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La nuova seconda prova d’esame del Liceo Classico

Finalmente, dopo una lunga battaglia condotta in primis dal prof. Bettini dell’Università di Siena a cui tanti altri si sono accodati compreso – modestamente – il sottoscritto, è stata cambiata la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, che resisteva da quasi un secolo sempre nella stessa forma, quella della “versione” secca e decontestualizzata dal latino o dal greco. Nel mio piccolo, attraverso questo blog ma soprattutto avvalendomi dell’esperienza di quasi 40 anni di insegnamento di latino e greco nel triennio del Classico, ho a lungo cercato di dimostrare come questa seconda prova andava cambiata, ed il cambiamento era necessario per diversi motivi: i giovani di oggi non sono più quelli di 50 anni fa, oggi le conoscenze linguistiche (a partire dalla scuola media, dove spesso la grammatica non si fa neanche più) sono molto ridotte rispetto al passato, i nuovi strumenti informatici e la presenza di internet hanno cambiato la vita di tutti noi e soprattutto dei giovani, i quali non stanno più ore ed ore sul vocabolario a “fare la versione”: nella maggior parte dei casi purtroppo (e sottolineo il mio disappunto) scaricano le traduzioni già pronte da siti internet che le mettono loro a disposizione, e comunque l’uso dello smartphone e di altri strumenti, eliminando o riducendo la necessità di indagare in proprio per arrivare a certe conoscenze e certi risultati, sviluppa alcune abilità, ma conculca ed inibisce proprio quelle che occorrono per il lavoro di traduzione dalle lingue classiche. Inutile e controproducente è perciò la resistenza dei conservatori che, nel nostro ambito degli studi classici, continuano ad insistere con la classica “versione” senza rendersi conto che nel mondo attuale la realtà è qualcosa di sfuggente, di transitorio, che muta ad una velocità cento volte superiore a quanto avveniva in passato: perciò, se fino ad alcuni anni fa la prova d’esame con la “versione secca” poteva avere un senso, oggi non ce l’ha più, perché gli studenti attuali – tranne qualche raro caso – non sono più in grado di tradurre da soli brani di media difficoltà dal latino e dal greco. La traduzione è ormai diventata un lavoro da esperti, da studiosi accademici, non da studenti di liceo; è meglio dunque prendere atto della verità, anziché continuare ipocritamente, come ha fatto il Ministero negli ultimi dieci anni, ad assegnare all’esame brani come quelli di Aristotele, impossibili per gli studenti, solo per poter fingere che ancora sia possibile ricavare dai liceali degli esperti conoscitori delle lingue antiche. La realtà effettuale era che in tutti i licei i professori aiutavano smaccatamente gli studenti, quando addirittura non facevano la versione al posto loro. Di fronte ad una farsa di questo genere, che salva solo le apparenze ed aggira l’ostacolo in questo modo indegno, non è meglio cambiare, visto anche che la traduzione non è l’unico modo di conoscere il mondo classico, né l’unica abilità che i giovani debbono esercitare nei loro studi? Vi sono altri ambiti di conoscenza di tipo letterario, storico, artistico, filosofico ecc. che hanno pari o superiore utilità nella formazione culturale di uno studente rispetto al mero aspetto linguistico delle discipline classiche, in cui pochissimi ormai riescono ad orientarsi. Lo scopo del Liceo Classico non è quello di sfornare traduttori ma di formare persone colte ed in grado di ragionare in modo autonomo e poter così, con l’ausilio di una vasta cultura, conoscere il proprio mondo ed operare autonomamente le proprie scelte di vita.
Dopo molto tempo e lunghi dibattiti, il Ministero ha finalmente riconosciuto la realtà dei fatti ed ha cambiato finalmente la prova. La nuova struttura è ben organizzata, favorisce il ragionamento e stimola il senso critico di ciascuno, senza eliminare del tutto la traduzione ma affiancandola con un raffronto tra due testi di contenuto analogo ma di lingua diversa (di cui solo il primo, contestualizzato, va tradotto dagli studenti mentre il secondo è accompagnato dalla traduzione) e con alcune domande di tipo interpretativo che si riferiscono ai testi proposti ma danno modo di spaziare anche su altri argomenti ad essi affini o comunque collegati. Va anche detto, ad onta dei conservatori ancora chiusi nella torre d’avorio della classicità da cui non vogliono scendere a nessun costo, che questa prova non è affatto una facilitazione o una banalizzazione della precedente, perché per operare confronti fra testi o rispondere a domande alquanto complesse non occorrono abilità o conoscenze inferiori a quelle necessarie per tradurre la versione; anzi, ne occorrono di più, benché diverse dalla semplice conoscenza della lingua.
