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Il nuovo anno scolastico

Se io fossi tra coloro che, una volta andati in pensione, dimenticano totalmente l’ambiente di lavoro in cui hanno passato tanto tempo della loro vita, potrei anche disinteressarmi di quel che è accaduto nella scuola dal 1° settembre 2018 e di quel che vi accadrà d’ora in poi; ma poiché sono come i carabinieri e gli alpini, che si sentono ancora nel loro ruolo fino a quando restano su questa terra, avverto ancora l’esigenza di occuparmi di politica scolastica e di interessarmi a come viene gestito il sistema dell’istruzione, sia a livello nazionale che a quello più ristretto dell’Istituto dove ho prestato il mio servizio per circa quarant’anni. Tutto ciò nella speranza, sempre più esile, che le cose migliorino prima o poi e che si comprenda finalmente, da parte di chi ci governa, che la scuola non è importante solo nel periodo delle elezioni, per racimolare consensi.
Di grandi cambiamenti non se ne vedono quest’anno. Diciamo semmai che ad una novità positiva, cioè la riduzione dell’assurda alternanza scuola-lavoro nei Licei, ne corrisponde una alquanto problematica, cioè l’introduzione dell’ora settimanale obbligatoria di “cittadinanza e Costituzione”, ossia di educazione civica. C’è da dire che questo insegnamento di per sé non è nuovo, perché nei programmi c’è sempre stato e doveva essere svolto dal docente di storia, tanto al biennio che al triennio; di fatto però, come tutti sappiamo, di argomenti afferenti a questa disciplina se ne svolgevano ben pochi, quando addirittura non erano trascurati del tutto. La novità di quest’anno è costituita dall’obbligatorietà dell’ora settimanale e dalla presenza di una valutazione in pagella per gli studenti; si è precisato però, da parte del Ministero, che questa ora non sarà aggiuntiva (perché altrimenti comporterebbe un onere per lo Stato) ma dovrà essere ricavata nel monte orario già previsto per ciascuna classe. E qui parte una serie di interrogativi: quale docente dovrà incaricarsi di svolgere la materia, rinunciando a un’ora settimanale delle sue discipline? Sarà un solo docente per classe a prendersi l’incarico oppure sarà distribuito su tutti i docenti, magari per un mese ciascuno nel corso dell’anno scolastico? Ed in quest’ultimo caso, chi attribuirà la valutazione agli studenti? E’ un gran pasticcio quello fatto dal Ministero, che si affianca ad altri di ugual consistenza compiuti in passato. E’ un’altra chiara conferma di come i politici in genere, di tutte le tendenze, non sappiano praticamente nulla dell’organizzazione interna e della gestione delle scuole; impongono dall’alto determinati obblighi senza chiarire come essi vanno applicati nella pratica, a chi spettano determinati doveri e incombenze. Con la scusa dell’autonomia scolastica la patata bollente viene lasciata in mano ai singoli Istituti, che spesso non sanno come realizzare di fatto quanto prescritto in via teorica. L’unica cosa certa è che sulla scuola si fa sempre economia e si pretende di introdurre grandi e roboanti innovazioni a costo zero, il che mi pare un po’ difficile. Fanno le nozze con i fichi secchi, come si dice in Toscana.
Altro nodo che le scuole dovranno affrontare è la programmazione dell’ultimo anno di corso delle superiori, in considerazione delle novità introdotte quest’anno nell’esame di Stato. Visto a cosa si è ridotto il colloquio orale dell’esame stesso, dove i candidati hanno potuto di fatto dire ciò che hanno voluto e fare in proprio i vari collegamenti interdisciplinari senza che i docenti potessero porre domande diverse dall’argomento sorteggiato, diventa necessario a almeno auspicabile cambiare i programmi dell’ultimo anno di corso, se non addirittura di tutto il triennio conclusivo. Assistendo ad alcuni colloqui e ricevendo il resoconto di colleghi che sono stati in commissione, ho potuto constatare che agli esami attuali non si legge più un testo che sia uno in italiano, latino e greco, non si fa più svolgere sulla carta alcun esercizio di matematica e fisica, ma tutto si riduce a un monologo dello studente che dice soltanto quel che vuole e quel poco che sa. In queste condizioni che senso ha far leggere i brani di classici latini o greci durante l’anno? Che senso ha leggere e interpretare Dante, che all’esame non viene neanche nominato in quasi tutti i casi? Che senso ha leggere i testi di Foscolo, Leopardi, Manzoni, Verga, Montale ecc. se poi all’esame nessuno di questi autori viene espressamente letto? Essi vengono toccati solo da un punto di vista letterario generale e solo se rientrano nel percorso autonomo che lo studente si è preparato in precedenza. Mi si lasci dire che un esame di Stato fatto così, dove i docenti si limitano ad ascoltare e intervengono raramente e solo per rimettere in carreggiata un ragazzo che si è andato a insabbiare, è una vera e propria farsa. Tanto varrebbe allora abolirlo (e lo Stato eviterebbe una spesa di diverse centinaia di milioni di euro l’anno), oppure riformarlo radicalmente ritornando ad una forma più seria e professionale con cui si possa distinguere chi è veramente preparato e chi non lo è. Ai miei tempi portavamo al colloquio orale solo due materie, e di fatto scelte entrambe da noi studenti; però quelle due venivano approfondite, si leggeva e interpretava Dante, i classici, si facevano esercizi di trigonometria ecc., tanto che non esito a dichiarare che quel tipo di esame, pur se fondato su due sole materie, era molto più serio e formativo di quella ridicola commedia che è diventato quello attuale.
In ogni caso, se l’esame rimane come è, sarà necessario modificare la programmazione curriculare, e questo sarà un altro impegno per i docenti, già gravati da tante incombenze che crescono sempre più ogni anno, mentre lo stipendio è sempre lo stesso e molto lontano dagli standard europei. Sono quasi certo che anche il prossimo ministro, a patto che il nuovo governo dell’inciucio arrivi in porto, lusingherà i docenti lodando il loro lavoro e promettendo aumenti economici che in realtà non arriveranno mai. Ormai siamo abituati a questa solfa che si ripete ad ogni cambio di governo e che suona sempre più come una presa in giro della categoria. Sta di fatto che la vita dei professori, soffocati dalla burocrazia e sottoposti a giudizi sommari sul loro operato da parte di dirigenti, genitori e studenti sempre più arroganti e maleducati, sta diventando sempre più difficile e stressante. Per questa ragione, e solo per questa, io sono ben felice di essere in pensione, pur trovandomi ancora condizionato da una certa nostalgia per i miei studenti, ai quali ho cercato sempre di dare il meglio di me, e per alcuni colleghi con i quali mi trovavo in particolare sintonia. Sono due sensazioni contrastanti che credo provino molte delle persone che vanno in pensione: si sta meglio per un verso e peggio per un altro. Ad ogni modo quello che vorrei veder realizzato è un clima di serenità e di collaborazione tra le varie componenti del sistema scolastico, che dovrebbe esser gestito al meglio da politici competenti e da ministri che sanno veramente cos’è la scuola e soprattutto qual è la sua importanza. Ma purtroppo, come dice il Guicciardini nei suoi Ricordi, “ancorché io abbia a viver molto, temo di non veder compiuto nessuno di questi miei desideri.”

