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Se il prof. non dà il buon esempio…

Qualche giorno fa è apparso un post su Facebook, non ricordo chi l’abbia inviato, il quale proclamava con indignazione la notizia secondo cui in un Istituto di istruzione superiore (forse un liceo) il Dirigente scolastico ha diramato una circolare che invita tutti i docenti, al momento in cui arrivano a scuola, a lasciare in presidenza il cellulare e non usarlo quindi per tutta la mattinata. Alla notizia seguiva una serie di commenti di colleghi infuriati contro quel dirigente perché, a detta loro, trattava i docenti come bambini indisciplinati e soprattutto – e questo era il motivo principale dell’indignazione – li metteva alla pari con gli studenti. Quest’ultimo argomento è veramente ridicolo, secondo me: professori che si comportano da “amiconi” con i loro studenti, ci scherzano e fanno battute a volte di dubbio gusto, si fanno persino imitare e prendere sottilmente in giro dai ragazzi e poi, solo per quanto riguarda il cellulare, rivendicano orgogliosamente la superiorità del proprio ruolo rispetto a quello dei discenti. Inoltre, non avendo altra argomentazione, protestano dicendo che anche i medici, gli avvocati, i parlamentari ecc. usano il cellulare durante la loro attività lavorativa, senza tener conto che è una pessima linea difensiva quella di giustificare le proprie mancanze stigmatizzando quelle altrui; ed inoltre non tengono conto che il lavoro dell’insegnante è diverso dagli altri, presuppone anche una funzione educativa e formativa che altri professionisti non hanno. Come possiamo lamentarci della dipendenza dei giovani dallo smartphone quando ne siamo schiavi anche noi? Mi sembra di rivedere il comportamento di mio padre quando ero bambino e ragazzo: lui fumava come un turco ma proibiva con gran severità che io ed i miei fratelli prendessimo quel vizio; lui faceva largo uso di turpiloquio e di espressioni sconvenienti, ma se noi dicevamo qualche parolaccia succedeva il finimondo. Questa è pura incoerenza: se non vogliamo che gli altri si comportino male o prendano cattive abitudini, cominciamo a dimostrare di essere noi per primi esenti da quelle cattive abitudini. Il buon esempio, a mio parere, vale più di ogni invito ed ogni proibizione.
La triste realtà è che purtroppo – e sottolineo questo avverbio – tutta la società attuale e tutte le persone di qualunque età, escluse poche eccezioni, sono dipendenti dalla tecnologia e da questi aggeggi elettronici di cui non riusciamo più fare a meno. Oggi vediamo usare lo smartphone molto al di là di quella che sarebbe la sua funzione, quella cioè di essere un telefono: dovunque le persone lo usano, in treno, in sala d’aspetto del dentista, al supermercato, nelle corsie di ospedale, a scuola ecc. Non è più lui al servizio nostro, ma noi al servizio suo, e questa è la vera sciagura, poiché la tecnologia dovrebbe migliorare la vita all’uomo, non renderlo succube. E purtroppo questo processo di asservimento ha raggiunto anche i docenti, che non vediamo più in sala professori, magari durante un’ora libera, a leggere un libro o a documentarsi sulla lezione da svolgere, ma chattare e messaggiare sullo smartphone, proprio come i ragazzi adolescenti che sono nostri alunni. Assurda e ridicola è quindi la protesta dei docenti che rivendicano buffonescamente la superiorità del loro ruolo su quello degli studenti quando, nella fattispecie, si comportano esattamente allo stesso modo. Per questo trovo giustissimo che i cellulari siano banditi totalmente dalle scuole, sia da parte dei ragazzi che dei professori, anche perché non v’è alcuna necessità di tenerli addosso; se si verifica qualche problema in famiglia, infatti, c’è il telefono della scuola che può ricevere la notizia e comunicarla poi all’interessato. E un po’ patetica è anche la scusa di coloro che dicono che lo smartphone serve loro per la didattica e per compilare il registro; se una scuola ha il registro elettronico infatti, come avviene un po’ dappertutto ormai, c’è il computer di classe con cui compiere le operazioni di registro, oppure altri computers della scuola. Di questi apparecchi il Ministero ce ne ha dati anche troppi, non si sa più dove metterli. Caso mai sono i libri ed altri strumenti didattici che mancano, ma i computers non mancano mai.
