Sulle tecniche di traduzione dai classici

In questo post mi occuperò non delle traduzioni dei compiti in classe o in genere fatte dagli alunni, ma di quelle un po’ più precise (si spera!) che vengono pubblicate nelle edizioni scientifiche o divulgative dei classici antichi. Com’è noto, esistono in Italia varie collane di classici tradotti e con il testo a fronte: citando le più celebri, non possiamo certo tralasciare la BUR della Rizzoli, i “Classici greci e latini” degli Oscar Mondadori e i “Grandi Libri” della Garzanti, oltre a diverse altre collane come ad esempio, la “Saturnalia” dell’editore “La vita felice” di Milano, presso cui è uscita un mese fa la mia edizione dell’Hecyra (“La suocera”) di Terenzio. Con questo genere di edizioni ormai ho una certa familiarità, avendo pubblicato traduzioni dello stesso Terenzio e del suo modello greco Menandro, di Senofonte per il greco e di Plauto, di Cicerone, di Virgilio per il latino.
Dopo un’attività così intensa, corredata inoltre dalla lettura di numerose altre pubblicazioni simili alle mie, viene spontaneo interrogarsi sul concetto stesso di “traduzione,” giacché tutti sanno cos’è e a cosa serve, ma ben pochi si sono posti il problema delle modalità con cui eseguire questo difficile lavoro.
Cominciamo dicendo che la traduzione dai classici greci e latini è un’operazione molto ardua, poiché il traduttore sa che, comunque si regoli, non potrà mai rendere l’intrinseco valore del testo originario, per una serie di motivi: la sintassi delle lingue antiche, spesso disposta in una certa maniera per ottenere effetti particolari di significato e di pregnanza di alcuni concetti cari all’autore, è profondamente diversa da quella italiana e perciò non riproducibile; certe strutture delle lingue antiche, inoltre, non hanno corrispondenza con quelle moderne: basti pensare all'”aspetto” del verbo greco, in cui conta la tipologia dell’azione espressa più che la cronologia, ossia il “prima” e il “dopo”; nei testi poetici, inoltre, c’è una struttura metrica fondata sulla quantità delle sillabe lunghe o brevi, che è totalmente scomparsa dalla nostra sensibilità, tanto che non sappiamo neppure come effettivamente i greci ed i romani leggessero la loro poesia. Ci sono poi difficoltà lessicali, perché alcuni termini o locuzioni greche e latine non hanno esatta corrispondenza in italiano, e ciò costringe a ricorrere a circollocuzioni o a note esplicative. Le stesse figure retoriche nei testi classici non hanno soltanto un valore formale, ma condizionano il testo nel suo più profondo significato e nel suo stesso valore letterario; per questo si usa dire – ed è indubbiamente corretto – che i classici andrebbero sempre letti nella lingua originale. Ma non tutti i potenziali lettori sono esperti filologi conoscitori del greco e del latino, ed ecco quindi che la traduzione diventa uno strumento irrinunciabile di conoscenza.
In effetti il dibattito sulle modalità del tradurre esiste da secoli, e può riassumersi nel seguente dilemma: è meglio una “bella infedele”, cioè una traduzione che cerca di mantenere il tono e la dimensione artistica dell’originale scostandosi però dalla resa precisa e puntuale del testo, oppure una “brutta fedele”, ossia una versione che riproduce letteralmente il testo di partenza ma non ha pretese artistiche o letterarie ed è, per così dire, una traduzione “di lavoro”? Esempi della prima modalità sono, tra le altre, le traduzioni dai lirici greci di Salvatore Quasimodo: essendo a sua volta poeta, egli ha voluto trasporre la sua personale