La sinistra e la cultura

Fin dagli anni ’60 dello scorso secolo, ed in particolare dopo il “mitico” ’68, la sinistra ha avuto in Italia il monopolio della cultura, per cui è ben presto venuta in auge l’equazione uomo di sinistra = intellettuale, della quale i residui si vedono ancor oggi. La diffusione capillare dell’ideologia marxista nelle scuole, nelle università, nei centri culturali e nei giornali fece sì che la parola “cultura” si identificasse sempre e comunque con quella stessa ideologia; ed a ciò contribuirono sia l’impegno personale dei giovani sessantottini e di chi li sostenne e cavalcò allora l’onda della pretesa “rivoluzione”, sia la colpevole inerzia delle altre parti politiche, le quali non s’impegnarono abbastanza per creare una cultura alternativa: se si eccettuano i cattolici, la cui presenza però nelle università fu sempre marginale (v. “Comunione e liberazione”), nessuno si oppose mai al predominio culturale marxista. I governi democristiani non fecero nulla in tal senso, troppo occupati a gestire il potere con il più smaccato clientelismo, mentre la destra italiana – allora rappresentata soprattutto dal MSI – non fu mai in grado di produrre intellettuali di un certo peso, con pochissime eccezioni certo importanti ma non in grado di contrastare l’assoluto predominio della parte avversa. Questa situazione fece sì che molte persone, attratte dal mito della superiorità culturale, aderissero a partiti e movimenti di sinistra solo per avere una considerazione sociale che altrimenti non avrebbero avuto, quasi per moda, così come si compravano i pantaloni a zampa di elefante o portavano barba e capelli lunghi. Chiunque avesse letto o scritto qualcosa, chiunque volesse entrare nel mondo magico degli “intellettuali” doveva necessariamente essere di sinistra, altrimenti quel mondo gli sarebbe stato per sempre precluso.
In questi 50 anni la società è profondamente cambiata: oggi non esiste più la sinistra “rivoluzionaria” e violenta degli anni ’70 e ’80 se non in poche sparute fasce di esagitati, mentre i rappresentanti ufficiali di quella che doveva essere l’ideologia marxista sono profondamente cambiati, hanno assunto atteggiamenti e modi di vita che un tempo erano quelli dei “padroni”, dei loro nemici di sempre. Attualmente i radical-chic ed i “comunisti con il Rolex” si sono talmente allontanati dalle loro basi ideologiche da essere passati sul fronte opposto: hanno perduto il consenso delle classi medio-basse (non si parla più di “proletari”, che di fatto non esistono più) e lasciano all’esecrato governo gialloverde Lega-Cinque stelle quei provvedimenti che un tempo erano considerati “di sinistra” (si pensi al reddito di cittadinanza, a “quota 100”, al salario minimo garantito ecc.). Eppure, nonostante questa epocale trasformazione per la quale la sinistra fa oggi una politica di destra ed è stata abbandonata da chi prima le apparteneva di diritto (gli operai, che adesso votano Lega e Cinque stelle), qualcosa le è rimasto dei suoi caratteri originari: la pretesa di possedere il monopolio della cultura, una presunta superiorità ostentata ed espressa in televisione, sui giornali, nei social in forma di insulto per chiunque appartenga al fronte opposto, etichettato non solo come “fascista” e “razzista”, ma soprattutto come ignorante, come escluso cioè dall’Olimpo della conoscenza illuminata. Di recente alcuni esponenti di spicco dell’élite radical-chic italiana (mi viene in mente Gad Lerner, ma ce ne sono stati molti altri) hanno definito “ignoranti e sottosviluppati” coloro che alle ultime elezioni hanno votato la Lega di Salvini, senza neanche cercare di scoprire i motivi per cui questo fenomeno si è manifestato in modo tanto evidente. Eppure, dovrebbero sapere – se sono