I concorsi della beffa

In questo periodo sono state espletate già le prove scritte dei concorsi a cattedra per i docenti. Così, per curiosità, ho voluto dare uno sguardo ai testi delle prove, per vedere se potevo in qualche modo paragonarli a quelli che affrontai io quando sostenni il mio concorso ordinario a cattedre nel 1983/84, anni lontanissimi quanto le guerre Puniche. Mi è capitato di trovare su un sito web il testo della prova di latino delle classi 51A e 52A, le stesse in cui io mi abilitai e vinsi la cattedra in quel concorso antidiluviano che ricordavo sopra. Alla lettura sono sbigottito letteralmente, non credevo ai miei occhi: tutta la prova, cui è affidata la grave responsabilità di decidere se un candidato è degno o meno di insegnare nei nostri Licei, si riduceva alla traduzione di cinque versi (sic!) di una Bucolica di Virgilio, quattro righe del Brutus di Cicerone e due domande di letteratura! Se penso che al mio concorso prima citato dovetti svolgere ben tre prove di otto ore ciascuna, la prima delle quali era un tema di italiano, la seconda una traduzione di due lunghissimi capitoli di Tacito con aggiunta di un commento e la terza una traduzione di 55 versi di Euripide dal greco al latino (sì al latino, non all’italiano, e senza la possibilità di usare il vocabolario italiano-latino) con annesso commento, queste prove di oggi mi sembrano non solo ridicole, ma addirittura offensive per quelle persone brave e preparate che pur esistono ancora oggi. Come se non bastasse, uno dei due quesiti di storia letteraria era inopportuno, se non addirittura errato, perché faceva riferimento alla produzione teatrale romana dell’età di Augusto, la quale, come sa chi si intende solo un poco di letteratura latina, non produsse opere di tal genere. E’ bensì vero che Augusto tentò di rilanciare i generi teatrali perché, essendo il teatro frequentato da tante persone, avrebbe in tal modo potuto contare su di un’ottima cassa di risonanza per la propaganda di regime; ma il tentativo non riuscì, e di tal fallimento abbiamo una chiara testimonianza, fornita di adeguate motivazioni, nella prima Epistola del II° libro di Orazio. Ciò che può afferire al teatro, in epoca augustea, è soltanto qualche opera isolata di valore (come la celebre tragedia Medea di Ovidio, che non ci è pervenuta) oppure manifestazioni di minor rilievo come il mimo e il pantomimo. La domanda è quindi del tutto inopportuna in una prova concorsuale; ma ciò non ci stupisce più di tanto, perché alle imprecisioni ed agli errori degli “esperti” (si fa per dire!) del Ministero siamo ormai abituati, anche alle prove dell’Esame di Stato per gli studenti dei Licei.
Sta di fatto, comunque, che una prova così congegnata vale poco o nulla, e non è assolutamente adeguata a valutare la preparazione di persone che dovranno divenire docenti di ruolo dei Licei; anzi, a detta degli stessi candidati con cui ho potuto parlare, questo concorso ha favorito gli avventurieri ed i cialtroni che in questi casi non mancano mai, e non soltanto perché quesiti come quelli proposti non sono credibili né probatori, ma anche perché – a detta di tutti – i soliti furbetti hanno potuto copiare come volevano servendosi di cellulari, I-phon e altre diavolerie del genere, senza che nessuno abbia controllato né impedito alcunché. Si afferma quindi di nuovo il sacrosanto principio per cui, nella nostra sventurata Patria, non è il merito né la cultura che vengono premiati, ma la furberia, la furfantaggine e l’ignoranza. Ed il primo ignorante in tutto ciò, quello che merita la corona di Re, è il nostro ministro Francesco Profumo, un illustre personaggio che avrebbe potuto meglio realizzarsi, forse, al ministero dell’agricoltura.

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