Per il momento non possiamo giudicare in toto gli effetti del cambiamento, dato che questo è il primo anno scolastico in cui verrà proposta la nuova modalità; abbiamo però il modello di prova che è stato inviato alle scuole e svolto dagli alunni nelle settimane scorse. Ad un primo esame mi è sembrata una proposta accettabile: c’era da tradurre un brano di Tacito, non “secco” ma inserito in un contesto preciso e ben introdotto, a cui si affiancava un passo dello scrittore greco Cassio Dione che trattava un argomento analogo a quello dello storico latino; infine, la prova si concludeva con tre domande concernenti i testi proposti ma aperte anche ad ampliamenti tematici e confronti con altri testi similari. Non si può dire che questo tipo di lavoro sia facile o adatto a tutti, ma è comunque atto a verificare un più ampio spettro di conoscenze e di competenze rispetto alla versione “secca” dove in pochissimi riuscivano e mettevano in evidenza una sola abilità. Questa struttura, molto più adatta agli studenti di oggi, offre la possibilità anche a chi non sa tradurre (e parliamo della maggioranza degli studenti!) di ricavare da questa prova, che all’esame vale ben 20 punti su 100, qualcosa di positivo. Fino ad oggi, invece, la sola versione senza contesto portava a fallimenti totali, a cui poi dovevano rimediare i commissari in fase di correzione degli elaborati: in qualità di commissario d’esame, infatti, io mi sono trovato spesso di fronte a disastri totali nelle traduzioni, ai quali dovevamo rimediare noi con correzioni “benevole”, cioè chiudendo un occhio e anche due per poter consentire allo studente di arrivare all’orale e passare l’esame. Questa, a mio giudizio, è pura ipocrisia, un comportamento ai margini della legalità, se non oltre. E’ quindi molto preferibile prendere atto della realtà e modellare l’esame su quelle che sono le effettive potenzialità degli studenti di oggi, cambiando ciò che va cambiato. Rimanere ancorati al passato e a ideali irrealizzabili significa essere fuori dal mondo, significa costruire un fantoccio inconsistente che poi, al primo soffio di vento, si sgretolerà in mille frammenti.

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Come studiare il mondo classico

Penso che esistano ben poche persone che, indipendentemente dal loro livello culturale, possano negare l’importanza del mondo classico in quella che è stata la nascita della civiltà occidentale nella quale anche adesso noi viviamo. Non esiste alcunché di importante, come diceva la scrittrice Marguerite Yourcenar, che non sia stato detto in greco, ed in effetti tutta la cultura moderna ha le sue radici in quel periodo: la letteratura, la filosofia, l’arte figurativa, la musica, la ricerca scientifica, la politica e quant’altro. Per loro conto i Romani, pur non avendo aggiunto molto alle scoperte e alle invenzioni dei Greci, riuscirono però in molti casi a farle progredire ed a perfezionarle; e poi, con la loro conquista militare di tutto il mondo allora conosciuto (o quasi) diffusero ampiamente quella lingua e quella cultura che, con alterne vicende, è giunta fino a noi.
Conoscere l’Antichità classica è quindi fondamentale per ogni persona colta, perché il nostro senso storico ci suggerisce senza alcun dubbio che la conoscenza del passato è la chiave di volta che consente di comprendere il presente e di guardare con senso critico la realtà che ci circonda. Ma come va studiato il mondo greco e latino? Esiste un solo modo di conoscerlo o ne esistono molti? Certamente chiunque può specializzarsi in qualche aspetto particolare: c’è chi si occupa di arte antica e di archeologia, chi di letteratura, chi di studi linguistici ecc. Ma se volessimo analizzare in particolare tutti questi aspetti, il nostro discorso diventerebbe sterminato e non consono allo spazio disponibile in un blog; sarà perciò utile che io mi limiti, anche perché collegato alla mia esperienza di docente, a quanto avviene nei Licei e nelle Università, i luoghi cioè dove questi contenuti culturali vengono normalmente dibattuti.
Nel Liceo Classico, dove entrambe le lingue antiche vengono insegnate, i docenti si occupano normalmente della grammatica latina e greca nei primi due anni di corso (il ginnasio) e di storia letteraria e lettura di classici in lingua durante il triennio conclusivo. Di solito l’assegnazione alle cattedre avviene, se il Dirigente scolastico tiene all’efficacia didattica della sua scuola e non è solo un burocrate, secondo le inclinazioni di ciascuno: chi ha maggior interesse e competenze per l’insegnamento linguistico viene destinato al biennio, chi per la storia letteraria ed i classici al triennio. Io personalmente appartengo a questa seconda categoria, amo moltissimo le lingue latina e greca ma non mi piace insegnarle, mentre ho grande propensione per la storia letteraria ed i grandi autori greci e romani; e poiché, per mia fortuna, ho sempre trovato Dirigenti sensibili a questa mia inclinazione, sono riuscito a restare sempre al triennio conclusivo per l’intera durata della mia carriera di docente. E