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I liceali e il “tormento” della traduzione

Qualche giorno fa, nella mia scuola, io ed i miei colleghi della classe di concorso 52 (Materie letterarie, latino e greco) parlavamo dei risultati deludenti che i liceali di oggi – sia quelli del biennio che quelli del triennio – ottengono nelle traduzioni dal greco e dal latino. Abbiamo convenuto sul fatto che in ogni classe, tolti quei pochi elementi particolarmente inclini a questo tipo di esercizio o dotati di notevoli capacità intuitive, la gran maggioranza degli studenti fa una gran fatica di fronte ad un brano di prosa anche semplice scritto nelle lingue classiche, affannandosi per ore sul vocabolario per produrre poi traduzioni fortemente inesatte ed a volte addirittura disastrose, senza contare la pessima forma italiana in cui vengono redatte.
La situazione descritta sopra non è un’opinione o un caso particolare di qualche scuola, ma un dato di fatto ormai accertato ovunque. Che i giovani di oggi non siano più in grado di interpretare testi latini e greci, a meno che non siano di livello elementare, è cosa nota da anni: già alcuni decenni fa, in effetti, vari studiosi si erano occupati del fenomeno, ed al riguardo ricordo un articolo scritto dall’epigrafista Luigi Moretti dell’Università di Roma, il quale suggeriva ai docenti liceali di smettere di costringere gli studenti a leggere “sbuffando e imprecando” poche centinaia di versi di una tragedia greca; meglio sarebbe stato, a suo giudizio, leggerla per intero in traduzione. Se questa era un’autorevole opinione espressa trent’anni fa, tanto più il problema di pone oggi, quando la moderna tecnologia ha messo a disposizione degli studenti strumenti capaci di accerchiare facilmente gli ostacoli. Ciò cui intendo riferirmi è l’abitudine ormai invalsa di scaricare le traduzioni di latino e greco da internet, dove esistono alcuni siti che riportano, tradotti, tutti i brani di versioni presenti nei vari libri in adozione nei licei. Considerato quindi che i nostri studenti praticamente non si esercitano più nel tradurre, e tenuto conto anche del fatto che i social network (facebook, whatsapp, ask, twitter ecc.) assorbono molto del loro tempo e contribuiscono sensibilmente alla perdita di quelle qualità intuitive e deduttive indispensabili per svolgere un’attività di ragionamento autonomo qual è quella che si richiede per interpretare i testi classici, non rimane altro che pensare a una diversa soluzione del problema. Altrimenti durante i compiti in classe continueremo a vedere i nostri studenti sbuffare e imprecare, sudando freddo, per consegnare poi una traduzione quasi sempre insoddisfacente; oppure, quando ci riescono, tenteranno di copiare la versione con cellulari nascosti durante il compito collegandosi a quei famosi siti che già utilizzano per i compiti a casa. Durante l’esame di Stato poi gli studenti o riescono a copiare con lo smartphone (visto che i presidenti di commissione non esercitano una gran sorveglianza) oppure trovano un professore compiacente, interno ma qualche volta anche esterno, che traduce la versione al posto loro. Sono parole crude, queste, ma è la realtà.
E allora, sic stantibus rebus, come si puù uscire da questo labirinto? E’ inutile, secondo me, continuare a osannare la traduzione dal greco e latino ricordando a ogni piè sospinto il suo valore formativo e considerandola come fosse l’unico obiettivo che gli studenti debbano conseguire: esistono altre conoscenze e competenze, come quelle letterarie e storico-artistiche, che resteranno nella memoria dei giovani, per la loro vita, ben più delle regole grammaticali. Ma soprattutto è assurdo far finta che tutto vada bene e illudersi che gli alunni affrontino da soli brani di Platone o di Tacito quando sappiamo tutti che non è così. E’ giunto il momento in cui qualcuno abbia il coraggio di dire che il re è nudo, e che la questione va affrontata alla radice.
