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Il dilagare della violenza

Viviamo un periodo piuttosto preoccupante, a quanto sentiamo dalle cronache, un periodo in cui la violenza – materiale e verbale – ha raggiunto livelli intollerabili per una nazione civile. La simpatica vignetta qui apposta si riferisce al mondo della scuola, dove sono di recente aumentati di molto gli episodi di violenza nei confronti dei docenti: un alunno ha sfregiato il volto di una professoressa con una coltellata, un altro ha colpito con un pugno un’altra insegnante, un altro ancora ha riempito di insulti e bestemmie il suo professore perché gli aveva fatto cadere a terra il cellulare, senza poi contare le violenze dei genitori che hanno colpito sia docenti che dirigenti e vicari. Ma perché siamo arrivati a questo punto? Le ragioni principali di questa barbarie emergente le ho enunciate nei post che precedono questo, e sono quelle in cui ho sempre creduto: perdita di autorevolezza della classe docente dovuta alle farneticazioni del “mitico” ’68 ed alle leggi che ne sono derivate, dal 1977 al 2000 con il famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Berlinguer, perdita dei valori fondamentali della nostra società come quello della famiglia, profondamente mutata negli ultimi decenni e gravata da un disarmante buonismo che fa sì che i figli abbiano sempre ragione nei confronti dei loro insegnanti. Ma non è tutto: la civiltà di internet e dei social, che ha dato strada a tutti i peggiori istinti delle persone, ha fatto in modo che l’insulto, la violenza verbale, l’odio apertamente espresso siano diventati normali e consueti nella nostra vita di tutti i giorni, mentre la cortesia ed il rispetto sembrano diventate categorie vecchie e superate, retaggio di una civiltà al tramonto. Così la rozzezza, l’incultura, la volgarità sono entrate a pieno titolo nella nostra vita, tramite anche il bell’esempio che dà la TV dove litigi, insulti e parolacce sono all’ordine del giorno. Dalla violenza verbale poi, una volta perduti i freni della ragione e della civiltà, si passa facilmente a quella fisica, ed ecco quindi spiegati gli inaccettabili fenomeni criminali che sono avvenuti nelle scuole. E siccome siamo in una società buonista, una società che non vuol sentir parlare di provvedimenti e punizioni, la situazione è destinata a peggiorare; così tra breve, accettando il suggerimento del buon presidente americano Trump, dovremo andare a scuola armati per contrastare questi fenomeni. Ovviamente questa è una battuta, perché soltanto un idiota poteva avanzare quella proposta, e per me il soggetto è tale anche se è l’uomo più potente del mondo; però una soluzione va trovata, perché non si possono tollerare episodi simili. La mia proposta sarebbe semplice: bocciatura in tronco ed espulsione da tutte le scuole d’Italia, senza possibilità di appelli o ricorsi, per gli studenti che si rendono responsabili di tali comportamenti; denuncia penale obbligatoria per i genitori e condanna a tre-quattro anni di carcere senza condizionale né sconti di pena. Credo che agendo così il fenomeno finirebbe subito, perché contro chi usa la violenza come mezzo di interazione con altre persone porgere l’altra guancia non è certo un rimedio appropriato. E’ sconsolante dirlo, ma credo che soltanto le soluzioni di forza possano avere una qualche efficacia verso individui simili. Purtroppo, quando si sa per certo che si resterà impuniti, non si avrà alcun inmpulso o interesse ad astenersi dal fare il male.
Lo stesso ragionamento vale per la violenza politica, riesplosa pesantemente durante questa campagna elettorale. Lasciando stare le infamie e gli insulti scritti sui social e pronunciati da certi politici (ed in ciò i 5 stelle sono maestri!), voglio qui riferirmi alla violenza fisica, quella che si è manifestata durante gli ultimi cortei cosiddetti “antifascisti”. Il fatto curioso di questi eventi è che i suddetti cortei volevano protestare contro presunti rigurgiti di “fascismo”, mentre chi ha ferito gli agenti di polizia e devastato le città sono stati proprio gli antifascisti, i cosiddetti “antagonisti” (ma antagonisti di chi?), i giovani di estrema sinistra dei centri sociali. Del comportamento criminale di queste persone non mi stupisco, perché è dagli anni ’70, da quando frequentavo l’università, che sono abituato ad assistere alla violenza della sinistra extraparlamentare ed al terrorismo che è venuto da quella parte politica; ma adesso è imbarazzante, per gente come la Boldrini, Grasso, D’Alema e compagnia bella, parlare di “fascismo” (che non esiste più) e dover ammettere, perché non possono fare diversamente, che la violenza cieca e vigliacca che picchia i carabinieri a terra viene proprio dai figli di papà dei centri sociali e dalla loro parte politica, cioè la sinistra.
