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Torquato Tasso e la memoria poetica

E’ noto che ogni grande opera d’arte non sorge mai solo da se stessa, ma è come una summa di tante esperienze precedenti che l’artista conosce, ricorda e mette in campo nel suo lavoro. Superando l’antico pregiudizio romantico della “pura creazione dello spirito”, non si può oggi ragionevolmente sostenere che possa esistere un’arte senza l’arte precedente, come vediamo in ogni settore: se ascoltiamo la musica di Haydn non possiamo fare a meno di sentirci l’eco di Bach e di Haendel, se ascoltiamo Mozart non possiamo fare a meno di sentirvi Haydn, se ascoltiamo Rossini ci sentiamo Mozart e così via. Ogni grande artista fa tesoro di chi c’è stato prima, dei suoi recenti o antichi maestri; ma non per questo smette di essere originale, perché originalità non significa non assomigliare a nessuno ma aggiungere a ciò che esiste l’impronta indelebile della propria personalità artistica.
Questo principio è operante anche in campo letterario, anzi lì più che altrove. In questi giorni sto rileggendo con particolare attenzione la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso (1544-1595), uno dei più grandi poeti della nostra meravigliosa letteratura italiana, e ogni giorno posso constatare la profondità della sua memoria poetica: all’interno del poema, infatti, sono presenti riferimenti, per lo più scoperti ma a volte anche criptici, ad una serie impressionante di precedenti che vanno da Omero a Virgilio ed altri poeti latini, passando per i cicli romanzeschi medievali, per Dante e Petrarca, fino ad arrivare ai poemi cavallereschi di poco precedenti l’autore, quelli cioè del Boiardo, del Pulci e dell’Ariosto. Sotto questo profilo l’opera tassiana è veramente un punto di arrivo, una summa di tante esperienze precedenti che tuttavia, rielaborate e ricontestualizzate, nulla tolgono al grande estro poetico dell’Autore. Possiamo dire che la Liberata, in pieno Cinquecento e nell’età buia della Controriforma, costituisce un esperimento di sintesi ideale molto analogo a quello che fu, ai suoi tempi, l’Eneide di Virgilio, anch’essa grandioso poema che riuscì ad amalgamare tutte le precedenti esperienze poetiche della letteratura latina, dal poema celebrativo tradizionale di Ennio alle novità formali e sostanziali di Catullo e degli altri poeti della sua cerchia.
Poiché io sono di professione uno studioso del mondo classico, è proprio questo continuo rifarsi del Tasso ai modelli antichi che più mi piace e mi affascina. Lasciando stare il fatto che nella Liberata vengono ripresi anche diversi motivi omerici (ad es. il ritiro di Rinaldo dalla guerra dopo l’uccisione di Gernando e la lite con Goffredo ricorda da vicino l’analogo ritiro di Achille irato con Agamennone), è proprio la presenza virgiliana che condiziona fortemente il poema cinquecentesco, testimonianza questa di un atteggiamento ideologico diverso da quello tenuto dagli umanisti del secolo precedente, il Quattrocento: allora gli autori antichi erano soprattutto studiati ed imitati, mentre adesso vengono riutilizzati e rivissuti quasi come fossero contemporanei, entrano nella letteratura come vivi protagonisti. Lungo ed inutile sarebbe voler esporre qui tutti i passi del poema tassiano in cui la presenza di Virgilio è evidente e da tutti osservata, perché se ne dovrebbero riportare a centinaia: basti pensare che già il primo verso della Liberata (“Canto l’armi pietose e il capitano…”) riprende da vicino l’Arma virumque cano con cui inizia l’Eneide, ma vi sono interi episodi che risentono ampiamente di ben noti passi ed episodi virgiliani. Il punto dove i due poeti sono più vicini è certamente il canto XVI della Liberata, dove viene descritto il giardino incantato di Armida (che riprende il topos classico del locus amoenus) e soprattutto l’abbandono di costei da parte di Rinaldo, episodio che è tutto ricalcato sul IV libro dell’Eneide, ed in particolare sulla partenza di Enea e la furiosa reazione di Didone quando si vede abbandonata dall’uomo amato. Interi versi virgiliani vengono ripresi e riadattati alla nuova situazione, né si può pensare, neanche per un istante, che il Tasso abbia temuto di essere accusato di plagio; la ripresa di autori precedenti, infatti, era ritenuta del tutto lecita per chi si dedicava alla composizione letteraria, a condizione che ai modelli si sovrapponesse comunque qualcosa di proprio, di originale. Questo carattere certamente non manca nell’opera tassiana, vero poema eroico-celebrativo e non più cavalleresco, più vicino quindi alla sensibilità dei suoi tempi di quanto non fosse, ad esempio, l’Orlando furioso di Ariosto: nell’esaltazione dello spirito cristiano ed in particolare della casata degli Estensi, signori di Ferrara dove Tasso viveva ed operava, in effetti, non può mancare l’originalità, perché nulla di ciò si può ovviamente trovare nei modelli antichi.
