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Osservazioni sulla crisi

In questo periodo di mezza estate, quando si è liberi da pressanti impegni di lavoro, viene da riflettere su argomenti di più ampio respiro come l’economia, la politica o altro. Durante le mie poche vacanze, girellando in alcuni luoghi della mia regione perché quest’anno, a causa soprattutto del maltempo, non ho fatto lunghi viaggi, mi sono posto delle domande circa la famosa crisi economica che ci travaglia da sei anni a questa parte. Si dice che sia la congiuntura più grave dalla fine della seconda guerra mondiale, che tutti i paesi ne soffrano e che il nostro ne sia particolarmente colpito; almeno questo dicono la televisione e i giornali, i comuni mezzi di informazione di cui tutti noi usufruiamo, e non abbiamo noi certo i mezzi per contraddirli. Però, andando in giro in qua e là, la sensazione che ne ho ricavato io in questi anni ed anche in questi ultimi tempi è completamente diversa, tanto da lasciarmi sconcertato. Vediamo il perché.
Cominciando dal traffico automobilistico, vediamo ch’esso è sempre più congestionato: file di automobili ovunque, trovare un parcheggio è una fatica peggio di quelle di Ercole, tempi di percorrenza sempre più lunghi, tanto che se ci si deve recare in un luogo che normalmente, se la strada fosse libera, si raggiungerebbe in mezz’ora, in queste condizioni occorre mettere in conto almeno un’ora. Ma, dico io, con quello che costano i carburanti, se ci fosse davvero tutta questa crisi che dicono, ci sarebbero tante macchine in giro? Io me lo chiedo e non trovo una risposta. La stessa cosa vale per i luoghi di villeggiatura, in particolare alberghi e ristoranti: non si trova un posto a pagarlo oro, se non si è prenotato almeno un mese prima. E allora, perché parlano di crisi tanto nera, di tante famiglie che non arrivano a fine mese? Se fosse così i ristoranti sarebbero vuoti, perché per un pasto decente occorrono almeno 30 euro a persona, se non di più. Invece sono pieni, checché se ne dica, e nonostante che il povero Berlusconi, che aveva fatto questa affermazione anni fa, sia stato messo in croce per questo. Invece aveva ragione, i ristoranti sono pieni, e quelli di lusso più degli altri.
Io non so se la mia provincia, la mia regione (la Toscana) sia particolarmente ricca e benestante, ma io tutta questa crisi, tutta questa miseria che dicono, non la vedo e non l’ho mai vista. Noto che le persone fanno esattamente la vita di prima: comprano auto, vestiti e beni di valore, fanno vacanze e non si fanno mancare nulla. Per me questo è un mistero da sei anni, da quando la televisione ha cominciato a bombardarci con le roboanti notizie catastrofiche che tanto piacciono ai nostri connazionali, specie quelli che hanno simpatie politiche per i partiti di opposizione e che evidentemente hanno il vezzo, tipicamente nostrano, di vedere tutto nero, di prevedere cataclismi di ogni tipo. Sono le Cassandre del 2000!
Con ciò non intendo negare la crisi di per sé, che certamente esiste, perché le fabbriche e i negozi che chiudono sono dati di fatto, non leggende; ma quel che penso io è che la situazione reale sia stata alterata volutamente in senso negativo, da parte di persone che non perdono occasione per screditare il loro paese, le istituzioni e la classe politica, che amano il disfattismo per fini propri, subordinando a ciò la valutazione oggettiva della situazione reale. In poche parole, almeno stando a quel che vedo, la crisi c’è ma, almeno a me, sembra molto meno grave di quanto ci viene propinato dai mezzi di informazione; in effetti, se la crisi è questa, non mi pare poi così male, anzi io ritengo che un certo ridimensionamento di consumi eccessivi e voluttuari sia persino un bene, tranne che per chi ci guadagna.
Si è paragonata questa congiuntura economica attuale con la grande crisi dell’America del 1929; solo che allora le persone veramente facevano la fame, oggi continuano tranquillamente ad usare l’automobile e ad andare in vacanza. C’è solo da augurarsi, per il bene di tutti, che continui sempre così, che non vengano tempi peggiori, capaci di far rimpiangere la “grande crisi” degli anni 2008-2014.

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Tragedia greca e mass-media moderni. Strumenti di democrazia o di totalitarismo?