Da quanto di recente avvenuto mi pare evidente che il voler risuscitare ad ogni costo il fascismo, un movimento politico che appartiene ormai alla storia e che si è concluso nel 1945, sia un misero tentativo di allontanare l’opinione pubblica dai veri problemi del Paese che la sinistra non è riuscita né riuscirà mai a risolvere, oltre che la volontà di avere un “nemico” contro cui scagliarsi per poter nascondere le proprie contraddizioni. Se qualcuno fa violenza, sia di destra o di sinistra o di chicchessia, va punito pesantemente e basta, senza fare sconti a nessuno; ma fondare il dibattito politico, oggi nel 2018, sulla contrapposizione fascismo-antifascismo, è patetico e anacronistico. La storia non torna indietro, e negli ultimi 70 anni le società occidentali e le relazioni internazionali sono talmente cambiate da avere ben poco in comune con eventi e situazioni ormai vecchie quasi di un secolo. Gli altri paesi europei (Francia, Inghilterra, Germania) hanno ormai fatto i conti con il loro passato, il dibattito politico si fonda sul presente e sul futuro; ma da noi, purtroppo, i fantasmi del passato non vengono mandati in pensione perché fanno comodo ancora oggi a chi non ha altri argomenti se non tirare fuori il solito vecchio ritornello del “fascismo”. La violenza va combattuta ed eliminata da qualunque parte provenga: a questo pensino i signori politici, e ad affrontare i veri problemi del presente, senza attribuire ad altri etichette e marchi infamanti che appartengono ad un passato remoto e non hanno più alcuna ragione di esistere.

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Riflessioni sul terrorismo internazionale

Dopo i fatti di Bruxelles, la televisione non fa altro che mostrarci immagini degli avvenimenti e mandare in onda pubblici dibattiti (o talk-show, come si usa dire oggi) sull’argomento, dove si sentono esprimere i pareri più disparati, le idee più bizzarre, i rimasugli ideologici di ogni genere senza che si arrivi mai ad un’analisi oggettiva del fenomeno. Personalmente il comportamento della tv e di coloro che ci parlano attraverso di essa mi suggerisce due osservazioni. La prima è che viene dato troppo rilievo all’argomento mediante la risonanza mediatica; forse è proprio questo, in effetti, uno degli obiettivi che i terroristi vogliono raggiungere, quello cioè che si parli di loro, che si dia risonanza mondiale alle loro imprese, in modo da diffondere ovunque la paura ed il senso di impotenza nei loro confronti. Se fosse possibile, a mio parere, degli attentati terroristici occorrerebbe parlare il meno possibile, in modo da limitare la rilevanza mediatica del fenomeno, il quale, se messo al centro dell’attenzione pubblica, potrebbe anche stimolare effetti di emulazione. In secondo luogo, i dibattiti televisivi mi sembrano dimostrare la mancanza di una vera conoscenza delle cause più profonde del manifestarsi del terrorismo islamico, le quali andrebbero studiate e comprese nella loro essenza prima di proporre soluzioni più o meno radicali. Cosa spinge questi gruppi a colpire i paesi occidentali? Con quali convinzioni, con quale stato d’animo delle persone giovani, che avrebbero davanti a sé una vita intera, vanno a portare la morte a persone innocenti ed a morire essi stessi? E le loro motivazioni, pur aberranti che siano, hanno soltanto una matrice religiosa o c’è dietro qualcos’altro? A me non pare che questi interrogativi vengano affrontati durante i dibattiti televisivi, o lo vengano solo in parte; ed è evidente, a mio parere, che se non si comprende fino in fondo la base culturale, la mentalità che induce quelle persone a compiere questi atti, sarà ben difficile trovare una soluzione al fenomeno, anche perché esso è del tutto alieno alla nostra mentalità di occidentali. A me, forse perché sono poco informato, sfugge lo scopo stesso delle azioni terroristiche, perché non vedo quale vantaggio ricavino questi gruppi dalla morte di qualche decina di persone innocenti, quale sia cioè il loro preciso obiettivo. Capire un fenomeno così drammatico e complesso è quindi indispensabile, altrimenti non vedo quale altro mezzo vi sia per neutralizzarlo: come si può prevedere ed impedire che una o due persone cariche di esplosivo si rechino in mezzo ad un mercato, in un autobus o in una stazione della metropolitana e si facciano esplodere? I terroristi non hanno scritto in faccia il loro status sociale; si mescolano alla folla e restano inconoscibili finché non azionano il detonatore. Contro di loro non c’è difesa, possono colpire ovunque ed in qualunque momento.