tuttavia, confrontandomi anche con colleghi di altri licei, ho constatato che non tutti utilizzano la stessa modalità di approccio agli studi classici e quindi all’insegnamento. Per quanto mi riguarda, io ho sempre privilegiato gli aspetti storici e letterari degli autori antichi, analizzando le loro opere dal punto di vista del valore artistico, della loro importanza nella storia del pensiero umano, degli elementi di continuità che possiamo rinvenire tra l’antico ed il moderno facendo paralleli, ad esempio, tra Plauto e Molière, tra la pedagogia di Quintiliano e quella di Rousseau ecc., e cercando di far riflettere gli allievi sul rilievo generale e l’incidenza che queste opere hanno avuto nella storia della cultura; poiché tuttavia a giudizio degli antichi gli elementi formali del testo (stile, lingua, metrica, retorica ecc.) non sono secondari ma concorrono anch’essi alla determinazione del valore complessivo dell’opera, ho cercato di non trascurarli mai durante la lettura ed il commento dei testi in classe. Molti docenti di liceo seguono questa linea, ma purtroppo ve ne sono alcuni che invece continuano ad avere con i testi un approccio di tipo, per così dire, “ginnasiale”, conferendo importanza solo alle forme verbali, alle eccezioni morfologiche e sintattiche, alla numerazione dei frammenti ecc. Questo modo pedante di approcciarsi ai classici esiste purtroppo ancora, ed ecco che gli studenti si annoiano e poi, una volta conclusa la verifica su quella parte di programma, si dimenticano tutto. Se vogliamo che nella mente dei nostri giovani prenda stabile dimora qualcosa che concorra veramente a formare la loro personalità e che ricordino per sempre, dobbiamo insistere sul messaggio culturale della tragedia greca, sulla meravigliosa bellezza dei versi di Lucrezio e di Virgilio, sull’attualità del pensiero di Seneca, non sul genitivo assoluto o la consecutio temporum o peggio su eccezioni e forme secondarie che impareranno svogliatamente a memoria ma che non troveranno mai nel loro percorso scolastico. E’ chiaro, beninteso, che le strutture linguistiche di base vanno conosciute per interpretare i testi, ma non possiamo limitare a quelle, o in genere alle capacità di traduzione, le conoscenze che uno studente liceale deve possedere del mondo classico, altrimenti ne sviluppiamo la pedanteria, non la vera cultura. Per questo motivo vado sostenendo da tempo la necessità di cambiare la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Liceo Classico, non fondandola più soltanto sulla traduzione (che oltretutto oggi quasi nessun studente sa più fare), ma su quei contenuti storici, letterari, artistici ecc. che veramente formeranno la personalità del giovane, mentre le “regoline” verranno immancabilmente dimenticate anche da chi ottiene il punteggio massimo.
Quanto accade all’Università, non da ora ma da svariati decenni, è ancor peggio: i docenti specialisti che si trovano nelle facoltà di Lettere Classiche ben raramente svolgono corsi sugli autori più significativi del mondo classico, quelli che serviranno veramente agli studenti destinati ad insegnare nei Licei, ma vanno quasi sempre a cercare poeti e scrittori semisconosciuti, magari vissuti in epoca tardo imperiale e autori di opere di scarso livello artistico come centoni, compilazioni e riassunti. E non basta: di questi autori secondari, che non portano alcun profitto agli studenti (a meno che non vogliano essi stessi fare i ricercatori) essi non evidenziano i contenuti globali delle opere e l’importanza globale di queste, ma si limitano a puri filologismi come l’analisi delle varianti dei codici, delle forme dialettali o eccezionali, con una pedanteria al cospetto della quale quella dei maestri del ‘500 immortalati dalle commedie del Bibbiena e dell’Aretino scompaiono. Ora io mi chiedo: a cosa servono queste elucubrazioni puramente testuali e filologiche se non a mettere in piedi sterili polemiche tra topi di biblioteca per decidere quale sia la “lezione” (così si chiama in filologia una parola o un passo) da inserire in un testo che nessuno leggerà? Già l’illustre latinista Concetto Marchesi, che insegnava e scriveva negli anni ’40 e ’50 dello scorso secolo, si indignava contro questi virtuosismi sterili e diceva, riprendendo un’immagine di Marziale, che gli studi negli atenei italiani erano diventati “un banchetto allestito per i cuochi e non per i commensali”, perché i filologi dialogano soltanto tra di loro, solo al loro orgoglio personale serve la loro pedanteria, gli studenti non ne traggono alcun beneficio. Ed oggi la situazione è ancor peggiore che ai tempi di Marchesi, forse perché i docenti universitari hanno ormai poco da dire su Omero, Euripide, Cicerone e Virgilio (spesso neanche li conoscono molto bene) e perciò si rifugiano in autori oscuri ignoti a tutti fuorché a loro. Così accade che gli studenti universitari, come i loro colleghi liceali, danno l’esame e poi si dimenticano tutto, e se capita loro una supplenza nella scuola debbono ristudiare tutto daccapo, come se all’Università non ci avessero nemmeno messo piede.
