Archivi tag: Rai

L’infimo livello della nostra TV

Come tutti sanno, la televisione è un grande strumento di trasmissione di idee e di cultura, tale da poter cambiare persino il sentire comune e la mentalità di un popolo intero. Anche se oggi ci sono altri mezzi di informazione come il web, la televisione resta sempre il mass-media più importante e capillarmente diffuso, dato che entra nelle case di tutti gli italiani, anche di quelli che non navigano su internet e magari non hanno nemmeno mai acceso un computer. Considerata l’enorme rilevanza di questo moderno strumento di diffusione delle idee, ci si dovrebbe attendere ch’esso fosse gestito in modo razionale ed equilibrato, di modo da svolgere meglio possibile l’importante ruolo che ricopre nella società attuale. Mentre nel mondo antico si andava ad ascoltare l’oratore che arringava la folla nel Foro, nel Medioevo si ascoltavano i frati predicatori e nell’età moderna presero forte campo il teatro e la carta stampata, oggi invece le notizie dal mondo e i dibattiti politici capaci di influenzare le masse si svolgono quasi esclusivamente in televisione.
Ho detto che la TV, soprattutto quella di Stato e cioè la RAI, andrebbe gestita con raziocinio, perché veramente potrebbe diventare ed essere ad ogni effetto uno strumento di progresso. E invece, almeno in Italia, questa gestione è pessima, né potrebbe immaginarsene una peggiore. Vediamo quali sono, a mio parere, le gravi mancanze della RAI ed il suo venir meno a quella che dovrebbe essere la sua principale finalità; non considero invece le TV commerciali perché, come dice il loro stesso nome, hanno una funzione di puro asservimento alle leggi del mercato, né possono tener conto di altro che non sia il guadagno derivante loro dalla pubblicità. Una TV di Stato invece, a mio giudizio, dovrebbe avere come obiettivo non tanto l’audience cioè il numero di persone che guardano un certo programma, quanto la qualità, cioè l’elevazione culturale e civile delle persone che usufruiscono di questo mezzo. Ed è appunto qui il maggior difetto della nostra TV: il bassissimo livello culturale dei programmi che vanno in onda nelle fasce orarie di maggiore ascolto, programmi in cui abbonda la volgarità, il vano sproloquio, una comicità di bassa lega, il nulla insomma. Non è che i programmi culturali non esistano affatto, ma quei pochi che ci sono vengono trasmessi in orari impossibili, tanto da renderne l’ascolto ancora più basso di quanto ci si potrebbe attendere. Domenica notte ad esempio, alle 1,30 di notte, è stata trasmessa su Rai1 l’opera Nabucco di Verdi, la cui conclusione arrivava addirittura alle 4 del mattino! C’è da chiedersi: quante persone l’avranno seguita? Io stesso ho dovuto rinunciare, perché non si può fare un’intera notte in bianco per seguire un programma di nostro gradimento, con un certo valore culturale. Se è vero che l’opera lirica (ma si può dire lo stesso del teatro di prosa, dei documentari storici, del cinema impegnato ecc.) interessa a non molte persone, la funzione della TV sarebbe quella di aumentare questo numero, in modo da diffondere la cultura; e invece fanno il contrario, ci propinano programmi insulsi e volgari nelle ore in cui possiamo seguirli, mentre quelli di maggior profilo vengono trasmessi (quei pochi che ci sono) in orari antelucani! Tutto questo perché ai signori della RAI interessano solo gli aspetti quantitativi (e quindi economici) di ciò che mettono nei palinsesti (ma lo sanno il significato di questa parola?), ed anche perché aumentare l’ignoranza, di cui c’è già gran copia nella nostra società, significa avere cittadini proni di fronte a tutto ciò che viene loro propinato, mentre la cultura e lo spirito critico sono troppo pericolosi per un potere che si adegua e si sottomette al mercato e alla dittatura di questa Europa che ci schiaccia con i suoi diktat.