Come sa chiunque studi o abbia studiato letteratura greca, la tragedia nell’Atene del V° secolo a.C. non era affatto uno spettacolo come possiamo intenderlo oggi; era, al contrario, una sorta di scuola, di palestra formativa nella quale agli spettatori, di fatto obbligati ad assistere alle rappresentazioni, venivano inculcati alcuni valori comunitari da assorbire e rispettare: l’omaggio alla religione, l’obbedienza alle leggi, la necessità di combattere in difesa della patria, l’orgoglio di essere greci e non “barbari” e altri ancora. Mediante una vicenda mitologica, che tutti più o meno già conoscevano, gli autori dei testi e delle musiche intendevano così formare una mentalità diffusa, un pensiero omologante a cui tutti i cittadini dovevano attenersi. Si trattava, in altri termini, di un procedimento di tipo psicologico e sociale che mirava a consolidare la stabilità interna della città-stato (la polis). Con una simile omologazione del pensiero comune, poco importava se, in una forma di governo democratica, poteva esserci il dissenso: l’importante era che la maggioranza dei cittadini fosse unita nel credere e sostenere dei principi comuni e condivisi. Anzi, facendo leva sulla mentalità preponderante così ottenuta, diventava agevole etichettare come retrogrado o – al contrario- come pericoloso sovversivo (v. Euripide) colui che non si conformava al credo comune, che veniva osteggiato, emarginato e persino perseguitato. Così, nei sistemi democratici, si tutela il potere e chi, più o meno legittimamente, lo detiene.
Dopo venticinque secoli, nella nostra Italia moderna assistiamo ad un fenomeno per certi versi analogo a quello dell’antica Atene; solo che adesso, invece degli spettacoli teatrali messi in scena poche volte l’anno, si impiegano i moderni mezzi di informazione come il cinema, la televisione ed anche internet. Mediante questi micidiali strumenti che entrano in ogni casa (specie la TV) si tende a diffondere idee dominanti che, in uno spazio temporale neanche troppo lungo, si spargono in ogni direzione e condizionano a tal punto la mente dei cittadini da portarli direttamente all’alienazione ed all’omologazione del pensiero. Coloro invece che resistono a questo condizionamento ideologico, che pure ancora esistono, vengono ostracizzati come si faceva nell’Atene del V° secolo a.C., affibbiando loro etichette infamanti ed escludendoli di fatto dalla comunità sociale. E’ questa una forma di dittatura strisciante, la peggiore di tutte perché mira a omologare la mentalità comune ed a schiacciare il dissenso; ed il bello è che non ha bisogno del manganello, dell’olio di ricino o di spedire i dissidenti nei gulag della Siberia. Basta la televisione e qualche persona giusta nei posti di comando e nelle istituzioni.
Facendo qualche esempio, si può citare la massiccia campagna ideologica messa in atto dalla televisione, dai giornali e da ambiti istituzionali (v. la presidente della camera dei deputati Boldrini) a sostegno dei diritti dei gay e degli immigrati extracomunitari. Ormai non è più lecito ad un cittadino affermare la propria contrarietà ai matrimoni gay o agli sbarchi incontrollati degli africani sulle nostre coste senza essere marchiato a fuoco come retrogrado, xenofobo, razzista, oscurantista, fascista, nazista e chi ne ha più ne metta. E’ vero che nessuno impedisce materialmente di manifestare un’opinione, ma quando si crea ad arte una mentalità dominante, quando si aliena la mente dei cittadini mediante proclami televisivi o si fa passare per carità cristiana il buonismo dissennato, diventa inutile per chi la pensa diversamente tentare di modificare il pensiero vincente: si è costretti a mugugnare in disparte, a non manifestare le proprie idee per paura delle etichette infamanti, in pratica si viene neutralizzati con l’imposizione – non violenta ma ugualmente vincente – di un credo che cala dall’alto, da chi detiene il possesso della cultura ufficiale e della propaganda televisiva. Costoro, una volta che hanno visto fallita la rivoluzione proletaria che agognavano, ci impongono adesso una rivoluzione strisciante, occulta e mascherata da democrazia, e per questo ancor più pericolosa.
Faccio un altro esempio. Io sono convinto che se i cittadini, liberi da ogni condizionamento, potessero esprimere in piena coscienza e libertà ideologica il loro parere sul sistema giudiziario italiano, ne darebbero un pessimo giudizio, soprattutto per le leggi vergognose che permettono agli assassini di uscire di galera dopo poche settimane o pochi mesi. Sono anzi certo che la maggioranza, se potesse parlare in libertà, prenderebbe in considerazione anche il ripristino della pena di morte, almeno per i delitti più atroci ed efferati. Ma chi ha il coraggio oggi di esprimere un simile parere, dopo che da decenni assistiamo al prevalere di un buonismo incontrollato, imposto ossessivamente dai mezzi di informazione, che vorrebbe addirittura aprire le carceri e mandare fuori tutti i criminali? Si dice che le prigioni siano troppo affollate; ma se è così la soluzione non può essere che quella di costruire nuove carceri, non certo quella dell’amnistia che rimette in circolazione persone che si sono macchiate di reati per i quali è giusto che siano puniti. Ma anche questo non si può dire pubblicamente: se qualcuno oggi si dichiarasse a favore della pena di morte subirebbe un linciaggio mediatico dal quale non si risolleverebbe più e vedrebbe distrutta la propria personalità e la propria carriera.
A volte poi gli alfieri del buonismo e della rivoluzione strisciante non si accontentano della gogna mediatica, ma ricorrono all’autoritarismo imponendo con la forza le loro convinzioni e mettendo a tacere i dissidenti con la minaccia del processo e della galera. Alludo alle leggi che adesso, in pieno dispregio della Costituzione democratica, ripristinano il reato d’opinione, come quella sull’omofobia e l’altra sul negazionismo, la quale sanzionerà anche con il carcere chiunque non presti fede al cosiddetto olocausto, cioè lo sterminio degli ebrei perpetrato dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale. Poiché io ho sempre creduto nella nostra Costituzione e nella libertà di opinione ch’essa garantisce, trovo mostruosa una legge come questa. Come si può imporre ad una persona un’opinione che non ha ed impedirgli di esprimere le proprie idee? Simili metodi li usavano Hitler e Stalin, non i parlamenti delle moderne democrazie. Chi sa di essere dalla parte della verità può facilmente dimostrarla, nel caso dell’olocausto, fondandosi sulle numerose prove e nelle testimonianze che esistono a tal riguardo; non deve imporla con la forza minacciando il carcere contro chi non la condivide, perché così facendo presta il fianco proprio a chi cerca di trovare incrinature in quella verità. L’imposizione forzata di un’idea o un’opinione non può che far male anche a chi la impone, e soprattutto mina alla base i principi essenziali della libertà e della democrazia, accomunandosi proprio a quelle dittature che a parole sono da tutti condannate.

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