E’ qui appunto che volevo arrivare. In quel dialogo con i colleghi abbiamo avanzato l’ipotesi, che non mi sembra affatto peregrina visto come vanno le cose oggi, di abolire di fatto la traduzione autonoma degli alunni, non assegnando più esercizi di questo genere. Lo studio della lingua, secondo la nostra proposta, dovrebbe continuare nel biennio e nel primo anno del triennio, affinché si conseguano quelle conoscenze che consentano agli studenti di comprendere le peculiarità formali e la dimensione artistica dei grandi testi greci e latini, ma senza che debbano tradurli da soli: l’analisi dei testi classici deve essere condotta dal docente, ed è lui che deve tradurre i passi di Omero, Virgilio, Platone, Tacito ecc. letti in classe, mentre gli studenti dovrebbero entrare nel testo e comprenderne le dinamiche in base agli elementi interpretativi loro forniti dal docente. A ciò dovrebbe aggiungersi uno studio puntuale e approfondito della storia letteraria e dei vari aspetti delle civiltà classiche.
A beneficio dei conservatori, che a leggere queste righe s’indigneranno come non mai nel vedere insidiato il fortino isolato degli studi classici circondato da un fossato di pregiudizi, dentro il quale essi si gongolano in un sogno romantico che è però sempre più lontano dalla vita reale e dalla mentalità dei giovani di oggi, confermo che la proposta prima avanzata non eliminerebbe affatto lo studio linguistico, ma lo riserverebbe ad un’analisi guidata dei testi classici, i cui elementi formali (lingua, stile, ordito retorico ecc.) e sostanziali verrebbero comunque compresi dagli studenti sulla base delle loro conoscenze e con un’opportuna guida del docente. Ciò che chiediamo di abolire è la traduzione autonoma delle cosiddette “versioni”, un esercizio che comunque, lo si voglia o no, non fa più quasi nessuno già adesso. Si tratterebbe quindi del riconoscimento di uno stato di fatto che non è possibile mutare, perché non si può impedire ai ragazzi di scaricare le versioni da internet, né si può pretendere che riescano lodevolmente in un’attività, quella della traduzione dalle lingue antiche, che è ormai diventato un lavoro da esperti filologi e non più realizzabile da ragazzi che non solo non studiano più latino alla scuola media, ma che spesso arrivano ai Licei senza conoscere neanche la sintassi ed il lessico della lingua italiana.
C’è un solo grosso ostacolo alla realizzazione di questo progetto: la seconda prova scritta dell’esame di Stato, che ancor oggi, a distanza di quasi un secolo dalla riforma Gentile, è rimasta tale e quale ad allora, costituita cioè da un brano da tradurre senza che gli studenti abbiano la possibilità di mutare o di scegliere alcunché. Questo è appunto il tasto che bisogna battere e che da anni il prof. Maurizio Bettini dell’Università di Siena, tanti altri studiosi e modestamente anche il sottoscritto tentano di premere: la necessità cioè di cambiare questa prassi antiquata della versione unica, considerato anche che negli altri Licei questa prova è stata adattata ai tempi presenti, mentre al Classico siamo rimasti all’epoca di Gentile. So anch’io che la traduzione sarebbe un buon banco di prova per saggiare le capacità intuitive e deduttive dei nostri giovani; ma dato che di fatto essa è diventata un ostacolo insormontabile, è inutile voler insistere a battere la testa nel muro e a fingere ipocritamente di ignorare quella che è la realtà, cioè che gli studenti non traducono più, “si arrangiano” alll’esame copiando, e se non lo fanno vanno incontro ad un colossale fallimento. Quando finalmente il Ministero capirà che “il re è nudo” e si confronterà con la realtà di fatto delle nostre scuole, forse avremo la possibilità, con una prova diversa e non più fondata sulla sola traduzione, di ottenere risultati dignitosi e capaci anche di ridurre quel timore reverenziale che deriva proprio dalla difficoltà rappresentata dalle lingue classiche, un timore che allontana moltissimi giovani dal frequentare il Liceo Classico.

