Archivi tag: Aristofane

Articoli culturali sul blog

I vari post che vengono pubblicati su un blog rischiano con il tempo di essere dimenticati, soprattutto se sono vecchi di qualche anno; ben pochi lettori, infatti, vanno a riguardare articoli usciti molto tempo prima, ma tendono invece a leggere solo gli ultimi o comunque quelli che restano visibili nella pagina. E’ vero che esiste lo strumento detto “Archivi” sulla colonna di destra, ma il suo utilizzo è complesso perché con esso si risale sì ai mesi ed agli anni passati, ma senza riferimenti precisi al tipo di argomenti che sono stati postati e senza alcun ordine tematico. Per ritrovare tematiche di suo interesse, dunque, il lettore dovrebbe riguardare tutti i mesi indietro uno per uno, ed in ogni mese visionare i titoli di tutti i post, il che diventa un lavoro lungo e piuttosto noioso. Per questo ho pensato di elencare ogni tanto tutti i post che ho pubblicato su di una determinata tematica, in modo che chi fosse interessato può andare a colpo sicuro, mediante l’Archivio, al mese ed all’anno dove quello che gli interessa è stato pubblicato. In questo post elenco quindi tutti gli articoli di ordine letterario, cioè gli autori dei quali mi sono occupato per recensire la loro opera oppure, semplicemente, per esprimere il mio giudizio nei loro confronti. Premetto che si tratta sempre di autori classici, antichi e moderni ma sempre classici; io non riconosco infatti agli scribacchini di oggi la qualifica di “scrittori” o di “poeti”, che appartiene invece a chi veramente, nei secoli passati, ha dato prova di possedere quel grande talento artistico che purtroppo adesso non esiste più. Oggi l’arte letteraria è morta definitivamente, e pertanto, se vogliamo godere dell’emozione e dell’arricchimento culturale che la lettura può darci, dobbiamo necessariamente rivolgerci agli autori del passato, vissuti non oltre il periodo coincidente, più o meno, con la seconda guerra mondiale.
Questi, quindi, gli autori di cui mi sono occupato, in ordine di apparizione del post a loro dedicato. Chi fosse interessato a leggerli, può cliccare sul link “Archivi” della colonna di destra e andare all’anno ed al mese corrispondente.

– Le notti bianche (su Dostoevskij) – Agosto 2013
– Giovanni Pascoli e i poeti latini – Novembre 2013
– Come si può rovinare un’opera d’arte (sulla “Traviata” di Verdi) – Dicembre 2013
– La mia malinconia è tanta e tale (sulla depressione in letteratura) – Giugno 2014
– Il IV libro dell'”Eneide”: storia di una donna in carriera – Gennaio 2015
– La democrazia da Euripide ai nostri giorni – Luglio 2015
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo – Agosto 2015
– L’uomo nella fodera (su un racconto di Cechov) – Novembre 2015
– La depressione di Jacopo Ortis – Luglio 2016
– Rileggendo qualcosa del Manzoni – Novembre 2016
– Dante e le donne: l’arte della psicologia – Dicembre 2016
– Visita a casa Leopardi – Gennaio 2017
– Impressioni di lettura (su vari autori) – Marzo 2017
– Gabriele D’Annunzio, l’intellettuale indefinibile – Aprile 2017
– Catullo, poeta degli anni 2000 – Novembre 2017
– Qualche osservazione su Pindaro e sulle “Odi” di Orazio – Dicembre 2017
– Aristofane e i 5 stelle – Marzo 2018
– Terenzio e il suo modello di educazione – Marzo 2018

Credo di aver fatto cosa utile per chi conservasse ancora interesse per la letteratura antica e moderna e soprattutto per i classici, cioè quegli scrittori che non hanno mai finito di dire ciò che hanno da dire. Nei post sopra ricordati io mi sono limitato a esprimere mie opinioni e personali impressioni, senza pretendere di scoprire cose nuove, né che i miei scritti abbiano valore di saggi o di pubblicazioni scientifiche. Ho voluto solo dare qualche spunto di lettura e di riflessione, scrivendo man mano ciò che mi veniva in mente leggendo questi autori o trattandoli durante lo svolgimento dei normali programmi scolastici. Se qualche lettore, esaminando i miei articoli di argomento letterario, vorrà mandarmi dei commenti o delle critiche, positive o negative che siano, gliene sarò per sempre grato.

