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Il problema del precariato

Da tanti, tantissimi anni esiste nella scuola il problema della condizione degli insegnanti precari, coloro cioè che vengono chiamati da apposite graduatorie a ricoprire cattedre vacanti o a svolgere supplenze di varia durata ma che poi, nonostante il servizio svolto ed i titoli posseduti, non hanno alcuna certezza del posto di lavoro. Si tratta di persone con alle spalle anni di servizio, spesso anche con la necessità di mantenere una famiglia, ma che non sanno se l’anno successivo ritroveranno il loro posto, visto che la scuola è da anni oggetto di “tagli” indiscriminati e risparmi che vanno a incidere, oltre che sul problema dei precari, anche sulla qualità dell’insegnamento: classi sempre più numerose, cattedre ricondotte tutte al massimo contrattuale di ore settimanali, riduzione vistosa dei fondi assegnati alle scuole e via dicendo.
Il problema è grave, da tutti i punti di vista. Anch’io, sebbene in tempi migliori di questi, sono stato precario e so cosa significhi non conoscere il proprio futuro lavorativo, avere addosso il terrore che qualcuno da fuori provincia chieda un trasferimento proprio sulla cattedra che tu stai occupando, oppure che diminuisca il numero delle classi della scuola e quindi che il tuo posto svanisca come fumo nell’aria. Diciamo che io ho avuto fortuna perché ai tempi miei eravamo pochissimi ad essere laureati in lettere antiche, il Liceo Classico (come altre scuole) era in espansione e quindi in sostanza ho sempre lavorato, fin dalla laurea, per l’intero anno scolastico con supplenze annuali, cosa che oggi è diventata molto rara; ma anch’io ho vissuto la condizione di incertezza che oggi tanti insegnanti precari vivono, il senso di vederti crollare tutto addosso, di non avere più terra sotto i piedi. Comprendo quindi le proteste dei colleghi precari, che spesso sono tali non per colpa loro, ma perché lo Stato non ha più organizzato concorsi per la stabilizzazione dei posti di lavoro, continua cioè a utilizzarli senza dare loro alcuna certezza né alcuna prospettiva concreta.
Tutto ciò è indubitabile, e tuttavia ci sono un paio di cose che ho ancora da dire in proposito. La prima è che il precariato nella scuola non è un evento eccezionale, ma connaturato all’essenza stessa di questo servizio: mentre in altri settori, se manca un titolare, si può chiudere uno sportello oppure distribuire le mansioni di quella persona tra i vari colleghi (che spesso sono anche più del necessario), nella scuola non si può. Se manca un docente va sostituito, se un posto è vacante va necessariamente ricoperto, non si possono abbandonare le classi a se stesse e lasciarle senza insegnamento di questa o quell’altra materia. Ciò significa che il precariato, nella fattispecie, esisterà sempre, non lo si può eliminare del tutto perché è un elemento strutturale dell’organizzazione scolastica; non è quindi accettabile, proprio per questo motivo, che chi ha avuto una supplenza di qualche mese o di un anno possa pretendere con ciò di essere immesso in ruolo, perché fin dall’inizio sapeva che quel posto era provvisorio e che ciò corrispondeva ad un’esigenza temporanea, non poteva avere carattere di stabilità. Diverso è però il caso di chi è precario da dieci o quindici anni, che ha svolto un servizio pari o talvolta anche superiore a quello dei colleghi di ruolo; a costoro andrebbe riservato un canale preferenziale per la stabilizzazione del posto, previo però un serio accertamento delle conoscenze e capacità didattiche.
