Il greco ed il latino, oggi

Da molto tempo mi sono reso conto di come il modo di approcciarsi alle civiltà classiche da parte della nostra società moderna sia in gran parte errato, viziato dall’ignoranza e spesso anche della cattiva volontà. Al di là di una generica ammirazione per il mondo greco e romano spesso non si va, neanche da parte di chi ha studiato le discipline classiche per molto tempo. Come primo esempio mi voglio riferire ai numerosi gruppi di Facebook che si occupano della materia, costituiti in genere da docenti o da ex studenti di liceo classico o comunque di materie umanistiche. In essi raramente capita di veder discutere di questioni concrete, e spesso anzi ci si ferma ad un puro compiacimento estetico: si postano passi o brani di autori classici e poi i vari membri del gruppo non fanno altro che osannarli e incensarli tributando loro un omaggio che pare dettato più da una generale e inveterata tendenza a idealizzare il mondo antico più che ad una vera ed autentica comprensione di quei testi. Altre volte vengono postate fotografie della copertina di libri moderni che riguardano l’antichità classica (storie della letteratura, edizioni dei classici ecc.) e anche qui segue una pioggia di commenti ammirati e nostalgici, soprattutto da parte di chi rivede in quelle copertine i libri ch’egli stesso aveva studiato al ginnasio o al liceo, magari molti decenni prima. Ma questa è un’ammirazione di facciata, non è così che si valorizza e si rende utile la propria esperienza di studio.
Un’altra interpretazione distorta e assurda del mondo classico è quella tipica di certi intellettuali e certi registi, che attribuiscono ad autori vissuti duemila o più anni fa categorie proprie del pensiero moderno, ch’essi non potevano neanche lontanamente immaginare. Mi riferisco prima di tutto agli storici marxisti, la cui concezione dell’Antichità ha spesso rasentato il ridicolo, come quando hanno voluto vedere in Lucrezio, ad esempio, i germi non tanto del materialismo (che ci potrebbe anche stare) quanto della difesa del proletariato e della “lotta di classe”, facendo affermazioni frutto di faziosità e di pura fantasia. Non meglio è andata con le rappresentazioni moderne di opere teatrali antiche come le tragedie greche del V° secolo a.C.: qui se ne sono viste di tutti i colori, da Oreste ed Elettra che recitavano in blue jeans, a Zeus che diventava il presidente degli Stati Uniti d’America, fino a quell’autentica buffonata che è stata la rappresentazione dell’Elena di Euripide al teatro di Siracusa, di cui ho parlato nel post che precede questo. In ogni caso è evidente la stortura di chi si è impadronito illegalmente degli scrittori classici per far dire loro quello che lui – cioè lo storico o il regista moderni – avrebbe voluto che dicessero. Si tratta di un’operazione illegittima e fuorviante, un vero e proprio tradimento che dovrebbe essere punito penalmente, perché distorce in malafede l’autentico messaggio che quegli autori volevano trasmettere.