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Aristofane e i 5 stelle

Quello che temevo si è puntualmente verificato: l’Italia degli ignoranti, dei qualunquisti e dei piagnoni ha votato in massa per il Movimento Cinque Stelle, che è adesso il primo partito nazionale largamente maggioritario, che ha ottenuto un successo strabiliante soprattutto nel Meridione, dove in alcuni luoghi supera il 50% dei voti validi. Le ragioni di questo successo le ho già dette nei precedenti post, dove avevo amaramente previsto ciò che sarebbe successo, cioè la vittoria di un soggetto politico privo di qualunque base ideologica e culturale, fondato da un comico buffonesco e da un faccendiere, un partito che ha saputo solo distruggere per cinque anni ciò che altri tentavano di fare, insultando gli avversari, dicendo sempre di no pregiudizialmente a tutto e tutti e non facendo mai proposte concrete. La loro millantata onestà è stata smentita dalle firme false che hanno fatto in Sicilia e dai falsi rimborsi di parte dello stipendio; la loro incompetenza è emersa nelle amministrazioni delle città da loro governate; i loro capi non hanno mai fatto nulla in vita loro, eppure nonostante ciò sono stati votati da milioni di persone. Cosa ha spinto queste persone a votarli nonostante tutto ciò che di negativo emergeva nei loro confronti? L’ingenuità di tanti italiani, convinti che il nuovo sia sempre per definizione migliore del vecchio, senza pensare che si può anche cadere dalla padella nella brace. A ciò si aggiunge un’innata avversione degli italiani per chiunque governi, che viene sempre bistrattato e insultato, qualunque cosa faccia. In proposito mi chiedo, riprendendo un commento di un lettore di Facebook, che cosa abbia mai fatto Renzi di tanto terribile da essere odiato fino a questo punto, tanto cioè che gran parte del suo elettorato lo ha abbandonato per riversarsi sui 5 stelle. Ma il successo di questi ultimi si spiega anche con l’ingenuità e l’illusoria speranza di coloro che credono alla favola del reddito di cittadinanza, cioè che sia possibile, in un paese come il nostro privo di materie prime e con un debito pubblico gigantesco, avere uno stipendio senza far nulla. Nel Meridione questa mirabolante e buffonesca promessa, per la quale Di Maio e compagnia non troveranno mai i fondi necessari, ha fatto gola, perché in quelle regioni si è più inclini a farsi assistere dallo Stato (si veda anche il gran numero di false pensioni di invalidità) piuttosto che a prendere iniziative imprenditoriali. Al Governo si deve chiedere di creare posti di lavoro, non di dare soldi per starsene in casa sul divano a guardare la tv. Non voglio essere offensivo né generalizzare, ma è ben noto che nelle regioni meridionali questa mentalità è abbastanza diffusa, altrimenti non si spiegherebbe, da parte de 5 stelle, un successo di queste proporzioni.
Osservando la triste realtà creatasi in Italia dopo le elezioni, mi è venuto da pensare – da docente di lingue e letterature classiche – che il grande poeta comico Aristofane, vissuto tra il V° ed il IV° secolo avanti Cristo, avesse già previsto una situazione politica simile a quella odierna. In una delle sue prime commedie intitolata I Cavalieri due servi, dietro i quali si celano probabilmente due strateghi ateniesi, sono disperati per il cattivo governo della loro città, che si lascia guidare da un demagogo chiamato Paflagone, il cui nome deriva da un torrente impetuoso ed allude alla torrenziale eloquenza di Cleone, il successore di Pericle da poco defunto. Il popolo, condizionato dalla demagogia del Paflagone, è raffigurato come un vecchio rimbambito, incapace ormai di decidere alcunché; per questo i due servi decidono di tentare un cambiamento di governo a nome della classe dei cavalieri, da