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Nanà ed il vero realismo

Tra le mie letture estive di quest’anno, che sono sempre dedicate ai cosiddetti “classici”, ha trovato posto anche Nanà, uno dei romanzi più noti dello scrittore francese Emile Zola (1840-1902), forse il più noto rappresentante di quel movimento letterario realista di solito designato con il nome di “naturalismo francese”. La lettura di questa opera, che si affianca ad altre del medesimo autore che già conoscevo, mi ha ispirato qualche considerazione personale che qui vorrei riferire.
Intanto, chi è Nanà? In sostanza, senza tanti giri di parole, è una prostituta di alto rango, una di quelle donne che nell’800 venivano chiamate, con reminiscenza classica, “cortigiane”, oppure più prosaicamente “mantenute”, perché vivevano delle elargizioni e dei regali dei loro amanti. Nel secolo XIX e soprattutto in Francia queste figure furono importanti nella letteratura, che molto spesso si occupò di loro: una delle più famose, ad esempio, è la Margherita Gautier protagonista del celebre romanzo La dame aux camelies (La signora delle camelie) di Alexandre Dumas figlio, da cui Francesco Maria Piave e Giuseppe Verdi trassero quel capolavoro della musica lirica italiana che è La Traviata. Il romanzo di Zola si inserisce perfettamente in questa tematica, presentando una figura di donna fortemente condizionata dai suoi tempi e dal suo mestiere, ma spesso portatrice di valori più autentici di quelli piuttosto squallidi degli uomini che la frequentano e che sono schiavi della sua bellezza, ma soprattutto dell’istinto sessuale. La trama del romanzo non è molto elaborata: Nanà da giovane viveva in miseria, ma riesce ad uscire da questa condizione facendo l’attrice di teatro e mettendo così in mostra tutto il suo fascino. Da qui a diventare cortigiana il passo è breve; ella si fa quindi mantenere dagli uomini che la frequentano, ma in sostanza li disprezza e li umilia, ed in questo modo intende prendersi la sua rivincita su una società ingiusta che la emargina e la condanna a quella vita disonorevole. Il suo ideale di amore, in contrasto con la sua vita, è invece molto elevato, ed a volte si lascia coinvolgere da un’autentica passione come quella per il giovane Giorgio Hugon, durante la quale ella pare dimenticarsi del suo mestiere, nel quale però ricade immancabilmente subito dopo, perché la società borghese ed ipocrita dell’epoca non sopporta che una “donna perduta”, come la si definiva, possa ritornare a condurre una vita normale. Così Nanà, che ha incontrato nel conte Muffat un ricchissimo amante, conduce un’esistenza caratterizzata dal piacere e da un lusso smodato, che però non sente come autentica e che finisce per annoiarla e deluderla, finché è abbandonata dal conte, finisce in miseria ed alla fine muore di vaiolo mentre cresce l’entusiasmo dei francesi per la guerra contro la Prussia.
Zola è uno scrittore molto potente e artisticamente eccellente, specialmente nelle descrizioni delle persone e dei paesaggi, oltre che delle azioni e degli avvenimenti. Il romanzo è quindi di grande levatura letteraria; però, al di là di questo indiscusso valore, a me ha suggerito alcune considerazioni personali. In esso ho visto anzitutto una delle tante corrispondenze e continuità tra le letterature antiche e quelle moderne, confronto che a me viene spontaneo fare per una sorta di deformazione professionale, dato che sono uno studioso del mondo classico. La figura della cortigiana, della donna che concede le sue grazie a certi uomini in cambio del mantenimento e della vita lussuosa, è nata nel mondo greco: in tale ambito acquistano particolare rilievo donne come la celebre Aspasia, amante del grande statista ateniese Pericle, e Frine, una cortigiana vissuta nel IV° secolo a.C. ed amante del grande scultore Prassitele, che a lei si ispirò per forgiare le statue di Venere. L’affascinante bellezza di quest’ultima fu resa celebre da un aneddoto che racconta come Frine fosse sottoposta a processo perché si era paragonata appunto ad Afrodite (Venere per i Romani), il che costituiva un atto di empietà; ma in quell’occasione il suo avvocato difensore, l’oratore Iperide, dimostrò alla giuria che quella donna aveva pieno diritto a confrontarsi con le dee, e lo dimostrò scoprendole il seno, un gesto da cui i giudici restarono convinti e furono costretti ad assolverla. La figura della cortigiana è inoltre importante nella commedia classica (Menandro in Grecia, Plauto e Terenzio a Roma), e rivela caratteri molto analoghi a quelli di Nanà e delle sue omonime moderne, dimostrando come questa sia una tematica letteraria che ha attraversato i secoli e che neanche oggi è esaurita. Adesso le donne di quel genere si chiamano “escort”, ma la loro funzione sociale è molto vicina a quella di Frine, di Margherita Gautier e di Nanà, perché i tempi cambiano ma i sentimenti e le pulsioni umane sono invariate, ed ancor oggi come sempre la debolezza maschile di fronte a questo istinto conduce e mantiene vivo questo genere di donne, che ha mutato nome ma che nella sostanza è sempre uguale a se stesso.