I classicisti duri e puri inoltre, con questa pratica del filologismo, della specializzazione estrema su minuzie, ottengono anche un altro risultato negativo, quello di allontanare l’opinione pubblica da una conoscenza anche minimale del mondo classico. I loro scritti sono praticamente incomprensibili a chi non appartiene alla loro conventicola, anche perché quando scrivono fanno di tutto per non farsi capire; e qui bisogna notare che gli studiosi esteri sono generalmente diversi, perché se leggiamo un commento ad un classico scritto da un inglese o un francese riusciamo a comprenderlo (se conosciamo la sua lingua ovviamente), se invece è un italiano a scriverlo diventa un geroglifico, un insieme di paroloni incomprensibili, pur se si trova in un’edizione divulgativa che dovrebbe arrivare ad un pubblico più vasto dei cosiddetti “addetti ai lavori”. Ciò diffonde l’opinione secondo cui certi studi sono “misteriosi” e riservati ad un’élite di professoroni, mentre tutti gli altri si sentono esclusi. E’ anche questo uno dei motivi, a mio giudizio, che allontana tanti giovani dall’avvicinarsi al mondo antico ed ad iscriversi al Liceo Classico, quando si diffonde l’idea che i professori di quella scuola, anziché aprire la mente dei ragazzi alle meraviglie degli scrittori greci e romani, li vessano con regole, regoline ed eccezioni. Purtroppo il conservatorismo pervicace che ancora nutrono molti colleghi di queste materie, chiusi nella loro torre d’avorio, è ciò che rovina gli studi classici stessi, li riduce a puro esercizio virtuosistico fine a se stesso. Se chi detiene il potere avesse una qualche conoscenza della scuola reale e dei suoi problemi, comincerebbe intanto a modificare i programmi dei licei dove s’insegna ancora il latino ed il greco, e ad adeguare la seconda prova scritta dell’esame di Stato del Classico alla realtà degli studenti e della società di oggi, senza imporre brani di traduzione assurdi come quello di Aristotele di quest’anno, fulgida dimostrazione dell’assoluta incompetenza del Ministero e dei suoi funzionari.

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Metti via quel cellulare!

Il titolo del post riproduce quello di un fortunato libro di Aldo Cazzullo, noto giornalista del “Corriere della Sera”, che l’ha scelto per sottolineare una situazione che si verifica spesso in casa sua: avendo infatti due figli adolescenti, egli si trova ogni giorno a combattere con la presenza ossessiva del cellulare in mano ai due ragazzi, che non si liberano mai di questo aggeggio, neppure a tavola, e rinunciano a causa di questa sciagurata abitudine a qualunque dialogo con i genitori e gli altri membri della famiglia. Il problema di Cazzullo è il problema di tutti coloro che hanno figli in età scolare ed anche oltre: ormai il cellulare, soprattutto a causa del fatto che non è più usato come telefono ma come computer portatile per andare sui vari “social” e sulle chat, è diventato un’appendice del corpo umano per i nostri ragazzi, i quali non riescono più a farne a meno e lo usano di continuo, per tutto il giorno e per buona parte della notte. Si tratta di un flagello di portata mondiale, i cui effetti distruttivi per la mente umana già si cominciano a vedere ed ancor più si vedranno negli anni futuri, quando ci si renderà conto che le persone non sanno più ragionare con la propria testa, non hanno più la facoltà della memoria, non sanno più neppure le tabelline ed il corretto uso della lingua italiana. Già adesso i docenti universitari scrivono lettere drammatiche al Ministero dell’istruzione lamentando il fatto che i giovani diplomati che arrivano alle varie Facoltà non sanno comprendere quel che leggono, né comporre un periodo in italiano che sia ortograficamente e sintatticamente corretto.
Io non credo, né ho mai creduto, che i giovani di oggi siano meno intelligenti di quanto eravamo noi negli anni sessanta e settanta dello scorso secolo; anzi, penso il contrario, perché le opportunità culturali e le fonti di informazione di oggi sono molto più numerose ed ampie di quelle che avevamo noi, le esperienze di vita sono inoltre più variegate e complesse, tanto che i ragazzi possono sviluppare con più agio la loro personalità e le loro attitudini. Ma questa molteplicità di strumenti culturali a disposizione si rivela un’arma a doppio taglio, perché finisce per limitare pesantemente proprio quelle facoltà mentali che in teoria potrebbe sviluppare: le calcolatrici elettroniche, la crescita esponenziale dell’offerta radiotelevisiva e soprattutto l’avvento di internet hanno fatto sì che certe qualità umane come l’esercizio della memoria e l’indagine di tipo induttivo e deduttivo siano state notevolmente danneggiate dalla grande quantità di dati e notizie disponibili senza alcuno sforzo, mentre in precedenza occorreva un processo mentale ben più ampio per ottenere i medesimi risultati. Se per effettuare un calcolo matematico ai nostri tempi era necessario mettersi a tavolino con carta e penna e ricercare nella nostra mente il procedimento logico atto a risolvere una divisione a due cifre, ad esempio, oggi basta una calcolatrice tascabile e la suddetta divisione si risolve in pochi secondi e senza sforzo. Certo, questo rende più semplice e più comoda la vita, ma le facoltà logiche e mnemoniche della persona ne vengono danneggiate, perché non essendo più attivate finiscono per arrugginirsi, per atrofizzarsi: è come se una persona si legasse un braccio al collo per trent’anni; poi non riuscirebbe più a muoverlo quando lo avesse liberato. Lo stesso avviene in campo umanistico e culturale in genere: tutte le domande trovano immediata risposta su internet, tutto ciò che prima si riusciva a realizzare facendo appello alle proprie doti logiche e intuitive, leggendo, confrontando e riflettendo, adesso è già pronto e la mente si adagia in questo riposo continuo perdendo col tempo la capacità di funzionare, come una persona che, essendo rimasta per anni stesa in un letto, tentasse poi di alzarsi senza potervi più riuscire.