sempre ostili al regime democratico, sostituendo il Paflagone con un altro demagogo che sarà in realtà un fantoccio nelle mani dei cavalieri stessi. Poiché tuttavia lo Stato ateniese sta andando alla deriva e più i politici sono disonesti e incapaci tanto più piacciono al popolo, sarà necessario trovare un leader che non sia migliore del Paflagone ma peggiore, cioè ancor più incompetente e disonesto, in modo che il popolo lo accetti e i burattinai possano controllare meglio il loro burattino. Viene così scelto un macellaio, che si chiama Agoracrito ma che nel testo viene chiamato genericamente “il Salsicciaio”. Costui, con discorsi di assurda demagogia e di grande meschinità morale, batterà l’avversario e governerà quindi, da allora in poi, al posto suo. Così il popolo, mediante un rito magico, ringiovanirà per effetto del nuovo regime, il quale però si prepara ad ingannarlo quanto e più di quanto non facesse il demagogo precedente. Questa dei Cavalieri è una delle tante geniali trovate di Aristofane, un grande poeta ateniese che, con il paravento dell’illusione e del linguaggio ludico, vuole in realtà criticare la gestione politica della sua città, della quale non era soddisfatto. Come tutti i grandi comici, anche Aristofane nasconde dietro al riso un intento profondamente serio, direi quasi uno stato di angoscia permanente.
A me la situazione politica italiana del dopo-elezioni pare assomigliare abbastanza alla commedia aristofanea: i due artefici del cambiamento politico (cioè Grillo e Casaleggio, fuor di metafora) intendono eliminare il Paflagone (cioè Renzi) per sostituirlo con il Salsicciaio (Di Maio) che non è migliore, ma peggiore del rivale, e sarà solo un burattino nelle loro mani, finché condurrà la città alla rovina completa. Il popolo ingenuo e ignorante crede alle promesse del Salsicciaio e si illude persino di ringiovanire, ma ben presto si scoprirà che dietro il populismo e le promesse di costui si cela in realtà l’interesse di chi l’ha voluto in quel ruolo, i burattinai dei quali egli è semplice strumento. Ed in effetti, poiché la politica di anno in anno va di male in peggio, la sostituzione di una maggioranza politica con un’altra non può che aggravare la vita dei cittadini, illusi con false vanterie (l’onestà dei 5 stelle) e vuote promesse (il reddito di cittadinanza).
Questo paragone mi è venuto in mente all’improvviso, senza una ragione precisa e dovuto senz’altro al mio sconfinato amore per gli autori classici e per la loro modernità, della quale mi è parso di ravvisare in questo risultato elettorale un tangibile esempio; ma alla base di ciò c’è anche la mia profonda delusione dovuta ad una visione della politica ormai inveterata e del tutto avulsa da quella di oggi, che non segue più né ideologie né progetti concreti ma è pronta a credere al primo Salsicciaio che si presenta con il visino pulito di un giovane di 31 anni che non ha mai dimostrato di saper fare nulla in vita sua ma che è riuscito a incantare tanti italiani con le sue vanterie e le sue promesse a vuoto. Come ho detto altrove, a questo punto spero che i 5 stelle governino davvero, così chi li ha votati farà presto ad accorgersi che ha scelto il nulla e altrettanto presto cambierà idea. Io intanto chiedo scusa se in questi ultimi post ho parlato troppo di politica e ho scoperto quelli che sono i miei convincimenti, ma voglio precisare che ciò è avvenuto con lo strumento del blog e al di fuori del mio lavoro, perché tutti possono constatare che io di politica a scuola non parlo mai né ho mai cercato di indottrinare nessuno. Comunque, a scanso di equivoci, d’ora in poi tornerò a parlare di scuola e di argomenti di carattere culturale, sperando di interessare ancora a qualcuno e possibilmente di ricevere qualche commento.

