni compiono anche viaggi piuttosto lunghi per raggiungere l’Istituto dalle loro abitazioni, ed è quindi difficile chiedere loro di trattenersi al pomeriggio. In certi casi questo è vero, in altri no: gli studenti delle quinte classi, ad esempio, sono già forniti quasi tutti di auto personale, e quindi potrebbero benissimo restare oltre l’orario antimeridiano. Con tutto ciò, si continua imperterriti a proporre di anno in anno sempre più attività extrascolastiche e ben pochi di noi si preoccupano del tempo-scuola che svanisce, quasi che la cosa non ci riguardasse. Io personalmente dovrei essere meno sensibile di tanti altri al problema, dato che probabilmente mi resta un solo anno prima di togliere il disturbo ed andare in pensione; ed invece mi preoccupo non per me, ma per gli studenti, perché temo che dei programmi svolti a metà o in modo frettoloso giovino poco alla loro formazione. Ed il bello è che continuo ad infervorarmi in una lotta contro i mulini a vento: lo conferma il fatto che sono più di trent’anni che dico le stesse cose e nessuno mi ascolta né si preoccupa della questione. E poi è noto qual è la regola principale della democrazia, quella della maggioranza che vince: ragion per cui, se i più hanno un’opinione e pochi ne hanno un’altra, questi ultimi hanno sicuramente torto e farebbero bene a starsene zitti.

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La scuola come optional

Quando io ero studente, purtroppo moltissimi anni fa, i miei genitori mi dicevano che la scuola “era il mio lavoro”, e perciò in esso dovevo impegnarmi al massimo, senza discussioni; e tra i doveri che io ed i miei compagni avevamo, oltre ovviamente a quello dello studio vi era anche quello di rispettare puntualmente, ogni giorno, la frequenza scolastica, essendo le assenze ammesse soltanto in caso di malattia reale ed accertata. Non che questa prescrizione fosse osservata da tutti, perché anche allora c’era chi marinava la scuola; ma questa era comunque considerata una grave trasgressione, e chi la faceva agiva a suo rischio e pericolo, falsificando per lo più la firma dei genitori sulla giustificazione, e se veniva scoperto erano grossi guai. Io personalmente non ho mai saltato le lezioni, ed avrò fatto sì e no dieci assenze in cinque anni di liceo, e soltanto se la febbre mi era salita ad almeno 38, altrimenti andavo lo stesso. Mi ricordo che una mattina (era il mercoledì delle ceneri, il giorno dopo l’ultimo di carnevale) mia madre, reduce dal “veglione” a teatro (così allora si chiamava) assieme a mio padre, non si svegliò al mattino e quuindi omise di svegliare anche me;  ed io allora, disperato perché avrei perduto il pullman e la mattinata scolastica, costrinsi mio padre, assonnato anche lui e imprecante, ad accompagnarmi con l’auto per più di venti chilometri, quanto distava la scuola da casa mia.
Che il sentire comune di oggi sia molto diverso da quello di allora è cosa pacifica; ma non avrei creduto, quando cominciai ad insegnare, che la mentalità che c’era allora sarebbe mutata sino a diventarne l’esatto contrario. Io insegno in un Liceo Classico, una scuola dove i ragazzi vengono già con l’intenzione di applicarsi e di ottemperare seriamente ai loro impegni, almeno nella maggior parte dei casi; eppure la frequenza a scuola, per alcuni, sembra diventata un optional, nel senso che il numero delle assenze è di molto cresciuto rispetto a qualche decennio fa. Adesso vi è una casistica molto vasta di motivi atti a procurare assenze degli studenti: leggeri problemi di salute (basta un raffreddore o un po’ di tosse), esami della patente di guida (che quei cafoni delle scuole-guida fissano sempre al mattino, infischiandosene del fatto che i ragazzi debbono andare a scuola), la preparazione di feste o altri eventi, dover accompagnare amici o parenti, mancato funzionamento della sveglia, viaggi con la famiglia e via dicendo. A proposito di quest’ultima motivazione, è interessante osservare come sia cambiata profondamente la mentalità non solo dei giovani, ma anche dei loro genitori: un tempo nessuno si sognava di fare viaggi o settimane bianche in periodo scolastico, perché l’importanza della scuola nella vita di un giovane era tale da non autorizzare interruzioni della frequenza per siffatti motivi; adesso invece le famiglie organizzano viaggi e vacanze sulla neve e si portano dietro i figli senza interessarsi minimamente del fatto ch’essi perdono una settimana o più di lezione. Ciò non può che significare una sola cosa: che l’istruzione e la cultura hanno perduto inevitabilmente quell’importanza e quella considerazione che potevano vantare in passato, e che oggi quel che conta è la vacanza e lo svago, mentre la scuola deve limitarsi a fornire il “pezzo di carta” ottenuto a qualsiasi prezzo, e possibilmente con buoni voti per poter far fare ai genitori bella figura con i parenti e gli amici. La superficialità di questo nostro tempo si vede anche da questo, dal fatto cioè che la forma supera largamente la sostanza.
