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Il greco ed il latino, oggi

Da molto tempo mi sono reso conto di come il modo di approcciarsi alle civiltà classiche da parte della nostra società moderna sia in gran parte errato, viziato dall’ignoranza e spesso anche della cattiva volontà. Al di là di una generica ammirazione per il mondo greco e romano spesso non si va, neanche da parte di chi ha studiato le discipline classiche per molto tempo. Come primo esempio mi voglio riferire ai numerosi gruppi di Facebook che si occupano della materia, costituiti in genere da docenti o da ex studenti di liceo classico o comunque di materie umanistiche. In essi raramente capita di veder discutere di questioni concrete, e spesso anzi ci si ferma ad un puro compiacimento estetico: si postano passi o brani di autori classici e poi i vari membri del gruppo non fanno altro che osannarli e incensarli tributando loro un omaggio che pare dettato più da una generale e inveterata tendenza a idealizzare il mondo antico più che ad una vera ed autentica comprensione di quei testi. Altre volte vengono postate fotografie della copertina di libri moderni che riguardano l’antichità classica (storie della letteratura, edizioni dei classici ecc.) e anche qui segue una pioggia di commenti ammirati e nostalgici, soprattutto da parte di chi rivede in quelle copertine i libri ch’egli stesso aveva studiato al ginnasio o al liceo, magari molti decenni prima. Ma questa è un’ammirazione di facciata, non è così che si valorizza e si rende utile la propria esperienza di studio.
Un’altra interpretazione distorta e assurda del mondo classico è quella tipica di certi intellettuali e certi registi, che attribuiscono ad autori vissuti duemila o più anni fa categorie proprie del pensiero moderno, ch’essi non potevano neanche lontanamente immaginare. Mi riferisco prima di tutto agli storici marxisti, la cui concezione dell’Antichità ha spesso rasentato il ridicolo, come quando hanno voluto vedere in Lucrezio, ad esempio, i germi non tanto del materialismo (che ci potrebbe anche stare) quanto della difesa del proletariato e della “lotta di classe”, facendo affermazioni frutto di faziosità e di pura fantasia. Non meglio è andata con le rappresentazioni moderne di opere teatrali antiche come le tragedie greche del V° secolo a.C.: qui se ne sono viste di tutti i colori, da Oreste ed Elettra che recitavano in blue jeans, a Zeus che diventava il presidente degli Stati Uniti d’America, fino a quell’autentica buffonata che è stata la rappresentazione dell’Elena di Euripide al teatro di Siracusa, di cui ho parlato nel post che precede questo. In ogni caso è evidente la stortura di chi si è impadronito illegalmente degli scrittori classici per far dire loro quello che lui – cioè lo storico o il regista moderni – avrebbe voluto che dicessero. Si tratta di un’operazione illegittima e fuorviante, un vero e proprio tradimento che dovrebbe essere punito penalmente, perché distorce in malafede l’autentico messaggio che quegli autori volevano trasmettere.
Ma anche nel campo dell’università e della scuola l’approccio al mondo classico è spesso inadeguato e distorto. Ormai da molti anni i professori universitari non pensano affatto a quello che sarà il destino più probabile per i loro studenti di lettere classiche, cioè l’insegnamento nei licei; e così, anziché dedicarsi agli autori maggiori, quelli di cui effettivamente i loro allievi dovranno occuparsi in futuro, tengono corsi su poeti e scrittori semisconosciuti solo perché sono, in quel momento, oggetto dei loro studi. Avviene così che ci si occupi pochissimo di Omero, Euripide, Tucidide, Cicerone, Virgilio e Seneca, e si faccia invece un gran parlare di Erodiano, Aristeneto, Nonno di Panopoli, i poetae novelli, Macrobio ecc., nomi che chi non è specialista non ha mai neanche sentito pronunciare e che al liceo non si accennano neppure. Così il povero studente di lettere antiche, magari laureato a pieni voti, è costretto poi a rifarsi da solo tutta quella preparazione che occorre per insegnare, che l’Università non gli ha mai fornito se non in minima parte. Il filologismo, l’attenzione cioè alle minuzie testuali e linguistiche, avvelena però anche la scuola, dove ci sono docenti che danno più importanza alle regoline grammaticali che all’effettivo valore letterario ed umano delle grandi opere prodotte nel mondo classico. Da questo punto di vista io stesso ho condotto una lunga battaglia attraverso questo blog contro il conservatorismo di chi pretendeva di valutare gli studenti solo dalla loro capacità di tradurre i testi classici, una capacità che oggi – per varie ragioni – si è molto ridotta. Inutile insistere, anche all’esame di Stato, sulla traduzione di brani difficili come quelli assegnati dal Ministero fino a pochi anni fa; è noto infatti che la tecnologia, utile per tanti aspetti, è stata una rovina per questo specifico aspetto della vita scolastica, poiché adesso gli studenti non traducono quasi più autonomamente i brani assegnati dal docente, ma li scaricano da internet già tradotti, ed è quindi assurdo voler continuare con questa pedanteria delle regoline di grammatica quando di fatto non servono più. E’ molto meglio, a mio parere, un approccio più globale alle civiltà classiche, non limitandosi all’aspetto linguistico ma contemplando tutti i settori che sono stati fondamentali per lo sviluppo della civiltà moderna, da quello letterario a quello filosofico, da quello storico a quello artistico.