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L’esame cambia spesso, ma sempre in peggio

Bisogna che lo ammetta: sono un inguaribile illuso. Qualche tempo fa, leggendo le modalità di svolgimento del nuovo esame di Stato conclusivo della scuola Superiore, mi era sembrato che vi fossero novità positive, come l’aumento del punteggio del credito e l’avvio del colloquio non più tramite la cosiddetta “tesina” (spesso copiata) ma mediante un argomento estratto a sorte dal candidato. Però è avvenuto, come spesso accade agli ottimisti, che all’illusione iniziale sia succeduta una cocente delusione, per la quale sono arrivato alla ferma convinzione che ogni volta che nella scuola cambia qualcosa si finisce per fare peggio di prima. Così questo esame, che anche negli anni precedenti era un “pro forma” dove tutti o quasi venivano promossi, adesso è diventato un’autentica farsa, tanto da farci concordare con coloro che da tempo ne sostengono l’abolizione, trattandosi ormai evidentemente di un rito costoso ed inutile.
Già avevo scritto su questo blog che l’aumento del punteggio del credito scolastico, di per sé opportuno, è stato male interpretato dalle scuole, le quali hanno fatto corse al rialzo ed hanno attribuito a tutti o quasi punteggi alti, in modo da garantirne la promozione ancor prima di sostenere l’esame. A questo malcostume, tipico della scuola-azienda dove conta l’involucro esteriore e non la qualità del prodotto e dove si deve mirare unicamente alla “customer satisfaction”, si è aggiunta la modalità ridicola con cui si sono svolti i colloqui orali. Poiché è stata abolita la terza prova scritta, che consentiva almeno di vagliare la preparazione del candidato in quattro o cinque materie, ci si sarebbe aspettati che il colloquio fosse più ampio e comprensivo, un’occasione in cui la commissione avesse avuto la possibilità di accertarsi sulle conoscenze e le competenze del candidato in tutte le materie studiate l’ultimo anno di corso. Invece che cosa è accaduto? E’ vero che lo studente non sa quale sarà l’argomento che dovrà estrarre a sorte, ma esso fa parte comunque dei contenuti studiati durante l’anno; perciò non sarà difficile per lui (o per lei), a meno che non sia proprio uno sciocco, fare collegamenti (più o meno forzati) tra l’argomento iniziale ed alcuni trattati nelle altre materie, in modo da coinvolgere tutti i docenti della commissione. E la commissione, in ottemperanza alle direttive ministeriali, si accontenta di ciò che il candidato espone, intervenendo e correggendolo solo se esce palesemente dal percorso tracciato o se dice gravi inesattezze. Ed in pratica, avendo il Ministero più volte ribadito che si tratta di un colloquio e non di un’interrogazione, e che non deve esserci rigida distinzione tra le discipline, lo studente può esibirsi in un monologo senza che nessuno possa rivolgergli domande di tipo o genere diverso da quelle afferenti all’argomento iniziale estratto a sorte. Così quella che sembrava una maggiore difficoltà per i candidati (l’estrazione casuale di un argomento anziché la tesina personale) si è rivelata una ancor maggiore facilitazione, perché in sostanza essi parlano di ciò che vogliono, operano i collegamenti che vogliono senza mai uscire da un percorso prefissato e senza che nessuno possa loro rivolgere altre domande diverse dal percorso stesso.
E’ accaduto così che, se uno studente estrae come argomento, ad esempio, la figura dell’eroe, per italiano parlerà soltanto di D’Annunzio e del “superuomo”, per filosofia accennerà solo a Nietzsche, senza che i due docenti possano chiedere altro, ad esempio Leopardi o Schopenauer. Mi chiedo quindi, sempre per fare un solo esempio, a cosa serve leggere durante l’anno il Paradiso di Dante quando all’esame di Dante non si fa neanche menzione, a meno che qualcuno – e solo se lo vuole – non vi faccia uno specifico riferimento. In sostanza il candidato conduce tutto il colloquio dicendo quel che vuole, evitando tutto quello che non sa, a causa di questa sciocca fissazione per l’interdisciplinarietà che caratterizza questo esame, e che oltretutto viene intesa in modo errato; fare un colloquio interdisciplinare, infatti, non dovrebbe significare che lo studente collega le materie che vuole e nel modo che vuole senza che la commissione abbia spazio, ma che invece dovrebbero essere i docenti a scegliere i collegamenti opportuni, saggiando la capacità dello studente di muoversi agevolmente tra discipline diverse e argomenti diversi, anche lontani da quello iniziale. Penso anzi che l’abolizione della terza prova scritta avrebbe dovuto di necessità suggerire un orale più “serio”, che prendesse pure inizio dall’argomento estratto ma che desse poi alla commissione la facoltà di saggiare la preparazione dei candidati anche su altri contenuti di tutte le discipline. Invece si è verificato il contrario: l’esame attuale è risultato più facile del precedente, una sorta di commedia ridicola dall’esito ormai scontato.
Tirando le somme di ciò che è avvenuto agli esami (un tempo “di maturità” e ora “di Stato) dobbiamo riconoscere che era molto più serio ed impegnativo quello che ho sostenuto io nel 1973 che quello di oggi. Allora c’erano due scritti ed un orale su due sole materie, di fatto entrambe scelte dal candidato; però quelle materie venivano veramente approfondite, con domande su tutto il programma, senza scelte da parte del candidato. Ad italiano si leggevano testi di Manzoni, Leopardi, i poeti del ‘900, che lo studente doveva dimostrare di aver compreso e di saperli commentare, e soprattutto si leggevano e interpretavano passi di Dante; in latino ed in greco, oltre alle domande di letteratura, si facevano leggere testi classici, con metrica, traduzione e commento sia grammaticale che storico-letterario; in matematica si facevano esercizi di trigonometria e si dovevano conoscere non solo le regole ma anche le dimostrazioni. Oggi di ciò non è rimasto nulla: in teoria si portano tutte le materie (il che farebbe pensare ad un maggiore impegno rispetto a quando se ne portavano solo due), ma di fatto tutto si limita ad una chiacchierata del candidato che va dove vuole e dice quel che vuole, senza contraddittorio o quasi, e senza alcuna reale verifica della sua preparazione.
Di fronte a un degrado di questo tipo viene da chiedersi quale sia il motivo per cui continuare con questa farsa, che costa soldi allo Stato e non serve assolutamente a nulla. Tanto vale lasciare il giudizio agli insegnanti interni e spedire a casa agli studenti il diploma, già pronto e compilato. Io non amo la dietrologia, ma dinanzi a questo disastro sono propenso a rivalutare l’opinione di chi ritiene che a chi detiene il potere fa comodo un popolo di ignoranti, un popolo bue che accetta qualunque imposizione senza neanche rendersi conto delle ingiustizie ed i soprusi che subisce. Già vediamo gli effetti della scuola facile come l’analfabetismo di ritorno, per cui persone diplomate e laureate non sanno comprendere un semplice periodo scritto in italiano, né tanto meno comporne uno senza svarioni ortografici o sintattici. Continuiamo così, accontentiamoci dello smartphone e del “Grande Fratello” , e presto scopriremo che i veri barbari siamo noi, non quelli che ci invasero agli inizi dell’epoca medievale.