E qui arrivo al secondo concetto che volevo esprimere. Tra gli insegnanti precari, come tra quelli di ruolo, ce ne sono alcuni bravissimi, che sarebbero stati in grado di superare e di vincere un concorso ordinario (se fosse stato indetto) ed altri invece che hanno magari esperienza, ma che lasciano a desiderare dal punto di vista della preparazione e delle attitudini didattiche. Ciò perché lo Stato si è servito di loro quando ne aveva bisogno, ma non li ha mai sottoposti ad un accertamento serio e completo del loro spessore culturale; e questo è avvenuto, purtroppo, anche in occasione degli ultimi concorsi ordinari banditi dal disastroso ministro Profumo (del governo Monti, il che è tutto dire!), in cui, tanto per restare nell’ambito delle mie discipline, la prova di latino era costituita da 5 righe di Cesare (sic!) da tradurre più due domandine sciocche di storia letteraria. In questo modo non si accerta nulla e si apre la strada a insegnanti impreparati che, non solo durante gli anni di precariato, ma anche quando prima o poi verranno stabilizzati, continueranno a rovinare classi ed intere generazioni di studenti.
L’unico modo per evitare tutto ciò è, a mio avviso, l’indizione di concorsi ordinari seri ed impegnativi da organizzare ogni due o tre anni, dove emerga davvero la preparazione culturale dei candidati ed anche la loro attitudine all’insegnamento. Dalla risultante graduatoria dovrebbero essere scelti coloro che, evitando il precariato, vadano ad occupare stabilmente i posti vacanti, e questo dovrebbe essere l’unico ed il solo metodo di reclutamento dei docenti. Per coloro che sono precari da anni andrebbero previsti punteggi speciali derivati dagli anni di servizio, ma per essere immessi in ruolo dovrebbero comunque anch’essi superare il concorso ordinario, perché non si può pretendere di occupare un posto nella scuola in maniera definitiva senza prima aver dimostrato di avere la cultura necessaria per meritarlo. Per le supplenze temporanee, invece, si potrebbero assumere docenti (abilitati o no) da altre graduatorie, che però non permettano mai l’accesso al ruolo, riservato unicamente ai concorsi.
Ora qualcuno mi dirà che esistono vincitori di concorso, magari con risultati brillanti, che però non sanno rapportarsi agli studenti attuali perché vivono nel loro mondo incantato degli studi specialistici senza avere contatto effettivo con la realtà, o per altre ragioni. Ammetto che ciò è vero, ma continuo a ritenere che il concorso ordinario – finché non ne verrà trovato uno migliore – sia a tutt’oggi il metodo più efficace per decidere chi debba andare a ricoprire un posto di docenza nella scuola, dalla quale dipende un dato importantissimo, cioè la formazione dei futuri cittadini. Di ciò io sono femamente convinto, anche perché ancora orgoglioso, dopo 30 anni, di essere un vincitore di concorso ordinario della classe 52 (latino e greco), dove ho dovuto sostenere prove micidiali, tra cui la traduzione di oltre 50 versi di Euripide dal greco al latino senza vocabolario, altro che Profumo! Per quanto attiene agli aspetti “pratici” dell’insegnamento, inoltre, nulla impedisce che tra le prove concorsuali ne vengano comprese anche alcune di didattica effettiva, di correzione di elaborati, di lezioni multimediali, ecc.; ma tutto ciò, pur importante, è sempre subordinato alla preparazione culturale nelle discipline che si intendono insegnare, perché se manca quella tutto il resto è aria fritta.

