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Il governo della demagogia

E’ molto tempo che non mi occupo direttamente di politica qui sul blog, né credo di aver molte credenziali per occuparmene: non sono né un esperto di partito, né un sociologo e neanche un giornalista; sono un semplice cittadino che ha sempre avuto un certo orientamento ma che adesso fa fatica a raccapezzarsi nel marasma attuale. Come prima osservazione mi viene da dire che questo esecutivo è molto eterogeneo e poco coeso, perché formato da due forze che hanno sempre avuto interessi e programmi totalmente diversi e che sembrano stare insieme solo per costituire una maggioranza, se non per amore delle poltrone. Io, per parte mia, ho sempre avuto una pessima opinione dei 5 stelle, persone totalmente inesperte e incompetenti di fronte alla complessità di dover amministrare una Nazione, capaci di ottenere i voti degli illusi che hanno creduto alle favole sul paese dei balocchi (il reddito di cittadinanza), su cui tornerò più avanti. Per quanto attiene alla Lega Nord, che ha molta più esperienza e competenza politica, mi fa meraviglia il fatto che accetti di governare con chi è tanto diverso; comprendo e approvo l’azione di Salvini sull’immigrazione, perché l’Italia non può essere lasciata sola a dover accogliere tutti coloro che fuggono dall’Asia o dall’Africa, e approvo anche la sua volontà di dare la priorità agli italiani perché tutte le altre nazioni europee prediligono i loro cittadini, ma non lo seguo su altre tematiche. In sostanza, si tratta di un governo ibrido, formato da componenti diverse e antitetiche, che non credo possa durare a lungo.
Le roboanti promesse fatte dai due partiti di governo prima delle elezioni non hanno molte probabilità di essere realizzate, perché formulate al buio e senza tener conto della reale situazione economica del nostro Paese; in più, alcune di esse sono palesemente ingiuste e diseducative. La peggiore di tutte, senza alcun dubbio, è il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia dei grillini che nelle regioni del Meridione, notoriamente inclini all’assistenzialismo, hanno preso una marea di voti. Ho sempre pensato di questa proposta tutto il male possibile, e non soltanto perché costa miliardi di euro che il nostro erario non può permettersi, ma soprattutto perché è ingiusta e deleteria: in pratica, se si realizzerà, verranno dati soldi a tanti furbetti per non fare nulla, per starsene sul divano a guardare la tv. Occorre ricordarsi di una cosa: molte persone, specialmente nel Meridione, hanno un reddito a volte anche cospicuo lavorando al nero, ma per la legge risultano ufficialmente disoccupate; costoro riceveranno il reddito di cittadinanza di cui non hanno affatto bisogno e lo spenderanno in generi superflui e di lusso. Proprio ieri ho visto un servizio in tv (mi pare su Rete4) girato in Sicilia, vicino a Enna, dove alcuni degli intervistati hanno detto che spenderanno il reddito di cittadinanza per comprarsi abiti firmati o automobili, oppure per viaggi e vacanze. Del resto, non è forse vero che con i propri soldi ciascuno può fare quello che vuole? Ma è grottesco che questi soldi vengano dallo Stato, che deve creare lavoro e investimenti, non distribuire “panem et circenses”, regalare soldi a chi non fa nulla. Questa è la più dannosa e subdola demagogia, in cui purtroppo molte persone sono cadute, dando fiducia ad un’armata Brancaleone che non sa cosa sia la politica e che procede al buio, senza rendersi conto di cosa stia facendo.