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La vita curiosa di un blog

Questo mio blog è stato aperto nel febbraio del 2012, e sono quindi sette anni che sopravvive, malgrado tutto, mentre altri consimili hanno chiuso da tempo. Ciò si deve soprattutto alla mia pervicacia di comunicatore via internet, perché in situazioni simili altre persone si sarebbero arrese da tempo. In questi sette anni questo mio spazio web, che ha la pretesa di essere un blog culturale, ha avuto esiti diversi da quelli che mi aspettavo e che speravo: non ha contribuito, se non pochissimo, a farmi conoscere come studioso del mondo classico e della letteratura italiana, né tanto meno come opinionista; non mi ha procurato agganci con organi di informazioni e case editrici, a cui ho offerto spesso la mia collaborazione senza esito, pur rivelandomi capace – come molti hanno notato – di scrivere in modo alquanto corretto ed incisivo; ed infine, cosa ancor più deludente sotto un altro punto di vista, non mi ha dato neanche la possibilità di instaurate scambi di opinioni e confronti di idee, in quanto i commenti – che pure ho lasciato liberi e aperti a chiunque volesse intervenire – sono stati sempre pochi, anzi pochissimi. Ho avuto modo di notare che altri blog tenuti da persone di media e scarsa cultura, spazi web che parlano di hobbies, di moda, di storielle amorose ed erotiche più o meno frutto di fantasia hanno un numero di interventi e di commenti largamente superiore a quello che può avere un blog che possa chiamarsi culturale. La cosa di per sé è triste, ma non tanto per me perché mi riguarda direttamente, quanto perché conduce ad una poco felice conclusione: che cioè nel nostro Paese la cultura è considerata ormai come un noioso passatempo da “sfigati” (per usare il linguaggio corrente), si vive bene (anzi meglio) anche senza di essa e che l’ignoranza e quello che è ancor peggiore, ossia la mancanza di curiosità culturale, la fanno da padrone in una società che definire “barbara” è un’offesa verso coloro che erano considerati i veri barbari che occuparono l’Europa occidentale nei secoli IV-VI dell’era cristiana.
Nessuna meraviglia, quindi, se le visite al mio blog sono andate progressivamente diminuendo negli ultimi anni: dopo un progresso nei contatti giornalieri verificatosi dal 2012 al 2017 (forse l’anno migliore) l’interesse dei lettori è poi sensibilmente diminuito e si è passati dalle 250 visite al giorno di media alle attuali 140-150 al massimo. Anche questo si inserisce nel clima culturale di cui parlavo prima, senonché, in questi ultimi mesi, si è verificato un fenomeno singolare, che mi preme di riferire perché pare in parziale contraddizione con quanto affermato sopra. A fronte della netta diminuzione della popolarità del blog, sono però aumentate le letture riguardanti alcuni articoli di argomento letterario, che qui cito indicando il mese di pubblicazione affinché il lettore, se vuole,possa ritrovarli e rileggerli andando sulla finestra di ricerca o su quella “Archivi” poste in alto sulla colonna a destra della pagine:

– Le donne al Parlamento (gennaio 2013)
– Il mito dell’età dell’oro (marzo 2013)
– Le notti bianche (agosto 2013)
– Giovanni Pascoli e i poeti latini (novembre 2013)
– Il IV libro dell’Eneide: storia di una donna “in carriera” (gennaio 2015)
– La democrazia da Euripide ai giorni nostri (luglio 2015)
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo (agosto 2015)
– L’uomo nella fodera (su un racconto di Anton Cechov, novembre 2015)
– La depressione di Jacopo Ortis (luglio 2016)
– Rileggendo qualcosa del Manzoni (novembre 2016)
– Dante e le donne: l’arte della psicologia (dicembre 2016)
– Visita a casa Leopardi (gennaio 2017)
– Gabriele d’Annunzio, l’intellettuale indefinibile (aprile 2017)
– Catullo, poeta degli anni 2000 (novembre 2017)
– Qualche osservazione su Pindaro e le odi di Orazio (dicembre 2017)
– Terenzio e il suo modello di educazione (marzo 2018)
– La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime (luglio 2018)
– Controcorrente (sul romanzo di Huysmans, agosto 2018)
– Una nuova edizione di Catullo (gennaio 2019)
Questi post letterari, ed altri di argomento culturale, sono stati visitati negli ultimi tempi con una certa continuità, come se qualcuno avesse uno specifico interesse per questi argomenti; in particolare hanno avuto molte visite quelli su Dante e quello su Terenzio ed il suo modello di educazione, che tratta il tema sempre attuale del rapporto generazionale e contiene anche dei raffronti tra il modo di affrontare il problema nell’antica Roma e quello della società attuale. L’aspetto insolito e un po’ sconcertante del fenomeno, a mio avviso, non è tanto la “fortuna” (chiamiamola così) di questi post culturali, quanto che i visitatori non abbiano sentito mai – e dico mai – la necessità di apporre un commento a quanto letto, di chiedere una spiegazione o un approfondimento, di esprimere la loro opinione. I visitatori si limitano a leggere, senza intervenire; preferiscono rimanere nell’ombra, non avviare alcuna discussione né analizzare ulteriormente l’argomento con l’autore del post che, se ha parlato di quegli scrittori, vuol dire che ne ha fatto esperienza e che in certo qual modo li conosce e desidera perciò confrontarsi con i suoi lettori. Questo non avviene, e perciò i misteri legati a questo mio blog sono diversi, sono domande che non hanno risposta. Perché le visite in generale sono così diminuite negli ultimi due anni? Perché, in controtendenza con la perdita di prestigio della cultura di questi nostri tempi, sono proprio i post culturali che, pur nella generale decadenza, ricevono più visite? E se chi legge questi post letterari ha interesse per queste tematiche, perché non commenta e non contribuisce allo sviluppo di uno scambio di idee? Io non so dare risposte precise a questi interrogativi, ma solo fare congetture; tuttavia sta di fatto che tenere un blog in queste condizioni non è molto gratificante e credo quindi che questo mio tentativo di comunicazione sul web, non avendo raggiunto nessuno dei suoi obiettivi, sia sul punto di terminare, senza che nessuno se ne rammarichi più di tanto. Però una cosa da questa esperienza l’ho imparata di sicuro: la cultura, tranne pochissime eccezioni, non è un buon mezzo per uscire dall’anonimato.

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Articoli culturali sul blog

I vari post che vengono pubblicati su un blog rischiano con il tempo di essere dimenticati, soprattutto se sono vecchi di qualche anno; ben pochi lettori, infatti, vanno a riguardare articoli usciti molto tempo prima, ma tendono invece a leggere solo gli ultimi o comunque quelli che restano visibili nella pagina. E’ vero che esiste lo strumento detto “Archivi” sulla colonna di destra, ma il suo utilizzo è complesso perché con esso si risale sì ai mesi ed agli anni passati, ma senza riferimenti precisi al tipo di argomenti che sono stati postati e senza alcun ordine tematico. Per ritrovare tematiche di suo interesse, dunque, il lettore dovrebbe riguardare tutti i mesi indietro uno per uno, ed in ogni mese visionare i titoli di tutti i post, il che diventa un lavoro lungo e piuttosto noioso. Per questo ho pensato di elencare ogni tanto tutti i post che ho pubblicato su di una determinata tematica, in modo che chi fosse interessato può andare a colpo sicuro, mediante l’Archivio, al mese ed all’anno dove quello che gli interessa è stato pubblicato. In questo post elenco quindi tutti gli articoli di ordine letterario, cioè gli autori dei quali mi sono occupato per recensire la loro opera oppure, semplicemente, per esprimere il mio giudizio nei loro confronti. Premetto che si tratta sempre di autori classici, antichi e moderni ma sempre classici; io non riconosco infatti agli scribacchini di oggi la qualifica di “scrittori” o di “poeti”, che appartiene invece a chi veramente, nei secoli passati, ha dato prova di possedere quel grande talento artistico che purtroppo adesso non esiste più. Oggi l’arte letteraria è morta definitivamente, e pertanto, se vogliamo godere dell’emozione e dell’arricchimento culturale che la lettura può darci, dobbiamo necessariamente rivolgerci agli autori del passato, vissuti non oltre il periodo coincidente, più o meno, con la seconda guerra mondiale.
Questi, quindi, gli autori di cui mi sono occupato, in ordine di apparizione del post a loro dedicato. Chi fosse interessato a leggerli, può cliccare sul link “Archivi” della colonna di destra e andare all’anno ed al mese corrispondente.