Questo discorso del cellulare si inserisce però in un tema più vasto, quello del comportamento dei docenti dentro e fuori la scuola. Io ho sempre pensato che la prima nostra funzione di educatori fosse quella di dare il buon esempio agli alunni, in vario modo: rispettandoli come persone, se vogliamo ch’essi rispettino noi; trasmettendo loro il senso della giustizia, senza fare preferenze ed eccezioni per nessuno nella valutazione; dimostrando impegno ed entusiasmo per il nostro lavoro e le discipline che insegniamo, perché solo così possiamo chiedere a degli adolescenti di considerare lo studio un mezzo essenziale di formazione e non un obbligo fastidioso. E ritengo anche, come diceva Quintiliano, il più grande pedagogista della civiltà romana antica, che il maestro debba dare il buon esempio agli alunni anche nelle abitudini personali, non soggiacendo a quei vizi che non vuole vedere nei suoi allievi. Che senso ha proibire tassativamente agli studenti di fumare quando i docenti fumano a scuola – magari nel cortile, ma lo fanno – sotto gli occhi di tutti? Come può essere educatore un professore che si ubriaca o fa uso di droghe, anche se non lo fa nelle ore di scuola? E qui non mi vengano a dire che nella vita privata ognuno ha il diritto di fare ciò che vuole, perché non è vero: gli studenti sanno cosa fanno i loro insegnanti, come vivono, che abitudini hanno ecc. Se ci sono dei vizi e dei comportamenti vergognosi ciò si viene a risapere e non costituisce certo un modello di educazione! Per quanto mi riguarda, io di fronte ai miei alunni ho sempre evitato l’eccessiva familiarità perché è deleteria; una linea di demarcazione precisa deve esistere, altrimenti ci sarà sempre il maleducato o lo strafottente di turno che si approfitta del clima amichevole per mancare di rispetto al docente. Però, nonostante questa mia seriosità, ho sempre dato spazio alle richieste dei miei studenti, ho sempre tutelato la loro autostima e soprattutto non ho mai assunto davanti a loro atteggiamenti sconvenienti, non ho mai detto una parolaccia in loro presenza neanche nei momenti di irritazione che comunque esistono nel nostro lavoro. Questo perché le cattive abitudini, se sono deplorevoli in chiunque, sono addirittura criminose in un docente, che non occupa quel posto solo per insegnare “tecnicamente” le proprie materie, ma anche per modellare i caratteri e tentare di volgerli in direzione dei buoni principi.

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Il blog va sempre peggio

Più di un anno fa scrissi un post per festeggiare i 200.000 ingressi sul mio blog, benché neanche allora fossi del tutto contento su come questa mia iniziativa fosse stata accolta. Ora però, che ho raggiunto le 300.000 visite, c’è ben poco da festeggiare: il numero mensile di visite, quest’anno, è diminuito quasi tutti i mesi rispetto ai numeri del 2017, ed i commenti si contano sulla punta delle dita di una mano. Non solo: i commenti stessi, oltre ad essere pochissimi, provengono sempre dalle stesse persone, da quei quattro o cinque che mi seguono con più assiduità, mentre negli anni precedenti ricevevo molte più opinioni e critiche, sia positive che negative, da un numero molto maggiore di lettori interessati a ciò che scrivevo. Che cosa è successo? Proverò qui a fornire qualche spiegazione di questa lenta agonia del mio blog, della quale mi dolgo non poco perché ritenevo che un blog serio, che parlasse di problemi reali senza contenere le spiritosaggini e le vacuità della maggior parte di coloro che scrivono sul web, avrebbe dovuto avere un seguito ben maggiore. Evidentemente mi sbagliavo.