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Le bugie elettorali

Non credo di sbagliare di molto dicendo che i cittadini onesti, in questi giorni di campagna elettorale, non ne possono più delle assurde promesse dei politici, i quali, pur di rastrellare voti e mantenere le poltrone, fanno a gara a chi le spara più grosse e a rendersi sempre più ridicoli. E’ vero che il sistema democratico, che concede il diritto di voto a tutti e quindi anche agli sciocchi e agli sprovveduti, favorisce questo modo di agire; ma a tutto c’è un limite, un minimo di dignità e di decenza dovrebbe suggerire a questi clown televisivi che oltre un certo limite di sfrontatezza e di disonestà non si può andare.
Questo presupposto vale per tutti, senza distinzione tra destra, sinistra e centro: tutti agiscono spudoratamente per il proprio interesse e presuppongono, evidentemente, che i cittadini siano una massa di idioti e che non comprendano il loro gioco. Ma fra tutti c’è un personaggio ancor più repellente degli altri, a mio giudizio, ed è il signor Mario Monti, per nostra somma sciagura ancora oggi capo del governo. Questo individuo, che non oso definire diversamente, ha governato un anno portando alla rovina il Paese e i cittadini, imponendo tasse ingiuste e oppressive che hanno addirittura, in qualche caso, portato al suicidio alcune persone (specie imprenditori), tragedie che questo signore porta ancora sulla coscienza. L’infame tassazione sulla casa (l’IMU) ha portato alla disperazione le categorie più deboli di cittadini come lavoratori dipendenti, pensionati ecc. i quali, dopo aver risparmiato e faticato una vita per comperare una casa, si sono trovati un’imposizione fiscale che in nulla differisce da una vera e propria rapina; così molte persone sono entrate nella povertà vera e propria, si sono trovate costrette ad acquistare persino la carne avariata per risparmiare, o addirittura a frequentare le mense dei poveri.
Sorvoliamo poi sugli altri provvedimenti di questo governo di “tecnici”, che si sono rivelati perfetti incompetenti senza alcuna conoscenza del Paese vero, quello delle persone che si arrabattano tutti i giorni per mettere insieme il pranzo con la cena. Dall’alto della loro privilegiata condizione di banchieri o docenti universitari pressoché nullafacenti, si sono prodotti in una serie di show da cabaret, con una sciatteria ed una goffaggine senza precedenti. C’è da chiedersi a cosa servano i tecnici ed i professoroni della Bocconi quando le decisioni prese da questo governo o sono criminali (come la riforma Fornero e la creazione del problema degli esodati, vera miccia da guerra civile) o del tutto irrazionali come quelle di Profumo. Sarebbero bastati studenti di ragioneria o ragazzini della scuola media per adottare provvedimenti molto più intelligenti ed efficaci di quelli del governo Monti.
Quello che farebbe ridere se non fosse altamente tragico è il fatto che Mario Monti, dopo aver soffocato l’Italia con una serie di manovre e di tasse vessatorie, oggi, in campagna elettorale, viene a dire agli italiani che intende abbassare quelle stesse tasse che ha messo lui, appena qualche mese fa. Come può pensare che i cittadini siano tanto idioti da credere alle sue disgustose menzogne, quelle di una persona del tutto incoerente che ha tradito e rinnegato tutto ciò che aveva detto quando si insediò a Palazzo Chigi? Se i suoi atti di governo fossero di dieci anni fa, allora sarebbe comprensibile ch’egli oggi parli di cambiamento o di riduzione delle tasse; ma a distanza di appena qualche mese dai suoi provvedimenti ingiusti e vessatori, come può ora avere il coraggio e il pudore di venirci a dire che sbagliano gli altri e che lui migliorerà la vita dei cittadini dopo averli strangolati?
Ogni anno, ogni mese, ogni giorno che passa la situazione peggiora di continuo, i politici sono sempre più ipocriti e disonesti, tanto da farci rimpiangere i vecchi partiti della prima repubblica, che avevano certamente le loro pecche ma che erano molto più credibili e affidabili delle accozzaglie elettorali di oggi.
Di fronte a questo squallido spettacolo l’impulso naturale del cittadino onesto sarebbe quello di non andare a votare, come certamente molti faranno; e tuttavia neppure questo è giusto, perché con le leggi attuali se anche vota il 10 per cento degli aventi diritto, quel dieci per cento decide anche per gli altri. Quindi dovremo partecipare, pur annichiliti dal disgusto e dal ribrezzo. Ciò che mi auguro è che il signor Mario Monti non abbia seguito e che sparisca presto dalla scena politica e istituzionale. Se avesse un po’ di dignità umana lo farebbe da solo, senza aspettare di esserne cacciato.

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Bilancio fallimentare di un ministero (e di un governo)