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Compiti copiati e siti canaglia

Benché io riceva solitamente pochi commenti al mio blog, ogni tanto me ne arriva qualcuno inviato da genitori preoccupati o anche da studenti in cui si sottolinea la gravità del fenomeno delle copiature a scuola con il cellulare, sia nei compiti in classe che in occasione degli esami; in certi licei, direi soprattutto Classici perché è qui che vengono copiate le versioni di latino e di greco, questa grave forma di illegalità e di malcostume è arrivata a un livello tale da rendere praticamente inutile lo svolgimento dei compiti in classe, i cui risultati vengono totalmente falsati. Certi studenti dotati di coscienza e buona volontà che, a detta loro, non hanno mai copiato, mi scrivono indignati perché vedono i loro compagni copiare e ottenere voti pari o superiori ai loro; una collega, invece, mi scrisse una volta chiedendomi come comportarsi in un caso che le era capitato, quello cioè di un alunno che fotografava il compito con il cellulare, lo spediva ad un’insegnante esterna che lo svolgeva e poi glielo rimandava con lo stesso sistema. Mi chiedeva se poteva denunciare quella persona, ma io le risposi, con il mio consueto scetticismo, che la cosa mi pareva poco fattibile, sia perché bisognerebbe dimostrare, in primis, che le cose sono andate veramente come lei diceva, ed in secundis che questo fatto costituisca un reato vero e proprio. Ed è proprio da qui che prendo le mosse per dire che non esiste una legislazione al riguardo che blocchi questo squallido fenomeno delle copiature, e le norme esistenti sono tutte contro i docenti che vogliano far rispettare l’onestà e la legalità: non solo non possiamo perquisire gli studenti per controllare se hanno un cellulare nascosto, ma non possiamo neppure classificare con un brutto voto una prova anche palesemente copiata, perché lo studente potrebbe sostenere di averla fatta da solo ed in caso di ricorso al TAR vincerebbe di sicuro. Occorre sorprenderlo sul fatto, ma questo è sempre più difficile perché non si possono sorvegliare contemporaneamente 25 ragazzi (specie quelli delle ultime file), i quali possono nascondere il cellulare in qualunque posto, persino dentro il vocabolario, in tasca, nell’astuccio o altrove.
Ma perché questa comportamento subdolo e squallido degli studenti è possibile? Perché riescono quasi sempre a trovare su internet la soluzione dei quesiti, in particolare la traduzione delle versioni di latino e di greco: basta digitare il titolo della versione o le prime parole del testo ed ecco che, in pochi secondi, compare la traduzione ed il gioco è fatto. Su questo stesso blog, più di due anni fa (gennaio 2014, v. l’Archivio nella colonna di destra), ho cercato di fornire ai colleghi possibili antidoti per arginare il fenomeno in un post intitolato “Vademecum anti copiature per prof. di latino e greco”; ma ogni accorgimento è insufficiente, soprattutto per coloro che si accordano con dei lestofanti fuori scuola ai quali inviare il testo della versione per tradurla. La soluzione, comunque, non spetterebbe a noi ma al Ministero dell’istruzione, il quale, pur informato del problema, non ha mai fatto nulla per risolverlo, se non generici divieti all’uso del cellulare che lasciano comunque il tempo che trovano. E allora cosa possiamo fare? Tirare avanti così significa togliere ogni validità ai compiti in classe ed alla seconda prova dell’esame di Stato; tanto varrebbe allora abolire completamente le traduzioni dalle lingue classiche ed effettuare compiti in classe ed esami su altre competenze. L’unica cosa che il Ministero dovrebbe fare è fornire a tutte le scuole delle apparecchiature in grado di schermare l’aula dove si svolge il compito ed impedire quindi ai cellulari di collegarsi a internet (i famosi jammer, mi pare si chiamino così); ma pare che l’uso di questi apparecchi sia proibito, e comunque il Ministero si guarda bene dall’autorizzarlo. Ho saputo di una professoressa del nord Italia che l’ha acquistato a spese sue e lo usa in classe, e bisogna dire che questa collega è molto meritoria e coraggiosa, perché rischia una denuncia solo per aver fatto rispettare la legalità. Paradossi italiani!
La colpa di questo malcostume, tuttavia, non è soltanto degli studenti; anzi, in parte almeno vanno compresi, perché tradurre dal latino e dal greco per i ragazzi di oggi è sempre più difficile e, si sa, in questi frangenti la tentazione di trovare scorciatoie è forte. Chi non è da scusare affatto sono invece i detentori dei siti-canaglia (così li chiamo io) che mettono a disposizione gli esercizi e le versioni tradotte. Il più frequentato di essi, http://www.skuolasprint.it, si vanta addirittura di aver messo a disposizione degli studenti liceali migliaia di versioni di latino e greco tradotte, ed altri siti non sono da meno. Ma c’è di più: in alcuni siti, come http://www.skuola.net, http://www.studenti.it, http://www.scuolazoo.it ed altri si trova persino un prontuario di consigli agli studenti per copiare durante i test, i compiti e le interrogazioni. In questi prontuari vengono elencati sia i metodi tradizionali da sempre in uso nella scuola (il passaggio di bigliettini, le minifotocopie, le sbirciate sul compito del compagno, formule scritte sul banco o sul muro, e via dicendo) sia quelli nuovi e tecnologici basati sullo smartphone o l’iphone o come si chiama.
Personalmente ritengo che questi siti andrebbero immediatamente oscurati ed i loro responsabili messi in galera per diversi anni, e ciò non per il danno materiale che provocano (che è ben limitato dal fatto che gli studenti già conoscono per lo più queste tecniche) ma per la gravità del loro comportamento sul piano morale e civico. Istigare uno studente a copiare o fornirgliene i mezzi significa incitarlo a compiere un atto disonesto e illegale, formare in lui la convinzione che per avere successo nella vita non sia necessario impegnarsi onestamente e far valere il frutto delle proprie capacità, ma sia invece opportuno farsi furbi e “fregare” il prossimo. Chi autorizza i ragazzi a ingannare i loro professori o i loro genitori li corrompe moralmente ed è paragonabile a chi fornisce loro armi o droghe; e questo perché la disonestà e l’illegalità, una volta apprese, non si dimenticano e restano impresse nella personalità del futuro cittadino. Chi copia a scuola, chi è contento perché ha “fregato” il professore, un domani vorrà “fregare” il suo prossimo e lo Stato, e diventerà un corrotto o un corruttore, un truffatore di anziani, o nel migliore dei casi un evasore fiscale. Noi docenti dovremmo insegnare ai nostri ragazzi ad essere onesti ed a vivere nel rispetto della legge e dei buoni costumi; ma come possiamo realizzare questo obiettivo quando c’è chi rema in senso contrario, abituando gli adolescenti ad essere disonesti ed a considerare il professore come un nemico da combattere anziché come una persona più grande e matura che cerca di condurti meglio possibile sulla buona strada? E credo che non poca responsabilità in questi fenomeni ce l’abbiano anche i politici, che lasciano soli noi docenti a combattere le nostre battaglie e parlano di scuola a vanvera, senza conoscere affatto i problemi che ogni giorno vi si affrontano. Comincino intanto col far oscurare questi siti canaglia che avvelenano il rapporto tra alunni e docenti e apertamente caldeggiano comportamenti squallidi e disonesti; otterrebbero molto di più, con un provvedimento simile, di quanto non ottengano con le loro insulse circolari sul rispetto della legalità, che pochi leggono e che nessuno osserva.

