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Una nuova edizione di Catullo

Pochi giorni fa è stata presentata a Siena una recentissima edizione delle poesie di Catullo curata da Alessandro Fo, professore ordinario di Letteratura Latina presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di quella città. Il libro, molto voluminoso (oltre 1300 pagine) è stato pubblicato nella prestigiosa collana “NUE” dell’editore Einaudi di Torino; porta la data di fine stampa dell’ottobre 2018 e costa 58 euro, forse l’unico suo limite in quanto si tratta di un prezzo un po’ elevato; ma il volume può essere acquistato dagli insegnanti, cui lo consiglio vivamente, anche attraverso la “Carta del docente” e quindi con il denaro che il Ministero mette generosamente (!) a disposizione della categoria.
Su Catullo è stato scritto molto e di ogni argomento, ma il grande acume e l’indiscussa competenza del curatore Alessandro Fo fanno in modo che il volume presenti tanti aspetti di novità e tante informazioni inedite, espresse in relazione ad altri autori latini oppure anche in confronto con le letterature moderne, considerato che anche queste (ed in particolare la poesia del ‘900) sono di competenza dell’autore di questa edizione. L’elaborazione lunga e particolareggiata di questo lavoro, considerata la mole del volume e delle notizie in esso contenute, si rende nota da sé; ma a mo’ di conferma aggiungo qui che il curatore del volume, in sede di riferimenti bibliografici, ha citato circa 1600 contributi precedenti al suo usciti su Catullo e la sua poesia, il che rende l’idea di quanto impegno debba mettere in gioco chi si profonde in un’impresa di questo genere. E’ ben noto che Catullo è uno dei poeti latini che ha suscitato maggior interesse sia negli studi filologici che nelle letture private delle persone comuni; perciò la bibliografia su di lui è sterminata ed in continua crescita, tanto che è impensabile – come dice lo stesso prof. Fo – poterla tenere tutta sotto controllo.
La parte iniziale del volume comprende un’introduzione generale sulla personalità e l’opera di Catullo, cui fanno seguito tre note: alla traduzione, al testo ed alla metrica, particolarmente utili per illustrare i criteri dell’interpretazione dei testi e la particolare valenza della polimetria catulliana. Seguono poi i 116 componimenti del poeta veronese, in traduzione e con il testo originale a fronte. Nel rendere in italiano le poesie del Veronese, il prof. Fo ha agevolmente affrontato le grandi difficoltà che si sarebbero presentate a chiunque avesse voluto accingersi ad un tale compito, e l’ha fatto con un criterio generale che è quello di cercare di riprodurre, per quanto è possibile e lo consentano le strutture dell’italiano moderno, le caratteristiche fondamentali dell’originale. L’obiettivo è stato ottenuto anzitutto mediante la scelta della metrica “barbara”, quella cioè di riprodurre in italiano non solo il numero dei versi del testo catulliano, ma anche la cadenza e l’accentazione: per fare due soli esempi, l’endecasillabo falecio, cui Catullo fa spesso ricorso nella prima parte del libellus a carattere nugatorio, viene reso con versi endecasillabi italiani con accento tonico corrispondente, per quanto possibile, a quello latino, mentre il trimetro giambico ipponatteo (o coliambo), che presenta un’improvvisa inversione del ritmo all’ultimo piede, viene reso anche graficamente staccando l’ultima parola con una spezzatura orizzontale del rigo. Ma tradurre Catullo non presenta solo difficoltà metriche, bensì anche linguistiche, considerata la variopinta alternanza dei vari registri impiegati, con l’impiego di termini più aulici e ricercati da un lato (chi non ricorda il disertissime Romuli nepotum detto ironicamente a Cicerone nel c.49?) e di quelli più comuni e persino volgari dall’altro (è ben nota infatti la cosiddetta “oscenità” del poeta veronese); ma anche qui il curatore si è rivelato perfettamente all’altezza del modello, ricercando in italiano termini analoghi e rispondenti al massimo al tono espressivo dell’originale, da cui si distacca il meno possibile, correndo qualche volta anche il rischio di cadere nella pedanteria, salvo poi render conto nel commento delle scelte operate.