Ho letto che il signor Francesco Profumo, per somma sciagura ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca del governo Monti, è candidato alle prossime elezioni. Forse spera che i potenziali elettori non lo conoscano o non sappiano nulla del suo operato, altrimenti non credo che avrebbe il coraggio di candidarsi. La sua permanenza a Viale Trastevere è stata la più disastrosa e micidiale dell’ultimo cinquantennio almeno, tanto che molti di noi, che avevano detto peste e corna del ministro Gelmini, hanno dovuto ammettere che al peggio non c’è mai limite. Basti ricordare qualcuna delle gloriose imprese del nostro eroe. A chi gli chiedeva se non fosse opportuno cercare di fermare, proprio con quella tecnologia ch’egli tanto ama, il desolante fenomeno delle copiature all’esame per mezzo dei cellulari, egli rispose di non avere la mentalità dei servizi segreti, il che, tradotto in linguaggio pratico, equivale a dire. “Copiate pure, ragazzi, fate fessi i vostri professori, che il ministro è con voi.” Poi, quando fu emanata dalla combriccola montiana la sciagurata legge di stabilità, il buon Profumo ebbe la bella pensata di proporre l’aumento di un terzo dell’orario didattico dei docenti (da 18 a 24 ore senza nessun corrispettivo economico), mostrando così la propria convinzione secondo la quale egli stava amministrando una banda di fannulloni. Si dice che sia stato rettore universitario, e quindi di fannulloni se ne intende, visto che i docenti universitari lavorano tre ore alla settimana e prendono uno stipendio che è il doppio o il triplo del nostro; ma evidentemente non sapeva che le 18 ore settimanali di noi poveri e ignoranti docenti della scuola sono soltanto la metà o anche meno del tempo effettivamente da noi dedicato al nostro lavoro. Un ministro che non conosce questo inoppugnabile dato è paragonabile ad un arbitro di calcio che non sappia che il pallone è sferico. Poi, ancor più di recente, ne ha combinate altre che non mette conto di riferire perché altrimenti il post diventa troppo lungo. Una però va ricordata, perché degna di lui e della banda di cui ha fatto e fa ancora parte: le iscrizioni on line. Orbene, questa bella trovata getterà nel caos tutta la scuola italiana, non soltanto perché la dimestichezza con il computer ed internet non l’ha ordinata il dottore e quindi moltissime famiglie si troveranno in seria difficoltà, ma anche perché le scuole incaricate di assistere i genitori non avranno né il tempo né la disponibilità del personale per sostituirsi ad essi (specie nei grandi poli scolastici), con la conseguenza che arriveranno dati imprecisi, incompleti, e sarà necessario rifare tutto da capo. Io personalmente non sono affatto contrario alla tecnologia informatica, che anzi considero una preziosa risorsa dell’uomo moderno, ma ad una condizione: che sia veramente utile. Ora spieghi il sig. Profumo qual è l’utilità delle iscrizioni on line, a parte il risparmiare qualche foglio di carta. La verità è che l’ossessione informatica di questo signore seve a lui e al governo Monti per ragioni elettorali, per dare il fumo negli occhi ai cittadini vantando una presunta modernizzazione della scuola, quando in realtà di veramente utile egli non ha fatto assolutamente nulla, anzi, la scuola è più vecchia di prima, anche perché i docenti sono sempre più delusi e amareggiati. Aveva proprio ragione, secondo me, quel mensile satirico livornese che qualche tempo fa diceva della scuola: “Altro che Profumo! Qui c’è un puzzo di stantìo che si more!”
Del resto c’è ben poco da aspettarsi da un governo il cui capo, dopo aver asserito per anni di non essere interessato a far politica, oggi, con la coerenza di una banderuola, fa esattamente il contrario. Anzi, fa di peggio, perché prende per idioti i cittadini italiani millantando di voler diminuire o eliminare quei provvedimenti iniqui e quel gravame di tasse ch’egli stesso ha imposto a questo sciagurato Paese. Dopo aver messo alla fame tante famiglie con l’IMU e quant’altro per compiacere le banche e la signora Merkel, ora promette mari e Monti, e fa perfino l’occhiolino alla sinistra, anche quella estrema di chi vuol mandare i ricchi all’inferno. E ha imparato subito, con un corso accelerato, le furbizie dei politici, come quella di dare la colpa ai governi precedenti di quello di cui egli porta l’intero peso sulla coscienza, ammesso che ne abbia una.

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Proteste chiare e idee confuse

Ieri c’è stata a Roma una grande manifestazione studentesca a cui hanno partecipato anche i docenti, soprattutto quelli della CGIL e dei cosiddetti “Cobas”, evento che per fortuna non ha visto il sorgere delle solite scene di violenza che spesso purtroppo accadono. In questo misero blog, che ben pochi persone stanno leggendo (una media di 5 o 6 al giorno, una vera miseria), anch’io mi sento in diritto di esprimere la mia opinione in proposito. Ho sempre guardato con sospetto e diffidenza le manifestazioni di piazza, che spesso vengono strumentalizzate dai soliti teppisti e che in genere lasciano il tempo che trovano; queste di adesso, tuttavia, mi sembrano più giustificate di quelle degli anni passati, perché in effetti c’è un attacco alla scuola e a chi ci lavora che non ha precedenti in tutta la storia della Repubblica italiana. Il governo dei tecnici e dei banchieri, a causa dell’arida mentalità aziendalistica che si ritrovano, e per la necessità di sottoporsi servilmente ai diktat del mercato e ai poteri forti della finanza internazionale, considera l’istruzione come un qualcosa di inutile, di improduttivo, una fonte di spesa da tagliare e comprimere il più possibile. Dopo la proposta idiota delle 24 ore ai docenti, adesso è spuntato il taglio al fondo di istituto, e altre cose si preparano che andranno a danno di tutti i docenti, in primis dei precari che non vedono nulla di concreto nel loro futuro. Le scuole non hanno più nemmeno le penne e la carta igienica; si continua però a investire sconsideratamente in apparecchiature elettroniche (le LIM ad esempio, o lavagne multimediali) che hanno prezzi altissimi e non servono a nulla, o quasi. Anzi, servono a rimpinguare le casse delle aziende che le producono, con le quali il Ministero dell’Istruzione sembra avere un particolare feeling… e qui mi fermo, ne parlerò meglio in un prossimo post.