Una delle principali cause del calo d’interesse per i blog in genere è probabilmente la diffusione dei social come Facebook, Instagram ecc., per cui tante persone preferiscono scrivere lì le loro opinioni (spesso anche in forma volgare, con insulti e turpiloquio), visto che certi messaggi vengono fatti passare tranquillamente mentre viene cacciato chi usa qualche termine non “politically correct”. In un blog invece, generalmente, il titolare effettua una moderazione dei commenti ed esclude quelli offensivi o fuori argomento; è successo a volte anche a me, sebbene piuttosto di rado perché, come ho detto, di commenti ne ricevo pochissimi e sempre da parte delle stesse persone. Comprendo che i social siano più interessanti di un blog, dal momento che trattano vari argomenti più o meno banali e vi si può interagire con maggiore facilità.
Va anche detto che i blog su internet sono moltissimi, ma la maggior parte di essi si occupa di questioni piuttosto futili e superficiali: ve ne sono sulla moda e sul trucco (ovviamente amministrati da donne), sugli hobbies più diffusi, sulle vicende sentimentali di qualcuno e gli aspetti più pruriginosi delle relazioni amorose. Questi ultimi sono frequentati da una massa di “voyeurs” che hanno un interesse morboso per certi particolari che dovrebbero restare privati e non essere resi pubblici sulla rete internet. Il mio blog, a differenza di tanti altri, si occupa di cultura, sia attraverso articoli che parlano di scuola e insegnamento, sia mediante recensioni di libri classici o considerazioni sulla politica e la società del nostro tempo. Evidentemente questi argomenti “seri” interessano molto poco la massa degli internauti di internet, e di ciò non mi stupisco vista l’ignoranza e la superficialità attuali di cui tante volte, proprio su queste pagine, mi sono lamentato. Oggi l’italiano medio non ha più tempo per pensare, riflettere, osservare la realtà in modo critico; basta avere lo smartphone, divertirsi e fare le vacanze in qualche località balneare e guardare una televisione sempre più stolida e di basso livello. Non solo la cultura non si mangia, come disse qualcuno, ma è pure inutile.
Non so se ci sia qualche altro motivo per cui il mio blog è in decadenza, e le visite diminuiscono di giorno in giorno. Con l’attivazione di esso io speravo di poter instaurare un dialogo costruttivo su problemi di un certo rilievo che dovrebbero interessare chi legge ed anche, lo confesso, di poter aver contatti con persone che occupano ruoli dirigenziali per poter influire su certe scelte, come quelle sulla scuola, che vengono prese spesso in modo autoritario e impreciso, senza consultare chi conosce veramente quell’ambiente. Nulla di ciò che speravo si è verificato, e quindi sto seriamente pensando di terminare questa esperienza che dura dal 2012 e di chiudere definitivamente il blog. Mi riservo un altro po’ di tempo per decidere e poi vedrò il da farsi. Probabilmente, visto come vanno le cose, mi sposterò su Facebook, dove già mi trovo ma come ospite, senza sentirmi in casa mia, e debbo stare pure attento a ciò che dico perché mi hanno già sospeso più volte.

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L’analfabetismo funzionale in Italia

Una recente indagine del settimanale “Espresso” ha messo in luce come in Italia il 28% circa della popolazione, soprattutto le fasce oltre i 55 anni e quelle dai 18 ai 30, sia formata da analfabeti funzionali, persone cioè che sanno leggere, scrivere e compiere elementari operazioni matematiche, ma non sanno comprendere quel che leggono, né comporre un periodo sintatticamente armonico in italiano corretto, né andare al di là delle tabelline o delle più semplici tra le quattro operazioni matematiche di base. Le diverse fasce di età dei cosiddetti “low skilled” (cioè con scarse abilità) hanno diverse motivazioni. Per i più anziani gioca un ruolo importante la lunga permanenza nel mondo del lavoro, che ha fatto sì che le cognizioni apprese a scuola a suo tempo si siano negli anni ridotte sino a diventare molto scarse; ed in effetti questo fenomeno, che sarebbe preferibile definire “analfabetismo di ritorno”, si può constatare ogni giorno nella vita quotidiana, quando vediamo persone diplomate e laureate, che svolgono con successo professioni di rilievo sociale (medici specialisti, avvocati, ingegneri ecc.) ma che non sanno più quasi nulla di storia, di geografia, di scienze ecc., proprio perché si sono specializzate nel loro ristretto ambito di competenza trascurando tutto il resto. Per la fascia dei giovani, invece, influiscono certamente gli strumenti informatici e l’uso indiscriminato di internet (per risolvere qualsiasi dubbio) e delle calcolatrici automatiche, che hanno atrofizzato la memoria e le capacità logico-intuitive degli individui, ormai abituati a trovare facilmente tutto ciò che cercano senza dover ragionare, intuire o dedurre alcunché. Ovviamente sul fenomeno influisce anche il grado d’istruzione della famiglia di origine e l’abitudine alla lettura, che nel nostro Paese risulta molto bassa rispetto ad altre realtà: molte persone, una volta terminati gli studi, si astengono religiosamente dall’aprire un libro di storia o di scienze (che ricordano loro i sudati anni della scuola), ed in oltre il 50% delle abitazioni si calcola che non vi siano affatto libri, o comunque, nel migliore dei casi, non ve ne siano più di 25.