Al bassissimo livello culturale dei programmi TV fa da contorno anche un’esagerata presenza della pubblicità, invadente e fuorviante al punto che persino i film e gli spettacoli di ogni genere vengono interrotti ogni dieci minuti con fastidiosissimi spot pubblicitari. Questa pessima consuetudine, contro cui Federico Fellini lottò inutilmente per anni, potrebbe giustificarsi, semmai, nelle TV commerciali, dove la pubblicità rappresenta il principale o l’unico introito; ma la RAI ha il canone, che paghiamo regolarmente tutti gli anni e che dovrebbe servire proprio per elevare la qualità dei programmi e non soffocarci con questo continuo e snervante martellamento pubblicitario. Questa, secondo me, è una vergogna vera e propria della nostra TV pubblica, la quale non solo ci propina programmi scadenti, ma ci fa continuamente il lavaggio del cervello con una pubblicità insistente e ripetuta che è francamente disgustosa e che farebbe venire al comune cittadino l’impulso a non comprare nessuno dei prodotti così pubblicizzati; a quanto pare, tuttavia, si verifica il contrario, perché l’aumento massiccio degli spot in RAI dimostra che le aziende produttrici hanno il loro tornaconto ad assecondare questa violenza psicologica, i cui costi recuperano aumentando il prezzo dei prodotti. Perciò la pubblicità danneggia due volte il cittadino, perché lo assilla mentre guarda la TV e aumenta i costi di tutti gli oggetti di facile consumo.
Nonostante il fiume di denaro che la RAI incassa con il canone e la pubblicità, il livello dei programmi TV continua ad essere infimo, e peggiora di anno in anno: gli spettacoli di varietà, ad esempio, sono sempre esistiti, ma non si può paragonare l’affabilità e la piacevolezza dei comici di un tempo con la sguaiataggine e la volgarità di quelli attuali. E c’è anche un’altra grave mancanza commessa dalla RAI, oltre a quelle già dette, ai danni dei cittadini: l’assenza cioè dei programmi di maggior gradimento dalla fine di maggio a settembre inoltrato. C’è da chiedersi, a tal riguardo, se i signori della TV pensano che gli italiani vadano tutti in ferie per oltre tre mesi all’anno, visto che nel periodo estivo vengono trasmesse quasi solo repliche e insulsi telfilm americani. Mi chiedo questo perché la verità è tutto il contrario, nel senso che ci sono milioni di persone che non vanno in vacanza, e anche chi ci va non vi resta certo per tre mesi e mezzo! Ma per loro e per i loro beniamini, pagati in modo osceno magari per condurre (spesso male) trasmissioni di un’ora, sono indispensabili le vacanze, quelle sì di tre mesi o più. Tenendo conto di questo sarebbe giusto, a mio parere, che i cittadini pagassero solo due terzi del canone TV, perché un terzo dell’anno (da fine maggio a settembre) la RAI ci offre solo, o quasi, le avventure del commissario Montalbano o di don Matteo, che ormai molti sanno a memoria perché le hanno viste replicate per la sesta o settima volta.