Intanto, mentre si piangono le vittime e la risonanza mediatica si allarga sempre più, siamo costretti a sentire in televisione i pareri più disparati e spesso assurdi. C’è chi sostiene che bisogna annientare l’ISIS e cancellarlo dalla faccia della terra con le armi. Questa sembra a molti la soluzione migliore, ma non si accorgono che è irrealizzabile nella pratica, perché i terroristi non sono localizzati in un solo luogo della terra che si possa bombardare o distruggere; possono essere ovunque, nelle nostre città e nei nostri paesi, nelle università occidentali e persino negli eserciti che dovrebbero combatterli, ed un’azione di forza rischierebbe di aggravare la situazione. C’è chi continua a parlare di rafforzamento dei controlli nei singoli paesi e ritiene che si debbano aumentare le indagini dei servizi segreti e dei corpi militari speciali; ma questa proposta, che pure può ottenere risultati concreti, non può risolvere del tutto il problema, perché non è possibile controllare casa per casa e cantina per cantina tutti i quartieri dove i terroristi possono annidarsi, né individuare tutti i loro movimenti. Bisogna ammettere, purtroppo, che se vogliono continuare a colpirci lo potranno fare indisturbati o quasi, anche perché chi non teme la morte, anzi la cerca e la desidera, non ha nulla da perdere, e quindi non esiste alcun deterrente che possa fermarlo. L’unica possibilità è un mutamento decisivo che intervenga nella cultura e nella mentalità di questi gruppi e dei loro affiliati, ma se non comprendiamo a fondo il fenomeno non riusciamo neanche ad immaginare quale sia l’evento miracoloso che possa sortire un tale effetto.
Comunque quel che mi indigna di più nei dibattiti nostrani sul terrorismo islamico è lo sciacallaggio di chi strumentalizza eventi così drammatici per fare polemica politica, per accusare gli avversari di questa o di quella colpa o mancanza che dir si voglia. In questi frangenti i Paesi dell’Occidente, ed il nostro in particolare, dovrebbero essere uniti per affrontare un problema comune, non dividersi ancora con assurdi sproloqui che non risolvono nulla. Il più retrivo tra questi, a mio giudizio, è la posizione di coloro che approfittano dell’occasione per rilanciare il vecchio e stantio antiamericanismo e sostenere che tutto quel che avviene è colpa della NATO e dei paesi occidentali (in primo luogo gli Stati Uniti d’America) che avrebbero portato per primi la guerra all’Islam e che avrebbero quindi provocato queste reazioni. Per loro tutto il male sta da una sola parte, e così arrivano persino a giustificare dei terroristi assassini che uccidono persone innocenti e del tutto estranee alla politica ed alle eventuali responsabilità dei loro governi. E poi non mi sembra che il fondamentalismo islamico sia stato colpito più di quanto esso stesso abbia fatto spargendo nel mondo morte e terrore molto prima degli eventi che si ritengono oggi collegati al fenomeno terroristico: gli attentati dell’11 settembre 2001, ad esempio, si sono verificati molto prima che esistesse l’ISIS, ma anche allora qualche fanatico sostenitore di un’ideologia aberrante ebbe a dire che gli americani avevano organizzato essi stessi quella carneficina per poter dare la colpa all’Islam. Credo che ci dovremmo liberare al più presto di questi rottami ideologici che inquinano il dibattito politico e impediscono l’obiettività del giudizio, un elemento che sarebbe oggi più che mai utile, anzi indispensabile, per poter affrontare in modo efficace i momenti drammatici che stiamo vivendo.

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La TV e l’antipolitica

Domenica scorsa ho assistito al programma di RaiUno “L’Arena”, condotto da Massimo Giletti nel primo pomeriggio, e debbo dire che l’impressione che ne ho tratto non è stata affatto positiva. Nel trattare argomenti di attualità (in quel caso la recente alluvione di Genova) il conduttore e gran parte del pubblico si sono lanciati in una serie di accuse veementi contro la classe politica e gli amministratori in generale, indicandoli al pubblico disprezzo come artefici e cause di tutti i mali del nostro tempo.