Il fenomeno è molto preoccupante e scoraggiante soprattutto per noi che siamo docenti e che tentiamo con ogni mezzo di trasmettere cognizioni e abilità che dovrebbero restare immoti per il resto della vita dello studente; ma è un’impresa sempre più difficile, soprattutto perché i nostri giovani, come ho scritto in altri post, apprendono velocemente ma altrettanto rapidamente dimenticano quanto appreso, tanto che spesso, se rivolgiamo alle classi una domanda su argomenti svolti qualche mese prima, otteniamo in cambio un silenzio glaciale. Di questa situazione incresciosa, che è l’antesignana dell’analfabetismo funzionale e di quello di ritorno, io individuo due cause. La prima, come dicevo sopra, è il diffondersi incontrollato della tecnologia e dei mezzi multimediali, che producono sulla mente umana lo stesso effetto che produrrebbe sul corpo un laccio che tenesse legato un braccio per trent’anni: una volta liberato, il braccio non saprebbe più muoversi, e questo appunto accade alla memoria dei nostri giovani, facoltà ormai risecchita e svalutata in tutta la sua rilevanza. La seconda causa è il progressivo deterioramento degli studi nella scuola primaria, dovuto soprattutto alla pedagogia di origine sessantottina che ha eliminato proprio quei contenuti e quegli esercizi che consentivano un apprendimento permanente delle strutture di base dell’italiano e della matematica (temi, riassunti, poesie a memoria, studio della grammatica, calcoli matematici senza calcolatrice ecc.). Si è trattato di un vero e proprio cataclisma, perché se a scuola non si studiano più l’analisi logica e del periodo non si possono apprendere le strutture della lingua che consentiranno poi al’adulto non solo di leggere ma di capire ciò che legge, e non solo di scrivere ma di comporre con proprietà ed eleganza; se non si fanno più temi e riassunti, ma progetti fatui e di scarsa ricaduta sulla cultura degli studenti, non si impara mai a padroneggiare la propria lingua. E a questo riguardo mi riservo di spezzare una lancia anche a favore dello studio delle poesie a memoria, oggi aborrito dai “moderni” pedagogisti, perché l’esercizio mnemonico è utile per tenere in allenamento quella facoltà, oltre al fatto che ricordare, ad esempio, cento versi di Dante può essere anche culturalmente un vantaggio ed un metodo per conoscere il ritmo compositivo, la struttura linguistica ed il significato di quel testo.