Ecco dunque spiegato, entrando in ambito scolastico, il motivo per cui i nostri alunni non sanno più ricordare gli argomenti svolti a scuola anche solo un mese prima: non più abituati ad usare la memoria perché nessuno richiede loro l’uso di questa facoltà, imparano facilmente ma altrettanto facilmente dimenticano. Ecco anche spiegato, per quanto attiene specificamente ai Licei, il motivo per cui non sanno più tradurre quasi nulla dal latino e dal greco: queste lingue, infatti, hanno una sintassi diversa da quella italiana, e per leggere i testi d’autore occorre dimenticare il metodo di lettura tipico delle lingue moderne, quello cioè di procedere in senso lineare, parola per parola. I vari membri del discorso vanno ordinati non in sequenza lineare ma logica, poiché la proposizione principale o il verbo reggente possono trovarsi anche in fondo al periodo stesso, e per operare l’esatta costruzione delle frasi e dell’intero brano occorre ragionare in modo autonomo, perché né sul dizionario né altrove si può trovare già fatta questa operazione. Occorre poi anche ricordarsi i significati delle parole, altra qualità che oggi è quasi inesistente perché gli studenti non esercitano più la mamoria. Da qui i loro fallimenti in questo ambito, che, come ho detto anche altrove, non derivano da una scarsa intelligenza, bensì dall’abbandono di quelle qualità che noi ai nostri tempi avevamo proprio perché non disponevamo di tutti gli strumenti in voga oggi, primo tra tutti il cellulare, o smartphone come lo si vuol chiamare.
Ritornando proprio al cellulare e al disperato grido di Cazzullo rivolto ai suoi figli, occorre dire che l’uso smodato di questo dannato aggeggio produce anche un’altra grave conseguenza negativa: che cioè, presi come sono dai messaggini, dalle chat, dai social come sono oggi, i giovani perdono anche la concentrazione necessaria perché lo studio delle discipline scolastiche dia qualche buon risultato. Molti ragazzi passano sì i pomeriggi in camera loro con i libri scolastici aperti, ma tengono pure acceso il cellulare mentre studiano; in questo modo gettano al vento tanto tempo prezioso, perché è pacifico che per imparare certi dati o certi concetti occorre avere la mente sgombra e tanta concentrazione; e come può concentrarsi su un qualsiasi contenuto culturale una persona che ogni cinque minuti si distrae per rispondere a un messaggio o ad una chat, o per mettere un commento su facebook, twitter o altri social del genere? Se sta leggendo una pagina di un libro e s’interrompe a metà, dovrà poi rileggerla daccapo per tirar le fila del discorso, e forse neanche ci riuscirà. Per questo motivo io, quando incontro i genitori dei miei alunni, raccomando loro di togliere i cellulari ai loro figli quando decidono di mettersi a studiare, perché ritengo che risulti più proficua un’ora di studio in piena concentrazione e senza distrazioni che un intero pomeriggio passato con quell’oggetto diabolico accanto, la cui pericolosità e capacità distruttrice già è nota ed ancor più si rivelerà in tutta la sua drammatica grandezza negli anni futuri. Invito perciò tutti i genitori a fare propria la massima di Aldo Cazzullo e di usarla con i propri figli. Per veder migliorate le loro conoscenze ed i loro risultati scolastici non c’è bisogno di minacce o punizioni. Basta dire loro, un po’ più spesso di quanto avviene oggi, “Metti via quel cellulare!”, e non solo quando debbono studiare, ma anche quando debbono dialogare con i loro genitori ed i loro familiari.

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Dovremo chiudere il Liceo Classico?

Com’è noto il Liceo Classico, una volta fiore all’occhiello del sistema scolastico italiano e invidiato da tanti paesi esteri, è da alcuni anni in sofferenza a causa di un forte calo di iscritti che ha interessato sia le grandi città che i centri di provincia: nella mia regione, la Toscana, tanto per fare un esempio, abbiamo assistito in una provincia come Grosseto alla chiusura di due Classici su tre per mancanza di iscritti, e non molto meglio è andata nelle altre province. Il fenomeno, come tutti quelli analoghi, ha dato luogo ad una lunga serie di dibattiti volti a identificarne le cause ed anche, come succede, ad una caccia alle streghe: si sono accusati, per lo più, i professori delle materie umanistiche (soprattutto quelli di latino e greco) di utilizzare metodi antiquati, di costringere gli studenti a turni massacranti di studio per apprendere contenuti che per molte persone sono di dubbia utilità. Proprio oggi su Facebook, nel gruppo intitolato “Non chiudete il Liceo Classico!” è apparso un post scritto da una docente di latino e greco con molti anni di esperienza, la quale torna ad accusare “certi insegnanti” perché insistono troppo sulla grammatica, fanno tradurre ancora dall’italiano al latino, si fermano a lungo sulle leggi degli accenti in greco ed anche perché, come dice lei, obbligano gli studenti ad imparare lunghe liste di vocaboli a memoria. Metodi antiquati a suo giudizio, responsabili dell’avversione che i giovani manifestano nei confronti del Classico e che spiegherebbe il forte calo di iscritti. Anzi, c’è di peggio: l’autrice del post sostiene che a breve il Liceo Classico chiuderà i battenti del tutto, addirittura!