– Le notti bianche (su Dostoevskij) – Agosto 2013
– Giovanni Pascoli e i poeti latini – Novembre 2013
– Come si può rovinare un’opera d’arte (sulla “Traviata” di Verdi) – Dicembre 2013
– La mia malinconia è tanta e tale (sulla depressione in letteratura) – Giugno 2014
– Il IV libro dell'”Eneide”: storia di una donna in carriera – Gennaio 2015
– La democrazia da Euripide ai nostri giorni – Luglio 2015
– Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo – Agosto 2015
– L’uomo nella fodera (su un racconto di Cechov) – Novembre 2015
– La depressione di Jacopo Ortis – Luglio 2016
– Rileggendo qualcosa del Manzoni – Novembre 2016
– Dante e le donne: l’arte della psicologia – Dicembre 2016
– Visita a casa Leopardi – Gennaio 2017
– Impressioni di lettura (su vari autori) – Marzo 2017
– Gabriele D’Annunzio, l’intellettuale indefinibile – Aprile 2017
– Catullo, poeta degli anni 2000 – Novembre 2017
– Qualche osservazione su Pindaro e sulle “Odi” di Orazio – Dicembre 2017
– Aristofane e i 5 stelle – Marzo 2018
– Terenzio e il suo modello di educazione – Marzo 2018

Credo di aver fatto cosa utile per chi conservasse ancora interesse per la letteratura antica e moderna e soprattutto per i classici, cioè quegli scrittori che non hanno mai finito di dire ciò che hanno da dire. Nei post sopra ricordati io mi sono limitato a esprimere mie opinioni e personali impressioni, senza pretendere di scoprire cose nuove, né che i miei scritti abbiano valore di saggi o di pubblicazioni scientifiche. Ho voluto solo dare qualche spunto di lettura e di riflessione, scrivendo man mano ciò che mi veniva in mente leggendo questi autori o trattandoli durante lo svolgimento dei normali programmi scolastici. Se qualche lettore, esaminando i miei articoli di argomento letterario, vorrà mandarmi dei commenti o delle critiche, positive o negative che siano, gliene sarò per sempre grato.

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Insegnare italiano: croce e delizia

Se l’insegnamento, in tutti i gradi di istruzione e in tutte le discipline, comporta un impegno continuo e stressante da parte di chiunque intenda svolgere seriamente il proprio dovere, tanto più questa caratteristica si riscontra in chi insegna italiano, ed in particolare nell’ultima classe dei Licei e di tutti gli altri istituti superiori. Non so quanti saranno in sintonia con questa mia affermazione; da parte mia, però, posso dire in tutta sincerità che in tutti i miei anni di servizio precedenti, in cui insegnavo soltanto il latino ed il greco (appartengo alla classe 52), non ho mai fatto tanta fatica e non sono stato mai così stressato come in quello corrente, quando alle discipline classiche si è aggiunto l’italiano in una classe terminale, da portare all’esame di Stato. Ho compiuto il ciclo triennale completo dell’italiano con questa classe, che avevo anche nei due anni precedenti, e già mi ero accorto che la letteratura italiana, bellissima e affascinante senza dubbio, richiede però al docente un impegno comunque gravoso; ma mentre in terza ed in quarta il carico di lavoro è sopportabile, in quinta diventa un fardello pesantissimo, considerata l’enorme vastità del programma e del tempo a disposizione, assolutamente insufficiente, per svolgerlo in modo dignitoso.
Già la letteratura dell’800 è sterminata, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo: autori come Foscolo, Leopardi, Manzoni e Verga già da soli sarebbero più che sufficienti per impegnare un intero anno scolastico, considerato anche che alla trattazione teorica del loro pensiero e delle loro opere deve sempre aggiungersi la lettura antologica, effettuata in classe, dei capitoli, dei passi e delle poesie più importanti. I movimenti letterari come il Romanticismo, il Verismo, il Decadentismo necessitano anche di un’adeguata introduzione storica, ché altrimenti non vengono adeguatamente compresi; e anche per questo ci vuole del tempo. Ci sono poi i cosiddetti “minori”, che poi tanto minori non sono e vanno comunque trattati o almeno accennati, con tanto di letture antologiche. E come se ciò non bastasse, va detto che il tempo disponibile non può essere dedicato tutto alla trattazione dei vari argomenti ed alle letture: ci sono anche le verifiche, che in una classe numerosa portano via molte ore, in qualunque modo si vogliano effettuare.