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Gli studenti e la traduzione dalle lingue classiche

Questa mattina, mentre i miei studenti si stavano cimentando con il compito di greco, io li osservavo affannarsi tra il dizionario ed il foglio protocollo, e mi chiedevo se ancora oggi, nel 2015, valga la pena di sottoporre gli alunni a questo tipo di esercizio, che per loro diventa sempre più difficile e gravoso. Lo provano i risultati deludenti di ogni prova di traduzione dal latino e dal greco, in cui, tranne tre o quattro alunni per classe, tutti gli altri falliscono più o meno miseramente; e se alcuni, pur compiendo diversi errori, mostrano comunque di aver compreso il significato generale del brano che è stato loro assegnato, altri non riescono neppure a rendersi conto di che cosa stavano leggendo e tentando di tradurre. Intendiamoci, la traduzione dalle lingue classiche non è mai stata facile, neanche cinquant’anni fa; ma allora si iniziava a studiare latino alla scuola media, veniva effettuato in quella scuola (ma anche alle elementari) uno studio approfondito e sistematico della lingua italiana, gli strumenti di diffusione della cultura erano soltanto i libri e quindi la lettura era il mezzo essenziale con cui ci si approcciava ai testi. Oggi tutto questo non esiste più: alla scuola primaria lo studio linguistico si è fortemente ridotto fin quasi a scomparire soppiantato da una serie di progetti e attività che nulla hanno a che vedere con le strutture della lingua italiana, e soprattutto si è diffusa la cosiddetta “civiltà dell’immagine” che, mediante la tv, i computers, i cellulari ecc. presenta al bambino ed al ragazzo una serie di informazioni già pronte e immutabili. Ne deriva che il ragionamento autonomo, l’intuito, la capacità di operare scelte concettuali, cioè proprio le qualità che occorrono per tradurre bene dal latino e dal greco, si sono talmente ridotte da atrofizzarsi, proprio come avverrebbe se una persona, ad esempio, si legasse un braccio al collo per vent’anni: una volta sciolto, quel braccio non potrebbe più essere utilizzato. Si è creata perciò nelle scuole dove ancora le lingue classiche vengono studiate (licei classico e scientifico soprattutto) una situazione di grave imbarazzo per docenti e studenti, i quali, se svolgono onestamente il loro lavoro, sono costretti a rimediare con l’orale (specie con lo studio della storia letteraria) un risultato degli scritti che non soddisfa mai. Ma molti alunni, a nord come a sud, si sono attrezzati per risolvere il problema copiando i compiti da internet con il cellulare, mentre i docenti sempre più “tirano a campare” fingendo che il problema non esista e persino, in qualche caso, lasciando copiare i propri studenti o aiutandoli sconciamente all’esame di Stato. Il problema è macroscopico e diffuso ovunque: proprio oggi, tanto per fare un esempio, ho ricevuto un commento al mio blog di una signora, madre di un alunno di un liceo classico, la quale denuncia che nella scuola del proprio figlio tutti copiano i compiti da internet, ed i prof. fanno finta di non accorgersene. Questa, a casa mia, si chiama ipocrisia e squallido opportunismo. E i politici non sono da meno: qualche anno fa il sig. Profumo, ministro dell’istruzione dello sciagurato governo Monti, fu interpellato proprio su come risolvere la questione dei cellulari usati durante i compiti e gli esami. Rispose di non avere la mentalità dei servizi segreti, il che equivale a dire che lui si chiamava fuori da ogni possibile intervento.