Ma c’è anche una proposta della Lega Nord, condivisa da tutto il centro-destra, che mi trova in totale disaccordo, la cosiddetta “flat tax”, cioè l’imposizione di un’aliquota unica (oppure di due sole aliquote) per il pagamento delle tasse. E’ evidente l’origine berlusconiana di questa proposta, perché un’aliquota unica, se applicata alla lettera, altro non farebbe che avvantaggiare i ricchi a danno della classe media dei lavoratori dipendenti, coloro che più contribuiscono alle entrare fiscali. Applicando un’unica aliquota (ad es. il 20%) un cittadino che guadagna 100 mila euro all’anno ne pagherebbe 20 mila, ma gliene rimarrebbero ben 80 mila, coi quali condurre una vita più che comoda; se invece questa stessa aliquota la applico a chi guadagna 10 mila euro all’anno, ne pagherebbe solo duemila, è vero, ma gliene resterebbero ottomila, con cui non è possibile condurre una vita dignitosa. Io credo invece che l’imposizione fiscale dovrebbe avere aliquote progressive in base al reddito (reddito reale però, accertato con controlli e non solo dichiarato): al di sotto di una certa soglia non si dovrebbero pagare tasse, mentre al di sopra le aliquote dovrebbero essere progressive dall’8 all’80 per cento; così i calciatori professionisti, i divi della tv, i grandi professionisti contribuirebbero veramente alle spese dello stato, e resterebbe loro comunque un guadagno più che sufficiente. Si ridurrebbe così, almeno in parte, l’assurda anomalia per la quale da noi in Italia un ricercatore che scopre nuove cure per importanti patologie viene pagato 1500 euro al mese (se va bene), mentre vengono dati milioni a dei baldi giovanotti solo per dare calci a un pallone.
Sulla manovra economica che il governo sta preparando in questi giorni ci sarebbe molto da dire, ma non voglio appesantire troppo questo post. Alcune questioni di principio, secondo me, sono apprezzabili, come quella di non essere più soggetti ai diktat dell’Europa e di far valere i diritti dei cittadini italiani. Su questo sono d’accordo, anzi dico che non avremmo neanche dovuto entrare nell’unione europea e tanto meno nell’euro, la moneta unica che strozza la nostra economia e ci rende soggetti a Parigi e a Berlino. Però ormai ci siamo dentro, non possiamo uscirne adesso senza gravissimi danni economici, soprattutto per i risparmiatori che vedrebbero dimezzato, se non peggio, il valore del proprio denaro. Con il debito pubblico che abbiamo, purtroppo, l’aiuto estero ci è necessario, altrimenti rischiamo di finire come la Grecia; quindi alzare la testa è possibile, ma in limiti ben definiti, perché non so cosa accadrebbe se i mercati internazionali cessassero di dare fiducia all’Italia e alla sua capacità di pagare gli iteressi sul debito. Quindi, anche se in linea teorica approvo quel politico che ha utilizzato il celebre “me ne frego” di lontana origine storica, in pratica mi auguro che non venga tirata troppo la corda, perché purtroppo non siamo nelle condizione di poter dettare legge. La colpa di ciò va ricercata nei politici del passato come Prodi, che ci hanno gettato in questo vicolo cieco della moneta unica, ma anche nella nostra cronica povertà e mancanza di materie prime. I conti con la realtà vanno fatti perché i sogni sono belli, ma svaniscono come fumo nell’aria.

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Il paese dei balocchi

Un tempo tutti avevano letto Pinocchio, il celebre capolavoro di Carlo Lorenzini detto Collodi, il quale, raccontando le avventure del suo burattino, ad un certo punto della storia lo fa arrivare, insieme all’amico Lucignolo, al “Paese dei balocchi”. Questo luogo è immaginato come un mondo fatato in cui domina unicamente la gioia e il divertimento, dove cioè esistono soltanto i diritti senza nessun dovere. I due amiconi però, dopo un periodo di sfrenate e spensierate gozzoviglie, si ritrovano con la coda e le orecchie d’asino, anzi diventano asini del tutto e non riescono più neanche a parlare ma solo a emettere ragli sgraziati, a simboleggiare il fatto che che la vita di tutti noi, anche quella dei bambini, non può prescindere dalla necessità di comportarsi in modo costruttivo e di compiere i propri doveri. A parte le matrici classiche del romanzo di Collodi (in particolare le Metamorfosi di Apuleio ed il romanzo breve Lucio o l’asino di Luciano, entrambi del II° secolo d.C.), è evidente la volontà dell’autore di trasmettere un ben preciso messaggio morale ai lettori, in conformità con gli intenti edificatori tipici della cultura del XIX° secolo.