Annunci

2 commenti

Archiviato in Attualità

La TV e l’antipolitica

Domenica scorsa ho assistito al programma di RaiUno “L’Arena”, condotto da Massimo Giletti nel primo pomeriggio, e debbo dire che l’impressione che ne ho tratto non è stata affatto positiva. Nel trattare argomenti di attualità (in quel caso la recente alluvione di Genova) il conduttore e gran parte del pubblico si sono lanciati in una serie di accuse veementi contro la classe politica e gli amministratori in generale, indicandoli al pubblico disprezzo come artefici e cause di tutti i mali del nostro tempo.
Siccome a me piace fare l’avvocato del diavolo, mi viene da sostenere che questo clima di caccia alle streghe contro una sola categoria di cittadini mi pare esagerata e a volte ingiusta; non solo perché esistono anche politici e amministratori onesti, cosa di cui tutti sembrano essersi dimenticati, ma anche perché i lacci e lacciuoli burocratici che esistono nel nostro Paese tarpano le ali anche a chi è animato da una sincera volontà di fare qualcosa di buono per i cittadini. Basti pensare all’estrema facilità con cui si può ricorrere ai TAR (tribunali amministrativi regionali) contro qualunque provvedimento delle amministrazioni, con conseguente blocco dei lavori per mesi ed anni ed una coda di pastoie giudiziarie che non finiscono più. Una volta che un’opera viene decisa per interesse pubblico (come appunto quello di evitare le alluvioni) nessuno dovrebbe potersi opporre, ed i lavori ultimati entro una data stabilita. Se non si elimina la giustizia ingiusta e inutile, sarà difficile ottenere qualche risultato apprezzabile.
Tornando alla trasmissione di domenica scorsa, ed anche a tante altre sulle varie reti, io ritengo inopportuno e dannoso fare propaganda, mediante la TV di Stato, contro lo Stato stesso e le persone che lo rappresentano. Si parlava degli stipendi dei politici e degli impiegati del Parlamento, denunciando lo scandalo di retribuzioni troppo alte. A parte il fatto che gli stipendi lì dichiarati erano lordi (quindi il netto è circa la metà), ma non si è tenuto conto che ci sono categorie di cittadini che guadagnano molto di più dei politici, e nessuno si scandalizza per questo. Che dire dei medici specialisti, che prendono anche 150 euro per una visita di 10 minuti e spesso non rilasciano nemmeno la ricevuta fiscale? Che dire degli avvocati di grido, con parcelle milionarie? Che dire di certi commercianti e artigiani che lavorano in privato, per lo più al nero, guadagnando il 200 per cento sui prodotti che vendono? Di quelli nessuno parla, anzi costoro si lamentano pure di dover pagare le tasse e spesso denunciano redditi ridicoli, per cui un gioielliere del centro di Roma risulta più povero di un cameriere o di un operaio. Perché non fare indagini serie sul tenore di vita delle persone e metterli in manette se dichiarano magari 20.000 euro all’anno e poi hanno lo yacht e la villa con piscina?
Con questo non intendo dire che politici e amministratori non abbiano le loro colpe e le loro corruzioni, ma mi pare ingiusto questo clima di caccia alle streghe che si rivolge contro una sola categoria e viene portato avanti dalla TV di Stato, i cui “lavoratori”, come si sa, sono pagati profumatamente. Se Giletti si scandalizza per gli stipendi dei politici, perché non dice qual è il compenso che gli elargisce la Rai, pagata con i soldi di tutti, per condurre una trasmissione di un’ora alla settimana?
E poi c’è un altro grave problema: che cioè queste requisitorie televisive alimentano l’antipolitica, un rovinoso fenomeno dei nostri tempi che porta i cittadini a non avere più fiducia nello Stato, a non collaborare per il bene comune, a chiudersi nell’individualismo e nel disfattismo, tutti atteggiamenti che minano gravemente la reputazione del nostro Paese e la stessa vita pubblica e privata di ciascuno di noi. Abbiamo visto concretizzarsi questo spaventoso atteggiamento mentale nel successo che, alle ultime elezioni, ha avuto il comico Beppe Grillo, fondatore di un movimento disfattista e violento che non dialoga con nessuno, non collabora con nessuno, è capace solo di urlare volgarità e di dire sempre di no, pregiudizialmente, a tutto e a tutti. Questo livello di inciviltà a cui ci ha abituato il M5S (movimento “cinque stalle”, io lo chiamo così) è frutto di un’antipolitica becera e qualunquista, oggi purtroppo alimentata anche da coloro che, lavorando in un’azienda pubblica (la Rai) dovrebbero presentare ai cittadini la verità oggettiva, non cercare squallidamente, con questi atteggiamenti demagogici, di guadagnarsi l’applauso personale ed un successo che non meritano.

