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Come svolgere i programmi scolastici

Siamo all’inizio dell’anno scolastico, e come sempre dobbiamo compilare e presentare la nostra programmazione individuale, gli argomenti cioè delle nostre materie che intendiamo svolgere nel corso dei prossimi mesi, da adesso fino a giugno. Di solito la previsione di svolgimento dei programmi ci viene richiesta per singoli quadrimestri o trimestri ma anche, in alcune scuole, mese per mese: dovremmo quindi prevedere quali contenuti intendiamo svolgere a settembre, ad ottobre e così via fino al termine dell’anno scolastico. Di per sé la cosa è abbastanza facile, basta suddividere nei vari periodi il programma previsto per l’intero anno; ma nella pratica dei fatti queste previsioni si rivelano quasi sempre ottimistiche, dal momento che non riusciamo se non raramente a rispettare la tabella di marcia, ed alla fine ci ritroviamo arretrati, nel senso che alcuni argomenti non sono stati svolti e vengono rimandati all’anno successivo.
Perché avvengono questi ritardi? Solitamente le cause sono due; quindi non molte, ma molto frequenti. La prima è la situazione di base delle classi in cui insegniamo e la capacità ricettiva degli studenti: accade infatti che in qualche classe il lavoro può procedere speditamente perché gli alunni apprendono in fretta ed accettano di buon grado quel che il docente assegna loro in fatto di studio individuale ed esercizi correlati a quanto spiegato, mentre in altre emergono difficoltà di ogni genere (frequenti assenze, richieste di ripetere quanto già illustrato, esercizi che “non tornano” e debbono essere ripetuti ecc.) in grado di provocare un inevitabile rallentamento del ritmo didattico. La seconda causa del mancato rispetto delle previsioni sono le numerose ore di lezione che si perdono per le più svariate ragioni: vacanze, “ponti”, condizioni meterologiche avverse ecc., ma anche e soprattutto per le varie attività concesse o proposte dalla scuola, quali viaggi di istruzione, visite a mostre e musei, assemblee, conferenze, lezioni di persone esterne alla scuola, spettacoli teatrali e chi ne ha più ne metta. Oggi la scuola non è più quella dei tempi nostri, che s’identificava quasi totalmente con la lezione in classe, sebbene i giorni di festività nel complesso fossero più di adesso; nella concezione attuale la scuola è diventata più che altro un centro culturale, dove la lezione classica del docente è soltanto una delle varie attività, alla quale se ne aggiungono molte altre, e nei modi più svariati. E se un docente si azzarda a protestare per le ore di lezione che gli vengono sottratte, si sente rispondere che le attività collaterali o parascolastiche sono utili e che costituiscono occasioni preziose di apprendimento di cui gli studenti, soprattutto nei centri di provincia, non potrebbero usufruire in altro modo. Si è anche proposto di spostare al pomeriggio alcune attività per non depauperare l’orario delle lezioni al mattino, ma anche qui ci si sente rispondere che la maggior parte degli studenti è pendolare e che non può trattenersi nel pomeriggio. Comunque vada, è sempre la lezione curriculare ad essere sacrificata, ed è chiaro quindi che non sia possibile rispettare del tutto le buone intenzioni del docente e la programmazione effettuata all’inizio dell’anno.
Sulle modalità di svolgimento dei programmi c’è poi un sostanziale dissenso tra i docenti, che su questo punto si suddividono in due categorie: coloro che tendono a svolgere tutti gli argomenti previsti, anche a costo di trattarli con minore approfondimento (ed in questo novero si riconosce il sottoscritto) e coloro che invece si attardano sugli autori o sui problemi di loro maggior gradimento, magari approfondendoli con letture aggiuntive, percorsi tematici o altro che sia; così facendo, però, finiscono inevitabilmente per restare indietro e non concludere i programmi previsti, perché il tempo a disposizione è sempre quello e le varie attività prima elencate ne fanno perdere molto. A questo proposito io voglio fare una considerazione: la scuola superiore (nel mio caso il liceo Classico, ma anche le altre) deve fornire agli studenti una preparazione globale su programmi di vasta estensione, dei quali è necessario ch’essi ricordino gli aspetti fondamentali, senza la necessità di diventare degli esperti o dei tecnici delle materie, un compito che spetterà poi agli studi universitari. E’ del tutto fuori luogo, tanto per fare un esempio, che un insegnante di storia, che magari è profondo conoscitore del periodo giolittiano stia fermo per quattro mesi su quel periodo e che poi, per mancanza di tempo, non riesca a trattare la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, o altri argomenti indispensabili per la cultura generale che un liceo deve fornire ai ragazzi. L’approfondimento specialistico di un unico argomento, i percorsi tematici ecc. sono propri dei corsi universitari, dove magari in un intero semestre viene trattato un solo autore o un solo periodo storico, perché si presuppone (spesso a torto) che gli altri siano già conosciuti; ma la scuola superiore non ha questo compito scientifico e specialistico, bensì quello di fornire una conoscenza generale di tutti gli argomenti previsti per quell’anno scolastico per le singole discipline. Anch’io ho le mie preferenze, e se fosse possibile vorrei stare un intero anno a parlare di Lucrezio o di Virgilio, per nominare due autori che mi stanno particolarmente a cuore; ma se così facessi gli alunni saprebbero tutto di questi due e non saprebbero nulla degli altri. E questo, almeno in base alla mia pluridecennale esperienza d’insegnamento, mi sembra profondamente errato.