E veniamo alla parte più consistente del libro: le note di commento, appunto, che prendono da sole quasi novecento pagine, e questo già dice tutto sulla loro estrema accuratezza. Ogni carme catulliano viene prima introdotto in generale, poi commentato minuziosamente verso per verso con una serie di notizie letterarie, storiche, mitografiche di grande ampiezza e di altrettanto agevole interpretazione; una caratteristica generale di questo libro in effetti, che io come professore di liceo apprezzo in modo particolare, è che non è scritto con quell’astrusità criptica che spesso è appannaggio degli studiosi accademici, ma è invece comprensibile ad una larga fascia di lettori di media cultura, soprattutto perché riesce, con un registro linguistico accessibile, a rendere comprensibili anche problemi e questioni filologiche che in altri contesti risultano vietate ai “profani”. In questo percorso illustrativo ed esplicativo del grande valore artistico e letterario del poeta antico, il prof. Fo utilizza a piene mani i contributi precedenti al suo noti sui vari argomenti, ma li rielabora ed aggiunge ad essi la propria personale visione delle varie questioni, il che rende ricca ed esaustiva l’esegesi di ogni componimento. Per non estendere troppo questa mia recensione, prendo ad esempio soltanto il carme 85, il celeberrimo Odi et amo dove Catullo, facendo seguito al grande precedente di Saffo, scopre per la prima volta in ambito letterario romano il conflitto psichico che c’è tra ragione e sentimento, ossia tra la parte razionale e quella irrazionale dell’animo umano. A questo semplice distico il prof. Fo dedica una lunga introduzione, nella quale vengono ricordati sia i contributi specifici dei filologi classici che gli omaggi resi al Veronese da poeti moderni del calibro di Shakespeare e Baudelaire, nonché la riscrittura moderna del carme catulliano operata nel 2001 dalla poetessa canadese contemporanea Anne Carson (Toronto 1950)dal titolo I Hate and I love Perhaps Tou Ask Why. Difficile pensare a qualcosa di più completo ed esauriente di questo tipo di commento ad un testo classico, che in quanto tale non finisce mai di dire ciò che ha da dire, e trova quindi piena risonanza anche tanti secoli dopo la sua composizione.
Al termine di questa nota non posso far altro che raccomandare l’acquisto e la lettura di questo libro, che a mio avviso non è solo utile, ma addirittura indispensabile ad ogni docente, non solo come lettura ed arricchimento personale ma anche come strumento didattico. Gli innumerevoli spunti e confronti ch’esso contiene possono utilmente essere messi a disposizione degli studenti di oggi, i quali non sono insensibili come spesso si crede: se un docente trasuda entusiasmo per le discipline e gli argomenti che insegna, per i quali fa buon uso anche di strumenti eccellenti come questo libro, i suoi alunni non possono restare indifferenti di fronte all’enorme fascino che un poeta come Catullo suscita in chi gli si avvicina e cerca di conoscerlo meglio che può. Già questo poeta, con la sua vicenda personale fatta di amore e di amicizia, è vicino al mondo attuale, è un poeta “degli anni 2000”, come ho scritto in un post di qualche mese fa; adesso, con l’interpretazione che ce ne offre il prof. Fo, egli si è avvicinato ulteriormente al nostro mondo ed alla sensibilità dei nostri giovani. E’ compito dei docenti, se veramente tengono alla loro “missione”, farne un uso consapevole per arricchire la loro cultura e quella dei giovani a loro affidati.

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Catullo, poeta degli anni 2000

Di solito qui sul blog non amo molto inserire articoli sugli autori greci o romani, anche perché, essendo io un docente di quelle materie e autore di un intero corso di storia della letteratura latina, temo di assumere nel trattare la materia un piglio troppo professorale e di ripetere sostanzialmente quello che dico a scuola ai miei alunni, con il rischio di essere pedante e mal gradito da chi non è amante o esperto di queste discipline. Ma qualche volta, parlando con i ragazzi a scuola e affrontando con loro certi argomenti dei normali programmi, mi vengono in mente alcune considerazioni che possono interessare anche chi non conosce il mondo classico: idee semplici e persino banali, che non dicono nulla di nuovo dal punto di vista degli studi scientifici e filologici, ma che spuntano così, in modo estemporaneo, magari in un momento di relax.