Occorre riconoscere che, tra i vari ministri che si sono succeduti negli ultimi anni, soltanto la Gelmini ha tentato di porre un freno a questo vergognoso fenomeno delle assenze degli studenti, che spesso, in alcuni istituti, raggiungono livelli incompatibili con l’obbligo di frequenza da sempre esistente nella scuola, anche perché ai motivi prima addotti vanno aggiunte anche le assenze cosiddette “strategiche”, quelle che si verificano per evitare interrogazioni o particolari impegni. Così qualche anno fa fu emanata una norma per cui, se uno studente superava il limite del 25% di assenze (circa 50 in un anno scolastico) veniva bocciato o non ammesso all’esame di Stato. Questa norma, sacrosanta secondo me, è stata però subito aggirata con il sistema tipicamente italiano del “fatta la legge, trovato l’inganno”; se infatti lo studente adduce certificati medici (veri o fasulli) che giustificano le sue assenze, la norma non vale più. Così i soliti furbetti, con l’aiuto di medici disonesti, riescono a farla franca anche con un numero di assenze ben superiore al limite prefissato; ed anch’io, come presidente di commissione, mi sono trovato una volta a dover esaminare (e promuovere) uno di questi vagabondi che aveva collezionato più di 60 assenze, ed oltretutto era perfettamente in salute.
Purtroppo così vanno le cose, e nulla mi toglie dalla testa che tutto ciò avviene perché della scuola, attualmente, importa poco a tutti, a cominciare dai ministri e dai politici vari, di tutti gli schieramenti. Ci sarebbe poi da dire che anche alcuni docenti forniscono ai loro alunni un esempio non proprio encomiabile, visto che spesso si danno malati o prendono permessi per motivi futili o se ne vanno in vacanza durante il periodo scolastico prendendo ferie e facendosi sostituire dai colleghi, cosa che il sottoscritto non ha mai fatto pur avendone lo stesso diritto degli altri. Dipende da come tutti noi, docenti e studenti, intendiamo il nostro lavoro: per alcuni è un dovere, per altri è un optional.

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Assemblee e consigli di classe, residuati da rottamare

Nel lontano 1974 (oltre 40 anni fa!) entrarono in vigore i cosiddetti “Decreti delegati”, una serie di norme che avrebbero dovuto favorire il pluralismo nella scuola e la libera circolazione delle idee; in base a queste norme, pertanto, furono istituiti tra l’altro le assemblee studentesche (che dovevano svolgersi una volta al mese) ed i consigli di classe, riunioni collegiali cui erano ammessi a partecipare anche rappresentanti degli studenti e dei genitori. A quell’epoca il dibattito socio-politico era molto acceso nella scuola e nella società, i giovani erano più o meno schierati da una parte o dall’altra e si interessavano fortemente (anche se non sempre in modo corretto) alla politica, all’economia, a ciò che accadeva in Italia e nel mondo: così la dialettica ed il dibattito assembleare era concepito come uno strumento di democrazia e di pluralismo, naturale e persino necessario. Le assemblee studentesche avevano allora un significato preciso e quindi non veniva messa in dubbio la loro utilità, benché spesso esse fossero condizionate da una eccessiva ideologizzazione che non di rado poteva sfociare anche in atti di violenza. La stessa esigenza di confronto e di discussione si riscontrava nei consigli di classe, sentiti come un momento essenziale della vita scolastica.