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La TV e la scuola

Non so quante persone leggeranno questo mio post sul blog, ma voglio ugualmente attrarre l’attenzione sul problema di come i giornalisti televisivi affrontano gli argomenti che riguardano la scuola. La loro incompetenza e malafede ha dell’incredibile, e sarebbe addirittura grottesca se non fosse rovinosa, se cioè non inducesse l’opinione pubblica, già maldisposta verso gli operatori dell’istruzione, a costruirsi della scuola italiana un’immagine falsa e del tutto fuorviante.

Lasciamo stare le bestialità dette dai giornalisti tv, e specialmente da quelli della RAI, durante l’anno scolastico: si comincia a settembre con l’ormai rituale polemica sul costo dei libri di testo, che metterebbe sul lastrico le famiglie (peccato che poi queste stesse povere famiglie mendicanti comprano ai loro figli l’I-phon da 500 euro, lo zaino di marca da 200 euro, le scarpe firmate da 150 euro e via dicendo); si prosegue poi con tante altre penose menzogne che siamo costretti a sentire dai giornalisti televisivi, che hanno persino insinuato – durante l’ultimo inverno particolarmente gelido – che i professori sarebbero contenti della chiusura delle scuole per neve, poiché evidentemente – secondo lor signori – noi docenti siamo una banda di nullafacenti che godiamo a non lavorare. Tutto questo è storia recente; ma ciò che mi ha colpito di più è stato un servizio mandato in onda dal TG 2 di oggi 19 giugno a proposito dell’imminente inizio degli esami di Stato nelle scuole superiori. La signora (o signorina) giornalista che ha realizzato il servizio, un’autentica oca giuliva, ha parlato dell’abitudine ormai invalsa degli alunni di copiare agli esami, facendo addirittura una storia di questo malcostume tutto italiano, dall’epoca dei bigliettini nascosti nei vestiti e delle sbirciate sul compito del compagno fino ai recenti metodi resi possibili dalle nuove tecnologie, di cui il più famoso è il collegamento con il cellulare a internet durante le prove per trovare on line la soluzione dei quesiti, che degli autentici lestofanti mettono a disposizione degli studenti sulla rete. Ma se la giornalista si fosse limitata a questo, poco male: sarebbe stata semplice informazione. Invece no, ha fatto di più: ha lodato spudoratamente chi copia agli esami dicendo che meriterebbe un 10 e lode, e ha poi insinuato addirittura che i professori si sarebbero rassegnati a questo malcostume e che spesso, addirittura, strizzerebbero l’occhiolino agli studenti disonesti collaborando con loro. Oltre a queste gravi affermazioni, per le quali meriterebbe una denuncia per apologia di reato, la giornalista ha usato per tutto il servizio un tono ironico e beffardo nei confronti dei professori e della scuola in genere, dando dell’istruzione un’immagine giullaresca, quasi che la scuola non fosse una cosa seria, un’istituzione fondamentale nella vita di uno Stato, ma una sorta di bisca clandestina o un mercatino delle pulci.

Un atteggiamento del genere da parte dei giornalisti non è più tollerabile, e credo che la nostra categoria e le organizzazioni che la rappresentano dovrebbero fare qualcosa per impedire questa gogna mediatica a cui la TV sottopone la categoria dei docenti, presentati come fannulloni, come disonesti oppure, nel migliore dei casi, come dei sempliciotti che si fanno mettere nel sacco dagli studenti “furbi”, i quali vengono blanditi e lodati per le loro imprese. Forse la signorina giornalista non sa che copiare agli esami è un reato vero e proprio, e che l’alunno sorpreso con il cellulare acceso durante la prova deve essere escluso dall’esame; e non sa neppure che il compito della scuola sì, ma anche dei mass-media, è quello di educare alla legalità e non alla furbizia, all’onestà e non alla cialtronaggine, un costume che purtroppo nel nostro Paese non solo è ormai tollerato, ma anche tacitamente approvato e persino ammirato. Io ritengo che questi giornalisti andrebbero radiati dall’albo professionale, se non altro per manifesta ignoranza, giacché non sanno nulla della scuola e dei compiti educativi ch’essa mantiene e che proprio oggi, nella situazione di crisi economica, sociale e soprattutto di valori morali in cui ci troviamo, acquistano ancora maggiore importanza.

Io ho provato più volte a scrivere e-mail alla RAI denunciando l’ignoranza e la cafonaggine dei loro giornalisti, ma non ho mai avuto risposta, nemmeno quando, perduta la pazienza, li ho coperti di insulti. Sono troppo occupati a spartirsi i soldi rapinati ai contribuenti con il canone Rai e a propinarci programmi demenziali e consoni solo all’intelligenza dei loro dirigenti e dei loro giornalisti.

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