Quintiliano, l’insegnante e gli alunni

Si fa oggi un gran parlare, tra i sociologi gli psicologi e soprattutto i pedagogisti, di quale debba essere il giusto e ottimale rapporto tra docente ed alunni, come cioè si debba regolare chi si accinge a percorrere la nobile professione dell’insegnamento; e non a caso uso l’aggettivo “nobile”, perché formare la personalità altrui, oltre che la cultura intesa come insieme di conoscenze, è uno dei compiti più importanti e costruttivi che un cittadino possa svolgere. Anch’io, nella mia quarantennale esperienza di docente di liceo, mi sono ben presto reso conto che la preparazione teorica, pur se accertata mediante la vincita di un concorso ordinario a cattedre come è accaduto nel mio caso, non è sufficiente per essere un buon insegnante: occorre saper instaurare un rapporto educativo ed umano positivo con i propri alunni, i quali debbono sentirsi stimolati dal docente ad imparare condividendo il suo entusiasmo per ciò che insegna. Occorre una buona dose di psicologia per rapportarsi ai giovani di oggi, i “millennials” nati digitali, occorre molta pazienza e disponibilità ad ascoltare oltre che a parlare, occorre l’impiego di un linguaggio che sia sempre comprensibile, ma soprattutto occorre essere onesti ed imparziali ed offrire ai propri alunni un modello di vita, oltre che di competenza e di serietà.
In questo blog ho più volte parlato di questi argomenti, con poco riscontro in verità da parte dei lettori. Forse ne ho parlato male oppure, al contrario, con troppa convinzione per poter ammettere repliche o contestazioni. Però confesso qui che i miei suggerimenti per il mestiere del docente non sono miei, ma derivano in gran parte da Quinto Fabio Quintiliano (ca. 35-96 d.C.), un grande oratore e maestro che visse nell’epoca degli imperatori romani della casata Flavia e fu uno dei primi (se non il primo in assoluto) a ricevere dall’imperatore Vespasiano uno stipendio statale per l’attività di insegnamento, fino a diventare precettore personale dei nipoti del successivo imperatore Domiziano. Nei primi due libri della sua opera, giunta a noi con il titolo di Institutio Oratoria, egli parla con dovizia di particolari della scuola, dal momento in cui il bambino è affidato al maestro fino agli anni della maturità, sottolineandone molti aspetti: quali siano i compiti della famiglia e quali del docente, che metodo utilizzare in considerazione dell’età dei discenti, se sia migliore l’insegnamento individualizzato o quello collettivo e tant’altro ancora. Molti dei problemi da lui affrontati hanno il forte sapore della modernità perché ancor oggi, a distanza di duemila anni, quegli argomenti sono al centro degli studi di tutti coloro che si occupano di pedagogia. Ma tra i suoi consigli sono di strabiliante attualità quelli ch’egli dedica al rapporto tra insegnante e alunni, che trova spazio in più luoghi ma soprattutto in un passo del secondo libro (II,2, 5-8), che riporto nella traduzione di O.Frilli pubblicata da Zanichelli (collana “Prosatori di Roma”, 1974):

“(L’insegnante) assuma dunque innanzitutto sentimenti paterni nei confronti dei suoi scolari e ritenga di sottentrare al posto di coloro che affidano a lui i loro figli. Egli non abbia vizi, né li tolleri. Sia egli austero ma non rigido, sia benevolo ma non privo di energia, perché non si faccia odiare per la rigidezza e disprezzare per la mancanza di energia. Il suo discorso verta spessissimo su ciò che è buono e onesto, perché quanto più spesso avrà dato ammonimenti tanto più raramente dovrà castigare. Non sia affatto collerico, e tuttavia non passi sopra a ciò che meriterà di essere biasimato; sia semplice nella sua maniera di insegnare, tollerante la fatica, assiduo piuttosto che eccessivo. Risponda volentieri a coloro che lo interrogano e spontaneamente prevenga ed interroghi quelli che non fanno domande. Nel lodare le prestazioni dei discepoli non sia né scarso né prodigo, perché il primo atteggiamento genera avversione al lavoro, il secondo una fiducia dannosa. Nel correggere gli errori non sia aspro e per niente offensivo, perché ciò che allontana molti dal proposito di studiare è che certi maestri sgridano come se odiassero. Egli dica ogni giorno qualcosa, anzi molte che gli ascoltatori ripetano tra sé; sebbene infatti la lettura fornisca molti esempi da imitare, tuttavia la voce, come si suol dire, viva dà maggior nutrimento,e specialmente quella di un maestro che i discepoli, purché siano stati rettamente formati, amano e rispettano.”

