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Strane “amicizie” tra docenti e studenti

Già più volte su questo blog ho avuto occasione di parlare dei rapporti tra docenti e studenti, esponendo un punto di vista che ai più sarà certamente sembrato antiquato e tipico di un modello di scuola che non esiste più: che cioè il rispetto dei ruoli deve essere sempre mantenuto, e che perciò il professore debba sempre tenere una certa distanza dai suoi allievi. Ciò non significa essere arcigno o eccessivamente severo, ché non gioverebbe a nulla; significa invece essere cordiale e affabile con gli studenti ma non dare mai loro troppa confidenza, perché da un atteggiamento troppo amichevole potrebbero derivare conseguenze funeste, come la mancanza di rispetto che prima o poi si verificherebbe da parte di alcuni studenti, oppure, peggio ancora, il sorgere di voci poco edificanti nei confronti del docente. E’ accaduto purtroppo che queste dicerie, più o meno fondate, siano sorte spesso, specie quando qualche professore ha incontrato i suoi alunni fuori di scuola, magari per andare in pizzeria insieme o per altro simile motivo. Per evitare tutto ciò io non ho mai concesso alcuna confidenza ed ho sempre avuto con i miei studenti un rapporto cordiale ma piuttosto distaccato e comunque limitato ad argomenti scolastici, senza indagare sulla loro vita privata e senza partecipare a cene o altre occasioni di incontro fuori dell’ambiente scolastico. Forse ho esagerato con questa rigida distinzione di ruoli, ma alcune notizie sentite in questi ultimi tempi sembrano invece confermare l’oculatezza delle scelte da me effettuate a questo riguardo.
Ho letto qualche giorno fa che, in sede di trattative sulla parte normativa del contratto di lavoro dei docenti che aspetta da tanto tempo di essere promulgato, è stato proposto il ricorso a sanzioni disciplinari per quei docenti che intrattengono con i loro studenti relazioni di amicizia su Facebook, che chattano con loro servendosi di Whatsapp o che comunque comunicano con loro mediante i social. Se la notizia è fondata, allora significa che a livello governativo ci si sta accorgendo che l’eccessiva familiarità tra professori e alunni è inopportuna e dannosa per la didattica e l’apprendimento, in quanto in tal modo il docente abbandona il suo ruolo di educatore e si abbassa a livello di “amico”, ricopre cioè un ruolo diverso da quello che dovrebbe avere ed al quale per legge è preposto. Ciò incide negativamente sul processo apprenditivo, perché lo studente concepirà come paritario e non gerarchico il suo rapporto con il professore, il quale perderà quell’autorevolezza che è necessaria affinché si formi nel giovane il senso del dovere e quindi dell’applicazione allo studio. Io personalmente sono da sempre stato convinto di ciò e per questo, pur essendo da tempo su Facebook, non mi sono mai sognato di proporre o accettare l’amicizia con qualcuno dei miei studenti; l’ho fatto, semmai, con gli ex studenti, quelli che da almeno tre anni hanno terminato gli studi liceali. Inoltre non uso whatsapp, né alcun programma di chat e non ritengo giusto neanche comunicare agli studenti il proprio numero di cellulare. Però anche qui non bisogna generalizzare, perché esistono anche eccezioni alla regola suesposta: ci sono professori, infatti, che in buona fede usano Facebook o altri social con gli studenti per motivi didattici, magari per inviare documenti, assegnare esercizi ecc. Perciò è difficile parlare di sanzioni per una pratica che è divenuta ormai così diffusa da non poter essere interpretata sempre in un unico senso, ed inoltre mi pare difficile anche sul piano legale prendere provvedimenti di questo tipo: se infatti l’uso dei social avviene fuori dell’orario scolastico, non so se un Dirigente o altra autorità abbia il potere di sanzionare dei liberi cittadini che compiono atti non vietati da nessuna legge. A mio parere anche qui, come in ogni circostanza, è il buon senso che dovrebbe prevalere: ogni docente, in altri termini, dovrebbe comprendere che non è opportuno dare troppa confidenza ai propri alunni, perché rischia di perdere la propria autorevolezza ed il rispetto altrui, e quindi di essere diseducativo. Se qualcuno non lo capisce e continua a fare l'”amicone” rischiando di rendersi ridicolo, peggio per lui: sarà l’esperienza a fargli capire il suo errore, molto più di sanzioni e punizioni che hanno poco senso.
Un’altra notizia ha scosso in questi giorni l’opinione pubblica, quella di due docenti uomini accusati di molestie sessuali nei confronti di alcune loro alunne. Si tratta di un fatto gravissimo, che distrugge per intero la reputazione del professore e della scuola in cui presta servizio. Nei casi ricordati la notizia era purtroppo vera, come gli stessi interessati hanno ammesso, e quindi saranno loro a subire le conseguenze delle loro azioni. In altri casi, però, l’accusa di molestie si è rivelata completamente infondata, ma la sola esistenza di dicerie al riguardo ha potuto danneggiare gravemente la buona fama di alcuni docenti, a volte persino puniti per accuse del tutto false e ridicole. Qualche anno fa ho saputo di un professore sospeso da un dirigente perché alcune ragazze lo avevano accusato di guardare loro il seno durante le interrogazioni. Ora io mi chiedo, intanto, se quelle ragazze si fossero vestite in modo conveniente o meno e poi, in secondo luogo, dove avrebbe dovuto volgere lo sguardo quel poveretto mentre le interrogava. Avrebbe forse dovuto mettersi una mano davanti agli occhi in modo da vedere solo il viso delle alunne senza che lo sguardo scendesse più in basso? Oppure avrebbe dovuto interrogarle guardando il muro o fuori della finestra? L’accusa, in quel caso, era grottesca e ridicola, eppure portò a una sanzione. Ma anche senza arrivare a tanto, ho spesso constatato che diversi docenti uomini si sono portati dietro dicerie e voci su un loro eventuale “interesse”, diciamo così, per delle studentesse, voci che si sono rivelate totalmente infondate ma che hanno comunque danneggiato l’immagine di una persona innocente ed in buona fede. E’ questa una situazione a cui noi insegnanti di sesso maschile dobbiamo stare molto attenti, per non dar adito a chiacchiere e maldicenze che prendono campo subito e si ingigantiscono in brevissimo tempo. Anche questa è stata una ragione per la quale, nella mia lunga carriera, ho sempre tenuto a debita distanza gli studenti e soprattutto le studentesse, perché io alla mia reputazione ci tengo quasi quanto ci tenevano gli eroi omerici, che preferivano perdere la vita anziché la loro buona fama. Le notizie di cronaca recente mi hanno dato ragione e confermano che la mia scelta è stata opportuna, perché il buon nome di una persona assomiglia a un edificio di grandi dimensioni: per costruirlo ci vogliono anni, per distruggerlo basta una scossa di terremoto di pochi secondi.

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A chi interessa la serietà degli studi?

Si è concluso da pochi giorni il periodo dedicato alle iscrizioni scolastiche per il prossimo anno 2016/17, ed è tempo di fare un primo bilancio della situazione, anche se qualche lieve cambiamento potrà avvenire di qui a luglio. Per quanto riguarda la mia scuola, che comprende vari corsi liceali, continua purtroppo il trend negativo già evidenziatosi negli anni passati: continua il calo del liceo classico, che ormai viene scelto solo da pochissimi eroi votati a questo tipo di sacrificio, ma anche il nostro liceo scientifico ha subito una durissima battuta d’arresto, con un calo di oltre il 40 per cento rispetto agli iscritti dello scorso anno. Non ho ancora i dati degli altri corsi del nostro istituto (linguistico e delle scienze umane), per cui mi limiterò a riferirmi ai primi due indirizzi sopra menzionati.
C’è da dire anzitutto che nel nostro bacino d’utenza si è verificato, proprio negli anni 2002 e seguenti, un certo calo delle nascite, ed è certamente questo uno dei motivi della nostra débacle. Facendo però una ricerca presso le scuole medie del territorio ci siamo resi conto che questa marcata flessione non si spiega soltanto con ragioni demografiche; è invece risultato chiaro che molti alunni che quest’anno si iscrivevano alla scuola superiore, specie quelle dei Comuni confinanti con altre province o altri distretti scolastici, hanno preferito istituti diversi dal nostro, magari anche molto più distanti e che non offrivano certo di più dal punto di vista didattico, logistico o tecnologico.
E’ quindi lecito chiedersi il perché di queste scelte, che ci penalizzano come scuola e ci addolorano individualmente per l’impegno che ciascuno di noi dedica al proprio lavoro. In tempi di vacche magre, purtroppo, c’è il rischio che cominci una guerra di tutti contro tutti, nella quale ciascuno accusa la propria scuola, i colleghi, il dirigente o altro che sia di essere responsabile del fallimento; si arriva cioè, quasi sempre, ad un rimpallo di responsabilità e ad una serie di proposte spesso inattuabili ed assurde che si sentono in sala insegnanti e nelle riunioni collegiali. C’è chi dice che bisogna fare tutto con il computer e i tablet, come se questi aggeggi fossero una manna del cielo e potessero sostituirsi alle capacità ed all’impegno degli studenti; chi sostiene di inserire nuovi corsi di studio o materie nuove come specchietto per le allodole; chi addirittura, in modo ancor più banale e semplicistico, propone di alzare i voti a tutti e non bocciare più nessuno, e altre perle di questo tipo.
Riflettendo sui nostri magri risultati in fatto di iscrizioni, io non ho potuto fare a meno di collegare il fenomeno della migrazione di studenti del nostro territorio verso altri lidi ad un evento accaduto qualche mese fa. Il centro di studi chiamato “Eduscopio”, che fa capo alla fondazione Agnelli di Torino (sito web: http://www.eduscopio.it) si è assunto il compito di monitorare, in tutta Italia, il livello qualitativo di ogni istituto di istruzione superiore facendo riferimento ai risultati ottenuti dagli studenti nei primi due anni di studi universitari. Ebbene, dall’indagine effettuata in questo stesso anno scolastico, risulta che i Licei della nostra città sono i primi per qualità dell’insegnamento e per livello di preparazione degli studenti non solo nel distretto di appartenenza, ma anche nella nostra provincia ed in quelle limitrofe. La notizia, quando è stata resa nota, ci ha gratificati e resi orgogliosi del nostro lavoro, che a quanto pare dà risultati brillanti e ci qualifica come scuola di eccellenza. Il dato di Eduscopio è stato pubblicizzato anche sui giornali locali come un vanto della nostra istituzione scolastica.
In realtà però, proprio nell’anno in cui ci è stato dato questo importante riconoscimento, abbiamo avuto il più marcato calo di iscrizioni. Da questo dato quindi, senza bisogno di ricorrere a sofismi e sillogismi, si può trarre la seguente conclusione: che la qualità degli studi non interessa più quasi a nessuno, anzi è un deterrente per chi deve iscriversi ad una scuola, per gli studenti ed i loro genitori. Certamente una scuola di eccellenza è una scuola che pretende impegno e serietà dagli alunni, come in effetti accade nei nostri licei; non c’è quindi da stupirsi se in una società dove predomina l’ignoranza e la superficialità, dove i giovani sono sempre più svogliati e imbambolati da Facebook e da Whatsapp, dove i genitori non si preoccupano più della preparazione dei loro figli ma mirano soltanto al voto e al “pezzo di carta”, siano ben pochi coloro che accettano di fare dei sacrifici per la cultura, la quale, com’è noto, “non si mangia” (come un raffinato politico ebbe a dire) ed è ritenuta inutile per aver successo in società e per fare quattrini in abbondanza. Oggi la serietà degli studi non è più un elemento positivo gradito a studenti e famiglie, ma un incomodo fastidio che costringe magari a rinunciare a qualche vacanza o qualche uscita con gli amici; i genitori, poi, non vogliono certamente che i loro figli stiano troppo tempo sui libri, ché si rovinano la salute. E per cosa poi? Per studiare latino, greco, matematica o scienze? E a che servono questi inutili residuati di un vecchio mondo? Tanto c’è Wikipedia, nel caso in cui a qualcuno, una volta nella vita, venisse qualche dubbio. Oggi per far soldi e successo ci vuole ben altro, e di questo ci accorgiamo ogni volta che accendiamo la televisione e osserviamo la la società intorno a noi; quindi la scuola deve essere leggera, facile, con voti alti distribuiti a pioggia senza che ad essi corrisponda nessuna reale preparazione. Così gli studenti, atterriti dalla prospettiva di dover aprire un libro, migrano verso scuole dalla fama più attraente della nostra, scuole dove si studia poco e si hanno grandi risultati in termini di valutazioni, e dove i docenti sono tutti amiconi dei ragazzi e passano come loro il tempo su facebook e su whatsapp. E poi ci meravigliamo dell’analfabetismo di ritorno e della barbarie in cui siamo caduti? Se Attila e Odoacre tornassero oggi in vita, sarebbero certamente dei raffinati intellettuali.

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I social network e la scuola

Personalmente non sono mai stato contrario, di principio, alle nuove tecnologie: posso dire anzi di essere stato affascinato, ormai da molti anni, dallo straordinario mondo di internet, che in effetti ha rivoluzionato il nostro modo di apprendere, di comunicare (vedi l’importanza della posta elettronica), di svolgere studi e ricerche. Basti pensare che, quando ho scritto la mia storia della letteratura latina (dal titolo “Scientia Litterarum”, pubblicata a Napoli nel 2009 da Loffredo), ho scaricato da internet centinaia di pagine di testi latini e di traduzioni da collocare nell’antologia, e tutto in pochi minuti. Quanto tempo sarebbe occorso, e soprattutto quanti errori di battitura avrei compiuto, se avessi dovuto scrivere tutto a mano?
Però gli antichi Romani, che sciocchi non erano, dicevano: “ubi commoda, ibi et incommoda”, il che significa che dove ci sono dei vantaggi, lì ci sono anche inconvenienti. Il detto può applicarsi benissimo alla moderna rivoluzione della rete: accanto a indubbi aspetti positivi ve ne sono tanti altri negativi, che tutti sanno e che non è il caso qui di elencare. Ne rammento solo uno perché connesso con il mondo della scuola e molto influente su di esso: l’uso indiscriminato che i giovani di oggi fanno dei cosiddetti social network, cioè Facebook, Twitter, Ask, WhatsApp e altri ancora. Questi programmi consentono di mandarsi messaggi, scambiarsi foto, video e quant’altro in forma più o meno privata, poiché chi si intende un po’ di internet può anche entrarvi e scoprirne i contenuti, come ho già detto in un altro post dove condannavo la sciocca abitudine di certi studenti di sparlare della scuola e dei docenti credendo di restare nell’anonimato. Comunque, oltre a questo aspetto già di per sé negativo perché potrebbe portare persino a cause penali, ve ne sono altri ancor più deleteri dovuti soprattutto al fatto che i nostri alunni non fanno soltanto uso di questi strumenti, ma ne fanno abuso, nel senso che vi passano ore ed ore trascurando così sia lo studio sia tutte le altre occupazioni più utili e proficue cui dovrebbero dedicarsi. Il danno che ne riceve la loro preparazione scolastica è pesante, perché è chiaro che chi passa il pomeriggio su Facebook o su Twitter non ha più tempo di studiare, con le conseguenze prevedibili dal punto di vista dell’andamento didattico.
Il guaio più grave connesso a questi nuovi passatempi, tuttavia, non è neanche questo, perché si potrebbe obiettare che anche ai nostri tempi, quando Facebook e compagnia non esistevano, c’erano pur sempre gli svogliati e i fannulloni che, invece di studiare, se ne andavano a giocare a pallone, a carte o a chissà cos’altro. L’aspetto più deleterio è che le comunicazioni che avvengono mediante i social network sono basate sul nulla, nel senso che gli studenti, anziché affrontare in rete qualche argomento di rilievo (non dico scolastico, per carità, ma anche di attualità, di politica, di sport o di altro), sprecano il loro tempo a scambiarsi complimenti o insulti di bassissima lega, a farsi domande stupide e ridicole su Ask (che in inglese significa appunto “domandare”) come ad esempio “cos’hai nel frigorifero?” o “con chi usciresti?”, “cosa hai mangiato oggi?” ed altre molto più volgari che qui per decenza non posso riferire. In questa maniera la mente umana, già gravemente danneggiata dalla televisione, dalla musica rocchettara, da internet stesso e dagli altri mezzi di informazione attuali che forniscono messaggi già confezionati e non richiedono il ragionamento intuitivo e deduttivo autonomo, si atrofizza del tutto, come un braccio legato al corpo che non si muova più per lunghi anni. Non solo: i messaggi scambiati sui social network, per la loro stessa natura momentanea e del tutto inconsistente, vengono immediatamente dimenticati, tanto che se si chiedesse ad uno studente cosa ha scritto il giorno prima su Facebook non si ricorderebbe più nulla. Questa comunicazione “usa e getta” tipica della società attuale, dove tutto appare in forma visiva, scorre via sullo schermo e non viene mai sedimentato nella mente, si trasferisce poi anche sui contenuti delle discipline scolastiche, tanto che un alunno che ha risposto decentemente in una interrogazione svolta un determinato giorno non ricorda più nulla o quasi di quei contenuti se gli vengono chiesti nuovamente appena una settimana dopo. E’ questo il problema più grave che mi trovo ad affrontare io nella mia esperienza quotidiana di docente di Liceo: gli alunni non sono affatto più sciocchi di quanto eravamo noi negli anni ’70, sono anzi più perspicaci e ricettivi; ma con la stessa rapidità con cui imparano tendono poi a dimenticare in poco tempo tutto ciò che hanno appreso. E non credo affatto, come sostiene qualcuno, che questo dipenda da una cattiva organizzazione dello studio o al disinteresse per le materie scolastiche, perché mi accorgo che anche gli alunni volenterosi e motivati dimenticano allo stesso modo. La responsabilità di questo disastro vero e proprio, a mio avviso, è dei nuovi strumenti comunicativi tipici della società moderna, che non richiedono alcun ragionamento né riflessione critica, ma solo ricezione passiva di informazioni che si succedono con straordinaria rapidità e che la mente, proprio per questo, non riesce a immagazzinare e sedimentare. Il messaggio televisivo o informatico arriva in un momento e velocemente passa, subito sostituito dal successivo; diverso è invece il caso del libro di carta, nella lettura del quale ci si può fermare a riflettere ed eventualmente rileggere ciò che non si è compreso fino a farlo restare immobile nella nostra mente. Ecco il motivo per cui noi adulti (per non dire quasi anziani) che abbiamo vissuto la nostra giovinezza quando questi strumenti ancora non esistevano, e che ci basavamo soltanto sui libri, imparavamo molte meno cose ma le ricordavamo per sempre: io stesso, per fare un esempio personale, rammento ancora ciò che ho studiato alle elementari, con la mia eccezionale maestra di allora, oltre mezzo secolo fa. Per lo stesso motivo non dobbiamo stupirci se gli alunni che arrivano ai licei non sanno più le tabelline: non è che non abbiano le capacità di impararle, è che sono abituati da sempre a fare 7 X 6 con la calcolatrice, invece che con la loro mente.
Questa situazione già pesante è oggi ulteriormente aggravata da quei formidabili strumenti imbonitori e produttori di ignoranza che sono i social network, i quali danneggiano irreparabilmente i nostri studenti, senza che i genitori si rendano conto del pericolo. E poi si verifica che quando vengono a parlare con i professori, essi affermino ingenuamente che i loro figli passano il pomeriggio nelle loro camere a studiare, e che non ne comprendano quindi gli esiti scolastici piuttosto deludenti. Provino a controllare più da vicino i ragazzi, a calcolare quanto tempo passano sui libri e quanto su facebook o su twitter! Quando avranno compiuto questa ricerca, forse potranno dirimere i loro dubbi.

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