sensibilità nei testi che esaminava, fornendoci una serie di opere “nuove” certamente belle e suggestive, ma che non avevano più di tanto il senso letterale che i poeti antichi volevano dare alle loro composizioni, alle quali egli toglieva o aggiungeva parole ed espressioni sue. Un’operazione del genere è certamente meritoria per il lettore che voglia godere di un’arte elevata, ma non certo per chi vuole intendere il dettato letterale dell’autore a scopo, ad esempio, di operare una ricerca filologica. Sono perciò disponibili oggi, per quasi tutti gli scrittori e poeti classici, traduzioni del secondo tipo, fedeli all’originale ma non certo bellissime né particolarmente commoventi, com’è ad esempio quella dei due poemi omerici di Rosa Calzecchi Onesti, edita da Einaudi e da Mondadori.
Questo dibattito è affascinante ma di difficile soluzione, poiché ciascuno ha le sue preferenze e, come si suol dire, de gustibus non est disputandum. Qui aggiungo qualche breve considerazione su come io personalmente mi sono regolato nel compiere le numerose traduzioni che ho pubblicato. Ho cercato, anzitutto, di dare la preferenza alla fedeltà filologica rispetto agli originali, perché scopo essenziale della traduzione è far conoscere un’opera scritta in una certa lingua a coloro che non conoscono quella lingua, e si ha quindi il dovere primario di scrivere quello che l’autore ha detto, senza travisamenti; poiché però le traduzioni troppo letterali finiscono per essere rigide e persino sgradevoli a causa della diversa struttura sintattica dell’italiano, ho anche cercato di impiegare termini ed espressioni proprie della nostra lingua parlata, al fine di rendere più agevole e duttile il testo presentato. Ciò vale soprattutto per i testi teatrali (Menandro, Plauto, Terenzio), che ho voluto riprodurre in forma appunto “scenica”, tale cioè da poter essere utilizzati in caso di un’eventuale rappresentazione odierna delle commedie antiche, per la quale è necessario un linguaggio fedele agli originali ma anche pratico, fruibile con gli strumenti espressivi e conoscitivi dello spettatore moderno. Per questo motivo ho anche abbandonato la tradizione, che qualcuno conserva, di tradurre i testi poetici in versi italiani, specie endecasillabi sciolti: non avendo più noi il senso della quantità, infatti, si rischia di tradire il dettato dell’autore anche solo per il fatto di aver impiegato versi accentuativi, estranei alla sensibilità antica. Allora tanto vale tradurre in prosa i testi teatrali, più fruibili da parte del lettore moderno e più corrispondenti al linguaggio attuale del teatro, che è appunto quasi totalmente in prosa.
Molte altre questioni ci sarebbero da esporre, ma non voglio appesantire troppo questo post, con il quale ho voluto più che altro lanciare un sasso nello stagno, riflettere e far riflettere su questo annoso problema. Senza alcuna presunzione né falsa modestia, comunque, debbo dire che le mie traduzioni fino ad ora hanno trovato largo consenso da parte del pubblico che le ha lette o studiate per preparare interrogazioni o esami universitari. Particolare soddisfazione mi hanno dato quelle dei testi teatrali, che un regista un giorno mi disse di considerarle come le migliori in circolazione per la messa in scena delle commedie antiche; ed in effetti, in occasione di un famoso festival estivo, una parte dell’Aulularia di Plauto, rappresentata in “pendant” con l’Avaro di Molière, fu recitata con la mia traduzione, ripresa da un libro scolastico che avevo composto per i “Classici Signorelli”.