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Panem et circenses, ieri ed oggi

Il celebre poeta satirico latino Giovenale diceva (Satira X) che la plebe romana, inconsapevole delle angherie a cui era sottoposta da parte dei potenti e dei privilegiati, si accontentava di ricevere periodicamente elargizioni di grano (panem) e di poter assistere agli spettacoli del circo (circenses), che gli imperatori molto spesso concedevano ed in cui, in certi casi, si esibivano anche loro. Questi erano i mezzi essenziali, secondo Giovenale, con cui chi governava si conquistava il consenso della massa ignorante, la quale non sospettava neppure che ciò che riceveva era una miseria rispetto alle sconfinate ricchezze di pochi privilegiati. La locuzione, uno dei detti latini più famosi tra quelli tramandatisi fino ai nostri giorni, indica l’agire di coloro che, con poco dispendio di forze e di risorse, si guadagnano il favore delle masse e riescono a farne cessare le proteste e le rivolte. E’ la migliore forma di demagogia, giacché tutti a parole si mettono dalla parte del popolo e dei diseredati, ma chi promette di dargli qualcosa di concreto, magari anche senza poter mantenere, se ne acquista più rapidamente la simpatia.
Oggi la celebre locuzione latina potrebbe essere tradotta ed interpretata in vari modi. Il primo sostantivo (panem) si potrebbe individuare nella promessa di abolire certe tasse, le quali tuttavia, se pur cacciate dalla porta, rientrano dalla finestra (vedi l’IMU sulla prima casa, poi tornata col nuovo e rassicurante nome di TASI); oppure con i famosi 80 euro di Renzi, che hanno cambiato ben poco nelle abitudini e nelle spese degli italiani, sia perché concessi solo ad una parte dei cittadini sia perché largamente erosi dall’imposizione di altri balzelli. Ma l’attualizzazione più moderna, la più strampalata e demagogica, del “panem” di Giovenale è la proposta del cosiddetto “Movimento cinque stelle”, di recente ribadita e presentata addirittura come progetto di legge, quella cioè del “reddito di cittadinanza”. Si tratta di un progetto demenziale che solo ad un’armata Brancaleone come i grillini poteva venire in mente, un esempio di demagogia di bassissima lega che qualunque persona dotata di un po’ di raziocinio considera per quello che è, cioè l’ennesima buffonata di quel gruppo politico e del pulcinella che l’ha fondato. Nella situazione economica in cui si dibatte il nostro Paese, dove si troverebbero i tanti miliardi di euro che occorrerebbero per realizzare una baggianata del genere? Ma poi, ammesso e non concesso che la si possa fare, che cosa ne deriverebbe? La conseguenza più ovvia, che chi ha letto i classici greci e latini intuisce subito, è che il numero dei disoccupati, dei nullafacenti e dei fannulloni (sì, perché esistono anche persone che non hanno lavoro perché non lo vogliono, e stanno bene in poltrona) si dilaterebbe a dismisura: che interesse avrebbe, a quel punto, a trovare lavoro a 800 o anche a 1000 euro chi ne riceve 780 per non fare nulla? Caso mai lo cercherebbe al nero, in modo da aggiungere all’elargizione statale altri redditi su cui non pagare tasse. E poi, tanto per non allungare troppo questo post, siamo certi che sia legalmente e moralmente ammissibile pagare una persona per il solo fatto di essere cittadino? A mio parere si tratta di una bestialità che solo da quel gruppo di irresponsabili poteva venir fuori, sia perché è moralmente inaccettabile che qualcuno riceva un reddito senza lavorare, sia perché nessuno stato moderno, e tantomeno l’Italia (che è una repubblica fondata sul lavoro, come dice l’art.1 della Costituzione) può permettersi di dare un reddito ai nullafacenti. Il vecchio detto secondo cui l’ozio è il padre dei vizi mi sembra applicarsi bene a questo proposito, così come le sagge parole di tanti scrittori antichi, da Aristofane a Virgilio, da Platone a Cicerone, secondo i quali ciascun cittadino deve contribuire attivamente alla vita dello Stato con il proprio impegno e le proprie forze, non certo standosene sdraiato sul divano ad attendere la manna dei 780 euro al mese senza fare nulla! Questa, più che populismo di basso conio, è stupidità pura e semplice, dal momento che gli apostoli del Messia Grillo non si rendono conto che nessuna persona di buon senso potrà credere alle loro castronerie.
Il secondo termine della locuzione latina, cioè “circenses”, a differenza di “panem”, può tradursi oggi in una sola maniera: televisione. L’effetto che nell’antica Roma provocavano sul popolo i giochi del circo oggi lo si ottiene con la propaganda televisiva, che ha appunto la funzione di far credere alla gente ciò che non è vero,  tanto da tentare di far digerire proposte insensate come il “reddito di cittadinanza” e altre simili baggianate. Oggi tutto passa attraverso i “talk-show” televisivi, dove però il più delle volte, anziché assistere a gare oratorie che noi classicisti potremmo anche apprezzare, ci troviamo dinanzi alle più trite banalità spesso condite con una buona dose di squallido turpiloquio, arte in cui i nobili rappresentanti del “Movimento cinque stalle” (errore volontario) sono indiscussi maestri. Il popolo si pasce di televisione, e di quella è contento, al punto da entusiasmarsi anche dinanzi alle trasmissioni più stupide, insensate e demenziali, facendosi fare un lavaggio del cervello che avvantaggia sempre di più il consumismo, l’ignoranza e la maleducazione. Di questo sono ben consapevoli i detentori del potere politico ed economico e rincarano la dose di continuo; ed il bello è che questa loro operazione riesce sempre meglio, perché scende continuamente il numero delle teste pensanti e dei cervelli ancora in grado di funzionare.