Ma il vero problema del programma di italiano si presenta con la letteratura del ‘900, quando il numero dei movimenti letterari e degli autori, pur se meno titanici di quelli dell’800, si moltiplica. Attualmente (e siamo praticamente già a maggio) sto parlando di Pirandello, un autore a me molto gradito e sul quale sarebbe necessario restare un po’ di tempo, diciamo due settimane; ma allora quando mai avrei la possibilità di trattare anche le opere di Svevo, Ungaretti, Montale, Saba, Quasimodo ed altri ancora? Sarò costretto, come tanti altri colleghi, a correre per poter includere nel programma gli autori citati qui sopra, con i quali temo che il programma stesso dovrà chiudersi, quando ci sarebbero invece tante altre voci da trattare, da Tozzi a Moravia, da Tomasi di Lampedusa a Pasolini, tanto per citarne alcuni che credo abbiano lasciato un’impronta indelebile nella cultura del loro tempo. Ma tanti altri ce ne sarebbero, che non potremo nemmeno nominare, e di ciò mi dispiace alquanto, anche perché non vedo alcuna soluzione accettabile al problema. C’è chi parla di “tagli” da fare per agevolare il percorso ma io, che ho sempre fatto del senso storico uno dei cardini della mia impostazione didattica, non vedo come si possa parlare di Manzoni senza parlare prima di Foscolo, come si possa trattare Tasso se prima non si è trattato l’Ariosto, e così via. Sta di fatto che il problema mi grava sulla testa come un macigno; e dire che ho chiesto io l’insegnamento dell’italiano, sia per ampliare la mia cultura sia per fare qualcosa di diverso dai soliti programmi, pur bellissimi, di letteratura latina e greca, che ho svolto ininterrottamente per trentacinque anni.
L’insegnamento dell’italiano in un triennio superiore, come ho potuto constatare sulla mia pelle, è gravoso e impegnativo anche per quanto concerne la preparazione e la correzione degli elaborati scritti. Ai miei tempi il professore ci dava la scelta tra due temi, uno di letteratura e l’altro di attualità, le cui tracce si riassumevano in poche righe; adesso preparare un compito di italiano è invece complicatissimo, perché occorre anzitutto trovare un passo poetico o prosaico adatto per l’analisi del testo, corredato oltretutto da una griglia di richieste ben precise, ed inoltre, cosa ancor più gravosa, preordinare il cosiddetto “saggio breve” o articolo di giornale. Per realizzare un’opera del genere bisogna anzitutto pensare ad un argomento che non sia banale ma al tempo stesso adatto agli studenti di quella età, e poi corredare l’argomento stesso con una serie di testi di autori diversi e di diverse epoche, il cui pensiero sia però collegabile mediante un “filo rosso” che consenta allo studente di sviluppare un ragionamento organico e coerente. E qui affermo, senza esagerare, che un pomeriggio intero spesso non è sufficiente per preparare lo schema delle tracce da presentare per il compito; a ciò si aggiungono, com’è facilmente intuibile, altri due o tre pomeriggi per la correzione dei vari elaborati, alcuni dei quali sono oscuri nell’interpretazione di alcune parti oppure scritti con una grafia quasi illeggibile, il che consuma gli occhi del docente, oltre che logorarne la mente già notevolmente stressata.
Per un docente laureato in lettere classiche e da sempre dedito all’insegnamento delle lingue e letterature latina e greca, persona che solitamente conosce sì la letteratura italiana ma non è uno specialista in questo campo, questa disciplina rappresenta una fatica incommensurabile, che finisce per occupargli tutto o quasi il tempo libero. Resta però la soddisfazione di poter ampliare in tal modo i propri orizzonti culturali, prima un po’ troppo limitati al mondo antico, e di poter operare continui e affascinanti confronti tra la cultura classica e quella moderna. Tenendo conto di ciò, ed a parziale ritrattazione di quanto scritto prima, affermo qui di non essermi mai pentito di aver deviato un po’ dal mio insegnamento tradizionale per assumere anche quello dell’italiano, materia splendida e affascinante com’è la nostra letteratura, senz’altro la più bella del mondo. Nonostante i sacrifici, quindi, il gioco vale la candela.