L’unico parziale rimedio a questa situazione sarebbe quello di tornare ad una scuola pre-68, come dico io, riproponendo gli esercizi e gli studi che facevamo noi mezzo secolo fa e che ci hanno consentito, sia pur con tutti i limiti, di non diventare analfabeti funzionali. Occorrerebbe poi che tutti coloro che, cessati gli studi, entrano nel mondo del lavoro, conservassero interesse ed amore per la cultura, anziché dedicarsi solo al loro ristretto ambito professionale. Che ci sarebbe di male se medici, avvocati o ingegneri riprendessero in mano, ogni tanto, i libri di latino, di storia, di scienze ecc. e cercassero di non perdere totalmente quel patrimonio di conoscenze che si sono formati negli anni della giovinezza? Se facessimo loro questa domanda risponderebbero che in effetti non ci sarebbe nulla di male; ma ben pochi lo fanno, anche perché il peso della cultura, nel nostro paese, si sta riducendo sempre più. Però gli effetti di questo analfabetismo funzionale e di ritorno si sentono e si vedono: giornalisti della tv che sbagliano ad usare i congiuntivi o anche a pronunciare correttamente le parole, politici che confondono l’Argentina con il Venezuela o che dicono “Romolo e Remolo” o altre perle simili, e via dicendo. Per non parlare delle persone comuni che scrivono sui social come Facebook: c’è da inorridire a constatare non solo come non vi sia alcuna cura dell’ortografia e della punteggiatura, ma come manchi del tutto la capacità di comprendere quanto letto e di conseguenza di argomentare. Mancando questa capacità, molte persone si sfogano attaccando violentemente chi la pensa diversamente da loro ricoprendolo di insulti; ma questi insulti e queste parolacce non derivano soltanto dall’istinto di violenza residente in ciascuno di noi e malamente represso, ma anche dall’ignoranza di chi non sa capire ciò che legge e non sa parlare e scrivere in modo corretto e persuasivo. Così, non avendo altro metodo di esprimersi a motivo del proprio analfabetismo funzionale, si serve dell’insulto e del turpiloquio credendo di esprimere più efficacemente ciò che crede di dover dire.
Una conseguenza lacerante di questa ignoranza così diffusa, di questo analfabetismo, è la facilità con cui le persone credono a determinate idee propagate via internet o tv e vi aderiscono senza ragionarvi sopra, proprio perché non hanno la capacità di ragionare. Così, quando si avvicinano le elezioni politiche, partiti e uomini politici fanno a gara a trovare gli slogan più rozzi e più beceri, perché sono quelli che più fanno presa sulla massa di ignoranti che s’ingrossa ogni anno di più. Verrebbe da chiedersi, a questo punto, se sia legittimo concedere a tutti il diritto di voto e se sia giusto che i voti contino tutti ugualmente, senza riguardo alla cultura e all’effettiva coscienza politica dei votanti. Ma questo è un altro argomento, che mi porterebbe lontano; perciò preferisco fermarmi qui.

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Narrativa attuale al femminile: sempre peggio!

In questi giorni di un’estate afosa come mai si era verificato prima (abbiamo raggiunto e superato i 40 gradi!) la mente non riesce a concentrarsi abbastanza e ad affrontare problemi impegnativi; per parte mia, ho deciso come tutti gli anni di non parlare di scuola in questo periodo ma dedicarmi ad altri argomenti, in quei pochi articoli che pubblicherò sul blog in questo mese di agosto. Di spunti ce ne sarebbero diversi: la politica e le sue contraddizioni degli ultimi tempi, le vacanze ed il modo di gestirle, il comportamento delle persone, che d’estate diventa più disinvolto e maleducato che mai. Un argomento particolare, che da sempre mi interessa e su cui ho scritto molto, sono le recensioni ad opere letterarie che ho letto di recente; ma con questo caldo diventa difficile, per me che leggo solo classici, concentrarsi su tutti gli aspetti importanti di un romanzo o una raccolta poetica. Attualmente, comunque, sto rileggendo la grande raccolta delle novelle di Pirandello, un autore che amo particolarmente perché a mio giudizio ha messo a nudo la vera natura dell’uomo; ma di questo parlerò in seguito, magari in un periodo più tranquillo e meno rovente di quello attuale. In questo post intendo invece ritornare brevemente sul problema della narrativa contemporanea, un vero concentrato di orrori che dimostra inequivocabilmente come l’arte, la vera arte letteraria, sia finita per sempre. I cosiddetti “scrittori” di oggi, secondo me, non meritano di essere ricordati neanche un giorno dopo la loro scomparsa, né di essere antologizzati o compresi in nessun manuale di storia letteraria, anzi nemmeno in un giornaletto parrocchiale.