Ma perché adesso mi è venuto in mente il Paese dei balocchi, proprio in questa fase della vita politica del nostro Paese? Perché mi pare che ad esso si avvicinino molto le promesse elettorali dei due soggetti politici (oggi si dice così, prima si chiamavano partiti) che si accingono a formare il nuovo governo. Il quadro sociale ch’essi hanno delineato durante la campagna elettorale, in particolare quello del Movimento Cinque Stelle, assomiglia molto a un vero e proprio paese del Bengodi, in cui i cittadini hanno tutto senza fare nulla, possono cioè starsene tranquillamente sul divano a casa a guardare la TV ricevendo un reddito che consente loro di vivere come Pinocchio e Lucignolo, nella più totale inerzia: il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, una delle più pacchiane idiozie che si sono dovute sentire in questi ultimi anni. Ma il mondo fatato promesso dai due partiti non si limita a questo: si parla anche di forte riduzione delle tasse, di sussidi per gli asili nido, di risoluzione totale del problema della disoccupazione, di rinascita economica delle regioni meridionali, di interventi benefici su sanità e scuola (come la riduzione del numero degli alunni per classe) e altro ancora. Ci manca soltanto che ci promettano anche una vacanza ai Caraibi o alle Maldive tutta pagata dal governo, magari in alberghi a 5 stelle (tanto per riprendere il nome dei geni che fanno queste promesse) e con un cameriere o una cameriera (a seconda dei gusti) che ci sventola la palma mentre prendiamo il sole.
Ovviamente di tutto ciò non si realizzerà nulla, perché i sogni sono una cosa e la realtà un’altra, tra il dire e il fare – come dice un saggio proverbio – c’è di mezzo il mare e poi, dato di fatto che taglia la testa al toro, i soldi non ci sono. Così gli incompetenti che hanno promesso la luna senza guardare in faccia la verità faranno una figura degna della loro leggerezza mentale (diciamo così, perché la parola che mi viene alla mente sarebbe molto più pesante). Già a cose normali, infatti, chiunque governi è destinato a perdere voti perché l’italiano non si accontenta mai di ciò che viene deciso a causa di una sua innata avversione per i politici in genere; figuriamoci cosa potrà accadere in questo caso, quando assisteremo a breve ad un fallimento totale di questo governo (ammesso e non concesso che possa nascere ed operare), che si fonda sui sogni e sulle nuvole.
Ciò che è drammatico però, in un paese come il nostro che dovrebbe essere civile e dove la maggior parte dei cittadini possiede almeno un diploma di scuola superiore, è che tante persone abbiano creduto a questi ciarlatani a 5 stelle e li abbiano votati il 4 marzo, senza rendersi conto che stavano votando il nulla assoluto, l’incompetenza e l’incapacità più totali, prestando fede a promesse tanto mirabolanti quanto irrealizzabili, specie considerando l’entità del debito pubblico italiano e l’esiguità delle risorse in rapporto alle richieste di tutti noi, che da vari decenni stiamo già vivendo molto al di sopra delle nostre possibilità. Il livello di vita in Italia è già molto alto rispetto ad altri paesi, e ciò dovrebbe accontentare la maggior parte di noi; ed invece, nell’illusione di poter stare ancora meglio trovando ipotetiche risorse non si sa dove, si dà fiducia a persone assolutamente irresponsabili che per anni non hanno fatto altro che insultare gli avversari e dire sempre di no pregiudizialmente a tutto senza mai avanzare una proposta sensata che sia una. E qui io torno alla mia idea espressa in un post di qualche settimana fa, cioè che il sistema democratico in cui viviamo è sbagliato nel considerare tutti i cittadini allo stesso livello di partecipazione, per cui il voto di un premio Nobel vale quanto quello di un analfabeta. Come ho sentito in televisione qualche giorno fa, questa idea non è soltanto mia: nella trasmissione di Corrado Augias Quante storie un professore dell’Università Luiss riferiva il contenuto di un libro di uno studioso inglese, il quale proponeva di sottoporre tutti gli elettori ad un esame di educazione civica, prima di ammetterli al voto. So che in pratica questo non è possibile e non sarà mai fatto, ma dal canto mio io vedrei un’iniziativa del genere come unica soluzione al disastro attuale, quando milioni di persone votano senza sapere nulla di politica, di storia e di cultura generale, lasciandosi influenzare dagli imbonitori alla Wanna Marchi che promettono mari e monti senza avere la minima idea di cosa sia la vera politica. Anche per fare la segretaria d’azienda occorre aver seguito studi e corsi specifici di formazione; la politica invece, secondo loro, possono farla tutti, anche chi come Di Maio non è riuscito nemmeno a laurearsi e non ha mai fatto null’altro di buono in vita sua.