La presenza di Virgilio nel Tasso, come dicevo sopra, è profonda e sostanziale, fatta di riprese chiare e comprese da tutti come quella dell’amore tra Rinaldo e Armida, ma anche di semplici ricordi, richiami allusivi che magari sfuggono al lettore comune ma che rivelano appieno l’enorme cultura del poeta moderno, il quale non ha solo letto e studiato il suo modello antico ma l’ha talmente assimilato da farne un tutt’uno con se stesso. Quel che vorrei qui sottolineare è però un altro aspetto del poema tassiano, cioè la sua vicinanza ideologica all’Eneide per quanto riguarda una dicotomia, un’apparente contraddizione che ha fatto tanto discutere gli interpreti moderni. Il poema di Virgilio fu composto – e qui tutti sono d’accordo – per celebrare la grandezza di Roma e di Augusto, ottenuta mediante secoli di guerre e di conquiste; sulla base di questa impostazione ideologica, quindi, il poeta avrebbe dovuto stare dalla parte dei vincitori, perché senza la guerra e la violenza non sarebbe stata possibile la grande gloria di Roma. Ed invece non è così: Virgilio è stato giustamente definito “il poeta dei vinti”, perché ovunque nel suo poema mostra pietà ed umana comprensione per gli sconfitti, soprattutto per i giovani che muoiono ante diem, cioè prima del tempo per loro stabilito dal destino, come Didone, Pallante e tanti altri. Questa identificazione ideale del poeta con i vinti, questa implicita condanna della crudeltà umana e gli orrori della guerra sembrano in contraddizione con l’esigenza di celebrare l’impero romano e la grandezza di Augusto, che portò sì la pace ma a prezzo di tanto sangue versato. La stessa dicotomia ideologica si riscontra nella Gerusalemme liberata ed in particolare nel canto XIX quando i crociati conquistano finalmente la città-simbolo dopo tante fatiche: allora i guerrieri cristiani si abbandonano a saccheggi, stupri, stragi di cittadini inermi, orrori che non sono affatto lodati dal Tasso che invece, come il grande predecessore antico, mostra verso i vinti un senso di umana pietà che si richiama direttamente al vero spirito evangelico. Riprendendo la disposizione spirituale di un modello antico il Tasso sembra voler comunicare un messaggio di pace universale che passa attraverso la ferma condanna delle violenze e degli orrori che vengono commessi in nome di Dio, tanto dai pagani quanto dai cristiani stessi. Si tratta di un messaggio nuovo e moderno, pur se riprende un modello antico, ed è questo un elemento di innegabile originalità.
V’è un ultimo punto della Liberata che vorrei ricordare perché mi pare attuale e proponibile anche ai nostri giorni. Nel canto IV del poema c’è un’assemblea di creature infernali (diavoli ed altri mostri) presieduta da Lucifero, il “gran nemico” in persona. Qui egli tiene un abile discorso al suo popolo, nel quale ordina a tutte le forze del male di sostenere i pagani contro i cristiani; e fin qui tutto normale anche perché, come dicevo in un altro post, le religioni e le ideologie non potrebbero sopravvivere se non si formassero a loro piacimento un “nemico” da combattere. Quello che emerge però nel discorso di Lucifero è anche il ricordo della ribellione sua e dei suoi contro Dio, con la sua sconfitta e la conseguente cacciata negli abissi dell’inferno. Qui egli sostiene che la propria infelice condizione di reietto e di emarginato non dipende dalla sua iniquità o dall’avere egli torto nella contesa con le forze celesti, ma semplicemente dall’esito della contesa stessa: il fatto ch’egli sia considerato il Maligno e da tutti odiato, in altri termini, deriva solo dalla sua sconfitta, perché i vincitori falsano la realtà storica ed oscurano la memoria dei vinti. Nel leggere questo canto non ho potuto fare a meno di sentirvi un parallelo con quanto sovente accaduto nelle epoche moderne, quando sono stati quasi sempre i vincitori a scrivere la storia ed a porsi dalla parte del bene e della ragione, mentre i vinti hanno ricevuto le più infamanti accuse e si sono visti attribuire misfatti ed orrori che invece sono stati commessi da entrambe le parti. Non intendo riferirmi a nessun fatto in particolare, ma chi vorrà prendersi la briga di leggere il post immediatamente precedente a questo, dal titolo “I falsi miti della storia,” troverà un’ampia esemplificazione di quanto qui ricordato. Anche da questo punto di vista dunque, come si evince dai richiami che ho fatto alla Gerusalemme liberata, constatiamo che la grande letteratura ha sempre qualcosa da insegnarci, è sempre attuale; ed è proprio in questa immortalità ideale che si concretizza l’essenza di ciò che propriamente si definisce “classico”.