Sull’argomento mi corre l’obbligo, come diretto interessato in quanto docente di latino e greco da quasi quarant’anni, di fare qualche osservazione. A parere mio la collega autrice del post ha un po’ esagerato, ma nella sostanza ha ragione, nel senso che metodi d’insegnamento in voga quaranta o cinquant’anni fa non possono essere adatti ai giovani di oggi, che vivono in modo del tutto diverso dai loro genitori o nonni ed hanno una mentalità ed una formazione culturale molto diversa; ma non credo che la crisi del Liceo Classico dipenda soltanto dai metodi applicati da “certi docenti” arretrati e conservatori. Credo invece che la causa maggiore dell’abbandono sia la superficialità dei tempi moderni e lo scarso interesse per la cultura evidente a tutti i livelli, dai mass-media ai politici che dicono che “con la cultura non si mangia” fino ai semplici cittadini, la cui mentalità è fortemente condizionata dalle leggi economiche e di mercato. Secondo tale concezione della vita ciò che conta è solo il profitto e l’innovazione tecnologica, che rende possibile il benessere in cui viviamo e che non può più comprendere tra i suoi valori quelli che vigevano alcuni decenni fa; da ciò è derivata una abnorme valorizzazione di quel genere di cultura di cui si crede di vedere l’immediata utilità, vale a dire quella tecnica e scientifica, che molti continuano a considerare antitetica a quella umanistica. In questo clima economicistico e tecnocratico che ha ormai contaminato totalmente le società moderne non c’è più spazio per gli studi letterari ed umanistici in genere, considerati “chiacchiere” senza costrutto, roba da perdigiorno o da topi di biblioteca che non hanno nulla di meglio da fare; e le lingue classiche, a maggior ragione, vengono ritenute “inutili” e quindi da abbandonare totalmente. A questo si deve aggiungere anche la precisa volontà di certe persone, purtroppo spesso collocate nei posti di comando, di affossare gli studi umanistici proprio perché chi con questi si è formato è anche in grado di ragionare con la propria testa, di rendersi conto delle condizioni in cui vive e dell’intento buono o cattivo dell’agire altrui. In altre parole, la cultura è scomoda per chi sta al potere, molto più a suo agio in presenza di un popolo ignorante, dedito solo allo smartphone e alle scarpe all’ultima moda, un popolo di automi, di “yes-men” come si dice oggi, incapaci di reagire e proni di fronte alle contraddizioni ed alle ingiustizie. Questa, a mio giudizio, è la causa maggiore del declino del Liceo Classico, una scuola che apre la mente ed è perciò scomoda, da mortificare quanto più possibile.
Pur tuttavia le accuse contro “certi insegnanti” di latino e greco, troppo pedanti e ancorati a vecchi metodi di insegnamento, hanno un indubbio fondamento, perché è del tutto ovvio, a mio parere, che noi che viviamo in questa scuola e amiamo le discipline classiche non possiamo illuderci di poterle insegnare come 50 anni fa, visto che gli alunni attuali sono nativi digitali ed hanno avuto nella scuola primaria una formazione ben diversa da quella che hanno ricevuto quelli della mia generazione. Io sono convinto – e l’ho scritto molte volte in questo blog – che se vogliamo salvare il Liceo Classico dobbiamo essere disposti ad innovarci, a cambiare qualcosa di sostanziale, a rendere insomma questa scuola al passo con i tempi ed in sintonia con le capacità apprenditive dei ragazzi del 2017, non di quelli del 1967. Cosa intendo dire? Una volta premesso che nessuno di noi (e tanto meno io!) ha la bacchetta magica, e che è più facile criticare che costruire, posso però tentare di fare una proposta, che ho già avanzato in quel gruppo di Facebook e per la quale ho già ricevuto una bella dose di insulti dai colleghi ultraconservatori che nel nostro ambito culturale sono forse la maggioranza. Partendo da un dato di fatto, cioè che i ragazzi di oggi non hanno più (tranne poche eccezioni) la disposizione mentale e le conoscenze di base per poter tradurre brani anche semplici scritti nelle lingue classiche, e considerato anche che di fatto non traducono più, specie al triennio liceale, perché scaricano le versioni già tradotte da internet e nei compiti cercano di copiare con il cellulare (e spesso ci riescono), tenuto conto di tutto ciò io ritengo che sarebbe preferibile fondare l’insegnamento più sugli aspetti letterari, storici e antropologici del mondo classico che sulle abilità linguistiche, che di fatto ben pochi studenti oggi possiedono. Con ciò non intendo affatto sostenere l’abolizione dello studio delle due lingue antiche, che resta comunque indispensabile per la comprensione delle dinamiche formali durante la lettura dei testi originali in lingua sotto la guida del docente; ma trovo assurdo e controproducente costringere i ragazzi a faticare ore sul vocabolario per tirar fuori poi quasi sempre (se non copiano) traduzioni penose che infondono anche nel docente, e non solo negli studenti, un senso di frustrazione e di profondo disagio. La valutazione dovrebbe dipendere in gran parte dalle conoscenze storico-letterarie e dalle letture degli autori in lingua o in italiano, riservando al lavoro di traduzione autonoma uno spazio