5 commenti

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5 risposte a “Sulle tecniche di traduzione dai classici

  1. Livia Archina'

    Buongiorno professor Rossi e complimenti per l’impegno che profonde nel divulgare la bellezza del mondo classico. Personalmente sono favorevole ad una traduzione fedele, per quanto possibile, al testo originale; spesso ho sentito questa esigenza, da studentessa universitaria e da neo professoressa. Purtroppo non sempre è facile reperire traduzioni fedeli al testo:in particolare, ho avuto qualche difficoltà con Plauto per il latino e con Tucidide per il greco. Le chiederei, se possibile, di poter visionare la sua traduzione dell’Aulularia e alcuni stralci di Terenzio, per capire se possano fare al caso mio (attualmente sto cercando di mantenermi allenata sul fronte traduzioni e avrei necessità, per questo, di un testo a fronte piuttosto fedele per poterlo confrontare con le mie ipotesi di traduzione). Un saluto e buon lavoro, Livia Archinà.

    • Grazie per il suo apprezzamento. Sono d’accordo con lei nel dire che non è sempre facile trovare traduzioni fedeli e al tempo stesso corrette sul piano lessicale e sintattico; anzi, purtroppo qualche volta ci troviamo di fronte a opere classiche tradotte con i piedi, come si dice dalle mie parti, e che tuttavia trovano un editore. Non ho mai tradotto Tucidide a livello editoriale, però ho tradotto abbastanza di Plauto e di Terenzio, e posso dirle che non sono facili, soprattutto il primo, perché il suo pirotecnico modo di esprimersi, fatto di doppi sensi, allusioni e arditi neologismi, è pressoché irriproducibile in ogni lingua moderna. Purtroppo non ho la possibilità di fornirle le mie traduzioni perché protette dal copyright; posso però dirle che per Terenzio le mie edizioni dell’Andria (presso Mursia) e dell’Hecyra (presso La vita felice) sono in commercio, mentre l’Aulularia di Plauto è un’edizione scolastica uscita nei “Classici Signorelli”. Credo che, se vuole, se li possa procurare con poca difficoltà.

  2. Angelo Belloni

    La ringrazio di questo Suo prezioso contributo, che affronta un tema affascinante e di difficilissima se non anche impossibile soluzione. Dall’alto della Sua profondissima esperienza del mondo classico su quello si concentra in via esclusiva; ma il discorso vale per qualunque altra lingua e cultura a noi più vicine, e meriterebbe qualche estensione.
    Ho avuto modo di pubblicare un commento sulla Sua pagina FB, che riprende una famosissima massima di Dostoevskij e qui ripeto perché va a pennello.
    Мир спасет красота (Mir spasiet krasotà). L’originale è sempre incomparabilmente meglio del banale “La bellezza salverà il mondo” che tanti sparano a pappagallo, pavoneggiandosi a fini intellettuali ma in realtà avendo capito ben poco, per non dire niente. […]
    Il bello è che un Russo dalla stessa frase recepisce simultaneamente tutte le sfaccettature che le competono, poiché i concetti sono compenetrati al punto di fondersi, mentre noi in Italiano dovremmo usare quattro frasi senza alcuna parentela tra loro, e scegliendone una ci limitiamo ad una sfaccettatura perdendo le altre.
    Questo vale non solo per Dostoevskij, ma in generale. Ad esempio, è impossibile tradurre la canzone popolare russa Kalinka, talmente è infarcita di doppi e tripli sensi che si perderebbero inesorabilmente in un’altra lingua. Si noti che il doppio senso non ha il significato becero che di solito gli diamo (cioè di lanciare il sasso nascondendo la mano), bensì quello di concetti talmente compenetrati ed interdipendenti tra loro che è necessario recepirli come un tutto unico ed inscindibile. La contropartita è capire niente o poco niente.
    In definitiva, allora, mi sembra che una buona traduzione potrebbe essere riportare il testo in originale (poco importa se uno non è in grado di capirlo) e di accompagnarlo con un saggio dove punto per punto si mettono in evidenza le varie sfaccettature, interpretazioni e retroscena. In fondo non si tratta di prendere una frase in una lingua e di trasporla in una frase nell’altra, bensì di prendere un’idea e di renderla pienamente comprensibile ad un altro; del resto è quel che Lei fa nei Suoi libri e contributi.

    • Mi deve scusare se anche talvolta ho tagliato, e non di poco il suo commento, e non solo per la sua lunghezza, ma anche perché i lettori avrebbero capito ben poco delle sue considerazioni tecniche sulla lingua russa e le varie sfaccettature della frase proposta. L’importante del suo contributo, a mio parere, è quel che dice alla fine, cioè che i caratteri peculiari di una lingua e gli stilemi con cui l’Autore se ne serve sono praticamente intraducibili in un’altra lingua, e questo vale sia per i testi antichi che per i moderni. Ciò nonostante io ritengo indispensabile il lavoro di traduzione perché, anche con i limiti che lei ha detto, ha il pregio di far conoscere al lettore comune opere che altrimenti gli rimarrebbero del tutto ignote: io stesso ho una grande ammirazione per la letteratura russa dell’800 ed ho letto moltissimo, pur senza conoscere una parola di russo. Importante è anche – e qui sono pienamente d’accordo con lei – che alla traduzione si accompagnino il testo originale e le note, ciò che può facilitare la comprensione d’insieme dell’opera considerata.

  3. Giorgio Capozzi

    Per quel che mi riguarda, occorre tornare alla “Odusia” di Livio Andronico. Chi traduce, necessariamente tradisce, cioè è interprete. Lo scambio linguistico è anche il passaggio da un mondo ad un altro,che è conseguenza di una meditata esplorazione di due culture diverse. Perciò sono fautore di una traduzione “artistica”.

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