Che la narrativa attuale fosse disastrosa e priva di ogni valore artistico l’avevo già detto su questo blog, dove da tempo sostengo la morte definitiva di tutte le arti in questa nostra sciagurata civiltà ipertecnologica; ma adesso voglio aggiungere un’osservazione particolare sui romanzi ed i racconti scritti da donne, che oggi vanno per la maggiore tanto che alcune case editrici, evidentemente animate dalla volontà di sprecare carta e denaro, hanno costituito collane di libri dedicate esclusivamente alle “scrittrici” (sempre tra virgolette). Girovagando per i supermercati, dove adesso si sta bene perché c’è l’aria condizionata, mi è capitato di sfogliare alcuni di questi libri scritti da donne italiane o straniere, ne ho letto qualche pagina e subito li ho rimessi a posto, perché di sprecare 12 o 15 euro per acquistarli non se ne parla, tanto poi finirebbero tra i rifiuti. L’impressione che ne ho ricavato è totalmente negativa, ma ciò non è una novità perché anche dei libri scritti dagli uomini ho dato lo stesso giudizio; solo che la scrittura femminile è ancora peggiore sotto certi aspetti, tra i quali ne illustro due in particolare. Il primo di essi è la mancanza totale di una struttura narrativa che possa dirsi tale: mancano completamente analisi caratteriali e approfondimenti psicologici, tutto il racconto si svolge sulla base di dialoghi serrati (battute di poche parole ciascuna, senza commenti di alcun genere) e di brevissime descrizioni di poche righe, che lasciano nel lettore il disgusto di un’aridità e di una banalità senza fine. I periodi sono brevi e sintatticamente disorganizzati, del tutto disarmonici, scritti con una faciloneria cronachistica tale da far pensare che qualunque bambino di terza elementare, se ben istruito da una brava maestra, saprebbe fare molto meglio. Un vero abominio, che non so proprio come si possa definire letteratura: mi pare di sporcare questo nobile sostantivo riferendolo agli scribacchini ed alle scribacchine di oggi.
Ma c’è un altro elemento della narrativa femminile che risalta da questi obbrobri che purtroppo vengono venduti, anche in migliaia di copie: una tendenza alle descrizioni crude che non è realismo (perché il realismo è caratteristica della vera letteratura), ma una squallida fiera dell’oscenità. Le “scrittrici” di oggi, forse per vendere di più questi loro capolavori, si abbassano sempre più al turpiloquio, a tutto ciò che è sporco e sconveniente, alle descrizioni minute e disgustose di atti sessuali, talvolta riferite in prima persona, tanto da far pensare che l’autrice abbia esperienza molto diretta di quelle cose, il che certo non le fa onore. Io non ho mai amato l’oscenità nella letteratura, se non quando è vera arte come in Aristofane o in Catullo; ma trovarla oggi negli scritti femminili mi fa ancora di più orrore, soprattutto perché mantengo un’immagine della donna certo più pura e rispettosa di quanto non sia la realtà. Da parte mia ho sempre pensato che l’emancipazione femminile consistesse nella giusta rivendicazione dei pari diritti tra i due sessi, che giudico sacrosanta; ma purtroppo ciò che dispiace constatare è che molte donne credono che, per raggiungere la parità con l’uomo, sia necessario imitarlo anche nelle sue abitudini più disonorevoli e disgustose. La donna non ha nulla da guadagnare nell’utilizzare il turpiloquio, la bestemmia o l’oscenità che prima era tipica solo dei maschi per essere al loro pari, poiché in tal modo non ottiene un’elevazione sociale né tanto meno morale, ma peggiora soltanto la propria immagine e prostituisce la propria dignità. Queste “scrittrici” che si beano nel descrivere atti osceni lo fanno certamente per solleticare i peggiori istinti dei maschi, che magari si eccitano di più a leggere quelle cose quando sanno che sono state scritte da donne; ma da ciò non si avvantaggia né il valore letterario di quei libri (che è pari a zero, come del resto anche di quelli scritti da uomini) né l’immagine stessa della donna, che perde ogni parvenza di dignità e diventa del tutto spregevole. Forse questo andazzo servirà a vendere più copie di questi obbrobri, e si sa che le case editrici mirano solo a quello, non interessa loro nulla del livello culturale di quanto pubblicano; ma costituiscono un’ulteriore caduta nella barbarie dell’incultura e della volgarità, di cui la nostra società ci ha dato e continua a darci tanti esempi.