In queste parole c’è tutto, o quasi, quello che il docente deve sapere ed applicare per svolgere egregiamente il proprio lavoro. Si noti che Quintiliano non accenna alla preparazione specifica e “tecnica” del precettore nelle discipline che insegna, perché quella è data per scontata ma non è sufficiente; parla invece del comportamento pratico, di come ci si debba rapportare con una classe di alunni che, benché siano passati duemila anni, è sempre formata da giovani che hanno bisogno di essere trattati con comprensione e senso di giustizia ma che debbono essere anche stimolati a lavorare ed imparare il più possibile. Dal passo emerge, a mio giudizio, un forte senso di equilibrio che deve caratterizzare il comportamento dell’insegnante, invitato a scegliere il giusto mezzo tra due atteggiamenti opposti ed errati: egli deve infatti essere paterno e benevolo ma al tempo stesso severo e autorevole; non deve lasciarsi andare alla collera (errore frequente, purtroppo!) ma nemmeno passare sopra a ciò che deve essere sanzionato; deve coinvolgere nel dialogo didattico tutti gli alunni, anche quelli che per timidezza o riservatezza non intervengono mai (e ce ne sono molti di questi, ancor oggi!); essere moderato nelle lodi verso gli studenti più bravi, per non demotivare loro né i compagni meno brillanti, ed al tempo stesso non essere troppo aspro nei confronti degli alunni svogliati, perché i rimproveri eccessivi non li indurranno a studiare di più, anzi ne provocheranno ulteriore disimpegno. L’essere offensivi poi, come sono certi colleghi che magari non pensano di esserlo ma credono così di fare il bene degli alunni, produce invece un danno irreparabile all’autostima dei ragazzi nella delicata età adolescenziale: si può benissimo assegnare voti bassi, se necessario, ma spiegandone il motivo e soprattutto senza offendere né mortificare la sensibilità altrui. Il precetto più importante dell’antico pedagogo tuttavia, a mio giudizio, è quello in cui dice che l’insegnante non deve avere vizi né tollerarli. Su questo punto io sono totalmente d’accordo e così ho cercato di comportarmi durante tutti gli anni del mio servizio al Liceo, convinto come sono che anche nella vita privata il docente debba mostrarsi onesto e irreprensibile, perché gli alunni ci osservano, sanno quel che facciamo e ci giudicano, per loro l’insegnante è un modello di vita oltre che un trasmettitore di nozioni e di contenuti. Molti colleghi non sono d’accordo con questo principio e pensano che, una volta terminate le ore di lezione, sia loro lecito comportarsi in maniera sregolata e magari anche libertina: ci sono stati casi estremi di questo tipo, come quella insegnante veneta di qualche anno fa che la sera andava ad esibirsi in locali equivoci e faceva la spogliarellista. Tuttavia, concedendosi pure che nella vita privata ciascuno possa dire e fare ciò che desidera, almeno nel tempo in cui si sta a scuola il comportamento del docente dovrebbe essere serio e decoroso, cosa che spesso non è: mi riferisco ai colleghi che hanno la pessima abitudine di usare il cellulare durante le ore di lezione (e magari lo proibiscono severamente agli studenti), a quelli che fumano nei corridoi durante l’intervallo pur essendo vietato (altro pessimo esempio per gli alunni), a quelli che si vestono in modo indecoroso e vengono ai collegi docenti in sandali e bermuda, a quelli che usano il turpiloquio in presenza dei ragazzi ed altri ancora. Io ho sempre pensato, in quarant’anni di permanenza nella scuola, che non si possa pretendere dagli altri, ed in particolare da ragazzi giovani che abbisognano di modelli comportamentali e debbono essere educati alla legalità ed al senso civico, ciò che noi stessi non possiamo o non vogliamo fare.
Mi perdonino i pedagogisti moderni, ma io credo che le semplici parole di Quintiliano espresse duemila anni fa siano più incisive e pertinenti di tutte le loro complesse teorie sulla scuola e l’insegnamento. Nei tempi moderni si è oscillato tra il classismo e l’eccessiva severità della scuola prima del ’68 e l’eccessivo libertarismo e permissivismo che sono seguiti a quel nefasto movimento che ha distrutto la disciplina e la serietà degli studi. La via migliore, come già Aristotele diceva molti secoli fa, è quella mediana; ma essa è sempre più difficile da raggiungere, ed anche oggi si oscilla spesso tra due estremi opposti che non danno mai frutti apprezzabili. Le parole dell’antico oratore sono ancora valide e straordinariamente attuali: basterebbe seguirle, uniformarsi ad esse anche nell’era del digitale per far sapere al docente come regolarsi con i suoi alunni e con le altre componenti della vita scolastica. Non c’è neanche bisogno di sapere il latino: i precetti di Quintiliano si possono leggere anche in traduzione, perché saranno forse meno suggestivi ma certamente ugualmente efficaci.