Quindi le proteste di questi giorni, da quando è stata emanata quell’abominevole condanna alla fame che è la cosiddetta “legge di stabilità”, sono giustificate; anzi, direi che lo sono più da parte dei docenti che degli studenti, perché l’attacco governativo è soprattutto contro chi insegna, chi si impegna ben oltre le 18 ore che gli stupidi ignoranti ci attribuiscono quasi che fosse il nostro unico impegno settimanale. Gli stipendi sono bloccati da anni, il che equivale a dire che sono stati decurtati nella fattispecie, perché nel frattempo il costo delle vita è molto aumentato. L’imposizione di tasse capestro come l’IMU ha fatto il resto. Gli studenti sono anch’essi danneggiati, è vero, ma non molto di più di quanto era avvenuto negli anni precedenti: le prospettive di adesso, purtroppo poco allettanti per i giovani, sono più o meno quelle di tre o quattro anni fa, mentre per noi docenti la situazione si è molto aggravata, da tutti i punti di vista.

Eppure, nonostante che le proteste siano comprensibili, mi pare che le idee di certi studenti (e forse anche di certi professori di certi sindacati) non siano ben chiare, sia perché le risposte di alcuni intervistati che abbiamo sentito alla TV sono state piuttosto generiche, sia perché sono comparsi slogan e striscioni del tutto anacronistici e privi di senso. Ne cito solo uno, che diceva: “Stop alla scuola di classe”, una frase che francamente mi ha lasciato allibito. Ma come si fa oggi, nel 2012, a sostenere un’affermazione del genere? Dov’è oggi la scuola di classe? Io non la vedo affatto, constato invece che non da anni ma da decenni la scuola è aperta e tutti, senza alcuna distinzione sociale e senza discriminazioni di sorta, se si escludono singoli casi rari o rarissimi. Quando mai oggi noi chiudiamo la porta ad un alunno perché figlio di operai o di braccianti agricoli, tanto per fare un esempio? Io stesso, che pure ho studiato negli anni ’70, non ho avuto alcun problema a inserirmi a scuola ed a essere valutato oggettivamente come i figli dei medici, dei notai o dei magistrati, io che venivo da una famiglia di semplici artigiani con poca cultura e ancor meno potere sociale. Esporre adesso uno slogan del genere significa non vedere la realtà, significa essere rimasti prigionieri di ideologie vecchie e ritrite, ormai sconfitte dalla storia e presenti soltanto nella mente di pochi irriducibili nostalgici. Parlare di scuola di classe oggi è come parlare di giacobini e di carbonari, si tratta di anacronismi incomprensibili, forse dettati ai giovani studenti da qualche genitore o nonno di lontana origine sessantottina, che ricorda i bei tempi della giovinezza e tenta pateticamente di rinnovarli in un mondo del tutto cambiato. Le ragioni della protesta ci sono, ma sono altre! Lasciamo perdere i fantasmi del passato, che oltretutto era un brutto passato, erano anni di violenza e di estremismo che non vogliamo più rivivere. E’ bene che i giovani si interessino alla società in cui vivono e quindi alla politica, ma non in questo modo: oggi i problemi sono altri, le ragioni della protesta sono altre, è l’ora di dimenticare un passato pseudorivoluzionario che altro non ha fatto che distruggere quel poco che di buono c’era prima nella scuola, per sostituirlo con assurdità e buffonate come il 6 politico o il “vietato vietare”. Questi bei princìpi sono quelli che ci hanno portati allo sfascio attuale, di cui si lamentano in primis, curiosamente, proprio coloro che in quegli anni si riempivano la bocca con quegli slogan. Stiano attenti, gli studenti di oggi, a non fare la stessa fine.

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