Io credo che il latino ed il greco abbiano ancora piena legittimità e che sia giusto studiare quel mondo perché da lì è sorta la nostra civiltà. Abbandonarne la cura sarebbe come pretendere di far crescere un albero rigoglioso, pieno di foglie e di frutti, togliendogli le radici. Le nostre origini stanno nel mondo antico, noi siamo gli eredi diretti dei Greci e dei Romani, e conoscere quel mondo significa comprendere veramente la storia della cultura moderna, in tutti i suoi campi d’azione: non si può capire cos’è la democrazia, tanto per fare solo un esempio di un termine di cui tutti si riempiono la bocca, senza sapere com’essa sia nata ad Atene nel V° secolo avanti Cristo. Ma per avvicinarsi correttamente a quel mondo occorre liberarsi da tutti gli errori che nella sua interpretazione sono stati fatti. Bisogna evitare di considerare la civiltà greca e romana troppo lontana da noi, perché è legata in modo indissolubile alla nostra essenza e alla nostra cultura di uomini del XXI secolo; ma occorre evitare anche l’errore opposto, quello cioè di interpretarla e di rappresentarla secondo categorie moderne e da essa del tutto aliene. Il mondo antico non deve essere, in altri termini, idealizzato come un paradigma di assoluta perfezione, perché anche allora c’erano errori e contraddizioni; deve invece essere considerato per quello che è, l’inizio cioè di un cammino di progresso spirituale che, proseguendo per tanti secoli, è giunto fino a noi e ci ha consegnato un grande patrimonio di civiltà.

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Elena umiliata e offesa

Sabato scorso ho avuto l’infelice idea di seguire su RAI 5 (canale 23) la ripresa televisiva dell’Elena di Euripide, registrata la scorsa estate al teatro greco di Siracusa nell’ambito delle rappresentazioni delle tragedie greche classiche che ogni anno si svolgono in quella splendida cornice artistica e naturale, che io conosco per avervi accompagnato qualche anno fa una mia classe. L’opera fu portata in scena per la prima volta nel 412 a.C. e narra la vicenda di Elena, la bellissima donna moglie di Menelao che fu rapita da Paride e fu, nel pensiero antico comune, la causa della leggendaria guerra di Troia. Al di là della versione comunemente nota del mito, che serve al progressista Euripide solo come paravento per trattare in realtà problemi quotidiani e contemporanei, la tragedia riprendeva una variante introdotta da Stesicoro, poeta lirico del VI secolo a.C., secondo la quale Elena non era mai veramente andata a Troia, ma al suo posto gli dèi avevano creato un fantasma che le rassomigliava in tutto, mentre la vera Elena era stata trasportata in Egitto dove viveva nel ricordo e nel desiderio del suo legittimo marito Menelao, e resisteva alle avances del re locale Teoclimeno che voleva obbligarla a sposarlo. Questa variante aveva un duplice scopo, che si traduceva poi nei due aspetti del messaggio culturale che Euripide intendeva proporre al suo pubblico: da un lato la lotta contro i luoghi comuni misogini diffusi in Grecia, in quanto si dimostrava che Elena non aveva affatto le colpe che il sentimento popolare le attribuiva, anzi era il modello di una donna fedele e saggia; dall’altro la tragedia era un aperto manifesto pacifista, perché ne risultava che la più grande guerra dell’immaginario greco, quella di Troia, si era in realtà combattuta per un fantasma, per qualcosa di inconsistente e di fatuo. L’ideologia antimilitarista di Euripide, portata avanti in tutte le tragedie del gruppo centrale della sua produzione, si manifestava appieno anche in questa tragedia, oltretutto diversa dalle altre perché dotata di un finale positivo, la fuga cioè che Elena e Menelao riescono a mettere in atto ai danni dell’ingenuo Teoclimeno.