Tuttavia, come ho avuto modo di dire anche a proposito della Costituzione e di altre istituzioni, ogni aspetto della vita sociale va adeguato ai tempi che si vivono, perché panta rei come direbbe qualcuno, tutto cambia con il passare del tempo e col mutamento dei costumi e della mentalità: così quello che andava bene 40 anni fa non va più bene oggi, e sarebbe il caso che chi di dovere ci riflettesse e prendesse in merito i dovuti provvedimenti. Oggi i giovani, benché dotati di più strumenti apprenditivi e culturali rispetto al passato, hanno una forma mentis notevolmente diversa da quella che avevamo ai tempi nostri: il dibattito politico-sociale si è molto affievolito, non ci sono più le contrapposizioni ideologiche degli anni ’70, i problemi da affrontare nella scuola e nella vita sono molto diversi da quelli di allora. Si abbia quindi il coraggio di abolire, o almeno di modificare, istituzioni ed usanze che non sono più in linea con i tempi. Una di queste è appunto l’assemblea studentesca, che oggi è diventata soprattutto un’occasione per perdere una giornata di lezione e per trattare argomenti per lo più futili come la festa studentesca, le gite (o viaggi di istruzione, come vengono chiamate per conferire loro un’aureola di serietà che non hanno affatto), l’accoglienza dei nuovi studenti e altre amenità del genere. Gli alunni se ne stanno generalmente seduti a parlottare tra loro, a ridacchiare, a giocare con lo smartphone, prestano poco orecchio a quel che viene detto dai compagni al microfono mentre il tempo passa senza che si giunga quasi mai a conclusioni concrete o si trattino argomenti veramente importanti. Così l’assemblea lascia il tempo che trova, tutti se ne tornano felici e contenti di aver perduto le lezioni o evitato il rischio di un’interrogazione. Tutto è banalizzato, l’impegno politico-sociale di un tempo non c’è più, adesso la maggior parte dei nostri ragazzi vive come in un limbo dorato fatto di oggetti materiali e di una mentalità basata sul presente e sul particolarismo individuale.
Del pari anche i consigli di classe sembrano ormai vecchi residuati bellici, uno stanco rito che viene ripetuto più per obbedire ad una stanca routine che per realizzare qualcosa di veramente proficuo per gli studenti o per le altre componenti scolastiche. I docenti esprimono le loro opinioni sulla classe in questione, quasi sempre discordanti; di progetti comuni non se ne parla, perché ognuno è legato alle proprie materie ed ai propri programmi, ed alla fine ciascuno resta delle proprie idee e continua ad utilizzare il proprio metodo didattico, senza farsi minimamente condizionare da quanto detto dai colleghi. Così tutto resta come prima. Ma l’aspetto più bizzarro di queste riunioni emerge quando si insediano i rappresentanti degli studenti e dei genitori. I primi ben raramente hanno qualcosa di concreto da dire o da proporre; anzi, i problemi didattici della classe, che dovrebbero avere la preminenza in quanto legati strettamente all’azione educativa dell’istituzione scolastica, vengono molto spesso ignorati, mentre vengono poste all’attenzione questioni di secondario rilievo, prima di tutte le gite e i viaggi di istruzione, che sembrano essere l’unico argomento che interessa veramente gli studenti. Così il consiglio di classe, anche quando sono presenti criticità che richiederebbero un’approfondita discussione, si trovano a discettare quasi soltanto delle gite, degli scambi con l’estero, della settimana bianca o altro che sia, quasi che la scuola fosse un’agenzia di viaggi o un’associazione ricreativa. I genitori rappresentanti, poi, intervengono molto poco nel dibattito con la scusa di non avere contatti con le altre componenti, e quando lo fanno insistono soprattutto sulla necessità di rendere più tollerabile la fatica dei loro poveri figli, costretti a studiare e spesso (a detta loro) a rinunciare ad attività più divertenti per colpa di professori sadici che assegnano loro troppi compiti o non accettano le interrogazioni programmate. Al di là di questa attività sindacale in difesa dei poveri ragazzi vessati dalla scuola, ben pochi sono gli argomenti che i genitori affrontano nei consigli di classe; uno tra questi, forse il più sentito, è ancora una volta quello delle gite e dei viaggi di istruzione, ch’essi esigono dalla scuola come un loro diritto; anzi, vorrebbero pure che i docenti fossero obbligati ad accompagnare i loro figli, rinunciando a dormire per varie nottate ed assumendosi una responsabilità che loro stessi non sono capaci di prendersi. Poi se durante la gita, che la maggior parte degli studenti vive come uno “sballo” e considera un’occasione di trasgressione e di rifiuto di qualunque regola, accade qualcosa di spiacevole, la colpa sarà sempre e comunque affibbiata ai professori.