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Il volto oscuro del progresso

Dalle più remote origini della società umana fino ad oggi l’evoluzione della specie viene comunemente definita con il termine “progresso”, che deriva dal verbo latino pro-gredior, cioè “andare avanti” ed ha quasi sempre coinciso, nell’immaginario popolare, con l’idea del miglioramento delle condizioni economiche e sociali. Ma già nel mondo antico qualcuno si accorse che le scoperte scientifiche, pur lodevoli in sé come frutto prelibato della mente umana, potevano comportare anche effetti indesiderati; anche per questa ragione, pertanto, tenevano ben separati i concetti di “scienza”, che altro non era se non una sorella della filosofia, e di “tecnologia”, cioè l’applicazione pratica delle scoperte stesse alla vita quotidiana. E se la prima si sviluppò moltissimo nel mondo antico (basti pensare alla “rivoluzione dimenticata”, come la chiama Lucio Russo, propria dell’età ellenistica), la seconda camminò invece molto più lentamente, tanto da restare ignota per molti secoli: sappiamo infatti che diverse scoperte scientifiche dell’antichità trovarono applicazione pratica solo a partire dai secoli XVI-XVII della nostra era. Non considerando qui, nel breve spazio di un post, tutte le motivazioni per cui ciò avvenne, vorrei soffermarmi su un singolo aspetto del problema, ossia la lucida disamina degli aspetti negativi del progresso già evidente negli scrittori antichi. Ciò potrebbe costituire, a mio giudizio, anche materia di un “percorso didattico”, per usare la terminologia corrente, da seguire nella scuola o nell’università.
Il primo significativo testo a riguardo è un passo del Fedro di Platone (274c), ove si parla di una divinità egiziana, Theuth, a cui erano attribuite tante scoperte atte a migliorare la vita degli uomini, tra le quali, ultima e più preziosa, quella dell’alfabeto e conseguentemente della scrittura. Narra Platone che quando Theuth presentò la sua scoperta al re Thamus, questi lo rimproverò anziché lodarlo, dicendogli: “O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità esse posseggano per coloro che le useranno. E cosí ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei [275 a] inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non piú dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei.” In pratica, Thamus (cioè Platone) aveva già chiaro il concetto, modernissimo, secondo cui gli strumenti che facilitano ed accelerano le facoltà umane ne determinano però anche l’indebolimento e l’atrofia. Per dimostrare quanto sia attuale il passo platonico basti pensare a quel che i docenti delle prime liceali lamentano a proposito dei loro alunni: “Non sanno neanche le tabelline!”. Per forza, adesso anche per calcolare 10 + 15 si prende la calcolatrice, e la memoria si atrofizza come un braccio che restasse legato al corpo per trent’anni! Ed anche riguardo ad altri aspetti negativi del progresso, come ad esempio la perdita dei valori morali e spirituali e il diffondersi del vizio conseguenti al lusso ed all’opulenza che le nostre società occidentali oggi vivono, troviamo illustri precedenti in diversi autori latini da Sallustio a Seneca Naturales Quaestiones (VII,31) a Plinio il Vecchio ed altri ancora.
Il tema del progresso scientifico e delle sue conseguenze è poi tornato in auge nei secoli della modernità, in coincidenza con le scoperte dei secoli XVII-XVIII, con la rivoluzione industriale di fine ‘700 e ancora con il diffondersi del Romanticismo nella prima metà del XIX secolo. Dei suoi effetti negativi ci parla in abbondanza il Leopardi, che vedeva nella scoperta del “vero” la fine delle illusioni e quindi la pur remota possibilità dell’uomo di raggiungere la felicità: tra i suoi numerosi testi che trattano questo argomento ricordo, ad esempio, un passo della canzone Ad Angelo Mai, dove il poeta lamenta la scomparsa dei miti e delle credenze in ignote e favolose genti che, pur false che fossero, davano luogo all’immaginazione e quindi all’illusione della felicità (vv. 97-103). “Ecco svaniro a un punto / e figurato è il mondo in breve carta; / ecco tutto è simile, e discoprendo, /solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta / il vero appena è giunto, / o caro immaginar; da te s’apparta / nostra mente in eterno.” Ed al grande recanatese, nel mostrare gli effetti negativi del progresso, si aggiungono altri grandi uomini del secolo passato, quello in cui la tecnologia ha più inciso sulla nostra vita. Per brevità cito soltanto tre di essi: Luigi Pirandello, soprattutto nel romanzo Quaderni di Serafino Gubbio operatore e nei Giganti della montagna, ultima e forse più grande sua opera; Pier Paolo Pasolini, che tra i suoi aforismi scrisse anche questo: “Non è affatto vero che io non credo nel progresso, io credo nel progresso. Non credo nello sviluppo. E nella fattispecie in questo sviluppo. Ed è questo sviluppo che dà alla mia natura gaia una svolta tremendamente triste, quasi tragica”; Albert Einstein, che metteva in guardia contro l’eccessivo tecnologismo, quando scrisse: “Temo il giorno in cui la tecnologia sopravanzerà la nostra umanità; quel giorno il mondo sarà popolato da una generazione di idioti.”
Le contraddizioni della nostra evoluzione tecnologica ed economica si vedono bene nella nostra società. A mio giudizio il problema si suddivide in due questioni: la prima è che le macchine e gli strumenti d’uso quotidiano sono spesso diventati non i nostri servi, ma i nostri padroni, hanno ottenebrato le nostre menti: basti pensare ai cellulari, strumenti dannosissimi di cui tante persone non riescono a fare a meno neanche per un’ora, oppure alle automobili, usate da tutti anche per percorrere cento metri, perché nessuno ormai va più a piedi. In questo modo l’uomo, come prevedeva Pirandello, si è messo al servizio della macchina, ne è divenuto schiavo, e nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria, come dice Seneca in un passo della celeberrima Epistola 47. La seconda questione è che l’ansia tutta moderna per inventare continuamente cose nuove a scopo di profitto (perché è l’aspirazione al guadagno ciò che guida con imperiosa dittatura le società moderne) induce a realizzare beni ed accessori poco utili, se non addirittura superflui, di cui si potrebbe benissimo fare a meno. Pensiamo alla tecnologia automobilistica: certi accessori montati sulle auto moderne sono del tutto ininfluenti sulla funzione generale che questo bene così diffuso deve svolgere. A cosa servono i cerchi in lega, che costano molto e non fanno nulla in più di quelli normali? A cosa servono sei-otto altoparlanti per l’autoradio quando ne basterebbero due? E soprattutto: a cosa servono i vetri elettrici quando chiunque può aprire il finestrino usando semplicemente una manovella? Quest’ultimo accessorio è addirittura dannoso a volte: qualche tempo fa mia moglie era alla guida e, credendo di alzare il vetro dalla sua parte ha alzato invece il mio, schiacciandomi la mano e facendomi un male cane. Se ci fosse stata la manovella ciò non sarebbe avvenuto. Ovviamente queste sono banalità, ma pur sempre indicative di come la tecnologia a volte superi se stessa sconfinando nell’inutile e perfino nel dannoso. E qui bisognerebbe parlare dell’inquinamento ambientale, dell’effetto serra e di tanti problemi ben più importanti delle insulsaggini che ho detto io. Ma il post è già abbastanza lungo e bisogna chiudere; vuol dire che delle altre conseguenze negative dello stile di vita attuale parlerò in altre occasioni. Per adesso mi basta aver gettato questo sasso nello stagno, sperando che qualcuno lo raccolga.

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Quali letture per le vacanze?