Purtroppo nulla è rimasto di questo grande messaggio culturale nella scipita rappresentazione siracusana, che il regista David Livermore (che a quanto pare è famoso ma che io non ho l’onore di conoscere) ha stravolto e banalizzato totalmente. Con una trovata tipica delle bizzarre regie moderne, l’opera era recitata all’interno di una specie di piscina con l’acqua bassa, di modo che tutti gli attori stavano con i piedi a mollo e si inzuppavano il fondo dei vestiti; non solo, ma in mezzo a questo stagno è stata collocata la tomba del re Proteo, raffigurata come una zattera che vaga tra le onde. Qualcuno mi saprebbe dire il significato di questa genialata? Io sarò ottuso e ignorante, ma non ce l’ho saputo trovare. Il coro, che nell’originale era costituito da giovani donne greche vendute come schiave in Egitto, qui invece era una buffa mescolanza di uomini e donne conciati in modo bizzarro, del tutto diverso da come erano realmente vestiti gli antichi Greci; il racconto conclusivo della fuga di Elena e Menelao inoltre, che in Euripide secondo la prassi è affidato alla figura di un messaggero, nella versione siracusana è recitato da una delle donne del coro che oltretutto, in maniera inverosimile, parla al maschile. Alcuni personaggi dell’opera originale (ad es. Teucro) sono spariti del tutto, mentre alcuni di quelli presenti sono totalmente stravolti: il re Teoclimeno e sua sorella, la sacerdotessa Teonoe, vengono raffigurati con parrucche e calzettoni tipici dei damerini del ‘700, con una voce in falsetto che ricorda quella dei castrati dell’opera settecentesca, il tutto con sottofondo di musica barocca, che nulla c’entra con la tragedia euripidea. A questo totale stravolgimento dell’originale si aggiungono poi alcune attualizzazioni veramente penose: Menelao che fuma una sigaretta (ci mancava che rispondesse al cellulare!) e il dialogo tra lo stesso Menelao e la vecchia serva, che in effetti si trova nel secondo episodio dell’originale; nella versione del signor Livermore però, tanto per blandire il “politically correct” attuale e l’ideologia sinistroide tanto gradita a questi registi radical-chic, quando Menelao afferma di essere un naufrago e di avere diritto all’accoglienza, la vecchia ribatte: “Non si può. I porti sono chiusi”. L’allusione alla politica di contenimento degli sbarchi dei migranti voluta dal ministro Salvini non poteva essere più banale e più squallida, un patetico tentativo di attirarsi il favore del pubblico mediante la solita vuota polemica ideologica. Mi sembra di esser tornati agli anni ’70, quando i registi ideologizzati incarnavano nella figura di Zeus, dal comportamento tirannico nel Prometeo di Eschilo, il presidente degli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam.
Come ho detto anche altrove, io sono stato sempre contrario alle attualizzazioni delle opere classiche, che furono composte per la fruizione della mentalità e del pubblico dei loro tempi, non di oggi quando la società è totalmente cambiata da quella di allora. E’ vero che certi valori umani sono immutabili ed i classici possono essere ancora maestri di vita, anzi è questo uno dei motivi principali per cui li leggiamo e li studiamo; ma stravolgere un’opera scritta nel 412 a.C. per alludere a Salvini è squallido e persino criminoso, perché distoglie il lettore e lo spettatore dal vero significato dell’opera di Euripide, della quale il suddetto regista ed i suoi collaboratori non hanno capito nulla. Il vero messaggio culturale del grande tragediografo greco è stato ignorato per la massima parte e travisato per quel poco che di esso era rimasto. Per questo mi viene da dire che sarebbe meglio lasciar stare le opere classiche quando si è ignoranti del loro vero significato, piuttosto che usarle per propagandare concetti e ideologie che a quegli autori e quelle opere sono del tutto estranei. Per questo considero la rappresentazione dell’Elena al teatro di Siracusa un vero e totale fallimento, una boiata pazzesca come si suol dire con espressione comune benché poco elegante. E’ una vergogna che si permetta a persone tanto incompetenti di rovinare così opere d’arte che sono invece un immortale patrimonio di tutta l’umanità.