Ma allora come si può uscire da questo ginepraio, da questa ipocrisia che inficia le nostre scuole ed il rapporto stesso tra alunni e docenti? Anzitutto occorre partire dalla constatazione – dolorosa ma veritiera – che i ragazzi di oggi, per i motivi detti prima, non sono più in grado di tradurre decentemente dal latino e dal greco, e che questa nobile attività è ormai diventata un lavoro da esperti filologi, non da comuni studenti. Se i nostri politici, che pur danno mostra di voler riformare la scuola ad ogni piè sospinto, si rendessero conto di questo, potrebbero risolvere loro il problema, e a costo zero. In che modo? Cambiando finalmente la seconda prova scritta d’esame del liceo classico, la quale, nonostante tutte le promesse e i discorsi avveniristici dei vari ministri che si sono succeduti, è rimasta ancora come 90 anni fa, ai tempi di Gentile: una versione unica e insindacabile dal latino o dal greco, che oltretutto a volte è molto difficile, come ad esempio quella di tre anni fa, un brano di Aristotele praticamente incomprensibile per i ragazzi, che mise in difficoltà perfino i docenti liceali e universitari. Assegnare brani del genere agli studenti di oggi è pura follia, che può spiegarsi solo in due modi: o con l’incompetenza assoluta di chi sceglie questi brani da tradurre o con la malcelata volontà di distruggere il Liceo Classico a vantaggio di altre scuole. Con questo sospetto io mi pongo una questione: perché la seconda prova di altri licei (vedi lo scientifico) è stata più volte modificata mentre quella del classico resta sempre la classica traduzione che la maggior parte dei nostri alunni non è in grado di svolgere se non copiando con il cellulare o con l’aiuto di professori compiacenti? Si dice da ogni parte che la scuola deve adeguarsi alla realtà attuale. Benissimo. Allora cominciamo a sostituire la vecchia “versione” con qualcosa di diverso, tipo un’analisi linguistica e storico-letteraria di un testo già tradotto, una serie di quesiti di letteratura o altro che dir si voglia. Da parte mia, consapevole del problema, ho già scritto più volte al Ministero per attirarvi l’attenzione di chi di dovere, ma non ho mai ricevuto risposte adeguate. Se da parte ministeriale si aprissero finalmente gli occhi alla realtà e si modificasse la seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico, noi docenti continueremmo certamente lo studio delle lingue classiche, ma per applicarlo sostanzialmente all’analisi dei testi degli autori ed alla conoscenza di questo importante aspetto del mondo antico, ma non saremmo più costretti a imporre sistematicamente queste traduzioni dall’esito spesso disastroso fingendo di non vedere la realtà, cioè che gli alunni non sono in grado di svolgerle e che, di conseguenza, tentano di trovare il modo di aggirare l’ostacolo. Del resto io ho sempre sostenuto, molto prima che si diffondesse la moda delle copiature con i cellulari, che la traduzione dal latino e dal greco, pur essendo un esercizio utile, non può essere considerata l’unica forma di accertamento delle conoscenze degli studenti nei riguardi di queste discipline: esistono in esse altri aspetti, come gli argomenti di storia letteraria ed i valori umani espressi dagli scrittori antichi, che resteranno certamente più a lungo nel bagaglio culturale degli studenti una volta usciti dal liceo rispetto alle competenze linguistiche. Ma di ciò i più fingono di non avvedersi e continuano a nascondere la testa sotto la sabbia e ad avallare comportamenti che sono invece da censurare e che limitano fortemente la valenza educativa e formativa della nostra scuola.

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Vademecum anti-copiature per prof. di latino (e greco)