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I guai della democrazia

Nell’Antichità classica illustri filosofi e scrittori (Platone, Aristotele, Polibio, Cicerone) discussero a lungo su quale a loro parere fosse la miglior forma di governo, analizzando quelle che conoscevano (monarchia, aristocrazia, democrazia) e le eventuali loro degenerazioni (tirannide, oligarchia, anarchia). Quello che può stupire il lettore moderno è che essi non davano alla democrazia, l’unica forma di governo che venga apprezzata oggi, alcun privilegio o vantaggio, ma la consideravano alla stregua delle altre, quando non addirittura peggiore. Anche in epoca moderna tuttavia, dopo che i princìpi fondanti della Rivoluzione francese si erano già affermati, ci fu chi dubitò dell’eccellenza del sistema democratico in quanto tale, e non esitò a indicarne i difetti: il filosofo e storico francese Alexis de Torqueville (1805-1859) ad esempio, che pure non era di principio avverso alla democrazia, affermò ch’essa altro non è se non la “dittatura della maggioranza”, non meno oppressiva per chi dissente di quanto non lo sia un dittatore per i suoi detrattori personali. Ancor più di recente Winston Churchill (1874-1965) ne dette un pessimo giudizio, aggiungendo però che gli altri sistemi politici sperimentati fino ad allora erano peggiori. Ma siamo veramente sicuri, vista la situazione politica dell’Italia di oggi, che la forma di governo democratica sia da preferire ad ogni altra e che non esistano alternative? Io so benissimo che non cambierà nulla da questo punto di vista, ma mi permetto ugualmente di esprimere la mia opinione e soprattutto le mie perplessità di fronte ad un sistema che non mi ha mai convinto e sul quale andrebbero fatte da chi di dovere opportune riflessioni. Indico qui di seguito alcuni punti che mi sembrano importanti per avviare un dibattito in proposito.
Punto 1. Il sistema democratico si fonda su un fattore puramente numerico, cioè quantitativo e non qualitativo, perché vince chi ha più voti, ossia la maggioranza. Ma la storia ci dimostra che non sempre le maggioranze hanno avuto ragione, anzi in alcuni casi è vero l’esatto contrario: Galileo Galilei, ad esempio, era l’unico a sostenere che la Terra girasse intorno al Sole e non il contrario, eppure aveva ragione; e se su questo punto si fosse continuato ad applicare il principio democratico della maggioranza, ancor oggi si crederebbe che la Terra stia al centro dell’Universo. Le decisioni prese a maggioranza non sempre sono state quelle giuste, ma spesso le più grandi ingiustizie e nefandezze sono state compiute proprio applicando questo criterio puramente quantitativo.
Punto 2. Il criterio della maggioranza potrebbe essere valido se tutti coloro che partecipano alla gestione della cosa pubblica (quindi tutti i cittadini che esercitano il diritto di voto) fossero persone intelligenti, colte e competenti. Ma purtroppo non è così: alle elezioni votano anche gli idioti, gli ignoranti e gli sprovveduti, ed il voto di un decerebrato mentale vale quanto quello di un premio Nobel. E’ evidente l’iniquità immane di questo principio: Socrate diceva che per fare un viaggio in nave non sceglierebbe il timoniere a caso, ma una persona che s’intenda del mestiere, e ciò vale tanto più per la politica, dove la competenza e la cultura sono ben più importanti della conduzione di un timone di una nave. Pertanto sarebbe indispensabile ammettere alle elezioni solo una parte dei cittadini, non tutti, perché chi non ha una coscienza politica ed una cultura sufficienti non può avere voce in capitolo nella gestione di uno Stato.