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I guai della democrazia

Nell’Antichità classica illustri filosofi e scrittori (Platone, Aristotele, Polibio, Cicerone) discussero a lungo su quale a loro parere fosse la miglior forma di governo, analizzando quelle che conoscevano (monarchia, aristocrazia, democrazia) e le eventuali loro degenerazioni (tirannide, oligarchia, anarchia). Quello che può stupire il lettore moderno è che essi non davano alla democrazia, l’unica forma di governo che venga apprezzata oggi, alcun privilegio o vantaggio, ma la consideravano alla stregua delle altre, quando non addirittura peggiore. Anche in epoca moderna tuttavia, dopo che i princìpi fondanti della Rivoluzione francese si erano già affermati, ci fu chi dubitò dell’eccellenza del sistema democratico in quanto tale, e non esitò a indicarne i difetti: il filosofo e storico francese Alexis de Torqueville (1805-1859) ad esempio, che pure non era di principio avverso alla democrazia, affermò ch’essa altro non è se non la “dittatura della maggioranza”, non meno oppressiva per chi dissente di quanto non lo sia un dittatore per i suoi detrattori personali. Ancor più di recente Winston Churchill (1874-1965) ne dette un pessimo giudizio, aggiungendo però che gli altri sistemi politici sperimentati fino ad allora erano peggiori. Ma siamo veramente sicuri, vista la situazione politica dell’Italia di oggi, che la forma di governo democratica sia da preferire ad ogni altra e che non esistano alternative? Io so benissimo che non cambierà nulla da questo punto di vista, ma mi permetto ugualmente di esprimere la mia opinione e soprattutto le mie perplessità di fronte ad un sistema che non mi ha mai convinto e sul quale andrebbero fatte da chi di dovere opportune riflessioni. Indico qui di seguito alcuni punti che mi sembrano importanti per avviare un dibattito in proposito.
Punto 1. Il sistema democratico si fonda su un fattore puramente numerico, cioè quantitativo e non qualitativo, perché vince chi ha più voti, ossia la maggioranza. Ma la storia ci dimostra che non sempre le maggioranze hanno avuto ragione, anzi in alcuni casi è vero l’esatto contrario: Galileo Galilei, ad esempio, era l’unico a sostenere che la Terra girasse intorno al Sole e non il contrario, eppure aveva ragione; e se su questo punto si fosse continuato ad applicare il principio democratico della maggioranza, ancor oggi si crederebbe che la Terra stia al centro dell’Universo. Le decisioni prese a maggioranza non sempre sono state quelle giuste, ma spesso le più grandi ingiustizie e nefandezze sono state compiute proprio applicando questo criterio puramente quantitativo.
Punto 2. Il criterio della maggioranza potrebbe essere valido se tutti coloro che partecipano alla gestione della cosa pubblica (quindi tutti i cittadini che esercitano il diritto di voto) fossero persone intelligenti, colte e competenti. Ma purtroppo non è così: alle elezioni votano anche gli idioti, gli ignoranti e gli sprovveduti, ed il voto di un decerebrato mentale vale quanto quello di un premio Nobel. E’ evidente l’iniquità immane di questo principio: Socrate diceva che per fare un viaggio in nave non sceglierebbe il timoniere a caso, ma una persona che s’intenda del mestiere, e ciò vale tanto più per la politica, dove la competenza e la cultura sono ben più importanti della conduzione di un timone di una nave. Pertanto sarebbe indispensabile ammettere alle elezioni solo una parte dei cittadini, non tutti, perché chi non ha una coscienza politica ed una cultura sufficienti non può avere voce in capitolo nella gestione di uno Stato.