Siccome a me piace fare l’avvocato del diavolo, mi viene da sostenere che questo clima di caccia alle streghe contro una sola categoria di cittadini mi pare esagerata e a volte ingiusta; non solo perché esistono anche politici e amministratori onesti, cosa di cui tutti sembrano essersi dimenticati, ma anche perché i lacci e lacciuoli burocratici che esistono nel nostro Paese tarpano le ali anche a chi è animato da una sincera volontà di fare qualcosa di buono per i cittadini. Basti pensare all’estrema facilità con cui si può ricorrere ai TAR (tribunali amministrativi regionali) contro qualunque provvedimento delle amministrazioni, con conseguente blocco dei lavori per mesi ed anni ed una coda di pastoie giudiziarie che non finiscono più. Una volta che un’opera viene decisa per interesse pubblico (come appunto quello di evitare le alluvioni) nessuno dovrebbe potersi opporre, ed i lavori ultimati entro una data stabilita. Se non si elimina la giustizia ingiusta e inutile, sarà difficile ottenere qualche risultato apprezzabile.
Tornando alla trasmissione di domenica scorsa, ed anche a tante altre sulle varie reti, io ritengo inopportuno e dannoso fare propaganda, mediante la TV di Stato, contro lo Stato stesso e le persone che lo rappresentano. Si parlava degli stipendi dei politici e degli impiegati del Parlamento, denunciando lo scandalo di retribuzioni troppo alte. A parte il fatto che gli stipendi lì dichiarati erano lordi (quindi il netto è circa la metà), ma non si è tenuto conto che ci sono categorie di cittadini che guadagnano molto di più dei politici, e nessuno si scandalizza per questo. Che dire dei medici specialisti, che prendono anche 150 euro per una visita di 10 minuti e spesso non rilasciano nemmeno la ricevuta fiscale? Che dire degli avvocati di grido, con parcelle milionarie? Che dire di certi commercianti e artigiani che lavorano in privato, per lo più al nero, guadagnando il 200 per cento sui prodotti che vendono? Di quelli nessuno parla, anzi costoro si lamentano pure di dover pagare le tasse e spesso denunciano redditi ridicoli, per cui un gioielliere del centro di Roma risulta più povero di un cameriere o di un operaio. Perché non fare indagini serie sul tenore di vita delle persone e metterli in manette se dichiarano magari 20.000 euro all’anno e poi hanno lo yacht e la villa con piscina?
Con questo non intendo dire che politici e amministratori non abbiano le loro colpe e le loro corruzioni, ma mi pare ingiusto questo clima di caccia alle streghe che si rivolge contro una sola categoria e viene portato avanti dalla TV di Stato, i cui “lavoratori”, come si sa, sono pagati profumatamente. Se Giletti si scandalizza per gli stipendi dei politici, perché non dice qual è il compenso che gli elargisce la Rai, pagata con i soldi di tutti, per condurre una trasmissione di un’ora alla settimana?
E poi c’è un altro grave problema: che cioè queste requisitorie televisive alimentano l’antipolitica, un rovinoso fenomeno dei nostri tempi che porta i cittadini a non avere più fiducia nello Stato, a non collaborare per il bene comune, a chiudersi nell’individualismo e nel disfattismo, tutti atteggiamenti che minano gravemente la reputazione del nostro Paese e la stessa vita pubblica e privata di ciascuno di noi. Abbiamo visto concretizzarsi questo spaventoso atteggiamento mentale nel successo che, alle ultime elezioni, ha avuto il comico Beppe Grillo, fondatore di un movimento disfattista e violento che non dialoga con nessuno, non collabora con nessuno, è capace solo di urlare volgarità e di dire sempre di no, pregiudizialmente, a tutto e a tutti. Questo livello di inciviltà a cui ci ha abituato il M5S (movimento “cinque stalle”, io lo chiamo così) è frutto di un’antipolitica becera e qualunquista, oggi purtroppo alimentata anche da coloro che, lavorando in un’azienda pubblica (la Rai) dovrebbero presentare ai cittadini la verità oggettiva, non cercare squallidamente, con questi atteggiamenti demagogici, di guadagnarsi l’applauso personale ed un successo che non meritano.

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