Ma anche nel campo dell’università e della scuola l’approccio al mondo classico è spesso inadeguato e distorto. Ormai da molti anni i professori universitari non pensano affatto a quello che sarà il destino più probabile per i loro studenti di lettere classiche, cioè l’insegnamento nei licei; e così, anziché dedicarsi agli autori maggiori, quelli di cui effettivamente i loro allievi dovranno occuparsi in futuro, tengono corsi su poeti e scrittori semisconosciuti solo perché sono, in quel momento, oggetto dei loro studi. Avviene così che ci si occupi pochissimo di Omero, Euripide, Tucidide, Cicerone, Virgilio e Seneca, e si faccia invece un gran parlare di Erodiano, Aristeneto, Nonno di Panopoli, i poetae novelli, Macrobio ecc., nomi che chi non è specialista non ha mai neanche sentito pronunciare e che al liceo non si accennano neppure. Così il povero studente di lettere antiche, magari laureato a pieni voti, è costretto poi a rifarsi da solo tutta quella preparazione che occorre per insegnare, che l’Università non gli ha mai fornito se non in minima parte. Il filologismo, l’attenzione cioè alle minuzie testuali e linguistiche, avvelena però anche la scuola, dove ci sono docenti che danno più importanza alle regoline grammaticali che all’effettivo valore letterario ed umano delle grandi opere prodotte nel mondo classico. Da questo punto di vista io stesso ho condotto una lunga battaglia attraverso questo blog contro il conservatorismo di chi pretendeva di valutare gli studenti solo dalla loro capacità di tradurre i testi classici, una capacità che oggi – per varie ragioni – si è molto ridotta. Inutile insistere, anche all’esame di Stato, sulla traduzione di brani difficili come quelli assegnati dal Ministero fino a pochi anni fa; è noto infatti che la tecnologia, utile per tanti aspetti, è stata una rovina per questo specifico aspetto della vita scolastica, poiché adesso gli studenti non traducono quasi più autonomamente i brani assegnati dal docente, ma li scaricano da internet già tradotti, ed è quindi assurdo voler continuare con questa pedanteria delle regoline di grammatica quando di fatto non servono più. E’ molto meglio, a mio parere, un approccio più globale alle civiltà classiche, non limitandosi all’aspetto linguistico ma contemplando tutti i settori che sono stati fondamentali per lo sviluppo della civiltà moderna, da quello letterario a quello filosofico, da quello storico a quello artistico.
Io credo che il latino ed il greco abbiano ancora piena legittimità e che sia giusto studiare quel mondo perché da lì è sorta la nostra civiltà. Abbandonarne la cura sarebbe come pretendere di far crescere un albero rigoglioso, pieno di foglie e di frutti, togliendogli le radici. Le nostre origini stanno nel mondo antico, noi siamo gli eredi diretti dei Greci e dei Romani, e conoscere quel mondo significa comprendere veramente la storia della cultura moderna, in tutti i suoi campi d’azione: non si può capire cos’è la democrazia, tanto per fare solo un esempio di un termine di cui tutti si riempiono la bocca, senza sapere com’essa sia nata ad Atene nel V° secolo avanti Cristo. Ma per avvicinarsi correttamente a quel mondo occorre liberarsi da tutti gli errori che nella sua interpretazione sono stati fatti. Bisogna evitare di considerare la civiltà greca e romana troppo lontana da noi, perché è legata in modo indissolubile alla nostra essenza e alla nostra cultura di uomini del XXI secolo; ma occorre evitare anche l’errore opposto, quello cioè di interpretarla e di rappresentarla secondo categorie moderne e da essa del tutto aliene. Il mondo antico non deve essere, in altri termini, idealizzato come un paradigma di assoluta perfezione, perché anche allora c’erano errori e contraddizioni; deve invece essere considerato per quello che è, l’inizio cioè di un cammino di progresso spirituale che, proseguendo per tanti secoli, è giunto fino a noi e ci ha consegnato un grande patrimonio di civiltà.

