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Il nuovo anno scolastico

Se io fossi tra coloro che, una volta andati in pensione, dimenticano totalmente l’ambiente di lavoro in cui hanno passato tanto tempo della loro vita, potrei anche disinteressarmi di quel che è accaduto nella scuola dal 1° settembre 2018 e di quel che vi accadrà d’ora in poi; ma poiché sono come i carabinieri e gli alpini, che si sentono ancora nel loro ruolo fino a quando restano su questa terra, avverto ancora l’esigenza di occuparmi di politica scolastica e di interessarmi a come viene gestito il sistema dell’istruzione, sia a livello nazionale che a quello più ristretto dell’Istituto dove ho prestato il mio servizio per circa quarant’anni. Tutto ciò nella speranza, sempre più esile, che le cose migliorino prima o poi e che si comprenda finalmente, da parte di chi ci governa, che la scuola non è importante solo nel periodo delle elezioni, per racimolare consensi.
Di grandi cambiamenti non se ne vedono quest’anno. Diciamo semmai che ad una novità positiva, cioè la riduzione dell’assurda alternanza scuola-lavoro nei Licei, ne corrisponde una alquanto problematica, cioè l’introduzione dell’ora settimanale obbligatoria di “cittadinanza e Costituzione”, ossia di educazione civica. C’è da dire che questo insegnamento di per sé non è nuovo, perché nei programmi c’è sempre stato e doveva essere svolto dal docente di storia, tanto al biennio che al triennio; di fatto però, come tutti sappiamo, di argomenti afferenti a questa disciplina se ne svolgevano ben pochi, quando addirittura non erano trascurati del tutto. La novità di quest’anno è costituita dall’obbligatorietà dell’ora settimanale e dalla presenza di una valutazione in pagella per gli studenti; si è precisato però, da parte del Ministero, che questa ora non sarà aggiuntiva (perché altrimenti comporterebbe un onere per lo Stato) ma dovrà essere ricavata nel monte orario già previsto per ciascuna classe. E qui parte una serie di interrogativi: quale docente dovrà incaricarsi di svolgere la materia, rinunciando a un’ora settimanale delle sue discipline? Sarà un solo docente per classe a prendersi l’incarico oppure sarà distribuito su tutti i docenti, magari per un mese ciascuno nel corso dell’anno scolastico? Ed in quest’ultimo caso, chi attribuirà la valutazione agli studenti? E’ un gran pasticcio quello fatto dal Ministero, che si affianca ad altri di ugual consistenza compiuti in passato. E’ un’altra chiara conferma di come i politici in genere, di tutte le tendenze, non sappiano praticamente nulla dell’organizzazione interna e della gestione delle scuole; impongono dall’alto determinati obblighi senza chiarire come essi vanno applicati nella pratica, a chi spettano determinati doveri e incombenze. Con la scusa dell’autonomia scolastica la patata bollente viene lasciata in mano ai singoli Istituti, che spesso non sanno come realizzare di fatto quanto prescritto in via teorica. L’unica cosa certa è che sulla scuola si fa sempre economia e si pretende di introdurre grandi e roboanti innovazioni a costo zero, il che mi pare un po’ difficile. Fanno le nozze con i fichi secchi, come si dice in Toscana.
Altro nodo che le scuole dovranno affrontare è la programmazione dell’ultimo anno di corso delle superiori, in considerazione delle novità introdotte quest’anno nell’esame di Stato. Visto a cosa si è ridotto il colloquio orale dell’esame stesso, dove i candidati hanno potuto di fatto dire ciò che hanno voluto e fare in proprio i vari collegamenti interdisciplinari senza che i docenti potessero porre domande diverse dall’argomento sorteggiato, diventa necessario a almeno auspicabile cambiare i programmi dell’ultimo anno di corso, se non addirittura di tutto il triennio conclusivo. Assistendo ad alcuni colloqui e ricevendo il resoconto di colleghi che sono stati in commissione, ho potuto constatare che agli esami attuali non si legge più un testo che sia uno in italiano, latino e greco, non si fa più svolgere sulla carta alcun esercizio di matematica e fisica, ma tutto si riduce a un monologo dello studente che dice soltanto quel che vuole e quel poco che sa. In queste condizioni che senso ha far leggere i brani di classici latini o greci durante l’anno? Che senso ha leggere e interpretare Dante, che all’esame non viene neanche nominato in quasi tutti i casi? Che senso ha leggere i testi di Foscolo, Leopardi, Manzoni, Verga, Montale ecc. se poi all’esame nessuno di questi autori viene espressamente letto? Essi vengono toccati solo da un punto di vista letterario generale e solo se rientrano nel percorso autonomo che lo studente si è preparato in precedenza. Mi si lasci dire che un esame di Stato fatto così, dove i docenti si limitano ad ascoltare e intervengono raramente e solo per rimettere in carreggiata un ragazzo che si è andato a insabbiare, è una vera e propria farsa. Tanto varrebbe allora abolirlo (e lo Stato eviterebbe una spesa di diverse centinaia di milioni di euro l’anno), oppure riformarlo radicalmente ritornando ad una forma più seria e professionale con cui si possa distinguere chi è veramente preparato e chi non lo è. Ai miei tempi portavamo al colloquio orale solo due materie, e di fatto scelte entrambe da noi studenti; però quelle due venivano approfondite, si leggeva e interpretava Dante, i classici, si facevano esercizi di trigonometria ecc., tanto che non esito a dichiarare che quel tipo di esame, pur se fondato su due sole materie, era molto più serio e formativo di quella ridicola commedia che è diventato quello attuale.
In ogni caso, se l’esame rimane come è, sarà necessario modificare la programmazione curriculare, e questo sarà un altro impegno per i docenti, già gravati da tante incombenze che crescono sempre più ogni anno, mentre lo stipendio è sempre lo stesso e molto lontano dagli standard europei. Sono quasi certo che anche il prossimo ministro, a patto che il nuovo governo dell’inciucio arrivi in porto, lusingherà i docenti lodando il loro lavoro e promettendo aumenti economici che in realtà non arriveranno mai. Ormai siamo abituati a questa solfa che si ripete ad ogni cambio di governo e che suona sempre più come una presa in giro della categoria. Sta di fatto che la vita dei professori, soffocati dalla burocrazia e sottoposti a giudizi sommari sul loro operato da parte di dirigenti, genitori e studenti sempre più arroganti e maleducati, sta diventando sempre più difficile e stressante. Per questa ragione, e solo per questa, io sono ben felice di essere in pensione, pur trovandomi ancora condizionato da una certa nostalgia per i miei studenti, ai quali ho cercato sempre di dare il meglio di me, e per alcuni colleghi con i quali mi trovavo in particolare sintonia. Sono due sensazioni contrastanti che credo provino molte delle persone che vanno in pensione: si sta meglio per un verso e peggio per un altro. Ad ogni modo quello che vorrei veder realizzato è un clima di serenità e di collaborazione tra le varie componenti del sistema scolastico, che dovrebbe esser gestito al meglio da politici competenti e da ministri che sanno veramente cos’è la scuola e soprattutto qual è la sua importanza. Ma purtroppo, come dice il Guicciardini nei suoi Ricordi, “ancorché io abbia a viver molto, temo di non veder compiuto nessuno di questi miei desideri.”

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