E’ cosa ben nota che in tutte le scuole gli alunni, quando hanno potuto, hanno sempre cercato scorciatoie per arrivare ad avere buoni voti, e una di queste – la più comune – è quella di tentare di copiare durante i compiti in classe e gli esami. Fino ad alcuni anni fa le tecniche copiatorie, benché svariatissime, erano quasi tutte conosciute dai docenti e combattute con un certo successo: tra di esse ricordo lo scambio di foglietti durante il compito, le minifotocopie da portare a scuola e tirare fuori al momento opportuno, le sbirciate sul compito del vicino di banco, i sussurri a mezza voce quando il docente è distratto e altri ancora. Questi metodi arcaici non sono stati abbandonati del tutto, ma presentano (purtroppo per gli studenti) degli inconvenienti, nel senso che un professore accorto, che ovviamente è stato a scuola molto prima dei suoi allievi, riesce spesso a scoprirli e neutralizzarli; perciò, con l’avvento della tecnologia, si è diffuso oggi un metodo di copiatura molto più efficace: quello di connettersi ad internet col cellulare durante il compito, entrare in un sito dove alcuni furfanti hanno collocato la traduzione di tutti (o quasi) gli autori latini e greci e trovare il brano proposto. Il sistema è facile e di quasi sicuro effetto, perché basta digitare qualche parola del testo per averlo subito tradotto, e a volte anche a costo zero. Un cellulare di quelli moderni, piccolo e di bassissimo spessore, può essere nascosto ovunque, anche dentro un vocabolario, per cui molto spesso l’ignaro docente, pur sorvegliando la classe, non si accorge di nulla. Va da sé che noi non siamo autorizzati a perquisire gli studenti, e la legge non ci dà nessun aiuto: i ministri dell’istruzione (v. l’ing. Profumo, in carica con il governo Monti) non si interessano del problema e lasciano la patata bollente ai docenti, ai dirigenti ed ai presidenti di commissione d’esame, i quali devono decidere sul momento senza alcuna protezione legale. L’unico provvedimento adottato in tal senso è quello, esagerato e fuori della realtà, che commina l’esclusione da tutte le prove, e quindi la perdita dell’anno scolastico, per lo studente sorpreso ad usare il cellulare durante l’esame di Stato; però, data la gravità della norma, in pratica nessun presidente di commissione se la sente di applicarla alla lettera, anche perché in caso di ricorso al TAR la famiglia dell’alunno ha molte probabilità di vittoria, e così si preferisce sorvolare, fare finta di non avere visto, con la solita logica del “tiramo a campà” tipicamente italiana. Ma anche nei normali compiti in classe noi docenti siamo esposti a ricorsi e quindi a doverci ritirare con la coda tra le gambe, perché per prendere un provvedimento nei confronti di un alunno disonesto non basta avere le prove che quel compito è copiato, cosa di cui un bravo professore si accorge subito appena ne legge le prime parole: occorre sorprendere sul fatto l’alunno mentre copia (cosa quasi impossibile), altrimenti egli può sostenere di averlo svolto da solo (magari perché va a lezione privata) e averla vinta in caso di contenzioso.
E allora cosa ci resta da fare per evitare il malcostume delle copiature? A tal proposito io dico che mi sono sempre impegnato, con tutti i mezzi, per impedire il verificarsi del fenomeno, e non perché mi interessi in particolare il voto che quello studente avrà nel compito, ma perché la scuola è ormai l’unica istituzione dove si insegnano ai futuri cittadini i veri valori della vita civile, dove il messaggio che deve passare non è quello di farsi furbi e trovare le scorciatoie aggirando gli ostacoli, perché così non si educa e non si fa crescere nessuno; dobbiamo invece inculcare nei nostri alunni il senso dell’onestà, della correttezza, della fiducia nelle proprie capacità, valori che saranno fondamentali nella loro vita futura e dei quali ci ringrazieranno. Se poi la società procede in senso opposto, ragione di più per combattere con tutte le forze la disonestà e la corruzione dilaganti. Solo così si può ricostruire una società che abbia qualche speranza di un futuro migliore.
Visto che non abbiamo altri mezzi e la legge non ci soccorre, cerchiamo almeno di contrastare quanto più possibile questo vero flagello della nostra scuola, a cui nessuno o quasi ha rivolto finora la dovuta attenzione. Nella mia esperienza di pluridecennale docenza di materie soggette alle copiature, mi sento di dare ai colleghi qualche consiglio, senza alcuna pretesa, così tanto per fare quattro chiacchiere. Mi riferisco ai compiti ed esami di latino e greco, dove gli alunni debbono tradurre in italiano un testo in lingua classica; di altre discipline, purtroppo, non mi intendo abbastanza.
Punto primo. Non prendere mai il brano da tradurre da un testo di versioni in uso nella scuola. I lestofanti che gestiscono questi siti maledetti offrono la traduzione in serie di tutte le versioni presenti in ciascun testo, nell’ordine numerico del libro originario e con gli stessi titoli: quindi, se un docente prende un brano da un libro X che alla pag. 151 porta la versione “Tradimento di Alcibiade”, ad esempio, al ragazzo basterà digitare il titolo e la pagina e troverà subito la traduzione. Occorre invece prendere il testo da internet, sui siti specifici (ad es. per il latino, http://www.thelatinlibrary.com), fare il copia-incolla su un file word e apporre al brano un titolo di nostra invenzione.
Punto secondo. Non lasciare il testo nella forma esatta con cui l’avete trovato, ma cambiare alcune costruzioni, l’ordine delle parole, togliere e aggiungere qualcosa di vostra iniziativa, al testo stesso; ciò per evitare che gli studenti, digitando le prime due o tre parole dell’inizio del brano o di un periodo trovino immediatamente la traduzione (ad es. invece di “Cognita militum voluntate Caesar Ariminum cum ea legione proficiscitur” si può scrivere “Ariminum cum ea legione proficiscitur Caesar de voluntate militum certior factus” o simili). Ciò disorienta il copiatore, rendendo la sua ricerca molto più difficile.
Punto terzo. Fare sempre consegnare i cellulari agli studenti prima del compito, ponendoli sulla cattedra. E’ vero che possono fare il giochetto di consegnarne uno e tenerne un altro addosso, ma la richiesta del docente di depositare TUTTI i cellulari ha comunque un effetto deterrente, perché l’alunno sa che, se scoperto, avrà in più l’aggravante di aver compiuto un doppio inganno e di essere quindi passibile di un provvedimento più pesante. A volte anche l’aspetto psicologico ha il suo peso. Attenzione anche alla qualità dei cellulari consegnati: se sono vecchi, solo telefoni e non smartphones (che adesso hanno quasi tutti), c’è il fondato sospetto che il furbetto di turno abbia un altro apparecchio nascosto.
Punto quarto. Le scuole dovrebbero munirsi di apposite apparecchiature in grado di rilevare la presenza di cellulari accesi in un determinato ambiente. Prodotti del genere esistono, ma costano una certa cifra, ed è quindi il consiglio di Istituto che deve assumersi l’onere dell’acquisto, non può farlo il singolo docente. Tuttavia, dato che il fenomeno ha ormai raggiunto proporzioni allarmanti e in certe scuole intollerabili, sarebbe il caso che gli organi collegiali deliberassero in tal senso, magari rinunciando a comprare ulteriori computer o mezzi multimediali costosi e pressoché inutili come le famose LIM, che servono solo ad arricchire le aziende produttrici. Esistono anche i cosiddetti disturbatori di frequenze, che impediscono proprio ai cellulari di connettersi a internet, ma il loro uso è vietato, e francamente non ne vedo il motivo; ma qui dovrebbe intervenire direttamente il legislatore, cioè il Ministero ed il Parlamento, cosa che – visto il disinteresse finora mostrato al problema – dubito fortemente che accada.