2 commenti

Archiviato in Attualità

La nostra TV e la truffa del canone

Mi sono reso conto, rileggendo quanto scritto qui sul blog, che negli ultimi tempi ho dedicato tutti i post alla scuola. E’ naturale, visto che al mio lavoro di docente e di studioso ho dedicato tutta la vita, ma in un diario pubblico debbono esistere anche altri argomenti, altrimenti si divenda monotematici e quindi noiosi. Per qualche tempo quindi cercherò di non parlare di scuola (tanto più che siamo in vacanza) e di trattare altre questioni, a meno che non emerga qualche novità clamorosa che mi costringa a ritornare sul mio tema principale.
Voglio pertanto dedicare questo post alla televisione, ed in particolare alla Rai, la TV di Stato. Dico subito che il mio giudizio sulle trasmissioni televisive in genere è molto negativo: il livello culturale è bassissimo, predominano programmi sciocchi e ad uso degli analfabeti, le uniche trasmissioni interessanti vengono proposte a orari impossibili e notturni, la volgarità e il turpiloquio dilagano, e altre perle di questo tipo. In altre parole, la televisione italiana, secondo me, è di infimo livello, e ciò riguarda anche i programmi giornalistici a cominciare dai telegiornali, dove si sprecano le banalità, dove non viene dato il giusto rilievo alle notizie importanti e si spreca invece tempo per fatti del tutto irrilevanti; manca inoltre quell’obiettività che si richiederebbe a un’azienda come la RAI che, attraverso il canone, è pagata da tutti i cittadini. Ma la cosa peggiore secondo me, quella che abbassa infinitamente la qualità dei programmi, sta nel fatto che l’unica cosa che interessa ai dirigenti RAI non è la qualità o il valore educativo e culturale delle trasmissioni, ma il cosiddetto “share” (ma una parola italiana non esisteva?), cioè la percentuale di spettatori che guardano un determinato programma. E questo perché il gettito pubblicitario è direttamente proporzionale al numero (non alla qualità) degli spettatori che guardano in quel momento la televisione. Un tale presupposto, a mio parere, è legittimo nelle televisioni commerciali, per le quali gli introiti pubblicitari costituiscono quasi l’unica fonte di sostegno, ma non per la televisione pubblica, che ha il canone e che quindi dovrebbe guardare alla qualità dei programmi, non al numero degli spettatori. Per questo andrebbero usati i soldi del canone, non per pagare milioni di euro ai conduttori o alle ballerine; del resto la TV, strumento potentissimo di diffusione delle idee perché entra in ogni casa, dovrebbe avere un valore educativo e formativo per i cittadini. Aristofane diceva che, se per i bambini c’è la scuola, per gli adulti c’è il teatro a trasmettere buoni principi e sane idealità; oggi la televisione avrebbe un impatto ancor più elevato del teatro di allora, se solo fosse impiegata nel modo giusto. Invece ciò che si vede in TV contribuisce semmai a diffondere la volgarità, la violenza e l’odio di partito; svolge quindi un ruolo opposto a quello che dovrebbe svolgere, e la RAI è in prima fila in questa deriva diseducativa e indegna di un Paese civile.
C’è inoltre un’altra cosa che mi preme puntualizzare. Perché tutti i programmi, dai quiz ai “talk show” giornalistici, a quelli di intrattenimento, finiscono a fine maggio per riprendere a ottobre, e d’estate vengono trasmesse solo stucchevoli repliche di vecchi programmi (v. “Don Matteo” e “Il medico in famiglia”) e telefilms americani con pistole e gangsters? In pratica, per la RAI, l’estate non esiste, forse perché pensano che tutti vadano in vacanza e che nessuno guardi la TV, così da potersi permettere di sospendere per quattro mesi la normale programmazione e trasmettere solo robaccia trita e ritrita? Forse non sanno che tante persone non vanno in vacanza, oppure, anche se ci vanno, non vi rimangono certo per quattro mesi!
Il canone, però, lo pretendono per tutto l’anno, martellando i poveri spettatori con pubblicità pro-canone da gennaio a marzo. A questo proposito vorrei lanciare una proposta, provocatoria ma fino ad un certo punto: perché, la prossima volta, non paghiamo solo 2 terzi del canone (se sono circa 120 euro, paghiamone 80), visto che per un terzo dell’anno (cioè i mesi da giugno a settembre) praticamente la TV non esiste?

2 commenti

Archiviato in Attualità

La TV e la scuola

Non so quante persone leggeranno questo mio post sul blog, ma voglio ugualmente attrarre l’attenzione sul problema di come i giornalisti televisivi affrontano gli argomenti che riguardano la scuola. La loro incompetenza e malafede ha dell’incredibile, e sarebbe addirittura grottesca se non fosse rovinosa, se cioè non inducesse l’opinione pubblica, già maldisposta verso gli operatori dell’istruzione, a costruirsi della scuola italiana un’immagine falsa e del tutto fuorviante.