Queste sono le modalità con cui si svolgono oggi queste riunioni collegiali, ossia l’assemblea studentesca ed i consigli di classe. Certo, non era questo lo spirito del legislatore nel lontano 1974 quando i Decreti delegati furono promulgati, ma è anche vero che la società di allora era molto diversa da oggi, perché la mentalità generale è cambiata, in molti aspetti, più in questi ultimi decenni che nei due o tre secoli precedenti. Ma allora, constatata la realtà di fatto che attualmente viviamo nella scuola, si abbia il coraggio di intervenire dall’alto e adeguarsi all’attualità, anche se ciò comporta il sacrificio di quelli che sembrano ad alcuni diritti acquisiti. Più che di diritti, occorrerebbe tornare a parlare di doveri, ma da questo orecchio molti sono sordi e, come si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

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Sulle gite scolastiche o “viaggi di istruzione”

Questo periodo dell’anno, tra marzo e aprile, è l’epoca consueta delle gite scolastiche, a cui qualcuno, per fugare il sospetto alquanto diffuso che si tratti in realtà di occasioni per divertirsi e far baldoria, ha pensato bene di cambiare il nome, definendole “viaggi di istruzione”. La scelta delle parole, in effetti, è importante: sappiamo bene tutti quanto si sentano sollevati dagli inconvenienti del loro lavoro i netturbini, da quando li chiamano “operatori ecologici”, o quanto avvertano meno i loro problemi i portatori di handicap da quando sono definiti, con una buona dose di ipocrisia, “diversamente abili”.
La gita scolastica è diventata quindi viaggio d’istruzione; ma questo non impedisce agli alunni di cogliere quell’occasione per divertirsi smodatamente o anche, come dicono loro con un’orrenda parola, “sballarsi”. Lo sanno bene i poveri docenti che hanno il compito di accompagnare queste masse di scalmanati: sempre preoccupati tutto il giorno a verificare e contare i ragazzi nel terrore che ne manchi qualcuno, che qualcuno si sia fatto male o gli sia capitato chissà quale inconveniente. La notte, poi, peggio ancora: i professori non hanno diritto di dormire, debbono stare in piedi tutta la nottata a controllare che i propri alunni non disturbino gli altri clienti dell’albergo, che non se ne vadano fuori senza permesso, che non corrano pericoli di sorta, magari camminando sui cornicioni fuori delle finestre. Un autentico calvario per i docenti, i quali oltretutto sono responsabili civilmente e penalmente degli alunni, per tutta la durata del viaggio e per 24 ore su 24. Ciò significa che, se non succede nulla di grave, il docente ritornerà stanco, affaticato, stravolto dalla gita ma non subirà altre conseguenze; se invece, come purtroppo in certi casi avviene, un alunno dovesse restare ferito o peggio ancora, come di recente è capitato a Barcellona, dove uno studente di Catania ha perso la vita cadendo dal parapetto della nave, i professori accompagnatori subiranno guai giudiziari a non finire. Al dolore ed al senso di colpa per quanto accaduto, allora, si aggiungerà la prospettiva di finire sotto processo ed essere condannati per mancata sorveglianza, quando anche i muri – nonché i giudici – dovrebbero sapere che una persona non può avere il dono dell’ubiquità e tallonare i ragazzi uno per uno, giorno e notte, 24 ore su 24.
Per questa ed altre ragioni il sottoscritto ha solennemente e da sempre deciso (e se necessario lo dichiarerà ufficialmente al Collegio dei docenti) di non partecipare a nessun titolo alle gite scolastiche, scambi culturali, viaggi di istruzione o come altro le si vogliano chiamare. A mio parere tutti i docenti dovrebbero rifiutarsi di svolgere questo compito, per una serie di motivi: primo, per l’enorme responsabilità civile e penale dalla quale nessuno ci tutela; secondo, perché non ci viene data nessuna indennità di trasferta, che hanno invece i funzionari di tutte le altre amministrazioni quando si recano in missione; terzo, perché l’abolizione di queste iniziative, provocando disagi agli operatori turistici e quindi al tessuto economico di un territorio, sarebbe uno strumento di lotta sindacale – in difesa dei diritti e della dignità della categoria – molto più efficace degli inutili e antiquati scioperi che ancora i sindacati continuano a proclamare, con l’unico risultato di far risparmiare soldi allo Stato a nostro unico e totale danno. Va anche detto che le gite scolastiche, nella realtà attuale, sono diventate un residuato arcaico di un tipo di scuola e di società che non esiste più. Un tempo la grande maggioranza delle famiglie non poteva permettersi di viaggiare o far viaggiare i figli, per cui la gita scolastica era – per così dire – l’unica occasione che un ragazzo aveva per uscire dalla quotidianità della sua città o del suo paesello; ma oggi è tutto cambiato, tutti o quasi hanno agio e facoltà di viaggiare e conoscere il mondo autonomamente, da soli o in compagnia di amici e parenti. Perché dunque le scuole continuano con queste inziative? Gli studenti possono benissimo, durante le vacanze o dopo il termine dell’anno scolastico, organizzarsi da soli i propri spostamenti, accompagnati dai genitori o meno ma responsabili di se stessi, anziché coinvolgere persone che hanno già i loro impegni e che non se la sentono di sobbarcarsi imprese di questo genere.