Punto 3. Già nell’antica Grecia il poeta Euripide, in una sua tragedia intitolata Le Supplici, aveva indicato con chiarezza un altro grave difetto della democrazia, il fatto cioè che le masse popolari non decidono in autonomia intellettuale le opinioni da esprimere, ma si lasciano facilmente influenzare dai demagoghi, persone cioè che, illudendo il popolo con promesse o false affermazioni, lo inducono a fare scelte sbagliate e a favorire la vittoria di chi meno lo meriterebbe. E’ quello che è successo alle ultime nostre elezioni del 4 marzo, quando la fatua retorica del Movimento Cinque Stelle, promettendo il Paese dei Balocchi con il tanto celebre quanto assurdo “reddito di cittadinanza”, ha ottenuto oltre 11 milioni di voti. Quella promessa è ingannevole perché non si troveranno mai i miliardi di euro necessari per realizzarla, e immorale perché darebbe soldi alle persone per non fare nulla; ma nonostante la mala fede e l’assoluta incompetenza di Di Maio e della sua banda di incapaci, molte persone ingenue e inadatte ad esprimere un voto libero e autonomo ci hanno creduto, e così si è realizzato quello che Euripide indicava con grande chiarezza: la democrazia si trasforma in demagogia, i ciarlatani e gli imbonitori sono quelli che attraggono di più le masse ignoranti.
Punto 4. Un altro rischio delle democrazie moderne, che non possono più essere dirette come quella dell’Atene del V° secolo a.C. ma sono soltanto rappresentative, è che esse si rivelino in realtà delle forme di partitocrazia, perché a decidere non sono più i cittadini ma i capi di partito che utilizzano a loro piacimento i voti ricevuti e non rendono più conto a chi li ha espressi. Da noi i parlamentari non hanno neanche il vincolo di mandato, il che significa che un deputato o un senatore può anche infischiarsene di chi l’ha messo in quella posizione e fare impunemente i propri comodi. A cosa servono dunque le elezioni? Dov’è e che valore ha la tanto celebrata “partecipazione” dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, quando i loro rappresentanti non rispondono più a chi li ha eletti ma solo ai capi del loro partito, quando addirittura non cambiano casacca?
Ovviamente queste mie considerazioni non hanno alcuna pretesa di incidere sull’opinione pubblica, sono solo l’esternazione dei dubbi che ho sempre avuto sul sistema democratico, che oggi pare l’unico possibile sulla terra e che si cerca persino di esportare a forza in quei paesi che non lo conoscono e non lo vogliono. Personalmente io vedrei possibili due soluzioni al problema, che nessuno però prenderà mai in considerazione. La prima, più radicale, sarebbe quella di abolire del tutto le elezioni, i partiti e tutto il sistema, istituire una scuola specifica per formare i politici e affidare a loro la gestione dello Stato, in base alle competenze di ciascuno. Sarebbe un “governo di tecnici” al di sopra e al di fuori dei partiti e delle ideologie. La seconda soluzione sarebbe quella di istituire un esame per tutti i cittadini, con il quale essi dovessero dimostrare di possedere una cultura e una coscienza politica sufficienti per esprimere un voto responsabile; e solo questi cittadini andrebbero ammessi alle urne elettorali, escludendo tutti coloro che, per superficialità e ignoranza, non sono all’altezza di adempiere a questo dovere civico. Ovviamente mi rendo conto che queste mie idee sono pure utopie e che non si realizzeranno mai; ma forse vale la pena di riflettere un attimo su questi problemi e chiederci se i sistemi democratici moderni siano veramente il meglio del meglio o se non realizzino piuttosto la “dittatura della maggioranza” intesa nel senso peggiore del termine, ossia come prevalenza delle masse incolte e pronte a lasciarsi influenzare da una propaganda perversa e ingannatrice.