Punto 3. Già nell’antica Grecia il poeta Euripide, in una sua tragedia intitolata Le Supplici, aveva indicato con chiarezza un altro grave difetto della democrazia, il fatto cioè che le masse popolari non decidono in autonomia intellettuale le opinioni da esprimere, ma si lasciano facilmente influenzare dai demagoghi, persone cioè che, illudendo il popolo con promesse o false affermazioni, lo inducono a fare scelte sbagliate e a favorire la vittoria di chi meno lo meriterebbe. E’ quello che è successo alle ultime nostre elezioni del 4 marzo, quando la fatua retorica del Movimento Cinque Stelle, promettendo il Paese dei Balocchi con il tanto celebre quanto assurdo “reddito di cittadinanza”, ha ottenuto oltre 11 milioni di voti. Quella promessa è ingannevole perché non si troveranno mai i miliardi di euro necessari per realizzarla, e immorale perché darebbe soldi alle persone per non fare nulla; ma nonostante la mala fede e l’assoluta incompetenza di Di Maio e della sua banda di incapaci, molte persone ingenue e inadatte ad esprimere un voto libero e autonomo ci hanno creduto, e così si è realizzato quello che Euripide indicava con grande chiarezza: la democrazia si trasforma in demagogia, i ciarlatani e gli imbonitori sono quelli che attraggono di più le masse ignoranti.
Punto 4. Un altro rischio delle democrazie moderne, che non possono più essere dirette come quella dell’Atene del V° secolo a.C. ma sono soltanto rappresentative, è che esse si rivelino in realtà delle forme di partitocrazia, perché a decidere non sono più i cittadini ma i capi di partito che utilizzano a loro piacimento i voti ricevuti e non rendono più conto a chi li ha espressi. Da noi i parlamentari non hanno neanche il vincolo di mandato, il che significa che un deputato o un senatore può anche infischiarsene di chi l’ha messo in quella posizione e fare impunemente i propri comodi. A cosa servono dunque le elezioni? Dov’è e che valore ha la tanto celebrata “partecipazione” dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, quando i loro rappresentanti non rispondono più a chi li ha eletti ma solo ai capi del loro partito, quando addirittura non cambiano casacca?
Ovviamente queste mie considerazioni non hanno alcuna pretesa di incidere sull’opinione pubblica, sono solo l’esternazione dei dubbi che ho sempre avuto sul sistema democratico, che oggi pare l’unico possibile sulla terra e che si cerca persino di esportare a forza in quei paesi che non lo conoscono e non lo vogliono. Personalmente io vedrei possibili due soluzioni al problema, che nessuno però prenderà mai in considerazione. La prima, più radicale, sarebbe quella di abolire del tutto le elezioni, i partiti e tutto il sistema, istituire una scuola specifica per formare i politici e affidare a loro la gestione dello Stato, in base alle competenze di ciascuno. Sarebbe un “governo di tecnici” al di sopra e al di fuori dei partiti e delle ideologie. La seconda soluzione sarebbe quella di istituire un esame per tutti i cittadini, con il quale essi dovessero dimostrare di possedere una cultura e una coscienza politica sufficienti per esprimere un voto responsabile; e solo questi cittadini andrebbero ammessi alle urne elettorali, escludendo tutti coloro che, per superficialità e ignoranza, non sono all’altezza di adempiere a questo dovere civico. Ovviamente mi rendo conto che queste mie idee sono pure utopie e che non si realizzeranno mai; ma forse vale la pena di riflettere un attimo su questi problemi e chiederci se i sistemi democratici moderni siano veramente il meglio del meglio o se non realizzino piuttosto la “dittatura della maggioranza” intesa nel senso peggiore del termine, ossia come prevalenza delle masse incolte e pronte a lasciarsi influenzare da una propaganda perversa e ingannatrice.