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L’orrore della narrativa attuale

In questi giorni di vacanze natalizie, com’è noto, abbiamo un po’ tutti l’abitudine di girovagare per i negozi ed i centri commerciali, dove un turbinìo di luci e di colori ci invita ad acquistare il più possibile, secondo i canoni ormai noti della società consumistica. A me personalmente, certo per deformazione professionale, attirano più di tutto le librerie, dove migliaia di volumi giacciono sui panchetti e gli scaffali in attesa di potenziali compratori, dando la netta impressione di disordine che quasi sempre si ritrova in questo tipo di negozi: testi di storia antica mescolati con quelli di storia moderna, filosofia mescolata con psicologia o sociologia, manuali di cucina insieme a libri per bambini ecc. In questa inevitabile confusione c’è però qualcosa che viene immediatamente posta sotto gli occhi del visitatore appena entra in libreria: i cosiddetti “best sellers”, ossia le novità del momento generalmente più vendute, che coincidono quasi sempre non con opere classiche di immortale valore, ma con romanzi o racconti composti da giornalisti e sedicenti scrittori contemporanei.
E’ quindi quasi un obbligo, quando si entra in libreria, prendere in mano qualcuna di queste novità editoriali e sfogliarne qualche pagina; lo faccio anch’io, anche se poi mi guardo bene dall’acquistare questa roba e mi rivolgo, se mai ho desiderio di comprare qualcosa, ai miei amati testi classici ed alla saggistica più seria. Ciò perché ogni volta apro un libro di uno “scrittore” contemporaneo mi si stringe il cuore nel constatare quanto questi libri sono scritti male, senza idee e soprattutto senza alcun valore letterario: la sintassi è praticamente inesistente, con periodi di due o tre parole delimitate dal punto; la stilistica e la retorica non si sa neanche cosa siano; le norme della narratologia sono quasi sempre trascurate o del tutto ignorate; le descrizioni sono misere e non rendono affatto l’idea di chi o che cosa s’intende descrivere; le vicende raccontate sono quasi sempre stereotipe, misere e ripetitive, senza alcuna originalità; l’informazione culturale è fortemente carente. C’è da chiedersi chi mai possa spendere dei soldi per acquistare questi obbrobri; forse si tratta di persone vuote, ignoranti, che non conoscono affatto l’arte della letteratura, che non hanno mai letto i veri scrittori (Manzoni, Verga, Pirandello, Svevo ed altri) e che quindi si entusiasmano a leggere certi scribacchini che dovrebbero in molti casi tornare alle scuole elementari. Non voglio fare nomi, perché tanto sono tutti uguali: l’arte oggi è morta, si sa, non solo quella letteraria, e quindi nessuna meraviglia se vengono spacciati per romanzi e racconti delle schifezze che nei secoli della vera arte nessuno avrebbe accettato di leggere e tanto meno di pubblicare. Ma oggi, si sa, quello che conta è il denaro, e ci sono case editrici, come la Newton Compton di Roma, che pubblicano ogni nefandezza possibile pur di far soldi sulle vendite. Anni fa proposi a questo editore romano la pubblicazione della mia traduzione delle commedie di Menandro, un autore greco pochissimo conosciuto in Italia ma che ha avuto un enorme rilievo nella storia della cultura mondiale. L’editore rifiutò di prendermi in considerazione; e adesso scopro che sta pubblicando una collana dedicata ai “nuovi talenti letterari” con libri in cui una maestra elementare troverebbe un’infinità di errori di sintassi e di lessico. Ma tant’è: è noto che la legge del mercato, qui da noi, trionfa sulla qualità e sulla cultura, e di ciò dobbiamo, nostro malgrado, farci una ragione.