Con la mia classe quarta Liceo Classico, dove tengo l’insegnamento del latino, abbiamo studiato in questo periodo i cosiddetti poetae novi e la loro concezione della poesia del tutto nuova nel mondo romano, una poesia che non doveva più avere carattere celebrativo, sociale o filosofico, ma che valeva di per sé, secondo il concetto dell'”arte per l’arte” di origine alessandrina. Di questi poeti, che componevano una poesia raffinata ed erudita ma si aprivano anche alle tematiche quotidiane, ne conosciamo bene soltanto uno, Valerio Catullo, di cui resta un liber di 116 componimenti. A differenza di tutti i precedenti poeti romani, Catullo fa entrare nella sua produzione poetica, com’è noto, le proprie esperienze personali: esperienze d’amore con la donna da lui amata e celebrata con il nome di Lesbia, ma anche relazioni di amicizia o di inimicizia, invettive contro gli avversari, giudizi di ordine letterario ed altro ancora.
Ciò che ha più colpito gli studenti e gli studiosi di tutti i tempi è stata la tematica amorosa che Catullo descrive sulla base di una vicenda personale che attraversò tre fasi: la prima, caratterizzata dall’entusiasmo e dalla gioia per un profondo sentimento ch’egli crede ricambiato dalla sua Lesbia, la seconda che è quella del dubbio sulla fedeltà dell’amata, e la terza che è la più triste, perché il poeta si sente tradito e vuole dare l’addio a questo amore ormai infelice. Della veridicità di questa storia qualche studioso ha dubitato, perché si sa che i poeti d’amore del periodo, sia i greci che i loro imitatori romani, usavano introdurre motivi e particolari stereotipi o comunque fittizi; ma la profondità dei sentimenti che Catullo esprime a questo riguardo induce a credere il contrario, cioè che vi siano sì elementi convenzionali, ma che la vicenda sia reale nella sua essenza. Ed è proprio su questa convinzione che si è fondato chi ha definito “moderno” il nostro poeta, poiché le sensazioni da lui espresse sono quelle che tutti noi ancor oggi, come al suo tempo, possiamo provare di fronte ad un’esperienza amorosa: gioia, entusiasmo, esaltazione, dubbio, angoscia, dolore, delusione, depressione profonda. Su questo punto, già sottolineato da molti studiosi, io sono totalmente d’accordo. In una società collettivistica come quella romana, che considerava l’uomo quasi solo come cittadino in funzione dello Stato, Catullo ha scoperto un tutto un mondo fino ad allora oscuro, l’universo dei sentimenti che fluttua all’interno di ciascuno di noi, e soprattutto ha messo in luce la profonda scissione che esiste nell’animo umano tra ragione e sentimento: il celeberrimo odi et amo (carme 85) enuncia tutto ciò in poche parole, la natura profondamente complessa della mente che rende possibile il poter amare e odiare una persona contemporaneamente, perché se razionalmente si può detestare chi ha ferito i nostri sentimenti, si può però essere soggetti a provare ancora per lei un sentimento irrazionale ed angosciante. E’ quel contrasto che Pascal definì con la famosa frase “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”, un contrasto cui noi siamo abituati da secoli di letteratura romantica, veristica e decadente, ma che nella società romana del tempo rappresentava una totale novità.