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Articoli culturali sul blog

I vari post che vengono pubblicati su un blog rischiano con il tempo di essere dimenticati, soprattutto se sono vecchi di qualche anno; ben pochi lettori, infatti, vanno a riguardare articoli usciti molto tempo prima, ma tendono invece a leggere solo gli ultimi o comunque quelli che restano visibili nella pagina. E’ vero che esiste lo strumento detto “Archivi” sulla colonna di destra, ma il suo utilizzo è complesso perché con esso si risale sì ai mesi ed agli anni passati, ma senza riferimenti precisi al tipo di argomenti che sono stati postati e senza alcun ordine tematico. Per ritrovare tematiche di suo interesse, dunque, il lettore dovrebbe riguardare tutti i mesi indietro uno per uno, ed in ogni mese visionare i titoli di tutti i post, il che diventa un lavoro lungo e piuttosto noioso. Per questo ho pensato di elencare ogni tanto tutti i post che ho pubblicato su di una determinata tematica, in modo che chi fosse interessato può andare a colpo sicuro, mediante l’Archivio, al mese ed all’anno dove quello che gli interessa è stato pubblicato. In questo post elenco quindi tutti gli articoli di ordine letterario, cioè gli autori dei quali mi sono occupato per recensire la loro opera oppure, semplicemente, per esprimere il mio giudizio nei loro confronti. Premetto che si tratta sempre di autori classici, antichi e moderni ma sempre classici; io non riconosco infatti agli scribacchini di oggi la qualifica di “scrittori” o di “poeti”, che appartiene invece a chi veramente, nei secoli passati, ha dato prova di possedere quel grande talento artistico che purtroppo adesso non esiste più. Oggi l’arte letteraria è morta definitivamente, e pertanto, se vogliamo godere dell’emozione e dell’arricchimento culturale che la lettura può darci, dobbiamo necessariamente rivolgerci agli autori del passato, vissuti non oltre il periodo coincidente, più o meno, con la seconda guerra mondiale.
Questi, quindi, gli autori di cui mi sono occupato, in ordine di apparizione del post a loro dedicato. Chi fosse interessato a leggerli, può cliccare sul link “Archivi” della colonna di destra e andare all’anno ed al mese corrispondente.

– Le notti bianche (su Dostoevskij) – Agosto 2013
– Giovanni Pascoli e i poeti latini – Novembre 2013
– Come si può rovinare un’opera d’arte (sulla “Traviata” di Verdi) – Dicembre 2013
– La mia malinconia è tanta e tale (sulla depressione in letteratura) – Giugno 2014
– Il IV libro dell'”Eneide”: storia di una donna in carriera – Gennaio 2015
– La democrazia da Euripide ai nostri giorni – Luglio 2015
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo – Agosto 2015
– L’uomo nella fodera (su un racconto di Cechov) – Novembre 2015
– La depressione di Jacopo Ortis – Luglio 2016
– Rileggendo qualcosa del Manzoni – Novembre 2016
– Dante e le donne: l’arte della psicologia – Dicembre 2016
– Visita a casa Leopardi – Gennaio 2017
– Impressioni di lettura (su vari autori) – Marzo 2017
– Gabriele D’Annunzio, l’intellettuale indefinibile – Aprile 2017
– Catullo, poeta degli anni 2000 – Novembre 2017
– Qualche osservazione su Pindaro e sulle “Odi” di Orazio – Dicembre 2017
– Aristofane e i 5 stelle – Marzo 2018
– Terenzio e il suo modello di educazione – Marzo 2018

Credo di aver fatto cosa utile per chi conservasse ancora interesse per la letteratura antica e moderna e soprattutto per i classici, cioè quegli scrittori che non hanno mai finito di dire ciò che hanno da dire. Nei post sopra ricordati io mi sono limitato a esprimere mie opinioni e personali impressioni, senza pretendere di scoprire cose nuove, né che i miei scritti abbiano valore di saggi o di pubblicazioni scientifiche. Ho voluto solo dare qualche spunto di lettura e di riflessione, scrivendo man mano ciò che mi veniva in mente leggendo questi autori o trattandoli durante lo svolgimento dei normali programmi scolastici. Se qualche lettore, esaminando i miei articoli di argomento letterario, vorrà mandarmi dei commenti o delle critiche, positive o negative che siano, gliene sarò per sempre grato.

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La mia malinconia è tanta e tale

Hayez_Malinconia
Mi piace iniziare questo primo post di giugno con due citazioni dotte: il titolo, che altro non è se non l’incipit di un celebre sonetto di Cecco Angiolieri, e l’immagine di corredo, una foto dello stupendo quadro “Malinconia” di Francesco Hayez, famoso pittore romantico italiano. La pittura di Hayez mi affascina in modo particolare, come tutta l’arte dell’800, un secolo straordinario per la nostra cultura. E pensare che fino a qualche anno fa non conoscevo se non il nome di questo artista, fino a quando non presi parte ad un’uscita didattica a Padova, dove era stata allestita una mostra delle sue opere; e mi appassionai a lui ascoltando l’esposizione che ne fece, in quell’occasione, il mio amico e collega di storia dell’arte, il prof. Furio Durando, archeologo e storico dell’arte di fama internazionale. Tale fu, in quell’occasione, il fascino delle sue parole, che anche i custodi del museo lasciarono le loro occupazioni per ascoltarlo, e questo sta a indicare ai lettori che livello di docenti siamo ed abbiamo nel mio Liceo.