Eppure, nonostante tutto ciò, quasi tutte le scuole propongono viaggi per ogni classe, anche quando è palese che il loro valore didattico non è il motivo principale per cui gli alunni vi partecipano. Mi sento di affermare ciò con sicurezza, avendo constatato che molto spesso gli studenti dell’ultimo anno delle superiori scelgono destinazioni che poco si addicono al loro corso di studi (v. Amsterdam, Copenhagen, Barcellona ecc.) solo perché credono di divertirsi di più in questi luoghi, e vogliono ad ogni costo andare all’estero come se in Italia non esistessero località degne di essere visitate e culturalmente molto più significative delle città nominate sopra. E perché quasi ogni istituto, nei mesi invernali, organizza la settimana bianca, un po’ ipocritamente mascherata con il nome di “attività di avviamento allo sci” o altre formule simili, e sulla cui valenza didattica e culturale preferisco non esprimermi? Spesso la verità è che sono i docenti stessi, in questo o in altri casi, a volervi partecipare per seguire i propri interessi (culturali o meno), e così si mettono in piedi iniziative che, oltre a comportare la perdita di molti giorni di lezione, si rivelano utili a ben poche persone e non all’istituto nella sua globalità.
C’è poi un’altra osservazione da fare, cioè che ci sono gite più ambite da parte dei docenti ed altre molto meno. Per le prime non ci sono problemi, anzi, di accompagnatori se ne trovano anche troppi; per le seconde, invece, succede spesso che qualcuno dia la disponibilità a partecipare e poi, a pochi giorni di distanza dalla partenza, accampi ragioni più o meno valide per rinunciare all’impegno. Allora si scatena la questua di studenti e colleghi alla ricerca degli accompagnatori, e vengono consultati, pregati ma a volte quasi costretti a partecipare alla gita docenti che non ne avrebbero avuta alcuna intenzione. E’ un malcostume che si ripete ogni anno, ed anch’io talvolta sono stato sollecitato e ho dovuto persino trovare giustificazioni per motivare il mio rifiuto, alle quali in realtà non sono tenuto perché nessun docente può essere obbligato a partecipare ad un’attività che comporta – come si è visto – responsabilità molto gravose. E’ del tutto evidente che, qualora non si trovino docenti disposti ad accompagnare un viaggio, lo si debba annullare; ma nella pratica quotidiana non è così, perché tanto insistono, con noiosa petulanza, studenti e colleghi, che alla fine qualcuno disposto a cedere lo trovano sempre, perché per loro rinunciare alla gita sarebbe un sacrilegio. Evidentemente c’è qualcuno – e non solo tra gli studenti – che ritiene che sia questa la funzione sociale più importante della scuola.

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Genitori di ieri e di oggi

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Con evidente ironia e un po’ di esagerazione la vignetta mostra il radicale mutamento, nel corso degli ultimi decenni, dell’atteggiamento dei genitori nei riguardi dei loro figli da un lato e dei docenti dei loro figli dall’altro. Quando io andavo a scuola, primaria o secondaria che fosse, i miei genitori stavano sempre dalla parte dei professori, che andavano rispettati comunque in ragione della loro maggiore età e del loro ruolo di educatori; non solo, allora era molto forte anche il senso dell’autorità, per cui chi occupava un posto più elevato in una scala gerarchica andava sempre obbedito, anche se non era totalmente dalla parte della ragione. Così, se a scuola avevo un problema con qualche docente (e ne ho avuti anch’io, benché fossi diligente e studioso), per i miei genitori il professore aveva sempre ragione, ed ero io a dovermi sottomettere a chi stava più in alto di me: e se per caso io o un mio coetaneo avessimo preso un brutto voto o un provvedimento punitivo, il problema più grave era doverlo dire a casa, perché c’era il rischio concreto di vedersi dare il resto in famiglia, in forma di castighi di vario genere non esclusi quelli corporali.