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Brevi considerazioni estive

Mi sto accorgendo che in questo periodo le visite al mio blog stanno vertiginosamente diminuendo: da una media di 250 accessi al giorno in primavera, siamo passati adesso ai 100/120, circa la metà. E ad agosto sarà ancora peggio, perché la gente non ha voglia in estate di leggere nulla che non siano i settimanali di gossip o i romanzetti penosi scritti dagli imbrattacarte di oggi, che qualcuno ha ancora il coraggio di chiamare scrittori. E invece io, in questo breve post, ho intenzione proprio di fare il contrario, di suggerire cioè a chi si trovasse per caso a passare di qua di approfittare delle vacanze – da noi rigorosamente sempre di luglio e soprattutto di agosto – per migliorare un po’ la propria cultura, il che è sempre una buona cosa. Avrei due consigli da dare, che corrispondono al mio pensiero e dei quali sono convinto. Il primo è di leggere sui tradizionali libri di carta, senza farsi attrarre da smartphone, tablets e altri ordigni di questo genere, che già Umberto Eco indicava come inadatti alla lettura; hanno infatti bisogno di una certa abilità da parte del lettore che non tutti hanno (a me ad esempio saltano le pagine se inavvertitamente tocco un altro tasto del tablet e non ritrovo più ciò che stavo leggendo), e soprattutto sono soggetti a scaricare le batterie e non dappertutto si trovano prese di corrente per ricaricarli. Il libro di carta, oltre ad essere più bello e affascinante con il suo caratteristico odore, si può portare dappertutto: in spiaggia, in barca, su una panchina ecc., e non c’è mai il rischio che la pagina scompaia davanti ai vostri occhi. Il secondo consiglio è quello di non leggere la robaccia che viene scritta adesso e contrabbandata per letteratura: ho avuto più volte modo, su questo blog, di spiegare come i romanzi e i racconti dei cosiddetti “scrittori” attuali sono per lo più un ammasso di parole scritte di getto, senza ordine sintattico né stilistico, senza alcun pregio retorico, pagine di periodi di due o tre parole seguite dal punto oppure dialoghi interminabili di brevi e squallide battute. E’ bene invece leggere i classici, antichi e moderni ma sempre classici, scrittori cioè che non hanno mai finito di dire ciò che volevano dire, artisti che non sono stati e non saranno mai dimenticati, come invece avver.rà a breve termine per gli scribacchini di oggi. I grandi romanzi dell’800 ad esempio, dagli italiani ai francesi agli inglesi ai russi, costituiscono un tesoro d’arte che gratificano ancora adesso l’anima di chi legge e ci fanno comprendere la nostra umanità e l’essenza del mondo che ci circonda.
Personalmente, in questo periodo estivo ed in attesa della pensione che scatterà il prossimo 1° settembre, ho alcuni impegni editoriali che intendo portare avanti, ma riesco anche a trovare il tempo per la lettura, che per me è sacrosanto. Le opere che ho per le mani in questi giorni sono due grandi classici della letteratura italiana dei primi secoli: il Trecentonovelle di Franco Sacchetti scritto nel XIV secolo, e il poema cavalleresco Morgante di Luigi Pulci, del secolo seguente. Quel che mi ha stupito di queste due opere, che già parzialmente conoscevo per aver insegnato italiano nel triennio del Liceo Classico, è la grande spontaneità del linguaggio usato dai due autori, un linguaggio alquanto comprensibile anche oggi per chi conosce la lingua italiana, sebbene per qualche espressione particolare sia ancora necessario leggere le note esplicative del libro. Le novelle del Sacchetti sono argute e piacevoli, raccontate con semplicità ma volte a svelare particolari tratti dell’animo umano, come la tendenza ad ingannare o a schernire gli altri, l’egoismo personale, l’ingenuità di alcuni che, loro malgrado, restano vittime della furbizia altrui. Il modello del Boccaccio è evidente, ma Sacchetti riesce comunque a tagliarsi ampi spazi di originalità, sia nella spontaneità dell’espressione che nel tono narrativo. Un po’ deludente, invece, è il poema del Pulci, soprattutto per chi come me ha letto in precedenza gli analoghi poemi dell’Ariosto e del Tasso, composti nel secolo successivo ma più validi artisticamente sia per la psicologia dei personaggi che per la bellezza delle immagini poetiche. Certo, anche nel Morgante ci sono pagine molto felici, ma ve ne sono altrettante piuttosto fiacche e tali da rivelare una composizione quasi forzata da parte dell’autore, come s’egli tirasse a concludere prima possibile un impegno preso ma per il quale non aveva più, come all’inizio, la necessaria ispirazione. Oltretutto il protagonista, il gigante Morgante, appare pochissimo nell’opera, tutta incentrata sulle proverbiali e risapute avventure dei paladini Orlando e Rinaldo, cantati da una lunga tradizione popolare che risaliva, in ultima analisi, alla Chanson de Roland. Si tratta comunque di opere di alto livello che nessuno oggi, in questa sfortunata età in cui l’arte è morta definitivamente, sarebbe capace anche soltanto di abbozzare. Per fortuna esiste il passato che, come diceva Seneca, nessuno ci può togliere o cambiare; dei grandi capolavori dei secoli trascorsi ancor oggi noi possiamo godere, visto che non siamo capaci di creare nulla che possa con essi anche soltanto paragonarsi.

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