La seconda riflessione che mi è venuta in mente leggendo Nanà è di tipo più strettamente letterario e riguarda il confronto tra il Naturalismo francese ed il Verismo italiano di Verga, Capuana ed altri, un argomento di cui ci parlano tutti i libri di storia letteraria. Caratteri del primo sono: una visione “scientifica” della realtà, che vede nel comportamento umano il riflesso di precise leggi naturali come l’ereditarietà, e la volontà di una denuncia sociale contro la mentalità borghese ed arretrata dell’800, quale la celebre Rivoluzione dell’89 non era riuscita a sradicare; in Italia invece questi caratteri non compaiono, sia perché Capuana e Verga considerano la loro produzione come un metodo di scrittura più che come un’analisi scientifica del reale, sia per il fatto ch’essi, pur rappresentando le difficili condizioni di vita del popolo, sono privatamente legati a posizioni piuttosto conservatrici e persino reazionarie, e quindi la loro indagine sulla società è una semplice rappresentazione, non l’aspirazione a qualcosa di diverso dall’esistente. Leggendo Nanà ho trovato conferma di questa distinzione ideologica, alla quale però vorrei aggiungere un’altra, quella che concerne il realismo come categoria letteraria. Intanto mi preme fare una premessa, che cioè a mio giudizio il realismo puro e semplice non può esistere in forma assoluta, sia perché lo scrittore, per quanto distaccato possa essere dalla sua pagina, non può fare a meno di trasferirvi almeno parzialmente la sua personalità, sia per un motivo semplice e banale che concerne l’aspetto linguistico dell’opera: se cioè gli scrittori definiti “realisti” come Verga avessero dovuto raffigurare la realtà com’è, avrebbero dovuto far esprimere i loro personaggi nel dialetto, non in una lingua nazionale o comunque comprensibile ad una vasta platea di lettori. Detto questo, mi pare però che, nelle varie gradazioni del cosiddetto realismo, il verismo italiano si sia spinto più a fondo del naturalismo francese, come possiamo vedere da quel semplice raffronto che io, da profano qual sono, posso istituire tra il romanzo di Zola e i Malavoglia, un’opera quest’ultima molto descrittiva e impersonale, nella quale i sentimenti e la psicologia dei personaggi sono rintracciabili solo dall’analisi del loro agire: così lo stato di depressione e di scoramento che assale la giovane Mena al termine del romanzo, quando scopre che la sorella Lia si è data alla prostituzione, non emerge dalle osservazioni dello scrittore ma solo nel momento in cui lei, chiesta in moglie da Alfio Mosca, risponde di essere “troppo vecchia” per il matrimonio, visto che ha ormai 26 anni. Da questo atteggiamento di rinuncia alla propria vita si evince il suo stato d’animo, senza che lo scrittore ce lo descriva altrimenti. In Zola invece c’è un’analisi psicologica profonda, uno scavo interiore che l’Autore compie dei suoi personaggi, mostrando se non di “saperne più di loro” (come avviene nella narrativa romantica) almeno di “saperne quanto loro”, accompagnandoli all’interno dei loro processi interiori. Mi ricordo, ad esempio, la splendida descrizione della notte insonne del conte Muffat il quale, credendosi tradito dalla moglie, vaga per le vie di Parigi e spia anche l’abitazione dove crede ch’ella si trovi con l’amante senza però avere il coraggio di farvi irruzione. Il coacervo di sentimenti e di furiose passioni che agitano l’animo del conte è descritto da Zola non dall’esterno ma dall’interno dell’anima del suo personaggio.
Termino adesso questo post perché già abbastanza lungo. Mi piace riferire le mie impressioni sulle pagine che ho letto, delle quali, come diceva Borges, sono orgoglioso più di quelle che ho scritto. Si tratta di considerazioni semplici, dilettantistiche, di un classicista che ama però fortemente anche la letteratura moderna, purché sia sempre classica e non contemporanea. Mi chiedo infatti che obbrobrio sarebbe Nanà se fosse opera di uno degli imbrattacarte di oggi: visto l’argomento e la vita della protagonista, sarebbe un coacervo di oscenità e di descrizione minuziosa di atti sessuali, che invece Zola, da grande artista qual è, fa comprendere senza mai compiacersi di particolari scabrosi. Gli scrittori classici erano signori che lasciavano intendere senza cadere nel fango; quelli di oggi invece sono dei cialtroni che spacciano per realismo ciò che è in realtà solo sconveniente ed osceno.