Quello che ho detto finora è ben noto, non ho scoperto nulla; ma il mio scopo, come ho detto sopra, non è questo bensì quello di richiamare l’attenzione di chi non legge abitualmente Catullo sulla perenne dimensione artistica di questo poeta. Volendo aggiungere ancora un esempio tratto dalle poesie d’amore, vorrei citare il carme n. 8, in cui il poeta si sforza con grande impegno di dimenticare Lesbia che l’ha indegnamente tradito. Anche qui, con una disposizione spirituale attualissima, che molti di noi hanno provato, egli è tormentato dal contrasto tra la volontà di resistere contro il tormento di un amore impossibile, che ancora lo angoscia, e la tentazione di cedere ancora ad esso; e ch’egli sia ancora tenacemente preso da quel sentimento irrazionale da cui vorrebbe liberarsi si evince da un motivo che sale in evidenza negli ultimi versi, quando emerge la sua preoccupazione per la vita futura di Lesbia, per un destino che, una volta che sarà definitivamente conclusa la loro relazione, rischia di essere miserevole per entrambi. Ma se veramente odiasse quella donna che l’ha fatto soffrire tanto, Catullo non dovrebbe preoccuparsi del futuro di lei, di quando sarà vecchia e nessun amante la cercherà più; se lo fa vuol dire che inconsciamente l’ama ancora, ed è questa un’esperienza che può capitare adesso, nel 2017 dopo Cristo, come capitava nel 60 avanti Cristo, perché cambiano i costumi e le società, cambiano i regimi politici e le usanze dei popoli, ma l’animo umano non cambia mai nella sostanza dei suoi sentimenti e dei suoi intimi pensieri.
Anche al di fuori della tematica amorosa Catullo ci si rivela poeta spiritualmente a noi contemporaneo, pur se vissuto oltre 2000 anni fa, perché traboccano in lui passioni e interessi non diversi dai nostri. Per non allungare troppo questo lungo post farò soltanto pochi esempi. A chi di noi non è capitato di essere deluso da certe persone che credevamo amici sinceri e che si sono poi invece rivelati egoisti e indifferenti nei nostri confronti? E’ quel che succede a Catullo, quando nel carme 30 accusa Alfeno di aver tradito i vincoli di amicizia esistenti tra di loro. E chi di noi non ha avuto disprezzo per degli ignobili arrivisti che si adatterebbero a qualsiasi vergognoso compromesso pur di far carriera? E’ questo esattamente il sentimento che il nostro poeta esprime nel carme 52, dove si chiede cosa aspetti a morire per non veder più lo spettacolo di due ignobili individui che stanno immeritatamente dando la scalata alla carriera politica. A proposito di questo argomento dobbiamo dire che nel nostro Paese attualmente – purtroppo, dico io – si è diffuso un sentimento di repulsione, se non di odio, per la politica e le persone che vi si dedicano, come dimostra l’alta percentuale di astensioni in occasione dei vari turni elettorali. Anche Catullo, dati i suoi interessi prevalentemente culturali e la difficile situazione in cui versava allora la Repubblica romana, rivela dei sentimenti che potremmo definire di “antipolitica”: nel carme 93, ad esempio, mostra la più totale indifferenza verso l’uomo politico più importante del tempo, Giulio Cesare, dicendogli chiaramente in faccia che non voleva piacergli, né aveva voglia di sapere se il grande condottiero fosse “un uomo bianco o nero”, intendendo così dire che per lui la politica non aveva alcun interesse.
Come ultimo esempio vorrei citare le fortissime invettive che Catullo rivolge ai suoi avversari, dove usa anche termini volgari che ho ritegno a riferire in questa sede. Anche questo è straordinariamente attuale, se consideriamo il livello di aggressività e di volgarità raggiunto in alcuni dibattiti televisivi tra giornalisti e uomini politici di diverse tendenze, oppure anche, più semplicemente, tutti gli insulti che ogni giorno vengono lanciati sui social contro chi la pensa diversamente da chi scrive. Anche questo, pur nel male, è un parallelo che possiamo fare tra il mondo romano ed il nostro, rilevando però una differenza sostanziale: che le poesie di Catullo, anche quando contengono invettive con termini triviali, mantengono sempre un notevole livello artistico e denotano un’elaborazione formale di alto livello, mentre le volgarità che si dicono oggi sono purtroppo solo uno squallido esempio di come la nostra società sia caduta nel più profondo degrado culturale.