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Dopo le elezioni, il disastro

Lo scenario che si apre dopo i risultati delle elezioni politiche 2013 è a dir poco preoccupante, per non dire disastroso. Purtroppo è successo l’irreparabile: i partiti tradizionali hanno subito uno smacco di non poco conto, soprattutto il PD che da mesi dichiarava con sicumera che avrebbe avuto il 51 per cento (o giù di lì), mentre il vero trionfatore è lui, Beppe Grillo, non un politico ma un istrione che è più ridicolo adesso di quando faceva il comico di professione. I cittadini, giustamente indignati contro la classe politica tradizionale, hanno espresso un voto di protesta, di rabbia, che si è concretizzato nell’appoggio dato ad un personaggio che nulla sa di politica e che si porterà in Parlamento una massa di incompetenti. Questo è molto grave, a mio vedere, perché così facendo si getta via il bambino con l’acqua sporca e si ricorre ad un rimedio peggiore del male: se infatti i politici tradizionali finora hanno governato male (e malissimo nel caso di Monti), i nuovi non governeranno affatto, sia perché con l’attuale composizione del Senato non c’è alcuna maggioranza, sia perché sono persone che nulla sanno di politica, di amministrazione, di come risolvere i problemi del Paese. Sono nuovi, sono giovani, è vero; ma questo basterà per assicurare che sappiano governare? Io credo proprio di no, perché per fare il deputato o il senatore non è sufficiente essere nuovi e giovani, occorrono conoscenze e competenze che questi damerini a 5 stelle non hanno, né potranno acquisire in pochi mesi. E cosa è stato capace di fare Grillo fino ad ora se non riempire le piazze con le sue volgarità, i suoi “Vaffa…” e i proclami pateticamente demagogici come il “mandiamoli tutti a casa”? Quando ha mai fatto una proposta concreta e realizzabile? Adesso in Parlamento ci sono anche i suoi accoliti, i quali si accorgeranno ben presto della differenza tra il dire ed il fare: tutti sono abili a criticare gli altri, a insultare, a cavalcare la tigre del “tutti a casa”. Vedremo cosa saranno capaci di fare loro quando si tratterà di passare dalle chiacchiere vuote del loro leader ai fatti, all’affrontare i problemi veri, quelli dei cittadini di ogni giorno.
A me che mi intendo un po’ di classici la situazione attuale fa venire in mente la trama di una celebre commedia di Aristofane, i Cavalieri, rappresentata nel 424 a.C. Qui due servi di Demos (il popolo), rappresentato come un vecchio rimbambito, si danno da fare per cacciare un demagogo che ha ridotto Demos in quello stato e continua a ingannare i cittadini; ma per eliminare il Paflagone (così viene chiamato il demagogo in questione, pseudonimo di Cleone) ricorrono ad un personaggio disonesto e volgare che fa di mestiere il salsicciaio e che, in un contrasto con Paflagone, riesce a sopravanzarlo ed a sostituirlo al governo della polis. Adesso accade lo stesso: il popolo si è ribellato ai politici tradizionali ed ha preferito l’imbonitore genovese. Non tarderanno ad accorgersi che si sono illlusi, ma sarà tardi.