minore di quello che ricopre adesso, quando il 50 per cento circa del voto conclusivo dell’anno scolastico dipende dall’esito delle prove scritte, cioè dalle traduzioni. Lo studio linguistico quindi, collocato nei primi due anni con completamento nel terzo, dovrebbe essere più snello e meno pesante di quel che è adesso, con l’abolizione degli inutili grammaticismi e degli esercizi mnemonici sulle cosiddette “regole” che servono a ben poco, dato che gli studenti, quando arrivano al triennio liceale, conoscono a menadito queste “regole” ma non sanno ugualmente tradurre alcun testo. Certo, per realizzare questo obiettivo, che certamente renderebbe il Liceo Classico una scuola più competitiva ed attraente perché al passo coi tempi attuali, ci sarebbe bisogno di un immediato provvedimento da parte del Ministero: la modifica della seconda prova scritta d’esame, ancor oggi consistente in una pura e semplice traduzione, antiquata perché rimasta nella sostanza uguale a se stessa dal 1923 (dalla riforma Gentile del governo Mussolini!) e non più alla portata degli studenti attuali. Da lungo tempo io sostengo questa posizione, che condivido con illustri studiosi come il prof. Maurizio Bettini dell’Università di Siena e che mi pare l’unica soluzione per uscire da questo limbo che non soddisfa nessuno, benché i colleghi conservatori difendano ancora la traduzione come tanti paladini medievali chiusi nel loro fortino. Se il Ministero si renderà finalmente conto di come stanno in realtà le cose e rinuncerà a fondare la valutazione dei maturandi su una competenza che ormai pochissimi hanno, allora forse potremo inaugurare una nuova stagione per gli studi umanistici, il cui compito è quello di formare persone culturalmente avanzate e dotate di spitito critico, non certo quello di creare esperti traduttori dal greco e dal latino. Chi vorrà diventarlo e specializzarsi nello studio linguistico, potrà farlo in seguito durante gli studi universitari. Nessuno potrà né vorrà impedirglielo.

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I liceali e il “tormento” della traduzione

Qualche giorno fa, nella mia scuola, io ed i miei colleghi della classe di concorso 52 (Materie letterarie, latino e greco) parlavamo dei risultati deludenti che i liceali di oggi – sia quelli del biennio che quelli del triennio – ottengono nelle traduzioni dal greco e dal latino. Abbiamo convenuto sul fatto che in ogni classe, tolti quei pochi elementi particolarmente inclini a questo tipo di esercizio o dotati di notevoli capacità intuitive, la gran maggioranza degli studenti fa una gran fatica di fronte ad un brano di prosa anche semplice scritto nelle lingue classiche, affannandosi per ore sul vocabolario per produrre poi traduzioni fortemente inesatte ed a volte addirittura disastrose, senza contare la pessima forma italiana in cui vengono redatte.
La situazione descritta sopra non è un’opinione o un caso particolare di qualche scuola, ma un dato di fatto ormai accertato ovunque. Che i giovani di oggi non siano più in grado di interpretare testi latini e greci, a meno che non siano di livello elementare, è cosa nota da anni: già alcuni decenni fa, in effetti, vari studiosi si erano occupati del fenomeno, ed al riguardo ricordo un articolo scritto dall’epigrafista Luigi Moretti dell’Università di Roma, il quale suggeriva ai docenti liceali di smettere di costringere gli studenti a leggere “sbuffando e imprecando” poche centinaia di versi di una tragedia greca; meglio sarebbe stato, a suo giudizio, leggerla per intero in traduzione. Se questa era un’autorevole opinione espressa trent’anni fa, tanto più il problema di pone oggi, quando la moderna tecnologia ha messo a disposizione degli studenti strumenti capaci di accerchiare facilmente gli ostacoli. Ciò cui intendo riferirmi è l’abitudine ormai invalsa di scaricare le traduzioni di latino e greco da internet, dove esistono alcuni siti che riportano, tradotti, tutti i brani di versioni presenti nei vari libri in adozione nei licei. Considerato quindi che i nostri studenti praticamente non si esercitano più nel tradurre, e tenuto conto anche del fatto che i social network (facebook, whatsapp, ask, twitter ecc.) assorbono molto del loro tempo e contribuiscono sensibilmente alla perdita di quelle qualità intuitive e deduttive indispensabili per svolgere un’attività di ragionamento autonomo qual è quella che si richiede per interpretare i testi classici, non rimane altro che pensare a una diversa soluzione del problema. Altrimenti durante i compiti in classe continueremo a vedere i nostri studenti sbuffare e imprecare, sudando freddo, per consegnare poi una traduzione quasi sempre insoddisfacente; oppure, quando ci riescono, tenteranno di copiare la versione con cellulari nascosti durante il compito collegandosi a quei famosi siti che già utilizzano per i compiti a casa. Durante l’esame di Stato poi gli studenti o riescono a copiare con lo smartphone (visto che i presidenti di commissione non esercitano una gran sorveglianza) oppure trovano un professore compiacente, interno ma qualche volta anche esterno, che traduce la versione al posto loro. Sono parole crude, queste, ma è la realtà.