veramente persone di cultura – che con l’avversario si deve dialogare, non fermarsi all’aspetto becero dell’insulto e della demonizzazione; e chi subisce una sconfitta deve anzitutto cercare di insividuarne le ragioni e trovare il modo di ovviare al problema, magari cambiando politica e cercando di riavvicinarsi a quelle classi sociali di cui la sinistra, per sua colpa esclusiva, ha perduto l’appoggio e la fiducia. Invece, con quella loro odiosa supponenza, i radical-chic nostrani altro non fanno se non svalutare gli avversari trattandoli da selvaggi e ostentando ancora una volta, in modo ancor più odioso di quanto avveniva negli anni ’70 e ’80, una superiorità umana e culturale che non si vede dove abbia fondamento. Ciò è avvenuto anche dal 1994 in poi con Berlusconi, attaccato anche sul piano giudiziario con accuse assurde come quelle del processo “Ruby” e continua adesso con Salvini e la Lega: chi non è con loro è contro di loro, con il “nemico” non si dialoga, si insulta e basta, e tutti quelli che lo sostengono sono trattati alla stregua di imbecilli oppure, nel migliore dei casi, di disinformati.
Io nel mio piccolo mi sono sempre considerato una persona di cultura. Certo, non sono un “tuttologo”, ho dei limiti precisi; ma nel mio campo di interessi (che è l’antichità classica) mi pare di aver dimostrato le mie qualità, anche mediante le mie pubblicazioni tra cui va annoverata anche un’intera storia e antologia della letteratura latina. Eppure per i radical-chic altro non sono che un povero ignorante, perché non sono di sinistra e non appertengo alla loro casta di privilegiati. Questi atteggiamenti di supponenza, di “puzza sotto il naso” di quella parte politica mi hanno sempre fatto orrore, così come mi fa orrore il marxismo in sé ed il modo in cui in tutto il mondo è stato applicato dai regimi che vi si sono richiamati; però debbo riconoscere che la colpa di questa situazione è anche dei cattolici e della destra stessa, che non è mai riuscita a formare una cultura alternativa che potesse contrastare il monopolio della sinistra. E sbagliano, secondo me, oggi anche coloro che, visti gli atteggiamenti supponenti degli avversari, svalutano la cultura e parlano di “professoroni” verbosi ed inconcludenti, che scrivono con errori di ortografia pensando che la correttezza linguistica non sia importante, che sostengono in sostanza il principio deleterio secondo cui “la cultura non si mangia”. E’ questo un gravissimo errore, perché oggi più che mai il sapere è importante, se non altro per poter argomentare e sostenere le proprie posizioni ribaltando e confutando quelle degli avversari. Chi non conosce la storia, per fare un solo esempio, non potrà mai comprendere il presente, ed un popolo che non ha passato non ha neanche un futuro; per questo la conoscenza è fondamentale per tutti i cittadini di un paese civile, perché solo attraverso di essa si può arrivare alla verità e sconfessare chi ci ha consegnato una realtà distorta, come è avvenuto con i libri scritti dagli storici marxisti. Ci lamentiamo del fatto che nessuno ci ha parlato, quando andavamo a scuola, delle foibe o delle atrocità compiute dai partigiani comunisti in Italia e altrove: ecco, questa è una nostra mancanza, perché se ci fosse stata nei decenni passati una cultura alternativa a quella dominante di sinistra tutto ciò sarebbe venuto alla luce. Quindi non è svalutando la cultura, ma sostenendola e alimentandola che si potrà finalmente rompere questo annoso pregiudizio per cui, se vuoi essere considerato un intellettuale, devi per forza essere di sinistra. E’ tempo di cambiare rotta e di correggere gli errori del passato; e questo debbono farlo tutti, soprattutto coloro che non appartengono alla beata casta dei radical-chic.