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Cosa c’è di nuovo nella scuola?

La nomina del nuovo ministro, la prof.ssa Maria Chiara Carrozza, mi ha lasciato quasi del tutto indifferente, anche perché finora non ho mai avuto l’onore di conoscerla; sono venuto a sapere che era la direttrice della prestigiosa Scuola S.Anna di Pisa e che appartiene al Partito Democratico, ma non mi è noto alcun suo contributo per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria. Può anche darsi che ne abbia piena conoscenza, ma la cosa, almeno fin qui, non mi risulta; ed il fatto che provenga dal mondo universitario non è una garanzia che sia un buon Ministro dell’istruzione, come dimostra chiaramente l’operato del suo predecessore. I signori del Governo dovrebbero sapere, d’altro canto, che Scuola e Università non sono la stessa cosa, ma hanno invece esigenze e problematiche del tutto diverse, e che l’esser vissuti in un ambiente non vuol dire automaticamente adattarsi anche all’altro, anzi spesso è il contrario. Tuttavia, nonostante i legittimi dubbi, non voglio e non posso esprimere giudizi prima di aver visto all’opera il nuovo Ministro.

Alcune avvisaglie ci sono però, e non mi sembrano positive. In un’intervista rilasciata qualche tempo fa, la prof. Carrozza ha riesumato una vecchia idea della sinistra italiana dimostratasi del tutto fallace, quella del biennio unitario alle superiori. Si tratta di un grossolano errore, un “revival” dell’egalitarismo sessantottino, perché è assurdo far fare lo stesso percorso a ragazzi che frequenteranno un liceo Classico o Scientifico ed a quelli destinati agli istituti professionali. Il mio pensiero è del tutto opposto, nel senso che a me parrebbe opportuno differenziare anche la scuola primaria (com’era ai miei tempi!), introducendo fin dalle medie materie opzionali a seconda del percorso futuro che compirà ogni studente. Ma so che questo non è proponibile, e quindi mi taccio.

Un’altra cosa che mi lascia deluso è la circolare del ministro sugli esami di Stato, in cui si raccomanda di nuovo a presidenti e commissari di sorvegliare affinché gli studenti non copino con il cellulare, escludendoli da tutte le prove se sorpresi ad utilizzare tali apparecchiature. Queste disposizioni c’erano già prima, ed hanno ormai compiutamente dimostrato la loro totale inefficacia, perché gli studenti non sono sciocchi e sanno bene come fare: consegnano un cellulare, magari vecchio e inservibile, e tengono addosso quello nuovo, supertecnologico, con cui si collegano a internet e copiano quanto vogliono. Non possiamo perquisire i ragazzi, né sorvegliarli ininterrottamente per sei ore, questo lo sanno tutti. Tanto eccessiva quanto inefficace, inoltre, è la prescrizione di escludere l’alunno trovato col cellulare da tutte le prove, facendolo quindi bocciare e ripetere l’anno: un provvedimento del genere, proprio perché troppo severo, non viene adottato da nessun presidente di commissione, il quale, anche nel caso di studente colto sul fatto, preferisce far finta di non vedere e lasciar correre, perché non se la sente di rovinare la carriera di una persona per così poco, ed anche perché l’immancabile ricorso al TAR finirebbe per dar ragione al ragazzo e quindi costringere la commissione a riunirsi nuovamente e rifare l’esame. Una minaccia del genere è troppo grave per indurre un presidente ad una misura simile; sarebbe stato molto più assennato, a mio giudizio, prevedere l’esclusione dello studente soltanto dalla prova in cui ha copiato (assegnandogli la valutazione minima, cioè un quindicesimo), ma lasciandogli ugualmente la possibilità di superare l’esame, ovviamente con un voto basso. Ma la vera soluzione del problema, come ho detto altrove, sarebbe quella di dotare le scuole di apparecchiature elettroniche (i cosiddetti disturbatori di frequenze) che impediscono ai cellulari, in un certo raggio, di collegarsi a internet e di comunicare con l’esterno in qualsiasi modo. La cattiva tecnologia si combatte con altrettanta tecnologia, c’è poco da fare. E quanto ai provvedimenti sanzionatori, mi pare chiaro che, come dimostrano le gride manzoniane, val più una norma moderata ma rispettata rispetto ad una severissima ma di fatto mai applicata. Possibile che la storia non abbia insegnato niente ai nostri politici?