E allora, sic stantibus rebus, come si puù uscire da questo labirinto? E’ inutile, secondo me, continuare a osannare la traduzione dal greco e latino ricordando a ogni piè sospinto il suo valore formativo e considerandola come fosse l’unico obiettivo che gli studenti debbano conseguire: esistono altre conoscenze e competenze, come quelle letterarie e storico-artistiche, che resteranno nella memoria dei giovani, per la loro vita, ben più delle regole grammaticali. Ma soprattutto è assurdo far finta che tutto vada bene e illudersi che gli alunni affrontino da soli brani di Platone o di Tacito quando sappiamo tutti che non è così. E’ giunto il momento in cui qualcuno abbia il coraggio di dire che il re è nudo, e che la questione va affrontata alla radice.
E’ qui appunto che volevo arrivare. In quel dialogo con i colleghi abbiamo avanzato l’ipotesi, che non mi sembra affatto peregrina visto come vanno le cose oggi, di abolire di fatto la traduzione autonoma degli alunni, non assegnando più esercizi di questo genere. Lo studio della lingua, secondo la nostra proposta, dovrebbe continuare nel biennio e nel primo anno del triennio, affinché si conseguano quelle conoscenze che consentano agli studenti di comprendere le peculiarità formali e la dimensione artistica dei grandi testi greci e latini, ma senza che debbano tradurli da soli: l’analisi dei testi classici deve essere condotta dal docente, ed è lui che deve tradurre i passi di Omero, Virgilio, Platone, Tacito ecc. letti in classe, mentre gli studenti dovrebbero entrare nel testo e comprenderne le dinamiche in base agli elementi interpretativi loro forniti dal docente. A ciò dovrebbe aggiungersi uno studio puntuale e approfondito della storia letteraria e dei vari aspetti delle civiltà classiche.
A beneficio dei conservatori, che a leggere queste righe s’indigneranno come non mai nel vedere insidiato il fortino isolato degli studi classici circondato da un fossato di pregiudizi, dentro il quale essi si gongolano in un sogno romantico che è però sempre più lontano dalla vita reale e dalla mentalità dei giovani di oggi, confermo che la proposta prima avanzata non eliminerebbe affatto lo studio linguistico, ma lo riserverebbe ad un’analisi guidata dei testi classici, i cui elementi formali (lingua, stile, ordito retorico ecc.) e sostanziali verrebbero comunque compresi dagli studenti sulla base delle loro conoscenze e con un’opportuna guida del docente. Ciò che chiediamo di abolire è la traduzione autonoma delle cosiddette “versioni”, un esercizio che comunque, lo si voglia o no, non fa più quasi nessuno già adesso. Si tratterebbe quindi del riconoscimento di uno stato di fatto che non è possibile mutare, perché non si può impedire ai ragazzi di scaricare le versioni da internet, né si può pretendere che riescano lodevolmente in un’attività, quella della traduzione dalle lingue antiche, che è ormai diventato un lavoro da esperti filologi e non più realizzabile da ragazzi che non solo non studiano più latino alla scuola media, ma che spesso arrivano ai Licei senza conoscere neanche la sintassi ed il lessico della lingua italiana.
C’è un solo grosso ostacolo alla realizzazione di questo progetto: la seconda prova scritta dell’esame di Stato, che ancor oggi, a distanza di quasi un secolo dalla riforma Gentile, è rimasta tale e quale ad allora, costituita cioè da un brano da tradurre senza che gli studenti abbiano la possibilità di mutare o di scegliere alcunché. Questo è appunto il tasto che bisogna battere e che da anni il prof. Maurizio Bettini dell’Università di Siena, tanti altri studiosi e modestamente anche il sottoscritto tentano di premere: la necessità cioè di cambiare questa prassi antiquata della versione unica, considerato anche che negli altri Licei questa prova è stata adattata ai tempi presenti, mentre al Classico siamo rimasti all’epoca di Gentile. So anch’io che la traduzione sarebbe un buon banco di prova per saggiare le capacità intuitive e deduttive dei nostri giovani; ma dato che di fatto essa è diventata un ostacolo insormontabile, è inutile voler insistere a battere la testa nel muro e a fingere ipocritamente di ignorare quella che è la realtà, cioè che gli studenti non traducono più, “si arrangiano” alll’esame copiando, e se non lo fanno vanno incontro ad un colossale fallimento. Quando finalmente il Ministero capirà che “il re è nudo” e si confronterà con la realtà di fatto delle nostre scuole, forse avremo la possibilità, con una prova diversa e non più fondata sulla sola traduzione, di ottenere risultati dignitosi e capaci anche di ridurre quel timore reverenziale che deriva proprio dalla difficoltà rappresentata dalle lingue classiche, un timore che allontana moltissimi giovani dal frequentare il Liceo Classico.

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