2 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

2 risposte a “Quintiliano, l’insegnante e gli alunni

  1. Angelo Belloni

    Le suggerisco di mettere in grassetto “l’insegnante è un modello di vita oltre che un trasmettitore di nozioni e di contenuti”, perché è la chiave di volta. E’ quanto di più prezioso mi hanno dato i miei insegnanti, ed è quanto vedo per Lei nei commenti di alcuni Suoi ex alunni.

  2. Anonimo

    Carissimo professore e collega,
    sono d’accordo con le posizioni di Quintiliano che risulta straordinariamente moderno in barba ad alcuni pedagogisti ,psicologi ,sociologi,insegnanti, addetti ai lavori e ..perchè no, politici che ,nel corso del tempo,hanno stravolto il concetto di scuola e le pratiche dell’insegnamento seguendo le mode e le ideologie del proprio tempo. Da Quintiliano in poi, tuttavia,molte sono state anche le conquiste nel campo educativo,e alcune risultano di fondamentale importanza, quale la scuola democratica,non classista e non solo dedita alla formazione di funzionari,ma impostata sulla formazione del cittadino,o il rinnovamento delle metodologie didattiche imperniate sulla centralità dello studente e legate al mondo digitale.
    Conosco benissimo il malessere che serpeggia tra noi insegnanti in una scuola oggi veramente difficile da definire e gestire,credo tuttavia che nel mondo scolastico ancora si faccia confusione tra i due concetti di μορφωση e di εκπαιδευση sul quale gli educatori greci antichi e bizantini insistevano.Sappiamo benissimo che il primo corrisponde alla cosiddetta “formazione” mentre il secondo all’ ” istruzione”.Ebbene, io penso che alcuni degli addetti ai lavori ancora non abbiano chiaro che cosa si voglia realizzare in una scuola realmente moderna.Una scuola formativa? (formazione del cittadino,insistenza sulle cosiddette competenze, ecc.), o una scuola istruttiva?( con insistenza sulle cosiddette conoscenze).Una volta, uno studente quasi diciottenne, ad una mia osservazione sul suo comportamento in classe non del tutto corretto,mi rispose che io avevo solo il dovere di istruirlo e che al suo comportamento ci avrebbe pensato da solo.Gli risposi che in Grecia,fatte le dovute distinzioni e parlando con il dovuto rispetto, εκπαιδευονται i cani, e μορφονωνοται le persone e che ritenevo che la stessa cosa valesse anche in Italia. Il ragazzo non rispose.
    Ebbene, caro collega,oggi si impone più che mai il bisogno di chiarezza prima con se stessi e poi con gli altri.Sarebbe opportuno che l’insegnante, prima di affrontare il suo delicatissimo lavoro,rispondesse a chiare domande con chiare risposte, su se stesso, sulla propria preparazione, sulla predisposizione ai rapporti umani, sulla propria responsabilità di educatore in un mondo così difficile.Sarebbe opportuno che desse peso alle parole delle proprie risposte e applicasse comportamenti volti alla comunicazione,alla condivisione del sapere ma anche dignitosi e coerenti con i grandi valori della civiltà occidentale.Fatto questo,può benissimo rifarsi al modello dell’ homo bonus dicendi peritus,ma anche a modelli più recenti purché lo faccia credendoci e con coerenza.
    Le mie non sono affatto soluzioni,e forse sono le scoperte “dell’acqua calda”, ma ci credo, le sperimento durante la mia attività e penso che condividerle in un dibattito, seppur modeste, non facciano male ad alcuno.
    Σας χαιρετω, saluti,
    Claudia Capone.

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