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3 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica

3 risposte a “La sinistra e la cultura

  1. Quadro condivisibile, ma penso che sarebbe più appropriato dire che molti esponenti della sinistra hanno occupato molte posizioni chiave nella diffusione della cultura, e che coloro fra di essi che si sentono meno adeguati a ricoprirli, cercano di nasconderlo con l’arroganza. Atteggiamento questo, non insolito neanche a destra. Quanto a Gad Lerner, non mi pare sia neanche laureato, e il suo voto di maturità sembra una informazione coperta da una spessa coltre di riserbo. Sentirlo dare dell’ignorante a chicchessia fa sorridere… I termini “cultura” e “intellettuale” non sono i primi che mi verrebbero in mente, riferendomi a lui.

  2. Paola

    Concordo su molte cose. Una cosa però che mi ha sempre colpito è che tra gli stessi intellettuali di sinistra ci fossero e ci siano ancora posizioni persino antitetiche. Ad esempio il ’68 ha aperto le facoltá a tutti i diplomi come modo per realizzare il principio di uguaglianza nell’accesso al sapere e alla cultura, prima di solo appannaggio di fatto delle classi già dirigenti. Eppure, i primi con la puzza sotto il naso verso le classi subalterne (sottolineo che intendo questo aggettivo non in senso spregiativo, ma solo in senso di ceto medio) sono spesso proprio gli intellettuali di sinistra, che dovrebbero rallegrarsi di trovarsi davanti a sostenere un esame universitario un ragazzo che magari arriva proprio da ceti medi o bassi. Sono laureata in giurisprudenza, ricordo professori universitari che se leggevano su un libretto che uno aveva un diploma di istituto professionale partivano già prevenuti e con la smorfia evidente. A prescindere che poi l’alunno fosse effettivamente preparato. Questo atteggiamento l’ho sempre odiato. Predichi bene e razzoli male. Fai arringhe politiche perchè tutti possano studiare e poi guardi con orrore se ti arriva un ragazzo di un professionale a sostenere un esame. Questo atteggiamento lo riscontro bipartisan, anche quindi a destra. Tra gli intellettuali di destra (pensiamo alla riforma Gentile) per un motivo, proprio per rimarcare le differenze tra classi sociali, viste come un postulato da accettarsi, tra gli intellettuali di sinistra per snobismo radical chic. Ovviamente questo secondo gruppo lo trovo più irritante per evidente atteggiamento in contraddizione con il principio di uguaglianza di cui si riempono la bocca. Lo dico da elettrice PD, tra i cui elettori tanti sono gli intellettuali snob.
    Questo per dire però che quindi la sinistra non è monolitica, vi sono questi intellettuali snob, mentre vi sono altri che effettivamente hanno a cuore il principio di uguaglianza (principio su cui si può divergere legittimamente, io stessa non accetto il fatto di un’uguaglianza becera, che massifica le individualità, sono invece per l’equità, per la meritocrazia, per aiutare un ragazzo di famiglia umile, ma che si impegna e che studia, in questo caso è giusto, secondo me, aiutarlo con borse di studio e quant’altro).
    Ci sono atteggiamenti irritanti e snob in certa sinistra (alle elezioni comunali, ho persino deciso di votare la coalizione di centro-destra per evitare di votare degli spocchiosi dall’altra parte), ci sono comunque a destra atteggiamenti sprezzanti del sapere. Se uno parla di “professoroni” sbaglia di principio, perchè passa il concetto che chi ha una cultura sia un essere da tenere alla larga. Io sono convinta che studiare sia positivo, non motivo di vergogna.

  3. Entrambi questi due commenti sono ispirati a buon senso ed effettiva conoscenza della realtà politicva italiana. E’stato giustamente sottolineato che gli errori vengono compiuti da entrambe le parti: se gli intellettuali di sinistra fanno male ad essere snob e magari a disprezzare chi proviene da quelle classi sociali ch’essi dovrebbero rispettare in base ai principi della loro ideologia, sbagliano anche quelli di destra a svalutare la cultura e a presentare la persona istruita come un essere strano e lontano dalla realtà quotidiana. La cultura è fondamentale in società, ma dovrebbe essere al servizio di tutti e non appannaggio di una parte politica, che se n’è appropriata anche per la colpevole inerzia delle altre parti.

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