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La vita alla superficie

Nella società del nostro tempo, a quanto ci è dato constatare, si diffonde sempre più la superficialità, la tendenza cioè a vivere alla giornata e ad attribuire importanza ai vari aspetti della vita in modo contrario a quel che dovrebbe essere: ciò che dovrebbe contare veramente viene trascurato, mentre ciò che non dovrebbe avere nessun valore diventa un ideale e, in alcuni casi, un vero e proprio scopo di vita. Pensiamo alla moda, per esempio, o all’aspetto estetico delle persone (il cosiddetto “look”, per capirsi, visto che ormai ci esprimiamo più in inglese che in italiano): non c’è nulla di più insignificante per definire il valore e lo spessore umano di ciascuno di noi, ed invece oggi è diventata una questione di primaria importanza, anzi un’assoluta necessità. E se un tempo l’aspetto esteriore era una cura tipica del solo sesso femminile, oggi anche gli uomini lo considerano d’importanza vitale, tanto da curare il proprio aspetto non solo nel vestiario ma anche nel fisico stesso, e da sottoporsi persino ad operazioni chirurgiche per ottenere il look desiderato. I modelli che hanno fortuna in società, quelli da imitare, non sono più le persone di cultura o dotate di particolari meriti, ma attori, cantanti, soubrettes e personaggi televisivi in genere.
Gli esempi di superficialità nella società attuale sono talmente numerosi che sarebbe difficile individuarli tutti. Uno dei più evidenti, tuttavia, è ravvisabile nello stile di vita condotto dalla maggioranza delle persone, che sono soliti dividere il loro tempo in due soli momenti principali, il lavoro e lo svago, mentre pochissimo spazio è lasciato ad attività culturali o comunque umanamente più elevate, come ad esempio leggere un libro, visitare qualche museo o monumento che dir si voglia, assistere ad un concerto di musica classica o altro che sia. La grande maggioranza di coloro che hanno un lavoro o una professione, compresi tanti laureati, non si intendono né si interessano a nulla che sia al di fuori del loro stretto ambito di competenza: perciò persino professionisti come medici, avvocati, funzionari statali di alto livello e via dicendo sono di fatto – tranne ovviamente alcune lodevoli eccezioni – del tutto ignoranti di tutto ciò che riguarda la letteratura, l’arte, la musica e tutte le altre nobili attività umane. Alcuni di loro non leggono altro se non le pubblicazioni specifiche riguardanti il loro settore di appartenenza, mentre sono in difficoltà non appena si trovano di fronte a fenomeni culturali che forse un tempo conoscevano, quando andavano a scuola, ma che poi hanno totalmente dimenticato, né si curano di richiamare alla memoria quanto hanno perduto, certamente perché non ne vedono la necessità, e conducono una vita suddivisa tra il lavoro e il divertimento, senza altri interessi, in maniera del tutto superficiale. E anche quando, forse per darsi un certo contegno, vanno a visitare qualche mostra o museo, oppure ad assistere ad un concerto, ne escono uguali a come ne sono entrati, magari ostentando un’ammirazione che è solo di facciata, perché non hanno più gli strumenti culturali per comprendere in profondo ciò che hanno visto o sentito.
La grande superficialità dei nostri tempi si è mostrata nel suo volto più sconcertante e terribile in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo scorso, dove milioni di persone hanno votato senza cognizione di causa, lasciandosi abbindolare da promesse tanto mirabolanti quanto assurde e irrealizzabili come il famoso “reddito di cittadinanza” propugnato da quell’accolita di imbonitori buffoneschi che è il “Movimento Cinque Stelle”. Questo partito, perché tale è anche se si professa antitetico ai partiti tradizionali, ha finora dato prova di totale incapacità e incompetenza politica, una caratteristica evidente che avrebbe dovuto indurre tutti coloro che erano dotati di raziocinio a negare loro la fiducia; per governare uno Stato, infatti, non è sufficiente essere persone oneste (se pur lo sono!), ma occorre una cultura specifica che non si può improvvisare. Per questo è del tutto assurdo pensare che cittadini comuni, sbattuti in Parlamento o al Governo senza la necessaria preparazione, possano guidare