L’unica prospettiva che si aprirebbe oggi, e che avrebbe un senso, sarebbe quella di isolare il salsicciaio e di unire le forze dei due partiti maggiori, formando un governo di grande coalizione che ha funzionato bene in altri paesi come il Belgio e la Germania, e che con una larga maggioranza potrebbe finalmente cominciare ad affrontare le questioni importanti che solo chi si intende di politica può sperare di risolvere. Solo che purtroppo da noi c’è una differenza sostanziale con quei Paesi: che in Belgio, in Germania e altrove gli avversari, pur rimanendo tali, sono disposti a collaborare e si rispettano tra loro, mentre da noi purtroppo i vecchi residui ideologici e gli odi di parte fanno sì che l’avversario è visto ancora come il “nemico” da demonizzare, da distruggere, con cui non bisogna aver nulla da spartire. Mentre in tutti i Paesi civili il passato è passato e si guarda al futuro con unanimi prospettive, in Italia l’insulto e la diffamazione sono ancora i principali caratteri con cui si esprimono gli esponenti politici e i giornali che li sostengono. Non ci vuole molto a dimostrarlo: un quotidiano come “Repubblica”, tanto per fare un esempio, dedica almeno quattro pagine al giorno all’insulto e alla denigrazione di Berlusconi, alimentando un clima di odio e di rancore che impedisce qualunque fattiva collaborazione, che pure altrove è possibile anche tra formazioni politiche provenienti da esperienze ed ideologie diverse. Ecco perché Bersani, pur sapendo di trovarsi in un vicolo cieco e rendendosi conto che una collaborazione con Grillo (che lui stesso ha definito “fascista mediatico”) sarà ben difficile, ha escluso qualunque possibilità di un governo con il PDL, che soltanto potrebbe affrontare concretamente la situazione in cui ci troviamo. Eppure, una volta riconosciuto che centrodestra e centrosinistra vogliono entrambi il bene dell’Italia, perché non collaborare? Si preferisce il salto nel buio, l’alleanza con gli anarchici che sanno solo distruggere, con l’istrione che finora ha riempito tutti i partiti, compreso il PD, di “Vaffa…” e altri insulti? Ancora una volta il cascame ideologico di cui è prigioniera la sinistra italiana ha prevalso sul bene comune, sulla ragione e sull’intelligenza.

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Le donne al Parlamento

Il momento attuale di campagna elettorale, quando tutti (o quasi) i partiti fanno a gara per accaparrarsi i voti dei cittadini, concede una particolare attenzione all’elettorato femminile, facendo a gara per inserire nelle liste quante più donne possibile, quasi che questa fosse la soluzione principe dei problemi del nostro Paese. Il Partito Democratico, in tale ottica, ha stabilito addirittura una quota precisa (il 40 per cento) per le rappresentanti del gentil sesso da eleggere nel nuovo Parlamento.