Oltre al valore letterario praticamente nullo degli “scrittori” contemporanei, quello che mi colpisce in essi è l’estrema volgarità e oscenità di cui sono infarciti: turpiloquio in ogni pagina, descrizione minuziosa di atti sessuali per solleticare i bassi istinti dei lettori, i quali evidentemente leggono questi libri pornografici perché è questo ciò che cercano; autori ed editori lo sanno e per questo rincarano la dose, sapendo che più oscenità c’è in un libro e più lo si vende. E quel che fa più specie, proprio perché non eravamo stati a ciò abituati dalla vera letteratura, è che questi obbrobri sono spesso scritti da donne, le quali evidentemente credono che assumere le brutte abitudini (come il turpiloquio) tipicamente maschili faccia parte della loro emancipazione. Certo, se la donna deve avere gli stessi diritti dell’uomo, secondo loro, allora può e deve usare anch’essa le parolacce, le bestemmie, l’oscenità come usano gli uomini, come se questo fosse un titolo di merito. C’è una signorina del nord Italia, di cui non voglio fare il nome per senso di commiserazione, che ha scritto una trilogia dove la protagonista (una donna giovane) vive schiava dell’istinto sessuale e si accoppia praticamente come un animale, mentre la presunta “scrittrice” si diverte a descrivere minuziosamente gli atti sessuali. Questa vergogna non sarebbe stata possibile in un’epoca in cui era chiaro il concetto di arte e di letteratura, in un periodo in cui l’immagine della donna era molto più pura e rispettata di quanto non lo sia adesso, nonostante tutte le lotte femministe e la relativa emancipazione del gentil sesso. Io ho sempre creduto che, in nome dell’uguaglianza dei sessi e delle pari opportunità, le donne dovessero rendersi pari agli uomini negli aspetti positivi della vita, non in quelli negativi. E ancor oggi, in base all’educazione ed alla formazione che ho avuto, mi indigno quando sento donne e ragazze pronunciare parolacce e oscenità, che farebbero bene a lasciare alla volgarità maschile, anch’essa diffusa oltre misura. Quando poi la volgarità femminile, oltre che parlata, è anche scritta in un libro, il senso di disgusto e di orrore che mi prende è tale da impedirmi di valutare quel libro al di sopra di un sacco di immondizia.

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Nuovi barbari in Parlamento

Tutti noi, purtroppo, abbiamo visto in tv le vergognose scene svoltesi alla Camera dei deputati, dove la gazzarra scatenata dai deputati del “Movimento cinque stelle” ha fatto il giro del mondo e ha mostrato a tutti il livello di maleducazione, di volgarità e di barbarie vera e propria a cui i politici nostrani sono arrivati. Attila, al confronto, era un agnellino! L’esempio che viene dato ai cittadini, ed in particolare ai giovani che noi nella scuola stiamo faticosamente cercando di educare alla legalità ed alla tolleranza, è sotto gli occhi di tutti. In un paese civile, dove le leggi vengono rispettate, tutti coloro che si comportano così all’interno di un’istituzione, appartengano alla maggioranza o all’opposizione, sarebbero già stati sbattuti fuori dal Parlamento e inquisiti per i reati che hanno commesso. Si è perfino arrivati al vilipendio alle istituzioni, quando un deputato del M5S si è permesso perfino di dare del “boia” al Presidente della Repubblica. Come si possono tollerare simili comportamenti? Non c’è nessuno che reagisca, che faccia presente che in Italia c’è troppo garantismo, troppa impunità per chi commette reati di questo tipo? Tale è infatti l’agire di chi offende e diffama le istituzioni, a prescindere da chi le rappresenta. Per il suo passato comunista Napolitano non è simpatico neanche a me, e personalmente non l’avrei scelto per quell’incarico; ma una volta che è stato eletto, è dovere sacro di ogni cittadino rispettarlo per il ruolo che ricopre.
La verità è che Grillo ed i suoi si stanno accorgendo che chi li ha votati sta cambiando idea, perché tutti si sono resi conto che da un anno costoro stanno lì senza fare assolutamente nulla, ma sono capaci solo di urlare, insultare e dire di no sempre e comunque. La politica, ovunque nel mondo, è collaborazione, alleanza, compromesso con altri dalle diverse idee; costoro invece continuano a evitare il confronto con tutti, non collaborano con nessuno, rendendo totalmente inutili i voti di quei milioni di persone che hanno dato loro fiducia. L’urlo, l’insulto e il turpiloquio, oltre ad essere vergognosi di per sé, non cambiano nulla e finiscono per ritorcersi contro chi li usa, rendendo vani anche quegli argomenti che potrebbero essere condivisibili. Se conoscessero la storia, i cinque stelle saprebbero che solo con il dialogo pacato e civile si può ottenere di essere ascoltati; l’antipolitica, l’anarchia, la protesta fine a se stessa non hanno mai prodotto nulla di buono.

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