Oggi, miracolosamente, tutto si rovesciato: se un alunno riceve un brutto voto, una nota disciplinare, un’osservazione da parte di un docente, ecco lì i genitori a fare i paladini, i sindacalisti del figlio. Arrivano subito, con aria minacciosa, e sono sempre pronti a scusare, a giustificare lo studente, anche quando è palesemente dalla parte del torto. Facciamo qualche esempio. L’alunno ha copiato il compito in classe, il professore ne ha le prove; ma il genitore ribatte: “Ma lei l’ha visto copiare? No? E allora non può far nulla.” Oppure: “Quella versione (ma guarda che coincidenza!) l’aveva fatta proprio la sera prima a lezione privata, perciò la ricordava.” E via di seguito con argomenti di questo tipo. Oppure si dà il caso che l’alunno abbia ricevuto una nota disciplinare per comportamento scorretto. Allora il genitore subito: “Ma è stato solo lui a fare questo o c’erano anche altri?”; “E’ sicuro lei che sia stato proprio mio figlio?”; “Perché non l’ha richiamato amichevolmente senza mettere la nota, che l’ha distrutto psicologicamente?”.
Oppure l’alunno ha preso un brutto voto. E il genitore allora: “Il compito che lei ha dato era troppo difficile”, oppure “Mio figlio studia tanto, perché non ha buoni voti?”, oppure: “L’anno scorso andava bene”, sottintendendo che, se quest’anno va male, la colpa è del professore che ha la classe adesso, mentre quelli degli anni precedenti sono insindacabili. Se poi in una classe ci sono molte insufficienze in una materia, allora non c’è dubbio alcuno, la colpa è dell’insegnante, è lui che ha fallito, non sa polarizzare l’interesse degli alunni, in una parola non sa fare il suo mestiere. A nessun genitore viene mai in mente che i risultati negativi potrebbero derivare dal poco impegno del figlio, dalla sua demotivazione allo studio o da reale mancanza di capacità mentali o attitudini per quel determinato corso di studi.
Nella mia scuola poi, che è un Liceo Classico, c’è un’altra accusa specifica lanciata dai genitori a noi docenti: di far studiare troppo i ragazzi, sobbarcarli di un eccessivo carico di lavoro. Anche qui mi viene in mente il paragone con quando io, tanti anni fa, frequentavo lo stesso liceo: i miei genitori, allora, erano ben contenti se avevo molto da studiare, perché sapevano (pur non essendo persone colte) che lo studio è formativo, che i cinque anni delle superiori non debbono essere un parcheggio ma un’autentica assimilazione di cultura, che non è mai troppa; anzi, si dispiacevano se qualche giorno avevo poco da fare e le vacanze, per loro, erano sempre troppo lunghe. Oggi è il contrario: la scuola è diventata, nella mentalità comune, una delle tante attività giovanili, da mettere più o meno sullo stesso piano della settimana bianca o dell’attività sportiva svolta dai ragazzi nel pomeriggio. La frequenza a scuola non è più un obbligo, tant’è che i genitori si portano spesso in viaggio i figli, durante il periodo scolastico, incuranti del fatto che li sottraggono per giorni e giorni alle lezioni. E noi docenti, per giunta, non dobbiamo far studiare troppo i teneri virgulti, perché altrimenti non hanno abbastanza tempo per andarsene in giro, per scambiarsi stupidaggini sui social network o per fare la meritata vacanza sulla neve. La cultura, che importa? Tanto c’è la vita che insegna, la scuola serve a poco. E poi, l’adolescenza viene una volta sola; perché rovinarla con lo studio?
Mi piacerebbe sapere chi e che cosa ha cambiato in questi decenni l’atteggiamento dei genitori, di cui si vedono tangibilmente le conseguenze: assistiamo infatti, oltre ad un sempre più difficile rapporto scuola-famiglia, ad una costante migrazione degli studenti verso scuole di bassa qualità, dove fioccano valutazioni stratosferiche ma la cultura è spesso un optional. In fondo è quello che vogliono: voti alti dei figli, per potersene vantare con gli amici, poco impegno allo studio e molto tempo libero per il divertimento, un altro degli idoli dei tempi moderni. Ma gli esiti di questa mentalità già si vedono in giro: ignoranza e maleducazione diffuse ovunque, persone che vivono in dipendenza dal cellulare, giovani che si rovinano con l’alcol o peggio ancora, e che hanno come modelli di vita le “veline” o i partecipanti al “Grande fratello”. Se questa è la civiltà attuale, sono felice di essere nato e di aver studiato in altri tempi.

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