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La mala tecnologia, ovvero “Come ti copio la versione”

Ritorno qui su un argomento già trattato in precedenza, che adesso ritrovo anche in un post del “Gruppo di Firenze”: la triste abitudine, ormai molto diffusa, di copiare con il cellulare i compiti in classe e quelli d’esame, in particolare le versioni di latino ed anche, sebbene in minor misura, quelle di greco. Il giochetto è semplice: gli studenti hanno tutti cellulari, smartphone, Iphone o come altro si chiamano, in grado di collegarsi ad internet. Così, una volta ricevuto dal prof. il testo da tradurre, si collegano a certi siti dove veri e propri criminali, nemici giurati della cultura e dell’onestà, mettono a disposizione la traduzione di tutti gli autori classici normalmente letti e studiati a scuola; basta inserire le prime parole della versione e compare sul display la traduzione già fatta, versando un minimo contributo o addirittura gratis.
Il danno fatto da questi manigoldi informatici è gravissimo, e non tanto perché si ingannano i professori (i quali, a dir la verità, non sono poi così tanto danneggiati, visto che non sono loro a dover ricevere una formazione ma gli alunni), quanto perché si trasmette ai giovani l’idea deleteria che per riuscire nella vita non occorre sforzarsi e far valere i propri meriti individuali, bensì farsi furbi e percorrere scorciatoie comode per arrivare alla meta. Così il giovane cercherà anche nella vita lavorativa di essere disonesto, di rubare, di ingannare il prossimo a suo vantaggio, e questo a me, che per tutta la vita ho cercato di inserire nei giovani il concetto di dovere, di impegno personale e di onestà, pare degno della galera a vita.
Ma come si può rimediare a questo sconcio? Io personalmente adotto un metodo che funziona: prendo i testi d’autore, li trasferisco in un file word e poi li modifico sensibilmente cambiando le costruzioni sintattiche, il lessico, l’ordine delle parole ecc., di modo che la versione da tradurre non è più quella che gli studenti possono trovare su internet. Per adesso questo mi è sembrato il partito migliore, benché non tutti i colleghi siano del mio stesso parere.
Il problema più grave si verifica però all’esame di Stato, dove la traduzione della versione proposta dal Ministero è già on line pochi minuti dopo la dettatura, e così i furbetti hanno buon gioco: invitati a consegnare i cellulari dalla commissione, ne depositano uno (magari una vecchia carretta) e ne tengono addosso un altro più moderno e sofisticato. Noi docenti, ovviamente, non possiamo perquisire gli studenti, né controllarli durante la prova, perché questi aggeggi hanno dimensioni così ridotte da poter essere nascosti ovunque, persino dentro le pagine del vocabolario. E allora cosa si può fare? Ho spedito poco fa una mail all’ispettore del MIUR Luciano Favini, dove ho suggerito una valida soluzione, anche se dubito molto del fatto ch’egli vorrà adottarla, se pur leggerà la mia lettera e mi darà risposta. Ciò che propongo è semplice: evitare di assegnare sempre e soltanto la traduzione di latino o di greco nella seconda prova scritta del Liceo Classico. Esistono altre forme di accertamento delle competenze linguistiche e letterarie degli studenti, che oltretutto nella loro vita non dovranno fare i traduttori professionisti dal latino o dal greco; si possono assegnare brani già tradotti da analizzare testualmente o con un commento storico-letterario, proporre analisi del testo come già si fa con la prova d’italiano; magari lasciare una piccola parte di testo da tradurre ma fondare la prova su esercizi di altro tipo. Al Liceo Scientifico è stata modificata da anni la seconda prova scritta: perché non lo si può fare anche al Classico, senza proporre sempre la solita vecchia “versione”? Del resto è evidente a tutti coloro che insegnano latino e greco al triennio del Classico, che i ragazzi di oggi, per vari motivi che non sto ad elencare, non sanno più tradurre in modo accettabile brani anche semplici in lingua, a parte ovviamente alcune lodevoli eccezioni. La traduzione, specie di brani molto difficili come quello di Aristotele proposto lo scorso anno, è ormai divenuta un lavoro da esperti, non da studenti liceali. E’ ora di cambiare questa prova d’esame, fermo restando l’esercizio linguistico da svolgere durante i cinque anni di Liceo, che conserva inalterata tutta la sua validità formativa; ma fondare l’esame di Stato soltanto sulla traduzione mi pare oggi, oltre che eccessivo, pressoché inutile (visto che i ragazzi copiano). Una diversa tipologia come quella da me suggerita non si troverebbe su internet e i ragazzi potrebbero semmai trovarvi qualche spunto, ma non copiare di sana pianta, perché ogni elaborato dovrebbe essere diverso dall’altro.

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