Lasciamo stare le bestialità dette dai giornalisti tv, e specialmente da quelli della RAI, durante l’anno scolastico: si comincia a settembre con l’ormai rituale polemica sul costo dei libri di testo, che metterebbe sul lastrico le famiglie (peccato che poi queste stesse povere famiglie mendicanti comprano ai loro figli l’I-phon da 500 euro, lo zaino di marca da 200 euro, le scarpe firmate da 150 euro e via dicendo); si prosegue poi con tante altre penose menzogne che siamo costretti a sentire dai giornalisti televisivi, che hanno persino insinuato – durante l’ultimo inverno particolarmente gelido – che i professori sarebbero contenti della chiusura delle scuole per neve, poiché evidentemente – secondo lor signori – noi docenti siamo una banda di nullafacenti che godiamo a non lavorare. Tutto questo è storia recente; ma ciò che mi ha colpito di più è stato un servizio mandato in onda dal TG 2 di oggi 19 giugno a proposito dell’imminente inizio degli esami di Stato nelle scuole superiori. La signora (o signorina) giornalista che ha realizzato il servizio, un’autentica oca giuliva, ha parlato dell’abitudine ormai invalsa degli alunni di copiare agli esami, facendo addirittura una storia di questo malcostume tutto italiano, dall’epoca dei bigliettini nascosti nei vestiti e delle sbirciate sul compito del compagno fino ai recenti metodi resi possibili dalle nuove tecnologie, di cui il più famoso è il collegamento con il cellulare a internet durante le prove per trovare on line la soluzione dei quesiti, che degli autentici lestofanti mettono a disposizione degli studenti sulla rete. Ma se la giornalista si fosse limitata a questo, poco male: sarebbe stata semplice informazione. Invece no, ha fatto di più: ha lodato spudoratamente chi copia agli esami dicendo che meriterebbe un 10 e lode, e ha poi insinuato addirittura che i professori si sarebbero rassegnati a questo malcostume e che spesso, addirittura, strizzerebbero l’occhiolino agli studenti disonesti collaborando con loro. Oltre a queste gravi affermazioni, per le quali meriterebbe una denuncia per apologia di reato, la giornalista ha usato per tutto il servizio un tono ironico e beffardo nei confronti dei professori e della scuola in genere, dando dell’istruzione un’immagine giullaresca, quasi che la scuola non fosse una cosa seria, un’istituzione fondamentale nella vita di uno Stato, ma una sorta di bisca clandestina o un mercatino delle pulci.

Un atteggiamento del genere da parte dei giornalisti non è più tollerabile, e credo che la nostra categoria e le organizzazioni che la rappresentano dovrebbero fare qualcosa per impedire questa gogna mediatica a cui la TV sottopone la categoria dei docenti, presentati come fannulloni, come disonesti oppure, nel migliore dei casi, come dei sempliciotti che si fanno mettere nel sacco dagli studenti “furbi”, i quali vengono blanditi e lodati per le loro imprese. Forse la signorina giornalista non sa che copiare agli esami è un reato vero e proprio, e che l’alunno sorpreso con il cellulare acceso durante la prova deve essere escluso dall’esame; e non sa neppure che il compito della scuola sì, ma anche dei mass-media, è quello di educare alla legalità e non alla furbizia, all’onestà e non alla cialtronaggine, un costume che purtroppo nel nostro Paese non solo è ormai tollerato, ma anche tacitamente approvato e persino ammirato. Io ritengo che questi giornalisti andrebbero radiati dall’albo professionale, se non altro per manifesta ignoranza, giacché non sanno nulla della scuola e dei compiti educativi ch’essa mantiene e che proprio oggi, nella situazione di crisi economica, sociale e soprattutto di valori morali in cui ci troviamo, acquistano ancora maggiore importanza.

Io ho provato più volte a scrivere e-mail alla RAI denunciando l’ignoranza e la cafonaggine dei loro giornalisti, ma non ho mai avuto risposta, nemmeno quando, perduta la pazienza, li ho coperti di insulti. Sono troppo occupati a spartirsi i soldi rapinati ai contribuenti con il canone Rai e a propinarci programmi demenziali e consoni solo all’intelligenza dei loro dirigenti e dei loro giornalisti.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità