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Le prime due prove dell’esame di Stato 2016

Chiariamo anzitutto che l’esame sostenuto in questi giorni dai nostri studenti non si chiama più “di maturità”, ma che dalla nascita della nuova formula nel 1999 la denominazione esatta è “esame di Stato”. Questo dovrebbero imparare quegli ignoranti dei giornalisti della TV e della carta stampata, che continuano erroneamente ad usare il termine “maturità”; ed è questo un esempio ulteriore di come chi cerca di discutere di questioni scolastiche si rivela poi al di fuori della realtà effettiva. E magari ciò riguardasse solo i giornalisti, i quali, com’è noto, hanno per contratto la presunzione di parlare di ciò che non conoscono! Questo male contagia anche, purtroppo, i funzionari ministeriali.
Parliamo delle prove d’esame assegnate ieri (italiano) e oggi (greco al Liceo Classico, al quale mi limiterò perché questa è la mia scuola e di questa mi intendo). Le tracce della prova d’italiano erano tutte fattibili e ben congegnate, occorre riconoscerlo; del resto non è mio costume parlare male di tutto e di tutti e dire sempre di no, e quindi posso ben ammettere che gli argomenti proposti erano tutti interessanti, dall’analisi del testo di un suggestivo brano di Umberto Eco relativo alla letteratura, al tema sul paesaggio, a quello sul voto alle donne di cui ricorre quest’anno il settantesimo anniversario. Se però, facendo un salto indietro nel tempo di oltre quarant’anni, avessi dovuto scegliere io la traccia da seguire, avrei preferito il saggio breve sul rapporto padre-figlio, che era tra l’altro corredato da un bellissimo passo della “Lettera al padre” di Franz Kafka, un testo che tutti i figli e tutti i genitori dovrebbero leggere. In conclusione, senza eccedere in alcun senso, posso dire di essere soddisfatto delle tracce proposte per la prima prova, che mi sono sembrate dettate da buon senso e competenza.
Ma un giudizio di tal lusinghiero tono nei confronti dei funzionari ministeriali che scelgono le prove d’esame non si conferma per la versione di greco di oggi, costituita da un lungo passo dell’orazione Sulla pace dell’oratore Isocrate (436-338 a.C.). A parte i soliti strafalcioni dei giornalisti (su “Repubblica” è stata confusa l’orazione Sulla pace del 355 a.C. con il Panegirico dello stesso Isocrate che è invece del 380 a.C.!), quello che mi è rimasto più indigesto è il giudizio di alcuni professori intervistati qua e là, i quali hanno definito “facile” e “accessibile” il brano proposto (anzi imposto!) ai ragazzi, dicendo addirittura che agli studenti di quest’anno “è andata di lusso”. Ma questa espressione, oltre ad essere brutta, non è veritiera, perché non è andata affatto “di lusso”: a parte il fatto che il brano era lungo quasi il doppio di una normale versione assegnata nei compiti in classe effettuati durante l’anno scolastico, c’è da osservare che non era affatto semplice, almeno per gli studenti di oggi, i quali, com’è noto, incontrano molte difficoltà nell’esercizio di traduzione dai testi antichi, per le svariate ragioni che ho già espresso in altri post di questo mio blog. Se questo brano fosse stato assegnato ai tempi miei, considerato che noi studiavamo latino già alle medie e giungevamo al ginnasio con una ferrea preparazione di analisi logica e del periodo, sarebbe forse andata bene, e tuttavia qualche mio compagno di allora l’avrebbe sbagliata in gran parte, ne sono sicuro; ma al giorno d’oggi, quando nella scuola di primo grado si fa ormai pochissima grammatica, lo spazio per le discipline umanistiche è stato ridotto e non c’è più il latino alle medie, quando i giovani non debbono più sforzare le loro capacità logiche perché ogni loro dubbio è subito risolto da un clic su un sito internet, questo brano di Isocrate non era per niente facile, a meno che non si parli di quell’esigua minoranza di studenti che, avendo un particolare interesse per le discipline classiche, si sono esercitati in modo particolarmente assiduo ed hanno supplito con le loro forze alle carenze della scuola nostrana. Non voglio tediare i lettori, che non sono tutti grecisti, con l’indicazione delle problematiche tecniche che erano contenute in questo brano, né ripetere un’altra volta che trovo ormai irrinunciabile e irrimandabile un profondo cambiamento della seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico. Farò questo in un prossimo articolo, in cui replicherò allle argomentazioni di certi studiosi, come la scrittrice Paola Mastrocola, che ancora considerano la traduzione come l’unico mezzo per valutare la “maturità” dei nostri studenti. Io la penso in modo diametralmente opposto, e non mancherò di evidenziarlo e di farlo sapere a chi di dovere, come ho già tentato di fare scrivendo più volte al Ministero. Ma per adesso basta così.

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Le materie d’esame, la solita routine

Ieri finalmente, in ritardo rispetto agli anni passati, il Ministro dell’istruzione ha reso note le materie che saranno oggetto della seconda prova scritta dell’esame di Stato e quelle che vengono affidate ai commissari esterni. Nessuna sorpresa, nessuna novità: ormai dal 1999, anno in cui fu istituita l’attuale formula d’esame, nulla cambia e la solita routine si ripete stancamente tutti gli anni. Al liceo scientifico il secondo scritto è sempre e comunque matematica, da un cinquantennio a questa parte; al classico invece c’è la solita staffetta tra il latino ed il greco, che si alternano puntualmente ogni anno con la precisione di un orologio svizzero. Nulla di nuovo, quindi: l’esame viene riproposto tale e quale come gli anni passati, senza che nulla venga cambiato e senza che nessuna delle contraddizioni e delle inefficienze che ci sono vengano minimamente risolte. Eppure di cose da cambiare ce ne sarebbero molte, al Ministero lo sanno ma fanno orecchie da mercante; del resto, per loro è meglio andare avanti così, con questo rito annuale che spesso si trasforma in una farsa ma che nessuno ha il coraggio di modificare.
Vediamo quali sono gli aspetti che andrebbero cambiati, o almeno quelli che tali sembrano a me, un docente con 36 anni di insegnamento effettivo e sempre, negli ultimi 25 anni, componente delle commissioni d’esame, o come presidente o come commissario interno. Con ciò non pretendo che tutti siano d’accordo con me, né che al Ministero leggano questo blog e ne traggano qualche spunto di riflessione; dico soltanto la mia opinione, che come tale è condivisibile o meno, ma che è pur sempre una testimonianza di chi vive dall’interno questo particolare momento della vita scolastica.
Primo punto: andrebbe modificato il rapporto esistente tra il punteggio attribuito al credito scolastico (cioè la media dei voti ottenuta dallo studente negli ultimi tre anni di corso) e quello delle prove d’esame, che è adesso di 25 contro 75. In questa situazione tre quarti del voto finale sono determinati dall’andamento dell’esame, sul quale possono influire, come ben sappiamo, fattori estranei alla preparazione effettiva dello studente quali l’emotività, l’umore momentaneo dei commissari e la pura e semplice fortuna: se uno studente che ha sempre avuto un andamento scolastico mediocre, tanto per fare un esempio, si vede proporre domande semplici e collegate alla sua “tesina” ha grosse probabilità di prendere un voto finale più alto di quello di un suo compagno bravo e studioso al quale però, per sua sfortuna, vengono richiesti argomenti più complessi o che, per emotività o riservatezza di carattere, appare timido e incerto. Il rapporto tra queste due componenti, a mio avviso, dovrebbe essere paritario: 50 punti all’andamento didattico degli anni precedenti e 50 alle prove d’esame; così si eviterebbe che un lavativo fortunato se ne esca con un voto più alto di uno studente modello ma troppo emotivo o poco gradito, per vari motivi, alla commissione.
Un’altra cosa da cambiare assolutamente è il sistema della sorveglianza durante le prove scritte, il cui esito è spesso falsificato dalle copiature effettuate mediante cellulare o addirittura dai suggerimenti degli stessi commissari d’esame. In proposito, ho assistito a volte a scene vergognose di commissari interni (o persino esterni!) che girano per i banchi fornendo continuamente suggerimenti ai ragazzi, e qualche volta addirittura comunicando l’intera soluzione dei quesiti. Questo malcostume non deriva tanto da motivi “umanitari” (che sarebbero assurdi in questo caso), quanto dalla volontà dei professori di fare essi stessi bella figura, giacché si presuppone che se gli alunni di una classe avranno buoni voti all’esame, ciò significhi che i docenti che li hanno preparati sono di alta qualità e professionalità. A me questo comportamento fa orrore perché ci vedo una totale mancanza di serietà e un pessimo messaggio fornito agli studenti stessi, i quali, anziché venire abituati ad esprimere le loro qualità e ad applicarsi per superare le difficoltà, vengono educati all’arte di arrangiarsi e a trovare scorciatoie illegali per ottenere i propri scopi. Con tutta probabilità gli studenti di oggi, abituati all’illegalità e alla “furbizia”, saranno i corrotti, i corruttori, i “furbetti del cartellino” e gli evasori fiscali di domani. Così l’esame diventa una misera farsa, alla quale invano il Ministero cerca ipocritamente di ovviare mediante una finta “serietà” alla quale nessuno crede, come la minaccia di escludere dall’esame chi viene trovato con un telefono cellulare: poiché la sanzione è sproporzionata, ed in caso di ricorso quasi certamente la famiglia dello studente vincerebbe, nessun presidente di commissione si azzarda ad applicarla. Meglio far finta di niente, chiudere entrambi gli occhi con la logica del “tiramo a campà” che contraddistingue ormai da secoli l’etica del nostro Paese. Ma questi atteggiamenti non si possono cambiare per legge: siamo noi docenti che dovremmo concepire diversamente la nostra professione ed educare veramente gli studenti all’onestà e alla legalità. Cosa facile a dirsi, ma pressoché impossibile a realizzarsi.
Come ho scritto in altri post, ai quali rimando, un’altra cosa da cambiare in questo esame sono le prove scritte, in particolare la seconda che è invariata da 90 anni, dai tempi di Gentile. Come docente di Liceo Classico parlo del caso della mia scuola, nella quale viene imposta ancora nel 2016 la tradizionale versione di greco o di latino, cioè la pura e semplice traduzione di un brano di prosa, spesso tutt’altro che facile. Se avessero ascoltato le testimonianze di noi docenti di latino e greco, i Soloni del Ministero saprebbero che l’esercizio di traduzione, già difficile per noi studenti di 40 anni fa, è pressoché impossibile per i ragazzi di oggi, nutriti di smartphone e di facebook. Si tratta di una competenza che i giovani attuali, per una serie di motivi che non sto qui a ripetere, non hanno più, ad eccezione di qualche caso di persone particolarmente dotate o votate a questo tipo di sacerdozio. Voler valutare gli studenti del Classico solo sulla base della capacità di traduzione, a mio vedere, non è solo assurdo e anacronistico, ma anche poco utile, dal momento che anche quei pochi che sanno tradurre perderanno del tutto questa loro competenza nel giro di pochi mesi, a meno che non si dedichino specificamente allo studio dei testi classici; sarebbe molto più utile e proficuo cambiare finalmente questa seconda prova scritta, alternando alla traduzione anche quesiti di storia letteraria o analisi del testo, esercizi più utili e maggiormente alla portata dei ragazzi di questa generazione, la cui forma mentis è profondamente diversa da quelli dei nostri tempi. Lo dico da professore di liceo con decenni di esperienza, durante i quali ho visto progressivamente scemare la capacità degli studenti di comprendere ed interpretare i testi latini e greci. Questa purtroppo è la realtà, ed è inutile illudersi del contrario e continuare a imporre dall’alto la solita “versione” trita e ritrita. Gli studenti troveranno il modo di copiarla, o più facilmente qualche professore “pietoso” la farà al posto loro, mentre quei pochi che hanno la sfortuna di avere un docente come il sottoscritto, che non si piega a questi giochi, avranno voti più bassi e saranno svantaggiati nell’iscrizione all’Università e nel mondo del lavoro. Così l’esame diventa una pagliacciata in piena regola, ma le apparenze sono salve e l’ipocrisia continua a trionfare.

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Esame di Stato 2014: tracce banali e penalizzazione del Liceo Classico

E’ un vizio tipico di noi italiani lamentarci sempre di tutto, e noi docenti non facciamo certo eccezione, anzi, siamo peggiori degli altri. Consapevole di questo, io cerco spesso di giustificare o almeno di comprendere l’operato dei nostri parlamentari e dei nostri governanti; ma purtroppo, nonostante la mia buona volontà, spesso non posso fare a meno di protestare contro decisioni che mi sembrano irrazionali e contraddittorie.
L’ultima occasione è appunto quella che riguarda le tracce ministeriali dell’esame di Stato in corso di svolgimento, per quanto attiene alle prime due prove scritte, le quali, notoriamente, sono uguali in tutta Italia. Cominciamo dalla prima, cioè le tracce proposte per la prova di italiano. Per l’analisi del testo è stata scelta una poesia di Quasimodo, bella sì ma difficile da interpretare in alcuni passi, certamente ermetici e poco comprensibili per ragazzi diciannovenni dei licei e degli istituti tecnici; va anche detto che, nella stragrande maggioranza dei casi, il vastissimo programma di letteratura italiana dell’ultimo anno di corso non arriva a trattare questo poeta, e ciò ovviamente aumenta le difficoltà interpretative per i malcapitati che dovevano svolgere la prova. Una scelta inopportuna, quindi, così come quella che riguarda il cosiddetto “saggio breve” o “articolo di giornale”, novità di berlingueriana memoria che altro risultato non ha ottenuto se non quello di complicare ulteriormente questa prova già di per sé tutt’altro che facile. Senza discutere degli argomenti, non certo esaltanti e piuttosto scontati (la tecnologia pervasiva ad esempio), c’è da dire che il nostro Ministero ha corredato i titoli con testi a mio avviso malposti e incompleti: tutti i contributi su cui gli alunni dovevano riflettere per elaborare poi una propria interpretazione erano recentissimi (dal 2009 al 2014) e appartenevano a saggisti o giornalisti, con esclusione di tutti gli scrittori classici e moderni che pure avevano scritto pagine importanti al riguardo. Un esempio: il saggio sul “dono”, corredato oltretutto con fotografie di quadri come la “donazione di Costantino” che non c’entravano nulla, non teneva conto affatto di chi, come Seneca nel trattato “De beneficiis”, si era occupato dell’argomento con grande saggezza; e quello sulla tecnologia, per fare un altro esempio, riportava solo scritti recentissimi, senza tener conto che sul problema dell’invadenza tecnologica che limita o distrugge l’essenza dell’uomo si erano già espressi illustri scrittori come Pirandello, nel romanzo “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” o nei “Giganti della montagna”. Perché questa sbornia per l’attualità, che porta a trascurare tutto ciò che c’è stato prima degli anni 2000? Non vorrei che si trattasse di pura ignoranza. So di essere malevolo in questa affermazione, ma è proverbio ben noto quello che dice che a pensar male ci si azzecca sempre (o quasi).
E veniamo adesso alla seconda prova, quella di oggi 19 giugno. Al Liceo Classico è stato assegnato da tradurre un brano di greco di Luciano, dal titolo “L’ignoranza acceca gli uomini”. Forse i dotti del Ministero, nell’apporre questo titolo, alludevano a se stessi? Mah, sta di fatto che il brano, pur non essendo micidiale come quello di Aristotele di due anni fa, aveva pur sempre le sue brave difficoltà, specie per gli studenti attuali che, com’è noto, sono sempre più disarmati di fronte alle traduzioni dal greco e dal latino, per le ragioni che ho esposto in altri post e che qui non posso ripetere per ragioni di spazio. Io da tempo vado sostenendo, anche con lettere ed e-mail agli ispettori e ai direttori generali del Ministero, che sarebbe il caso di provvedere ormai a rivedere questa seconda prova del Liceo Classico, che continua ancor oggi, dopo 80 anni dall’istituzione dell’esame di Stato, ad essere costituita solo ed unicamente dalla traduzione, come se questa fosse l’unica competenza che i nostri studenti debbono raggiungere nel loro corso di studi. Io mi chiedo allora perché la prova del Liceo Scientifico è stata modificata anni fa, così che gli studenti possono scegliere uno tra due problemi e cinque tra dieci quesiti, privilegiando ovviamente quelli che sanno di poter svolgere meglio. Perché al Classico questa opportunità non viene concessa e si continua ancora, nel 2014, con questa versione unica e imposta dall’alto, senza che gli studenti possano scegliere alcunché? Il bello è che i nostri ministri (più di tutti Profumo, ma anche gli altri) ci bombardano continuamente con la necessità di adottare le nuove tecnologie, ci impongono l’uso di computers, tablets e LIM che non servono a nulla se non ad arricchire le ditte produttrici, e poi all’esame ci rifilano la stessa versione di greco o latino come si faceva ai tempi di Gentile. Non è una contraddizione questa? Al Ministero sono moderni solo quando loro conviene, mentre si continua a penalizzare il Liceo Classico, del quale a quanto pare si vuole l’estinzione, proprio perché gli studenti che escono da questa scuola sanno ragionare con la propria testa, interpretare in modo autonomo e consapevole la realtà che li circonda, e questo evidentemente dà fastidio a chi vuole che la scuola formi non cittadini responsabili, ma automi capaci solo di schiacciare tasti di un computer e di obbedire proni alle leggi del mercato. Tutto il resto non conta. Ed io credo che sia proprio questo il motivo per cui il Liceo Classico deve sostenere le stesse prove di 80 anni fa (in qualche caso, persino più difficili di quelle di allora!), perché lo si vuole penalizzare, far passare come una scuola anacronistica e non consona ai tempi moderni. E’ vero l’esatto contrario, ma sembra proprio che per qualcuno questa verità sia molto scomoda.

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L’esame di Stato: c’è qualcosa da cambiare?

Dal 1999, anno in cui fu istituito il nuovo esame di Stato in sostituzione del vecchio esame di maturità nelle scuole superiori, sono stato sempre puntualmente chiamato a far parte delle commissioni; ad anni alterni ho rivestito la funzione di membro interno ed esterno, o più spesso di presidente di commissione. Posso quindi dire, senza peccare di presunzione, di avere ormai un’esperienza che mi consente di dare qualche giudizio in materia, anche riguardo a ciò che a mio parere andrebbe modificato.
Certo, a voler dire tutto, verrebbe da scrivere un libro, non un post su un blog qualsiasi come questo. Mi limiterò quindi a due aspetti, uno generale ed uno particolare concernente l’indirizzo di studi nel quale insegno da oltre un trentennio. Il primo riguarda le modalità di calcolo del punteggio finale, che, a causa della volontà dei nostri legislatori di scimmiottare ciò che avviene all’estero e soprattutto nei paesi anglosassoni, consiste in una semplice sommatoria dei punteggi delle varie prove. Già questo è discutibile, perché la valutazione di una persona dovrebbe basarsi sull’esame complessivo della sua personalità umana e culturale, non su un mero calcolo numerico. Ma lasciando da parte questo, l’aspetto più iniquo di questo esame è che il percorso scolastico dello studente, cioè i cinque anni della scuola superiore in cui è stato valutato dai suoi insegnanti incide sul voto finale solo per il 25% (il cosiddetto credito scolastico), mentre il 75%, cioè la percentuale di gran lunga maggiore, è determinata dalle prove d’esame, sulle quali incidono molto, anzi moltissimo, fattori contingenti come l’emotività della persona, le domande specifiche che vengono rivolte al colloquio orale, l’atteggiamento dei commissari ecc. Spesso, purtroppo, incidono sulle valutazioni anche fattori del tutto soggettivi come l’immagine esterna che dà lo studente di sé, il suo modo di parlare o di vestire, l’umore dei commissari ecc. Il vecchio esame invece, con tutti i difetti che poteva avere, metteva però su un piano di parità il percorso formativo dello studente e le prove d’esame, lasciando alla sorte ed ai fattori contingenti uno spazio certamente minore. Perciò, se volessimo arrivare ad una valutazione obiettiva, occorrerebbe portare al 50% il credito scolastico e lasciare l’altro 50% alle prove d’esame, in modo da bilanciare due elementi valutativi che dovrebbero possedere un’incidenza simile, se non proprio uguale, sul voto conclusivo.
L’altra osservazione che vorrei fare riguarda in modo specifico il Liceo Classico, oggi purtroppo in crisi di iscrizioni (v. i miei post precedenti) e osteggiato in ogni modo dalla classe politica attuale, compresi i ministri dell’istruzione. A proposito va rilevato un aspetto non trascurabile che riguarda la seconda prova scritta d’esame, quella diversificata a seconda del corso di studi. Ora, mentre nelle altre scuole (v. il liceo scientifico) si è provveduto a innovare la tipologia di questa prova, al classico è rimasta inalterata la vecchia “versione” di latino o di greco, che oltretutto, qualche volta, è risultata molto difficile per gli studenti e del tutto aliena da quelle che sono oggi le competenze oggettivamente raggiungibili nel percorso di studi: imporre (non proporre) un lunghissimo e difficile brano di Aristotele (esame 2012), oltretutto tratto da un’opera non destinata alla pubblicazione e quindi redatta in forma di “appunti” ad uso interno dei discepoli del grande filosofo, significa non aver capito nulla di ciò che si possa proporre oggi ai nostri studenti oppure, ancora peggio, voler di proposito affossare un certo indirizzo di studi a vantaggio di altri che hanno sostenuto all’esame prove ben più abbordabili. Per esperienza diretta posso dire che ormai la traduzione dal latino e dal greco, attività irrinunciabile e formativa perché richiede ed alimenta facoltà mentali molto spesso atrofizzate, è però diventata, ai suoi livelli più alti, un lavoro da esperti della materia, e non è più proponibile agli studenti “normali” come UNICO mezzo di accertamento delle loro capacità e competenze. Ricordiamo che spesso i ragazzi arrivano dalla scuola media senza neppure sapere, in italiano, cosa sono il soggetto ed i complementi, ed è quindi illusorio e segno di malafede il pretendere ch’essi divengano, alla fine del loro percorso, esperti traduttori o filologi classici di gran fama; e del resto non è questa la precipua finalità degli studi liceali, bensì quella di fornire agli alunni un valido metodo di lavoro e di forgiare quelle abilità mentali che servono per la comprensione della realtà attuale, abilità che si formano “anche” ma non “soltanto” traducendo gli scrittori antichi.
Per questo motivo, come ho già proposto a chi di dovere, sarebbe il momento di cambiare strutturalmente la seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico, magari lasciando un breve brano da tradurre ma integrandolo con riflessioni di tipo linguistico e storico-letterario, il che sarebbe certamente più utile per una valutazione complessiva della personalità dello studente. I commissari potrebbero inoltre contare su di una maggiore trasparenza ed originalità della prova stessa, poiché la classica “versione”, attualmente, viene spesso copiata dagli studenti, o mediante il cellulare, o con aiuti “esterni” o col semplice passaggio di informazioni durante le quattro ore della prova. In un quesito di storia letteraria, invece, la copiatura verrebbe immediatamente smascherata, poiché non esiste un’unica forma di svolgimento, ma ognuno dovrebbe trattarlo in modo personale.
Voglio illudermi di pensare che queste mie osservazioni, espresse in un semplice blog, possano essere lette da qualcuno dei funzionari ministeriali preposti all’organizzazione degli esami di Stato, il quale ci rifletta sopra. Forse, appunto, è un’illusione, ma da qualche parte dobbiamo pur cominciare per far sentire la nostra voce, la voce di chi ha vissuto tutta la vita nella scuola e che quindi, senza supponenza, una certe esperienza deve pur averla maturata.

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