uno Stato: come diceva Socrate, che di queste cose se ne intendeva, non ci si affiderebbe mai, per un viaggio in mare, a un timoniere inesperto che non sa guidare la nave; tanto meno, quindi, ci si può fidare di persone incompetenti per condurre il Governo di una nazione, per il quale occorre molta più competenza di quanta ne occorra per guidare una nave. Eppure tanti cittadini italiani, attratti dal miraggio di poter avere uno stipendio senza fare nulla, hanno votato questi ciarlatani facendoli diventare il primo partito, che oltretutto adesso pretende di dettare legge e di avere addirittura la poltrona di primo ministro per il loro capo politico, Luigi Di Maio, un ragazzino di poco più di trent’anni che non ha mai fatto nulla in vita sua, non ha alcuna competenza e non è neanche riuscito a laurearsi. La vittoria elettorale di questa armata Brancaleone è il peggior disastro che potesse capitare al nostro Paese, ridotto ad un aereo senza pilota che ben presto andrà a sbattere in qualche montagna, di quelle che gli speculatori finanziari e i banchieri di Bruxelles porranno di fronte a un paese ormai allo sbando, che oltretutto non possiede neppure una moneta propria ed è costretto di nuovo, dopo le tante guerre di indipendenza, a soggiacere ai potentati stranieri. Per uscire da questa situazione ci sarebbe voluto un governo forte e deciso, formato da persone capaci e competenti, non da ragazzini che fino ad ieri non sapevano neppure cosa fosse la politica e che dove hanno governato (vedi Roma) non sono stati capaci d’altro che di combinare disastri. In questa contingenza io faccio due osservazioni: la prima è che personalmente preferisco i corrotti agli incapaci, perché chi fa l’interesse proprio (che non dovrebbe fare) può saper fare anche quello degli altri, mentre l’incapace non riesce a fare né il suo né quello altrui. La seconda mia considerazione è che comincio a dubitare della validità stessa della democrazia, perché questo sistema politico si basa su un mero calcolo numerico, quello della maggioranza che vince sulla minoranza, senza tener conto che nella storia molto spesso hanno avuto ragione le minoranze, e che le maggioranze possono essere formate anche da caproni ignoranti che non votano secondo giustizia e ragione, ma lasciandosi trascinare da promesse assurde e dallo spirito devastatore di coloro che vedono il male dappertutto e contestano tutto e tutti in nome di falsi valori che non riusciranno mai a realizzare, perché a insultare gli avversari e svalutare ciò che hanno fatto sono tutti capaci, ma poi, quando si tratta di costruire e di prendere decisioni, allora i nodi vengono al pettine. Questo è ciò che succederà nell’Italia dei Cinque Stelle, un paese ostaggio di una banda di incompetenti. Il risultato delle ultime elezioni, pertanto, mi conferma nella mia convinzione secondo cui la superficialità, l’ignoranza, l’approssimazione sono i caratteri costitutivi del nuovo Medioevo e della nuova barbarie dei nostri tempi, molto peggiore di quella di Attila o di Teodorico.

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Panem et circenses, ieri ed oggi

Il celebre poeta satirico latino Giovenale diceva (Satira X) che la plebe romana, inconsapevole delle angherie a cui era sottoposta da parte dei potenti e dei privilegiati, si accontentava di ricevere periodicamente elargizioni di grano (panem) e di poter assistere agli spettacoli del circo (circenses), che gli imperatori molto spesso concedevano ed in cui, in certi casi, si esibivano anche loro. Questi erano i mezzi essenziali, secondo Giovenale, con cui chi governava si conquistava il consenso della massa ignorante, la quale non sospettava neppure che ciò che riceveva era una miseria rispetto alle sconfinate ricchezze di pochi privilegiati. La locuzione, uno dei detti latini più famosi tra quelli tramandatisi fino ai nostri giorni, indica l’agire di coloro che, con poco dispendio di forze e di risorse, si guadagnano il favore delle masse e riescono a farne cessare le proteste e le rivolte. E’ la migliore forma di demagogia, giacché tutti a parole si mettono dalla parte del popolo e dei diseredati, ma chi promette di dargli qualcosa di concreto, magari anche senza poter mantenere, se ne acquista più rapidamente la simpatia.