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Giovanni Pascoli e i poeti latini

Pascoli

Durante questo mese di novembre è uscito a Napoli, sul n.161 della rivista internazionale “Critica Letteraria” diretta dal prof. Raffaele Giglio, un mio saggio a cui avevo lavorato anni fa e che adesso ho deciso di risistemare e pubblicare. Il contributo, di una lunghezza di circa 20 pagine a stampa, riguarda un aspetto particolare dell’attività culturale del nostro grande poeta Giovanni Pascoli (1855-1912) finora abbastanza trascurato dalla critica: le traduzioni ch’egli compì, lungo l’arco di quasi tutta la sua vita, di alcuni passi dei poeti classici, greci e latini. Non si tratta quindi del cosiddetto “Pascoli latino”, cioè delle straordinarie opere ch’egli compose direttamente nella lingua di Roma, bensì delle versioni compiute sui testi antichi. Stando a quel che scrisse la sorella Maria Pascoli nel 1913, il poeta aveva destinato a quest’opera di traduzione dei classici (specie Omero) gli anni della vecchiaia, ma purtroppo la morte precoce lo strappò a questa ed a ogni altra iniziativa.
Pascoli prediligeva tradurre i poeti greci, e soprattutto Omero; ma nella sua produzione risultano anche molte versioni dai latini, in particolare Catullo, Orazio e Virgilio, dei quali tuttavia egli prese in considerazione soltanto alcuni componimenti. Proprio su questi si concentra il mio saggio, nel quale vengono citati e commentati, a titolo esemplificativo, due brani per ciascuno dei tre poeti sopraindicati: tra di essi vi è il celebre carme 101 di Catullo (per la morte del fratello), lo stupendo passo delle “Georgiche” virgiliane sulla società delle api ed anche un “collage” formato da brevi passi delle “Satire” e delle “Epistole” di Orazio.
Ciò che è estremamente interessante notare è come il poeta italiano, nel riprodurre il dettato degli antichi, non abbia voluto rendere semplicemente quei testi in una lingua moderna, bensì abbia compiuto un’operazione di identificazione spirituale con essi, trasponendo nell’opera dei predecessori il proprio mondo fatto di sensazioni, di turbamenti, di angosce proprie di lui stesso e, in generale, dell’uomo del Novecento smarrito di fronte alla realtà ed al grande mistero della vita e della morte. Troviamo così, in Catullo, Virgilio e Orazio, l’eco potente della personalità pascoliana: la simbologia propria del decadentismo italiano ed europeo, la visione della poesia come insita nella realtà e della quale il poeta non è creatore ma scopritore, l’intimo senso della famiglia intesa come “nido” protettore, la meraviglia ed il mistero che si cela dietro i fenomeni naturali, la cui voce è sentita da Pascoli quasi come una voce umana, in conformità a quella “umanizzazione” della natura già compiuta dai poeti romani e soprattutto da Virgilio. Si tratta, in altre parole, di un’identificazione poetica che riduce o addirittura annulla le distanze temporali, quello cioè che io ho definito “il moderno nell’antico”.
Sono molto grato al prof. Giglio, ordinario di Letteratura Italiana all’Università “Federico II”di Napoli, ed alla sua rivista, per aver accolto questo mio contributo, del quale sono orgoglioso anche perché si discosta, sia pur di poco, dall’ambito strettamente “antico” di cui mi sono occupato in tutte le altre mie pubblicazioni. Ciò dimostra, o almeno dovrebbe dimostrare, che l’antico ed il moderno non sono mondi separati per cui ci si possa occupare del secondo senza conoscere il primo: tutte le manifestazioni artistiche e culturali, al contrario, sono strettamente unite al di là delle barriere spaziali e temporali, che a volte neanche si fanno notare più di tanto. Conoscere il passato, quindi, è condizione indispensabile per comprendere il presente senza rischiare di cadere negli abissi del tecnologismo e del modernismo, dietro a cui si agita continuamente lo spettro dell’ignoranza e della perdita del senso stesso di umanità.

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