4 commenti

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4 risposte a “Il greco ed il latino, oggi

  1. Angelo Belloni

    Anche se non sono un esperto di materie classiche, ma solo un semplice appassionato che non ne può e non ne vuole disconoscere il valore, condivido le Sue considerazioni.
    Voglio tuttavia richiamare alla Sua attenzione un post su “Non chiudete il liceo classico” che rimanda a https://www.letture.org/greco-che-farne-fabio-roscalla ed è rimasto desolatamente orfano di commenti, perché mi piacerebbe conoscere le Sue considerazioni.
    Quelle del prof. Fabio Roscalla mi lasciano infatti basito. Si è sempre detto che il valore ed il senso del classicismo risiedono nel nostro essere figli ed eredi diretti di quella cultura, che è quindi corretto conoscere perché è il nostro DNA, ecc. Mi sembra un argomento assai valido.
    Adesso una mattina uno si sveglia e ci viene a dire che non è così, anzi è proprio il contrario, ed il valore di quello studio risiede nel confrontarci con la diversità. Per inciso, posso anche essere parzialmente d’accordo con il prof. Roscalla; ma parto dal fatto che quelle sono le nostre radici per cercare di capire come poi si sia potuti evolvere fino ad essere oggi diversi (tanto o poco che sia).
    Se si sposasse la posizione talebana del prof. Roscalla, verrebbe da rispondere che allora sarebbe molto più sensato, stimolante ed utile studiare le civiltà asiatiche (cinese, giapponese, indiana, ecc.) così diverse dalla nostra, che noi occidentali ignoriamo anche negli aspetti più elementari. Il risultato è che ogni volta che ci confrontiamo con loro facciamo atroci figure da cioccolataio: non ce lo fanno pesare (perché, guarda caso, questo è proprio nel loro DNA culturale), ma Le assicuro che alle nostre spalle si fanno sonore risate di compatimento.
    Analogamente, riguardo lo studio di Greco e Latino come mezzo per comprenderne le opere in originale e quindi davvero quella civiltà, ci sarebbe da replicare che allora non potremmo nemmeno comprendere appieno le culture del mondo, anche quelle più vicine a noi, non conoscendo le lingue per attingere direttamente dai loro vari mostri sacri.
    Per non dire, e mi fido di Lei, che i nostri ragazzi non sono nemmeno più in grado di tradurre quattro righe di Greco o Latino, figuriamoci di capire un’intera civiltà attraverso la lettura delle sue opere in originale. Per carità!

    • La posizione del prof. Roscalla mi pare piuttosto ambigua: da una parte riconosce il valore formativo del greco e la nostra diretta discendenza dal mondo classico, dall’altro sottolinea le diversità più che i punti di contatto. Forse per questa ambiguità, che denuncia oltretutto una scarsa conoscenza del mondo della scuola, l’articolo è rimasto senza commenti. Sta di fatto che nessuno di questi specialisti analizza le cause per cui i giovani liceali non sanno più tradurre neanche brani semplici: di esse ho parlato spesso sul blog, ma qui voglio ricordare ancora una volta il peso della tecnologia in questo processo di decadimento, evidente nel fatto che i ragazzi passano ore sui social anziché studiare e, se hanno da tradurre un brano di greco o latino, ne scaricano direttamente la traduzione da internet, evitando di mettersi al tavolo col vocabolario e ragionare con la propria testa. E’ una riflessione banale, la mia, ma è la verità, e per questo ho sostenuto – proprio per salvare gli studi classici – di non insistere più pedantemente sulle regole di grammatica ma dare spazio ad altri approcci al mondo classico, prima di tutti quello letterario. Quanto al rimprovero che mi fa sulla cancellazione di certi “amici” dalla mia lista, le dico che non ho potuto farne a meno: sono stanco di polemizzare e litigare con le persone e non voglio farmi cacciare da Facebook per la quarta volta.

  2. Concordo. Per tanti anni autorevoli critici ci hanno insegnato a storicizzare e contestualizzare e invece la tendenza attuale è di far fluttuare nell’indeterminato spazio-temporale il significato delle opere dei grandi. Pare che l’interpretazione forzata e adattata ai tempi abbia la meglio sulla comprensione dei testi secondo le intenzioni di chi li ha scritti. Ora far parlare i classici a noi che viviamo nell’oggi è sacrosanto, è inaccettabile invece strumentalizzarli per fini politici e ideologici. È in voga attualmente un’equazione passato uguale presente davvero pericolosa per la formazione dei giovani. Le antologie liceali e le rappresentazioni siracusane sono la punta di un iceberg che è più diffuso di quanto si possa pensare.

    • E’ vero quel che dici alla fine del commento: anche le antologie scolastiche, forse credendo di rendersi più appetibili a docenti e studenti, largheggiano con le attualizzazioni fuori luogo. Qualche anno fa adottai, senza prima averla esaminata bene, un’antologia degli storici greci che conteneva sì e no dieci capitoli di scritti originali, mentre tutto il resto erano letture di autori moderni che trattavano di storia contemporanea e problemi attuali e che solo molto forzatamente potevano ricollegarsi a quelli classici. Un brutto vezzo che ha avuto origine negli anni ’70 e che purtroppo continua anche adesso.

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