Oggi la celebre locuzione latina potrebbe essere tradotta ed interpretata in vari modi. Il primo sostantivo (panem) si potrebbe individuare nella promessa di abolire certe tasse, le quali tuttavia, se pur cacciate dalla porta, rientrano dalla finestra (vedi l’IMU sulla prima casa, poi tornata col nuovo e rassicurante nome di TASI); oppure con i famosi 80 euro di Renzi, che hanno cambiato ben poco nelle abitudini e nelle spese degli italiani, sia perché concessi solo ad una parte dei cittadini sia perché largamente erosi dall’imposizione di altri balzelli. Ma l’attualizzazione più moderna, la più strampalata e demagogica, del “panem” di Giovenale è la proposta del cosiddetto “Movimento cinque stelle”, di recente ribadita e presentata addirittura come progetto di legge, quella cioè del “reddito di cittadinanza”. Si tratta di un progetto demenziale che solo ad un’armata Brancaleone come i grillini poteva venire in mente, un esempio di demagogia di bassissima lega che qualunque persona dotata di un po’ di raziocinio considera per quello che è, cioè l’ennesima buffonata di quel gruppo politico e del pulcinella che l’ha fondato. Nella situazione economica in cui si dibatte il nostro Paese, dove si troverebbero i tanti miliardi di euro che occorrerebbero per realizzare una baggianata del genere? Ma poi, ammesso e non concesso che la si possa fare, che cosa ne deriverebbe? La conseguenza più ovvia, che chi ha letto i classici greci e latini intuisce subito, è che il numero dei disoccupati, dei nullafacenti e dei fannulloni (sì, perché esistono anche persone che non hanno lavoro perché non lo vogliono, e stanno bene in poltrona) si dilaterebbe a dismisura: che interesse avrebbe, a quel punto, a trovare lavoro a 800 o anche a 1000 euro chi ne riceve 780 per non fare nulla? Caso mai lo cercherebbe al nero, in modo da aggiungere all’elargizione statale altri redditi su cui non pagare tasse. E poi, tanto per non allungare troppo questo post, siamo certi che sia legalmente e moralmente ammissibile pagare una persona per il solo fatto di essere cittadino? A mio parere si tratta di una bestialità che solo da quel gruppo di irresponsabili poteva venir fuori, sia perché è moralmente inaccettabile che qualcuno riceva un reddito senza lavorare, sia perché nessuno stato moderno, e tantomeno l’Italia (che è una repubblica fondata sul lavoro, come dice l’art.1 della Costituzione) può permettersi di dare un reddito ai nullafacenti. Il vecchio detto secondo cui l’ozio è il padre dei vizi mi sembra applicarsi bene a questo proposito, così come le sagge parole di tanti scrittori antichi, da Aristofane a Virgilio, da Platone a Cicerone, secondo i quali ciascun cittadino deve contribuire attivamente alla vita dello Stato con il proprio impegno e le proprie forze, non certo standosene sdraiato sul divano ad attendere la manna dei 780 euro al mese senza fare nulla! Questa, più che populismo di basso conio, è stupidità pura e semplice, dal momento che gli apostoli del Messia Grillo non si rendono conto che nessuna persona di buon senso potrà credere alle loro castronerie.
Il secondo termine della locuzione latina, cioè “circenses”, a differenza di “panem”, può tradursi oggi in una sola maniera: televisione. L’effetto che nell’antica Roma provocavano sul popolo i giochi del circo oggi lo si ottiene con la propaganda televisiva, che ha appunto la funzione di far credere alla gente ciò che non è vero,  tanto da tentare di far digerire proposte insensate come il “reddito di cittadinanza” e altre simili baggianate. Oggi tutto passa attraverso i “talk-show” televisivi, dove però il più delle volte, anziché assistere a gare oratorie che noi classicisti potremmo anche apprezzare, ci troviamo dinanzi alle più trite banalità spesso condite con una buona dose di squallido turpiloquio, arte in cui i nobili rappresentanti del “Movimento cinque stalle” (errore volontario) sono indiscussi maestri. Il popolo si pasce di televisione, e di quella è contento, al punto da entusiasmarsi anche dinanzi alle trasmissioni più stupide, insensate e demenziali, facendosi fare un lavaggio del cervello che avvantaggia sempre di più il consumismo, l’ignoranza e la maleducazione. Di questo sono ben consapevoli i detentori del potere politico ed economico e rincarano la dose di continuo; ed il bello è che questa loro operazione riesce sempre meglio, perché scende continuamente il numero delle teste pensanti e dei cervelli ancora in grado di funzionare.

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