Questo curioso atteggiamento intellettuale mi ha fatto venire in mente una celebre opera del commediografo greco Aristofane (ca. 445-380 a.C.), le Ecclesiazuse (“Le donne al Parlamento”), rappresentata ad Atene nel 392 a.C.   Quivi il poeta, deluso da tanti anni di guerra e di sfacelo politico e sociale delle istituzioni della sua città, immagina che il potere esecutivo, evidentemente mal gestito dagli uomini, venga conquistato dalle donne con un colpo di Stato. Ottenuto così il potere completo le signore ateniesi, guidate da Prassagora moglie di Blepiro, sconvolgono completamente gli ordinamenti precedenti introducendo una sorta di comunismo dei beni e delle donne stesse: ciascun cittadino perciò, ricco o povero, dovrà mettere in comune i propri beni e dedicarsi all’amore libero, senza più regolari matrimoni. Ne deriva una serie di conseguenze grottesche, tipiche della commedia farsesca propria di Aristofane: da un lato i ricchi sono reticenti a mettere in comune i propri averi, dall’altro si verifica una promiscuità sessuale senza precedenti tanto che un povero giovane, che aspirava ad amoreggiare con una ragazza sua coetanea, deve prima soddisfare tre vecchie tanto orrende quanto vogliose, in quanto così stabiliscono le nuove leggi. La commedia è una satira feroce, senza attenuanti: il governo delle donne non si rivela infatti migliore di quello degli uomini, conduce anzi ad un disastro morale ed umano, oltre che politico e sociale. Ovviamente tutto ciò resta sul piano dell’utopia, perché nel pensiero antico non era in alcun modo concepibile la partecipazione delle donne alla conduzione dello Stato, e su quello della risata crassa tipica del genere comico; che poi dietro al riso si nasconda l’angoscia e il disorientamento di chi ha visto la decadenza dei propri ideali, è ovvio. Del resto, tutti i grandi comici hanno adombrato dietro il riso una realtà spesso fortemente tragica.

Per tornare all’epoca nostrana, a me pare che questo interesse per le donne in politica, questa ostinazione a volerle a tutti i costi nella gestione della cosa pubblica, abbia origine da un presupposto errato e sia pertanto, anche se pare il contrario, discriminatoria nei loro confronti. Fissare un giorno di festa dedicato alle donne (l’8 marzo), o anche determinare delle “quote rosa” nelle amministrazioni pubbliche centrali e locali, significa trattare gli esseri umani di sesso femminile come “diversi”, come una particolare categoria differente, e spesso opposta, a quella maschile. Che le donne debbano entrare in Parlamento, come in ogni altro organismo, è giusto e inappuntabile; ma debbono arrivarci per meriti oggettivi, per capacità dimostrate, e non per una “quota” loro riservata, perché decidere a priori che un certo numero di posti è riservato alle donne è come trattarle da inferiori, è paragonabile alla riserva dei posti sugli autobus per gli invalidi o per gli anziani, categorie in certo qual modo protette perché particolari, diverse e disagiate rispetto ai comuni cittadini. L’elezione a tutte le cariche pubbliche e private dovrebbe avvenire sulla base dei meriti individuali, il solo criterio che a mio giudizio dovrebbe valere in ogni campo; che poi questi meriti ce l’abbia un uomo o una donna, è indifferente. Potrebbe pure accadere che in Parlamento entrassero l’80 per cento di donne anziché il 40 come ha deciso il signor Bersani, se i loro meriti fossero di tali proporzioni. Perché limitarle al 40, o al 20, o al 60 o a qualsiasi altra percentuale? Così facendo le si rinchiude in un ghetto, a mio giudizio, in una condizione di “diversità” che non deve esserci in uno stato moderno e civile. Io, se fossi una donna, non sarei affatto felice di questo trattamento, che mi parrebbe una sorta di discriminazione.

E questo ragionamento vale anche per l’età pensionabile, per la quale mi pare assurdo e inaccettabile che le donne siano autorizzate a lasciare il lavoro prima degli uomini. Prima di tutto, non si è invocata a ogni pié sospinto la parità dei sessi e la cosiddetta “pari opportunità”? Se uomini e donne hanno gli stessi diritti sociali, come è sacrosanto, allora non v’è ragione per cui le donne debbano andare in pensione prima. Anzi, se teniamo conto dei dati demografici del nostro Paese, dovrebbe avvenire il contrario, perché risulta che le donne vivono in media 6 anni più degli uomini; quindi dovebbero essere questi ultimi, semmai, a lasciare il lavoro prima, a rigor di logica. A me l’attuale legge pare un’ingiustizia vera e propria ai danni del sesso maschile; ma ormai di disparità nel nostro tempo ce ne sono così tante che, una più o una meno, non ci facciamo più caso.

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