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Impressioni di lettura

Diceva il celebre scrittore argentino J.L.Borges: “Che altri si vantino pure delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto.” In effetti, a mio giudizio, la frase è tutt’altro che banale, non soltanto perché chi vuol scrivere qualsiasi cosa che abbia un senso ed una struttura sintattica corretta deve prima aver letto il più possibile di tutto ciò che è leggibile, ma anche perché saper leggere un testo in modo critico e ponderato, in modo tale cioè che lasci traccia nel nostro animo e influisca sulla nostra personalità, è operazione tutt’altro che semplice. Io diffido totalmente, tanto per cominciare, di chi dice di aver letto un libro in pochi giorni, perché in questo lasso di tempo lo si può al massimo avere sfogliato, non letto; l’analisi di un testo, infatti, deve essere lenta e ragionata, il vero lettore deve assimilare poche pagine per volta, fermarsi ad ogni periodo e rifletterci sopra non tanto per afferrarne il senso o raffigurarsi la situazione, i caratteri o i luoghi descritti, quanto per confrontare idealmente il passo con altri che conosce da prima, per intravedere il significato più remoto di quanto rinviene nella pagine ed anche, non ultimo, per controllarne gli elementi formali, lingua e stile. Quando si tiene in mano un libro di un vero scrittore (esclusi quindi gli imbrattacarte di oggi, che spacciano oscenità per opere d’arte e non conoscono neanche la grammatica italiana) questi fattori non sono di secondaria importanza, perché la struttura del periodo, le scelte lessicali,l’ordinata successione dei dialoghi, delle descrizioni e delle azioni narrate formano l’ossatura di un romanzo o di un racconto e sono strettamente collegate al contenuto dell’opera ed alla destinazione che l’autore ha programmato per essa. Il procedere per brevi periodi, ad esempio, in una sezione narrativa, può significare molte cose, che il lettore deve saper cogliere: la concitazione del momento, lo stato d’animo dei personaggi, la sensazione del rapido scorrere del tempo ecc. Al contrario l’uso di periodo lunghi e articolati induce maggiormente chi legge alla riflessione sul fatto narrato, sul suo significato globale, sulla complessa struttura dei caratteri umani. Anche l’uso delle parole e la loro disposizione all’interno del periodo sono stilemi non certo casuali, perché fanno parte di un preciso messaggio dell’autore: si pensi, ad esempio, ai grandi scrittori siciliani come Verga, Pirandello e Tomasi di Lampedusa, dove il procedere per frasi secche e concise, costruite con un ordine sintattico diverso da quello che userebbe uno scrittore fiorentino o milanese, è volto a riprodurre la mentalità ed il modo di agire dei protagonisti delle loro opere, di solito inclini ad esprimere sinteticamente, magari per proverbi o sententiae, una determinata concezione della vita, quella dei pescatori di Aci Trezza o dei contadini sparsi per le vaste campagne dominate dalla maestà dell’Etna.
Queste riflessioni mi vengono in mente perché da sempre, per tutte le migliaia di libri che ho letto nella mia vita, mi sono regolato come ho detto, esaminando puntualmente e da ogni punto di vista tutte le righe di un racconto o di un romanzo e impiegando spesso anche mesi per arrivare alla fine. Alcune grandi opere, poi, le ho lette anche tre o quattro volte, perché ad ogni nuova lettura si possono scoprire tanti aspetti nuovi cui prima non avevamo fatto caso, ed ogni volta la nostra mente si arricchisce di un bene prezioso. Poi, quando credo di aver trovato in un testo qualcosa che non ho saputo da altra fonte ma che deriva dalla mia personale sensibilità, sento il bisogno di comunicarlo agli altri: perciò vado tediando i lettori di questo blog con alcuni post che ho messo su Pascoli, Dickens, Manzoni, Dostoevskij ed altri ancora, e talvolta mi capita di annoiare anche i miei alunni con osservazioni su ciò che ho letto di cui loro, il più delle volte, farebbero volentieri a meno. In questo periodo, dovendo affrontare a scuola il periodo del naturalismo francese e del verismo italiano, sto rileggendo le opere di Verga, dai primi romanzi di stampo romantico (Una peccatrice, Eva, Tigre reale, Storia di una capinera) ai Malavoglia, cui mi sto dedicando in questi giorni. Procedo lentamente, per le ragioni che dicevo sopra, al ritmo di dieci-quindici pagine al massimo al giorno; e quando avrò finito, tra qualche settimana, scriverò qui sul blog le mie osservazioni sul Verga, come ho fatto per gli altri scrittori nominati prima. In tal modo i miei lettori avranno un’occasione in più per annoiarsi e per saltare il post, o al massimo per leggerlo in fretta senza mandare neanche un commento; ciò nonostante io non rinuncio ad usare questo spazio internet, magari per rileggere con calma le mie elucubrazioni quando sarò ancor più vecchio di quanto non lo sia adesso.

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