L’estate è forse la stagione in cui le persone leggono di più, almeno quelle che sono abituate a farlo; negli altri periodi dell’anno, infatti, tutti noi siamo oberati dagli impegni di lavoro, e quindi resta poco tempo per le letture piacevoli, quelle di svago, diciamo. Noi docenti non smettiamo mai di leggere e di aggiornarci perché ciò è richiesto dalla nostra professione; ma d’estate possiamo anche uscire fuori dai testi che ci accompagnano di solito e dedicarci ad libri e autori non direttamente legati ai nostri programmi. Questa affermazione non vale per il sottoscritto, perché durante il prossimo anno scolastico insegnerò italiano in una quinta, classe da condurre all’esame, e quindi ciò che mi aspetta nel periodo estivo sono i grandi autori dell’800 e del ‘900 che saranno oggetto del mio prossimo lavoro: Foscolo, Manzoni, Leopardi, Verga, Pirandello, Svevo, Montale, Saba, Pasolini ecc. C’è tanto materiale da soffocare, per il quale ci vorrebbero non una ma dieci estati. Sono autori che ovviamente già conosco, ma che debbo approfondire in quanto da molti anni ho lasciato l’insegnamento dell’italiano per quello del latino e del greco nel triennio del liceo Classico; poi, avendo chiesto e ottenuto questo insegnamento in una terza, dovevo pur sapere che questi ragazzi sarebbero arrivati in quinta; quindi era tutto previsto, anche che la mia estate di quest’anno fosse occupata in maniera totale.
Escluso quindi il sottoscritto, quali autori e quali libri mi sento di consigliare alle persone di cultura, che non vogliono limitarsi a sfogliare giornali o romanzetti da quattro soldi (quelli che vengono scritti oggi) che dell’arte non hanno nemmeno l’odore? Occorre tener conto che concentrarsi nella lettura sotto l’ombrellone è difficile, perché in spiaggia ci sono tanti rumori fastidiosi che ci disturbano continuamente: la musica fracassona dello stabilimento balneare, i seccatori che ti vengono a chiedere di comprare qualcosa, i sempliciotti che giocano a racchettoni o a pallone sul bagnasciuga e ti tirano la palla addosso, i cani che abbaiano, le vicine d’ombrellone che cinguettano maldicenze sui mariti o sulle nuore e tante altre cose. Consiglio perciò di dedicarsi alla lettura in luoghi diversi dalla spiaggia: chi va in montagna può sedersi su una panchina al fresco e aprire lì il libro, ad esempio, oppure ci si può recare in un giardino pubblico o una pineta, o anche sul balcone di casa, basta che non ci siano troppi rumori molesti. Dico ciò perché quando si legge un libro bisogna andare lentamente, assaporare ogni pagina, rileggere più volte ciò che ci è piaciuto o ciò che non si è compreso bene, esaminare sì il contenuto ma anche la lingua e lo stile dell’autore, poiché anche gli elementi formali fanno parte del valore letterario di un’opera.
Detto questo, è chiara la mia preferenza per gli scrittori classici, termine con cui ovviamente non mi riferisco solo agli antichi, ma anche ai moderni, anzi soprattutto a questi, giacché non posso pretendere che chi non ha fatto studi classici si entusiasmi di fronte a Omero, Virgilio, Tucidide o Tacito. Forse leggerà anche questi, ma sarà portato maggiormente agli autori degli ultimi secoli. Per me va benissimo, purché siano classici, quegli autori cioè che, secondo una celebre definizione, non finiscono mai di dire ciò che hanno da dire. Personalmente, oltre alla letteratura italiana che viene sempre al primo posto, ho una spiccata predilezione per gli scrittori russi, che raccomando a chiunque voglia conoscere qualcosa di profondo e grandioso, che faccia riflettere sui grandi problemi del mondo e della vita umana: tra di essi consiglio prima di tutto Dostoevskij, forse il maggiore di tutti, e poi Tolstoi, Puskin, Gogol e Cechov. Anche su questo blog ho avuto occasione di recensire, con grande piacere e ammirazione, Le notti bianche di Dostoevskij e L’uomo nella fodera di Cechov, un racconto attualissimo che riflette la mentalità di tante persone del nostro tempo e che narra – guarda caso – la storia personale di un professore di greco. Molto belli sono anche i romanzi francesi dell’800, da Hugo a Flaubert, da Stendhal a Maupassant fino al Camus della Peste; lo stesso dicasi per gli inglesi e americani, sebbene siano un po’ più distanti dalla nostra mentalità “mediterranea”: io ho letto con grande interesse i romanzi gotici inglesi per il fascino dell’horror e del soprannaturale, dal Frankenstein di Mary Shelley a Edgar Allan Poe, allo stupendo Dracula di Bram Stoker. Questa per il gotico è una preferenza mia personale, ma altri grandi scrittori anglosassoni sono capaci di suscitare grandi emozioni: cito ad esempio i romanzi di Dickens (qui sul blog ho recensito Oliver Twist), quelli di Stevenson (non si può non conoscere Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hide!) e, per quanto riguarda l’America, Hawthorne (in particolare La lettera scarlatta, prima importante denuncia contro i pregiudizi popolari) ed Hemingway.
Questa ovviamente è una semplificazione estrema, perché gli scrittori ed i poeti sono migliaia, di tutte le letterature, ed è naturale che ciascuno scelga ciò che più gli piace. L’importante, secondo me, è che non si perda mai l’abitudine a leggere, dato che, come recitava uno slogan in voga qualche anno fa, leggere allunga la vita. Più che allungarla, a mio parere, la rende migliore, perché il nostro cervello – come ogni altra parte di noi – ha bisogno di restare in attività, essere esercitato in ogni momento per poter durare più a lungo e nelle migliori condizioni. E’ però fondamentale che ciò che si legge non ci lasci indifferenti, ma cambi qualcosa nel nostro animo, come diceva l’anonimo autore antico del trattato Del sublime; ma perché ciò avvenga è necessario, a mio parere, che gli scrittori scelti siano classici, autori cioè di opere immortali; da questo novero escludo totalmente gli scribacchini di oggi, che pubblicano libri osceni e dalla sintassi claudicante, scritti in cui una maestra elementare troverebbe molti errori da segnare con la penna rossa. Non voglio fare nomi, perché dovrei farli di tutti quelli che oggi riescono, magari con conoscenze o altri mezzi discutibili, a vedere pubblicate le nefandezze che scrivono. Ed un’ultima cosa mi sento di consigliare: che la lettura avvenga con il libro cartaceo, infinitamente più bello e più utile di quelli sui supporti elettronici, che dipendono dalla carica della batteria e rovinano la vista del lettore. Un libro di carta è un tesoro di cultura che resta sempre in una casa; un hard disk si può invece rompere e allora si perde tutto. La tecnologia è utile in certi casi, ma in altri è meglio tornare alla tradizione, più genuina e di gran lunga più affascinante.

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