Ma perché voglio parlare della malinconia? E’ un argomento alquanto sfruttato nell’arte e nella letteratura di tutti i tempi, e di recente (2009) è uscito un libro che si occupa proprio di questo: l’ha curato un ricercatore della “Sapienza” di Roma, Roberto Gigliucci, ed è stato pubblicato da Rizzoli nella popolare collana “Bur” con il semplice titolo “La melanconia”. Si tratta di un’antologia di passi letterari dal Medioevo ad oggi, dove la malinconia (o melanconia, termine più appropriato perché deriva dal greco “melan” = nero e “cholé” = bile, in quanto la bile nera, uno dei quattro umori teorizzati da Ippocrate, si riteneva alla base dei comportamenti malinconici) è al centro dell’attenzione. Essa si è espressa in vari modalità secondo Gigliucci, dalla più cupa disperazione (che confina con la depressione) fino ad una sorta di autocompiacimento, di sberleffo irridente; in pratica essa rappresenta “i diversi modi in cui l’uomo da sempre reagisce al male e al disastro.”
Il mio interesse per l’argomento è grande, perché anch’io molto spesso soffro di tristezza e di malinconia; ma di recente si è accresciuto perché, essendo io uno studioso del mondo classico, mi sono chiesto se una tale tematica potesse ritrovarsi anche negli scrittori greci e romani, i quali molto spesso trattavano motivi ed argomenti che a torto si sono creduti moderni e posteriori. Anche il concetto moderno di “depressione”, vera e grave patologia dei nostri tempi che può purtroppo sfociare anche nel suicidio, non era sconosciuto nell’antichità. Già in Omero troviamo un personaggio, Bellerofonte, che a detta del poeta sfuggiva la compagnia degli altri per ritirarsi da solo nel proprio dolore, perché consunto da tristezza e “venuto in odio agli dèi”. Anche i lirici greci affrontano l’argomento: Mimnermo (VII-VI secolo a.C.), nel descrivere i mali della vecchiaia dovuti all’assenza dei piaceri amorosi, insiste non sulla malferma salute fisica dell’anziano, ma sul disagio psicologico, sulla malattia della psiche che “gli rode l’animo”. Ed Euripide, il terzo dei tre grandi poeti tragici greci, ci presenta Oreste, nell’omonima tragedia rappresentata nel 408 a.C., con i tratti tipici del depresso moderno: giaceva nel letto senza potersi alzare, sporco e trasandato, senza cibo, incapace di parlare con anima viva, senza più alcuna fiducia nell’avvenire ed in se stesso, tanto da attendere ormai soltanto la sentenza di morte che i cittadini di Argo stavano per proferire su di lui.
Ma anche nel mondo romano la tematica della malinconia, della tristezza e della depressione trovano largo spazio. Per non appesantire troppo il post cito solo tre esempi: Lucrezio, che nella sua opera presenta i tratti inconfondibili di quella che oggi viene chiamata “depressione bipolare”, perché passa dall’esaltazione delle certezze filosofiche alla più cupa disperazione nell’osservare la misera condizione umana; Orazio, che in un’epistola ad un amico dice di sentirsi triste e sfiduciato pur senza averne alcun motivo apparente; e infine Seneca, che nel “De tranquillitate animi” cerca di spiegare a sé ed agli altri le cause della profonda tristezza che spesso colpisce gli uomini senza dare alcun indizio di sé.
Questa esemplificazione è volutamente breve, ma il campo di indagine è molto più vasto, e dimostra soprattutto un dato di fatto, che cioè molto di ciò che si crede scoperto e inventato nei tempi moderni era ben conosciuto anche prima, sebbene non se ne avesse una consapevolezza scientifica: anche la psicanalisi di Freud ha precedenti nell’Antichità, anche la fisica, la matematica, la medicina moderne hanno detto meno di nuovo di quanto si potesse pensare, per non parlare della filosofia, che con Platone ed Aristotele ha già praticamente detto tutto. E per restare nel mio campo di interesse, che sono le letterature classiche, intendo occuparmi proprio dell’argomento della malinconia e della depressione nel mondo antico, con un percorso di studio che sto preparando e che spero di pubblicare in avvenire.

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